San Giuseppe Cafasso (23 Giugno)



San Giuseppe Cafasso (23 Giugno)
Oggi la Chiesa celebra, tra le tante, la memoria di san Giuseppe Cafasso, «che si dedicò alla formazione spirituale e culturale dei futuri sacerdoti e a riconciliare a Dio i poveri carcerati e i condannati a morte».

Chi era costui?
Quella offertaci dal Martirologio Romano è la super sintesi di colui che, nato il 15 gennaio 1811 a Castelnuovo d’Asti, lo stesso paese di san Giovanni Bosco, sarà il terzo di quattro figli di una famiglia contadina, modesta e profondamente religiosa. La sorella di Giuseppe, Marianna, sarà la futura madre del beato Giuseppe Allamano (21/1/1851-16/2/1926), fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, parola quest’ultima che tornerà nella vita del Cafasso. Nato e cresciuto nel Piemonte ottocentesco, caratterizzato da gravi problemi sociali ma soprattutto da grandi Santi, Giuseppe Cafasso è considerato uno dei “santi sociali” torinesi.

Quale fu il suo cammino di santità?
Anzitutto era difficile prevedere per lui un futuro di oratore, perché a scuola andava male e il suo modo di parlare era alquanto sommesso, eppure divenne prete a 22 anni, entrando nel convitto ecclesiastico torinese di San Francesco, fondato e guidato dal teologo Luigi Guala. Ebbene, se in questo convitto ci entrò da allievo, prima ci rimase come insegnante, poi come direttore spirituale ed infine come rettore! Fu chiamato a predicare nonostante il suo aspetto, gracile almeno quanto la sua voce, la colonna vertebrale deviata lo faceva infatti apparire gobbo, non però nel senso di tifoso della Juventus, che sarebbe nata nel capoluogo piemontese solo il 1° novembre del 1897. Scherzi a parte, divenne amico di don Giovanni Bosco e lo consigliò, indirizzandolo ad aiutare i ragazzi poveri della città sabauda. Dal temperamento diametralmente opposto a quello del fondatore dei Salesiani, era riflessivo, mite e studioso, trascorrendo ore davanti al tabernacolo. 

Che rapporto c’era tra i due?
Don Bosco lo prendeva amabilmente in giro chiamandolo “signor abate”, invitandolo tra l’altro ad assistere agli spettacoli dei suoi giovani, ma la risposta era perentoria: «Gli spettacoli del prete sono le funzioni religiose». Il compaesano lo mise soprattutto alla prova quando gli riempì il convitto con tantissimi giovani turbolenti. Nel momento in cui Giovanni traslocò con la sua ciurma sotto la tettoia di Valdocco, però, don Giuseppe gli fu sempre vicino. Insegnava teologia morale, quella disciplina che muove da due fonti: la rivelazione divina (Bibbia e Tradizione) e la natura umana che, partendo dalla cosiddetta legge naturale dice ad ogni uomo e donna di non uccidere i nostri simili, non rubare loro, non mentire e via dicendo.. Così, dalla sua cattedra stimolava i futuri preti affinché diventassero buoni confessori e direttori spirituali, preoccupati del vero bene della persona. Chi poteva stargli vicino ne usciva trasformato: il beato don Clemente Marchisio, fondatore delle Figlie di san Giuseppe, disse: «Entrai in convitto essendo un gran birichino e un capo sventato, senza sapere cosa volesse dire essere prete, e ne uscii affatto diverso, pienamente compreso della dignità del sacerdote». Il già citato Giovanni Bosco ebbe la grazia di averlo come direttore spirituale per ben venticinque anni, dal 1835 al 1860, lasso di tempo in cui fu chiamato a diverse  scelte fondamentali, avendo sempre come guida e consigliere Giuseppe. Diciamo allora che quest’ultimo, come direttore spirituale, ci sapeva decisamente fare!

Un ruolo di grande responsabilità, ieri come oggi..
Considerato il suo spessore umano, alcuni notabili gli proposero perfino di candidarsi alla Camera, ma Giuseppe rinunciò: «Nel dì del giudizio il Signore mi chiederà se avrò fatto il buon prete, non il deputato». Deputato, letteralmente “colui che è stato scelto”.. ma per fare cosa? Ecco il punto. Ognuno di noi è in qualche modo deputato, ma dovremmo chiederci, facendoci possibilmente aiutare da guide come lui, per cosa? Per quale ragione, scopo, o meglio “per aiutare chi” il Signore ci ha “scelti”? 

