Beato Giacomo Alberione (26 Novembre)



Beato Giacomo Alberione (26 Novembre)
«Tra le meravigliose invenzioni tecniche che, soprattutto nel nostro tempo, l’ingegno umano è riuscito, con l’aiuto di Dio, a trarre dal creato, la Chiesa accoglie e segue con particolare sollecitudine quelle che più direttamente riguardano le facoltà spirituali dell’uomo e che hanno offerto nuove possibilità di comunicare, con massima facilità, ogni sorta di notizie, idee, insegnamenti. Tra queste invenzioni occupano un posto di rilievo quegli strumenti che, per loro natura, sono in grado di raggiungere e influenzare non solo i singoli, ma le stesse masse e l’intera umanità. Rientrano in tale categoria la stampa, il cinema, la radio, la televisione e simili. A ragione quindi essi possono essere chiamati: strumenti di comunicazione sociale». Così inizia il decreto sugli strumenti di comunicazione sociale del Concilio Vaticano II, con l’incipit latino Inter mirifica, come vuole la tradizione dei documenti ecclesiali. 

Perché questa citazione?
Perché con questo decreto Paolo VI aveva in qualche modo consacrato le idee di don Alberione, che la Chiesa celebra oggi. Il papa in quell’occasione ne parlò così: «Il nostro don Alberione, sempre intento a scrutare i segni dei tempi, cioè le più geniali forme di arrivare alle anime.. ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi.. e con mezzi moderni». Ispirato da san Paolo, l’Apostolo delle genti, la sua volontà fu quella di arrivare infatti al maggior numero di persone possibili e con tutti i mezzi, per poterle raggiungere là dove si trovano.. Ma oggi, verrebbe da chiedersi, dove “si trova” la gente? Anche, o forse soprattutto, su quei mezzi di comunicazione che, nonostante abbiano ampiamente superato quelli di cui si servì il festeggiato, ne costituiscono in qualche modo la sua intuizione e il suo prolungamento.

Come mai il Concilio, rivoluzione “copernicana” tra le più importanti della Chiesa, tratta questo argomento?
Lasciamo che a rispondere sia il documento stesso, che così prosegue: «La Chiesa nostra madre riconosce che questi strumenti se bene adoperati, offrono al genere umano grandi vantaggi, perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio. Ma essa sa pure che l’uomo può adoperarli contro i disegni del Creatore e volgerli a propria rovina; anzi, il suo cuore di madre è addolorato per i danni che molto sovente il loro cattivo uso ha provocato all’umanità». Scritte nel 1963, queste parole sono di un’attualità disarmante, anzi, forse più attuali oggi di quanto non lo fossero al tempo!  

Tornando ad Alberione, cosa sappiamo di lui?
Nato da Michele Alberione e Teresa Allocco il 4 aprile 1884 a san Lorenzo di Fossano, in provincia di Cuneo, quinto di sette figli di una famiglia contadina, venne battezzato il giorno dopo col nome di Giacomo. Nel 1900, superata una profonda crisi giovanile, a 16 anni entra nel seminario di Alba, dove incontra quello che diventerà suo padre spirituale, amico e modello: Francesco Chiesa (nomen omen!), oggi venerabile. Sarà il primo di tanti incontri fra santi. Il 29 giugno 1907 è ordinato presbitero, mentre a  38 anni si ammala gravemente di tubercolosi polmonare. Dato per spacciato, guarisce miracolosamente per intercessione di san Paolo: non era ancora la sua ora. Su invito di Giovanni XXIII, come accennato, prende parte al Concilio Vaticano II (che, aperto da questo pontefice, sarà chiuso invece da Paolo VI), che con l’approvazione del decreto Inter mirifica tocca uno dei punti più alti della sua missione. 

