Testimoni: Girolamo Savonarola (23 Maggio)



Girolamo Savonarola (23 Maggio)
«..il 23 maggio 1498.. – si legge sul sito del comune di Firenze – veniva impiccato in piazza della Signoria insieme ai suoi confratelli.. I loro corpi furono successivamente arsi e le ceneri gettate in Arno, in un crescendo frenetico di violenza e di odio. La mattina successiva, sul luogo del rogo (identificabile ancora oggi attraverso una lapide commemorativa in granito rosso) veniva rinvenuto un tappeto di fiori, un omaggio che qualcuno aveva voluto allestire con amore e tenerezza, quasi per riportare alla luce quell’umanità che l’orgia di violenza appena consumata pareva aver oscurato. Da quel gesto commovente – prosegue il sito – prende origine la cerimonia dell’Infiorata, che ha il merito di ricordarci una figura storica di straordinario interesse, una sorta di crinale tra il Medio Evo e l’era moderna, con la radicalità delle sue tensioni spirituali, etiche e politiche».

Di chi si sta parlando?
Di Girolamo Maria Francesco Matteo Savonarola. Nato a Ferrara il 21 settembre 1452 dal mercante Niccolò e da Elena Bonacolsi (o Bonacossi), dei fratelli Alberto, Beatrice e Chiara non si hanno notizie certe, si sa solo che Maurelio divenne frate domenicano. Nonno Michele, che al terzogenitoGirolamo insegnò la grammatica e la musica, era originario di Padova, e nel 1440 si trasferì in Emilia per diventare medico di corte della famiglia d’Este. Grande uomo di fede, conosceva bene la Bibbia (vera eccezione al tempo) e, pur cortigiano, non risparmiava feroci critiche alla vita di corte: adesso sappiamo da chi ha preso Girolamo! Morto nonno Michele, il padre Niccolò volle avviarlo alla stessa professione facendogli studiare medicina, che tuttavia abbandonò ad appena diciotto anni in favore della teologia. Mentre si trovava nella chiesa faentina di Sant’Agostino fu colpito dalle parole di un predicatore, che stava commentando il celebre passo di Genesi 12,1: «Il Signore disse ad Abram: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”». Così ascoltò e così fece.

Ovvero?
Il 24 aprile 1475 lasciò la famiglia per entrare in quella terra che il Signore gli stava indicando, il convento bolognese di San Domenico. Nella lettera di congedo ai propri cari scrisse: «Scelgo la religione perché ho visto l’infinita miseria degli uomini, gli stupri, gli adulteri, le ruberie, la superbia, l’idolatria, il turpiloquio, tutta la violenza di una società che ha perduto ogni capacità di bene.. Per poter vivere libero, ho rinunciato ad avere una donna e, per poter vivere in pace, mi sono rifugiato in questo porto della religione». Due giorni dopo indossò l’abito dei novizi e ad appena un anno di distanza ricevette i voti, diventando suddiacono prima (ordine che oggi non esiste più) e diacono poi. Inviato nella sua Ferrara nel 1479, quindi a Reggio Emilia nel 1482, nello stesso anno fu nominato lettore del convento di San Marco a Firenze. Nella città capitanata da Lorenzo de’ Medici – che al tempo era fuor di dubbio l’“ombelico culturale”, se non del mondo, di certo d’Italia – nel maggio del 1482 Girolamo ricevette come detto, in qualità di lettore, il compito di esporre la Sacra Scrittura, predicando dai pulpiti delle chiese fiorentine.

Cos’è esattamente un pulpito?
Con questo nome viene spesso e impropriamente definito l’ambone. Qual è la differenza tra i due? Senza ripercorre le dovute vicende storiche, limitiamoci a dire che nel Medioevo, con l’affermarsi degli ordini predicatori, francescani e domenicani su tutti, si inizia a privilegiare l’esortazione morale a discapito della proclamazione del testo biblico, contribuendo in tal modo a trasformare l’ambone in pulpito, il polo liturgico in strumento di comunicazione di massa. È interessante notare come, ad un particolare momento della vita della Chiesa corrisponda il mutare architettonico-celebrativo della chiesa edificio, o di alcune sue parti. Insomma, se l’ambone e l’altare sono i luoghi più importanti di una chiesa – presenze parlanti delle due parti in cui la celebrazione Eucarestica è suddivisa, ovvero liturgia della Parola e liturgia Eucaristica – , il pulpito è quell’altura, ormai non più nemmeno utilizzata, dalla quale in passato (e in ogni caso al di fuori della celebrazione) partivano gli strali moraleggianti del predicatore di turno, Savonarola compreso. Sappiamo che nella quaresima del 1484 predicò da quello di San Lorenzo, la parrocchia dei Medici, altura dalla quale tuttavia non riscosse successo, forse a causa della sua pronuncia romagnola, ritenuta barbara dalle fini orecchie fiorentine. Ma a non convincere fu soprattutto la sua esposizione, dato che, come scrive lui stesso, ad ascoltarlo accorrevano solo «certi uomini semplici e qualche donnicciola».