E a lui fu chiesto di prendersi cura specialmente dei futuri preti.. 
Non solo. Era popolare a Torino in particolare per l’aiuto offerto ai carcerati, anche col supporto morale alle loro famiglie. Con un misto di ammirazione e compatimento venne definito «il prete della forca» perché spesso si presentava alle esecuzioni capitali seguendo il condannato a morte fino al patibolo: per abbracciarlo, farlo sentire amato e indurlo a riconciliarsi con Dio. 

Cos’è esattamente la forca?
Si tratta di quell’arnese agricolo biforcuto col quale si spostano fieno e paglia; ma questa parola rimanda in primis alla ramificazione dei due denti dell’attrezzo, quindi, per estensione, ad un incrocio, un bivio. Non a caso la lingua italiana conosce espressioni coloratissime ad essa legate:  con “fare forca” intendiamo ad esempio “fare il doppio gioco” o “fingere di ignorare qualcosa”; se invece l’espressione è riferita alla scuola traduce il fatto di non andarci, come Pinocchio che, giunto ad un bivio, prende “l’altra” strada. Per sineddoche, infine, ovvero quella figura retorica che indica una parte per il tutto, forca allude anche al patibolo, la cui asta orizzontale dove viene appeso colui che sarà impiccato si regge appunto su due forche verticali. Per metonimia invece, altra figura retorica che sostituisce le parole, forca passa ad indicare l’impiccagione stessa. Il suo servizio ai carcerati lo svolse per più di vent’anni e fu sempre il buon pastore, comprensivo e compassionevole: qualità percepita dai detenuti, che finivano per essere conquistati da quell’amore sincero, la cui origine era Dio stesso. Accompagnò al patibolo, dopo averli confessati ed aver amministrato loro l’Eucaristia, ben cinquantasette condannati alla pena capitale. 

Un po’ quanto accade al personaggio interpretato da Susan Sarandon in un celebre film..
Esattamente. Nel 1995 la  pellicola diretta da Tim Robbins, Dead Man Walking (“uomo morto che cammina”, espressione utilizzata dai carcerieri statunitensi per annunciare l’ultimo tragitto del condannato a morte) riprenderà in qualche modo la tematica basandosi sull’omonimo romanzo autobiografico di suor Helen Prejean, religiosa della congregazione di San Giuseppe diventata famosa grazie al già citato film che, come il Cafasso, dice il suo impegno contro la pena di morte e chi ne sta per essere vittima. 

A proposito di cammino, come terminò il suo su questa terra?
Prima di morire donò i suoi pochi averi alle opere di don Bosco e del Cottolengo. Salutò questo mondo il 23 giugno 1860 a Torino. Beatificato nel 1925 da Pio XI, venne canonizzato da Pio XII nel 1947. I suoi resti si trovano all’interno della Basilica di Santa Maria della Consolazione, più nota come Santuario della Consolata di Torino, o cʊnsʊ’la, alla piemontese. Dedicato a Maria “Consolatrice”, questa chiesa barocca comprende tra l’altro un coretto dedicato al celebre scrittore e patriota Silvio Pellico, per via della sua devozione alla Consolata, e le tombe di diverse figure religiose torinesi, tra le quali il cardinale Richelmy, san Valerico (o Valerio), e il nostro Giuseppe Cafasso, cui Torino nel 1960 ha dedicato un monumento chiamato popolarmente Rondò d’la forca, dato che nel luogo in cui sorge venivano eseguite le impiccagioni pubbliche. Pio XII nel 1948 lo proclamò anche patrono delle carceri italiane e, con l’Esortazione apostolica Menti nostrae, lo propose due anni più tardi ai presbiteri, soprattutto come modello nel celebrare il sacramento della Riconciliazione e nel delicato compito di accompagnatore spirituale. 

Oggi però, almeno in Italia, non essendoci fortunatamente la pena di morte è quasi impossibile accompagnare un condannato..
La comunità di Sant’Egidio, fondata nel 1968 in un liceo di Roma da Andrea Riccardi, non a caso all’indomani del Concilio Vaticano II, è oggi una rete gigantesca che, sparsa in oltre settanta paesi del mondo, semina bene ovunque e in tanti modi, facendo leva soprattutto su tre elementi: la preghiera, i poveri e la pace. Tra le tante iniziative da essa promosse c’è quella che permette a chiunque di scrivere ad un condannato a morte, mostrandogli che, seppur a distanza, qualcuno ha ancora a cuore la sua vita, e proprio nel suo momento terminale.

«Allora inviamo a te la nostra “lettera”, Signore Gesù, che sulla croce hai saputo rispondere a quelle di tutti, anche di coloro che non ti hanno mai scritto. Te la inviamo per intercessione di Giuseppe Cafasso e a nome di chi non può, e non sa, più dire né scrivere nulla..».

Recita
Massimo Alberici, Simona Mulazzani

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