Da dove e come gli nacque tale passione per la comunicazione?
«Tutto il Cristo a tutto l’uomo, a tutti gli uomini, con tutti i mezzi: era l’ossessione del Fondatore», sottolinea lo spagnolo José Antonio Pérez, postulatore generale della Famiglia Paolina nonché uno dei suoi biografi. Tutto cominciò il 12 settembre 1913, con la richiesta del vescovo Francesco Re, che gli affidò la direzione del settimanale diocesano Gazzetta d’Alba. Il 20 agosto 1914 avviò con due adolescenti la Scuola Tipografica Piccolo Operaio, realtà germinale della futura gigantesca Società San Paolo. «Sull’esempio del Maestro (appellativo da lui preferito per Gesù) e dietro l’ispirazione di san Paolo – scrive il già citato Pérez – , don Alberione cercò il modo, i mezzi e soprattutto le persone adeguate per comunicare la buona novella all’uomo del nostro tempo. E riuscì a far capire ai giovani l’urgenza del nuovo apostolato». 

Come mai il suo biografo lo chiama fondatore?
Perché fu davvero tale, come dimostrano le opere da lui realizzate: fondò infatti cinque congregazioni religiose, quattro istituti di vita secolare consacrata, un’associazione apostolica laicale e altre istituzioni. Tra le tante opere da lui realizzate abbiamo il settimanale Famiglia Cristiana, Il Giornalino, il mensile Jesus, la casa editrice Edizioni San Paolo, le Edizioni Musicali Paoline e la San Paolo Film. «Ormai l’apostolato del cinema – disse a proposito di quest’ultima fondazione – non si può più differire».. era il 1937, quindici anni prima che la pellicola a colori facesse il suo esordio nel Belpaese. Ma fu la cura delle anime a dare questi abbondanti frutti: l’8 dicembre 1917 alcuni dei suoi giovani emisero i voti, in forma privata, di castità, povertà e obbedienza; tra essi Giuseppe Giaccardo (che nell’occasione assunse il nome di Timoteo, non a caso uno dei maggiori collaboratori di san Paolo), da lui incontrato nella parrocchia di san Bernardo in Narzole, dove era appena stato inviato come giovane prete. Giaccardo diventerà prima il suo più fedele collaboratore, poi anch’esso prete e beato, sotto il pontificato di san Giovanni Paolo II. Il 1918 fu un anno particolarmente importante, in positivo perché venne aperta la prima libreria nella cittadina di Susa dalle Figlie di san Paolo, in negativo per almeno due ragioni: anzitutto morirono alcuni tra i pionieri di don Alberione, su tutti l’appena quattordicenne Maggiorino Vigolungo, oggi venerabile; poi a causa dell’incendio che, nella notte di Natale, distrusse la tipografia (qualcuno sospettò perfino che la vampa creatasi fosse di origine dolosa). Ma i suoi ragazzi tuttofare non si lasciavano abbattere, anche perché la mano di Dio era su di loro, realizzando quelli che, ad occhi credenti, erano veri e propri miracoli.       

Davvero un uomo dalle idee chiare..
Proprio così, ma i momenti di dubbio non mancarono, anche tali da fargli credere di essere solo un illuso: «Il Signore pensa e provvede meglio di te: – gli rispondeva perentoriamente il suo padre spirituale – va avanti con fede». Ma la più grande rassicurazione – con parole oggi presenti in tutte le chiese paoline – gli venne da Gesù stesso che, in sogno, dal tabernacolo gli disse «Non temete, io sono con voi. Di qui voglio illuminare. Abbiate il dolore dei peccati». Da questo momento, siamo probabilmente nel 1923, non ebbe più dubbi circa la sua grandiosa missione. E tale fermezza la trasmetteva ai suoi: «Chi non ha questa fede (quella che fa credere alle parole di Dio), vada altrove» diceva ai suoi ragazzi, mentre davanti alle difficoltà amava dire: «Bisogna mettere la luce», e ancora: «Il Signore accende le lampadine.. man mano che si cammina ed occorre; non le accende tutte, subito all’inizio, quando ancora non occorrono; non spreca la luce; ma la dà sempre al momento giusto». Ma le sue maggiori preoccupazioni, anzi i suoi «Due soli.. fastidi: – come annota Giaccardo nel suo Diario a proposito del Fondatore – che io non sono ancora abbastanza buono e che voi non siete ancora abbastanza santi.. La necessità è impellente e Dio lo vuole da noi..». 