Cosa sappiamo delle sue sferzanti predicazioni?
Dei suoi discorsi “profetici” abbiamo notizia a partire dal marzo 1485: nella Collegiata di San Gimignano, durante i quaresimali, gli astanti udirono che la Chiesa «aveva a esser flagellata, rinnovata e presto». Dopo aver trascorso due anni nel monastero di Santa Maria degli Angeli, nella sua Ferrara, pur andando a predicare qua e là, il 29 aprile 1489 Lorenzo de’ Medici, probabilmente su suggerimento del celebre filosofo e umanista Pico della Mirandola (grande amico del Savonarola), chiese che frate Girolamo fosse trasferito a Firenze. Così, nel convento di San Marco,il 1º agosto 1490 riprese a predicare, soprattutto la necessità di un rinnovamento della Chiesa, in cui non vi era «niente di buono.. dalla pianta del piede fino alla sommità». Tra le varie predicazioni – trascritte dal fedele notaio Lorenzo Violi – impossibile non menzionare quella a Palazzo Vecchio, mercoledì di Pasqua, alla presenza della Signoria, davanti alla quale non esitò a dire che il bene e il male di una città provengono dai suoi capi, ma questi erano superbi, corrotti e sfruttatori dei poveri! A nulla servirono le minacce di Lorenzo il Magnifico, che lo intimava a non predicare in quel modo: «io sono forestiero e lui cittadino e il primo della città – fu la sua risposta – ; io ho a stare e lui se n’ha a andare: io a stare e non lui».

Cos’altro successe in quel clima?
Eletto priore del convento di San Marco, Girolamo, contrariamente alla tradizione dei priori che lo avevano preceduto, non rese omaggio a Lorenzo. Durante la notte del 5 aprile 1492 un fulmine cadde sulla lanterna del Duomo (la parte superiore della celebre cupola del Brunelleschi), dai più interpretato come infausto presagio: tre giorni dopo Lorenzo de’ Medici morì. Il 25 luglio dello stesso anno morì anche papa Innocenzo VIII, cui successe il cardinale Rodrigo Borgia, che prese il nome di Alessandro VI. Nel frattempo Savonarola fece di tutto affinché i suoi frati fossero davvero un ordine mendicante, senza nulla possedere, così iniziò a vendere tutte le proprietà dei conventi assieme agli oggetti personali dei frati, distribuendone il ricavato ai poveri. Il 21 luglio 1495 il papa inviò a Savonarola un messaggio in cui lo invitava a Roma per conoscere meglio la volontà di Dio, che Girolamo, da profeta qual era, conosceva, ma il domenicano si oppose, rispondendo con un rifiuto l’8 settembre gli costò l’accusa di eresia e false profezie, venendo sospeso da ogni incarico. Alessandro VI gli diede tuttavia la possibilità di ritornare sui suoi passi, offrendogli la nomina a cardinale, ma a patto di ritrattare le precedenti critiche alla Chiesa, oltre all’impegno di non ripetersi in futuro: «Non voglio cappelli – fu la sua risposta – , non voglio mitrie grandi o piccole, voglio quello che hai dato ai tuoi santi: la morte. Un cappello rosso, ma di sangue, voglio!».

Almeno a parole, non le mandava certo a dire..
Non solo a parole: il 7 febbraio 1497 organizzò a Firenze il “falò delle vanità”, in cui bruciarono diversi oggetti d’arte, dipinti paganeggianti, oggetti e vesti preziose di ogni tipo. Un danno che farebbe rizzare i capelli ad ogni soprintendenza dei beni culturali. Il 12 maggio dello stesso anno l’arcivescovo di Perugia, a nome del papa ma istigato dal cardinal Cesare Borgia, emanò una falsa scomunica per togliersi di mezzo lo scomodo frate, che non cessava di inveire contro i vizi della Chiesa, circondandosi in tal modo di nemici, ma forse ancor più di estimatori, fra cui Caterina Sforza, signora di Imola e Forlì.

Cos’è, invece, la “prova del fuoco”?
Dopo la sua scomunica, di cui diremo, a Firenze si crearono due fazioni: i “compagnacci”, che miravano a cambiare il rigido moralismo instaurato da Girolamo, e i “frateschi”, che invece lo appoggiavano. A tale conflitto se ne aggiunse un altro, quello tra Francesco di Puglia, francescano, e Domenico Buonvicini, discepolo del Savonarola: il primo lanciò al secondo la sfida della “prova del fuoco”, che prevedeva che lui e Girolamo passassero attraverso le fiamme, dato che se le loro profezie erano veritiere, nulla sarebbe successo ai due. La proposta venne accettata, ma il 7 aprile 1498, giorno in cui si sarebbe dovuta svolgere, un violento acquazzone vanificò la sfida. Nello stesso anno il partito dei Medici lo fece arrestare e processare perché «eretico, scismatico e per aver predicato cose nuove». Poiché il frate si era barricato assieme ai confratelli nel convento di San Marco, venne catturato nel cuore della notte. All’arresto seguirono interrogatori e torture, che terminarono solo all’alba del 23 maggio 1498, giorno dell’Ascensione del Signore, in cui subì il rogo in piazza della Signoria, come detto, insieme a Domenico Buonvicini e Silvestro Maruffi.Impiccato per ultimo, fu poi bruciato assieme ai due corpi ormai privi di vita, rendendo lo spirito davanti a dove oggi – evidenziato da un epigrafe circolare – sorge la fontana del Nettuno. Le ceneri del trio domenicano furono portate a Ponte Vecchio e gettate nell’Arno, onde evitare la futura venerazione dei seguaci che, mischiati tra la folla, assistettero al martirio del loro beniamino.  

In che modo i posteri hanno ricordato questo discusso uomo di Dio?
Firenze, come già emerso, commemora ogni 23 maggio i tre frati attraverso il rito civile e religioso dell’Infiorata: all’Eucaristia, celebrata nella Cappella dei Priori a Palazzo Vecchio, segue il corteo che, dopo esser passato da piazza della Signoria, in cui viene deposta una corona di fiori sul punto esatto del patibolo, procede in direzione Ponte Vecchio, dal quale vengono gettati altri fiori, omaggio simbolicamente teso a risarcire quelle ceneri gettate nel 1498. Se un decreto di papa Paolo IV inserì nel 1559 gli scritti del Savonarola nell’Indice dei Libri Proibiti, nel 1740 ci pensò papa Benedetto XIV a rimuoverli. Questi scritti, riabilitati dalla Chiesa, sono diventati oggi addirittura importanti trattati di teologia.. mah!? La sua città natale, Ferrara, gli ha invece eretto un monumento nel 1875, nemmeno a dirlo il 23 maggio, in quella piazza che oggi porta il suo nome. Il 30 maggio 1997 la Postulazione Generale dei Domenicani ha fatto richiesta all’Arcidiocesi di Firenze di valutare la possibilità di una sua canonizzazione, ma il nulla osta non è mai stato concesso dalla Santa Sede. Ad ogni modo il Savonarola è attualmente servo di Dio: ne è passata di acqua, mista a cenere, sotto i ponti.. Ma ad appoggiare Girolamo, prima e più di ogni decreto, ci hanno pensato in primis diversi santi, a partire da Filippo Neri che, nato nel capoluogo toscano appena diciassette anni dopo la morte di Girolamo, avrà certamente respirato da subito quell’aria, forse ancora portatrice della triste fragranza di carne bruciata. Dopo di lui santa Caterina da Bologna e Maria Maddalena de’ Pazzi, senza dimenticare Pier Giorgio Frassati, che da Terziario domenicano prese il nome di Girolamo proprio in suo onore. Che dire.. se l’espressione “tempi biblici” designa ormai le più disparate lungaggini tartarughesche, perché pretendere che quanto avviene dopo la fissazione del canone biblico proceda diversamente? Ogni cosa a suo tempo..

Immaginiamo che su questa vicenda i posteri abbiano scritto e non poco..
Ovviamente. Alberto Tedoldi, professore di Diritto processuale civile all’Università di Verona, ha scritto ad esempio Savonarola. Il profeta disarmato, pescandone la definizione da Niccolò Machiavelli, che di Savonarola parlò abbastanza criticamente, definendolo ne Il principe, appunto, “profeta disarmato”, contrapponendolo a quei “profeti armati” che, invece, «erano per Machiavelli coloro che erano riusciti non solo a proporre “nuovi ordini e modi”, facendo ricorso a Dio per “persuadere ad altrui”, ma a ricorrere alle armi per imporne il rispetto». La prima volta che il domenicano mise piede nella ricca e raffinata Firenze medicea era solo trentenne, ma senza timore di scagliarsi «contro la corruzione morale dei chierici, dei nobili e dei mercanti arricchiti – aggiunge Tedoldi – , contro le frivolezze e le vanità mondane. Intendeva riportare l’eloquenza dei pulpiti all’originaria pienezza profetica e simbolica della parola biblica, ancorché di sé dicesse, citando San Giovanni Battista, “non sum propheta”. Dinanzi alla rovina del mondo cristiano e della curia romana, sempre più corrotta e dedita a ogni sorta di vizio terreno, Fra’ Girolamo sentì e proclamò l’imminenza delle flagellazioni divine e la certezza di una palingenesi». Ma a questa palingenesi, cioè rinascita, rinnovamento e rigenerazione, non solo Firenze, ma la stessa Chiesa in genere non era forse ancora pronta, come spesso accade.  