Wow! 
Il 10 febbraio 1924 hanno visto “la luce” – è proprio il caso di dirlo! – le Pie Discepole del Divin Maestro che, partendo dall’adorazione eucaristica, hanno dato un grande contributo alla Famiglia Paolina, soprattutto attraverso la formazione liturgica, divulgata con sapienza e spiccata cura per la bellezza. A trainarle fu la giovane Orsola Rivata, che con la professione assunse il nome di Scolastica e di cui è in corso la canonizzazione. Due anni dopo iniziarono nella città eterna le pubblicazioni de La Voce di Roma, organo di diffusione papale. Il 1928 fu invece l’anno della solenne benedizione del gigantesco tempio di san Paolo ad Alba, costruito nel tempo record di due anni, pensato come la chiesa dei comunicatori, la cui grandiosità fu superata però 19 anni dopo, quando venne eretto il santuario della Regina degli Apostoli, edificato dopo una promessa fatta da Alberione alla Vergine, qualora lei avesse riportato incolumi i suoi giovani, che durante la Seconda Guerra mondiale spendevano il loro apostolato sotto le bombe.  

Una “fondazione” dopo l’altra.. davvero stupefacente!
E non è finita: negli anni ’30 nacquero le Suore di Gesù Buon Pastore, simpaticamente chiamate “Pastorelle”, col fine di aiutare le parrocchie e i parroci nella formazione del popolo di Dio, mentre il 1957 è l’anno delle Suore di Maria Regina degli Apostoli (“Apostoline”), quarta congregazione femminile presentata in occasione dei 50 anni di ordinazione presbiterale del don. Alla già nutrita schiera di vocazioni sante vanno aggiunti infine i nomi dei venerabili Andrea Borello e Tecla Merlo. La tensione universale del beato Giacomo è testimoniata simbolicamente dal fatto che sulla sua scrivania ci fosse sempre un mappamondo, il cui prototipo, definito Globo terrestre di Norimberga,  risale agli anni tra il 1490 ed il 1492, realizzato dal  tedesco Martin Behaim, che utilizzò la scala 1:40 milioni, ancor oggi la più comune. Fu probabilmente Leonardo da Vinci a rendere tuttavia celebre il mappamondo, quando nel 1504 scrisse a Firenze nel famoso Codice Atlantico: «El mio mappamo[n]do chon g[i]ovanni be[n]cì». E per arrivare ad ognuno, sul globo terrestre, «La stampa, il cinematografo, la radio e la televisione, costituiscono oggi – siamo nel 1960 – le più urgenti, le più rapide e le più efficaci opere dell’apostolato cattolico. Può essere che i tempi ci riservino altri mezzi migliori..». Aveva ragione: “i tempi” sono passati e ci hanno riservato altri mezzi, migliori dipende, più veloci e in grado di raggiungere tutti (o quasi) di certo.  

Come e quando è morì don Alberione?
Salutò il suo amato globo dalla città di Roma, alle 18:25 del 26 novembre 1971, a causa di una broncopolmonite e di un blocco renale. Dopo aver benedetto i suoi sussurrò a fior di labbra: «Muoio.. Paradiso.. Prego per tutti». Aveva 87 anni. È sepolto nella Basilica di Santa Maria Regina degli Apostoli alla Montagnola. San Giovanni Paolo II lo ha beatificato nel 2003 in seguito al riconoscimento della guarigione miracolosa di Ma Librada Gonzáles Rodrìguez, ricoverata in Messico a causa di un terribile incidente. Recentemente è stato proposto come patrono della Rete: non potrebbe essere altrimenti!

«Ti chiediamo, don Giacomo, di intercedere per noi e per tutte quelle realtà che, come Pregaudio, cercano di annunciare la più grande delle notizie in tutti i modi e con ogni mezzo». 

 

Recita
Federica Lualdi, Cristian Messina

Musica di sottofondo
E.Savino. Ali di riserva

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