Forse varrebbe la pena chiedersi se il popolo di Dio non abbia bisogno, di tanto in tanto, di un Savonarola di turno..
Il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti non sembra avere dubbi a riguardo. Nell’introduzione al libro Le parole di Gesù, scritto assieme al monaco Ludwig Monti (autore tra l’altro de Le Parole dure di Gesù), azzarda una super sintesi volta a mostrare come il messaggio del maestro di Galilea non sia stato affatto recepito dal cristianesimo: «Cristo – scrive – non annuncia il Dio dei filosofi e neppure quello atteso da Abramo, Isacco e Giacobbe, ma il Dio che si rivela al di là di tutte le rappresentazioni che le religioni si fanno di Dio». Passando poi in rassegna le varie epoche storiche, e come in ognuna di esse le parole di Gesù siano state ingabbiate nei diversi contesti culturali, prima si accoda a papa Francesco, «che sembra farsi interlocutore sia dei credenti sia dei non credenti, perché talvolta la sua parola, come quella di Gesù, pare rivolta all’uomo che viene primadelle dottrine e delle norme religiose», per poi sentenziare che «per essere fedele alle parole di Gesù, il cristianesimo è chiamato a un esodo da se stesso, rinunciando a pensare che la fedeltà alla propria tradizione coincida con la fedeltà a Dio». Difficile dargli torto..

Savonarola agì in tal senso..
«Fra’ Girolamo – è ancora Tedoldi a parlare – preparava, scriveva e proclamava i sermoni, traendo dal testo biblico figure allegoriche, suscitando speranze, proferendo minacce, spargendo terrori. Non gli bastava denunciare la decadenza del mondo cristiano, ma intendeva ricondurlo al Vangelo: Firenze per prima». Ma assieme a questa città il domenicano condannava anche la Roma dei papi, tant’è che la scomunica, il processo e il rogo porteranno la firma di papa Alessandro VI Borgia, contro il quale non risparmiò certo critiche. Il papato di allora, ricordiamolo, non era certo quello di adesso, venendo da secoli terribili, fatti di cattività avignonese e relativo ritorno, e dalla lotta tra papi e antipapi in continua competizione tra loro. Da quel tipo di contesto Savonarola non poté uscirne “vincitore”, diversamente da Lutero che, poco dopo, darà vita a quanto ben sappiamo.  

Quale eredità ci lascia fra’ Girolamo?
La risposta andrebbe approfondita, data la sua complessità, ma «Al di là di giudizi, anche storiografici, troppo spesso precostituiti e partigiani – le parole sono nuovamente quelle di Alberto Tedoldi – , egli appare oggi, a distanza di mezzo millennio, come un gigante della fede, vissuta con assoluta integrità e ferma coerenza sino al martirio, proiettata alla trasformazione della Chiesa corrotta e della società». Per Savonarola l’azione politica e sociale era solo un mezzo, necessario, per una riforma morale e religiosa di quella precisa cristianità, al tempo corrotta: il suo obiettivo era la formazione di un regime popolare che, nella Firenze dell’epoca, avrebbe a occhio e croce compreso tra i tremila e i quattromila adulti eleggibili, là dove la città contava meno di cinquantamila abitanti. Insomma un’istituzione democratica che al tempo non aveva eguali in ambito europeo. Il “profeta disarmato”, pochi giorni prima di morire, lasciò al suo carceriere un paio di lettere: la prima indirizzata a lui, la seconda alla figlia dell’aguzzino, entrambe confluite in quella che poi venne chiamata la Regola del ben vivere. Ma ciò che più sorprende è la previsione che Girolamo seppe fare della sua stessa fine: nel 1491 fece un’omelia sul Salmo 39(40), in cui affermava: «Andranno gli empi al santuario, con le scure e col fuoco le porte spezzeranno e abbruceranno, e piglieranno gli uomini giusti e nel luogo principale della città li abbruceranno; e quello che non consumerà il fuoco e non porterà via il vento, gitteranno nell’acqua».. è quanto avverrà, come già detto, sette anni più tardi con l’assalto a San Marco, il rogo e la dispersione delle sue ceneri nell’Arno.

«Commentando il Miserere, fra’ Girolamo scrisse: “O Dio, tu che sei.. misericordia.. che cosa farai? Certo l’opera tua.. (ovvero) Togliere la miseria.. Abbi dunque misericordia di me”. Abbi misericordia di ognuno di noi, Signore, spesso incapaci di riconoscere i tuoi profeti, attraverso i quali non smetti mai di dirci, talvolta con parole dure, quanto ci vuoi bene».  

Recita
Stefano Gazzoni, Cristian Messina

Musica di sottofondo
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