Testimoni: Arturo Paoli (13 Luglio)



Arturo Paoli (13 Luglio)
Durante un’intervista ormai datata, Alberto Bobbio gli chiese come stesse la Chiesa.. «Male. Non ha seguito fino in fondo l’ordine dello Spirito Santo e del Vangelo. Il centro della predicazione si è spostato: dal Regno di Dio alla visibilità della Chiesa, alla sua grandezza, al suo potere. Parla molto la Chiesa, scrive molto.. Viviamo una religiosità opulenta, anche dal punto di vista intellettuale.. Il Vangelo è ridotto a manifestazioni rituali o metafisiche.. (e) la Chiesa è troppo legata all’Occidente. Ha dovuto mantenere buone relazioni con il capitalismo. Gesù dice che saremo giudicati non sull’obbedienza, ma se l’avremo visto nudo, affamato, prigioniero, schiavo. Tutto lì..». Ma il giornalista rincalzò:  «Lei è dunque contro la Chiesa, i suoi dogmi?». «No. Per me l’obbedienza non è un problema. Ma dico che il concetto di “santo” non coincide necessariamente con “religioso”.. È sull’uso della mia libertà che mi si chiederà conto..». 

Chi è il soggetto di queste risposte così audaci?
Si tratta di Arturo Paoli, che ha calcato questa splendida Terra per ben 103 anni, nasce infatti a Lucca il 30 novembre 1912, città che gli darà il natale sia terrestre che celeste, morendovi il 13 luglio del 2015. E questo pianeta l’ha calcato da prete, da religioso e da missionario. Dopo essersi diplomato al liceo classico Machiavelli della sua città va a Pisa per frequentare la Facoltà di Lettere, per poi laurearsi alla Cattolica di Milano nel 1936. A 25 anni entra nel seminario di Lucca e riceve l’ordinazione nel giugno del ’40. Nove anni dopo diventa vice assistente nazionale della Gioventù di Azione Cattolica, si trasferisce a Roma e affianca Carlo Carretto (col quale condividerà questo cammino fino al 1952) e Mario Rossi. Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini, non ancora Paolo VI e al tempo sostituto presso la Segreteria di Stato del Vaticano, ne intuisce le grandi qualità, diversamente dal presidente nazionale di AC Luigi Gedda, col quale sia Carretto, sia Rossi, sia Paoli si scontreranno, allontanandosi uno alla volta, così nel ’54 Arturo viene dimesso dall’incarico: lo aspetta il ruolo di cappellano sulla nave Corrientes, che trasporta gli emigranti in terra argentina.

Come andò il suo ministero “a bordo”?
Proprio sulla Corrientes lo attendeva la sua prossima e meravigliosa avventura, conosce infatti Jean Saphores, un Piccolo Fratello di Gesù che Arturo assisterà in punto di morte, il quale lo spingerà ad entrare nella neonata congregazione, che in quel momento stava esprimendo i suoi primi vagiti: ispirata a Charles de Foucauld viene fondata da René Voillaume nel 1933. Durante il noviziato algerino, ad El Abiodh conosce quel vuoto che rappresenta per lui la perdita di “quel dio” in cui aveva creduto fino ad ora: l’incontro coi tuareg musulmani e la loro accoglienza gli fanno scoprire un Dio essenziale, quello che si rese conto di aver sempre cercato. Non solo, ritrova anche l’amico Carlo Carretto che, scherzo del Destino, aveva compiuto il suo stesso percorso, passando dalla caotica dirigenza di Azione Cattolica alla solitudine del Sahara. In seguito alla professione religiosa si ritrova catapultato nella stessa città e nello stesso periodo in cui viene ambientato il capolavoro di Albert Camus, La peste, facendo il magazziniere nel porto di Orano. 

Trascorse dunque il resto della sua vita in Algeria?
Nient’affatto. Nel 1957, in un clima ancora ostile da parte del Vaticano – per via della sua forte critica ai compromessi tra il potere dello Stato e quello della Chiesa – René Voillaume  lo invia in Sardegna, precisamente nella miniera di piombo e zinco del Monte Agruxau, in cui condivide la vita di quei lavoratori. Ma la sua presenza in Italia, per i motivi già considerati, è ancora scomoda, per cui dai minatori sardi passa ai boscaioli di Fortín Olmos, in Argentina, appena lasciati senza lavoro, ragion per cui organizza una cooperativa che permetta loro di continuare a vivere sul posto. Quindi è la volta di Buenos Aires, nel ’69, anni densissimi dal punto di vista sociale ed ecclesiale, è infatti appena terminato uno dei concili più decisivi della storia, il Vaticano II, e sta maturando quella che verrà chiamata la “teologia della Liberazione”, definizione diventata di dominio pubblico nel 1971 con l’uscita del saggio dal titolo stesso di Teologia della Liberazione, del teologo peruviano Gustavo Gutiérrez. 

A proposito del Concilio, qual’era la sua “posizione”?
La si deduce dalla “chiacchierata” col già citato Bobbio, che gli chiedeva: «Perché lei spesso dice che (il Vaticano II) è stato tradito?». Arturo Paoli non ci girò attorno: «(perché) Non ci ha insegnato a consolarci con la religione. Quando Gesù va via da Nazareth non si mette a fare il guru, non va nel tempio di Gerusalemme ad ascoltare, ma ad attaccar briga, dando la prova tremenda del suo unico interesse: costruire il Regno di Dio. Noi invece ci ritiriamo sul culto, a volte in modo narcisista», sottolineando poi come la responsabilità sia dei preti come dei laici, poiché: «(I primi) sono educati secondo forme rigidamente borghesi.. (per cui) stanno troppo bene. Si occupano di sé stessi. C’è troppa paura di perdere vocazioni. Vengono allenati ad avere coscienza di sé, a essere altro rispetto al mondo. Ecco l’insistenza sul sacramento dell’Ordine che vale di più di altri sacramenti, compreso quello del matrimonio. Stanno chiusi nei seminari e vanno nel week-end nelle parrocchie. Io domando: quando si calano sulle piaghe di Cristo? È sicuramente migliorata la formazione intellettuale. Le omelie sono più colte, più dotte che in passato. Ma sono spesso anche più lontane dalla vita reale che nel passato. La Chiesa ha come paura di essere invadente, di essere esigente». Il laicato, invece, «Manca di audacia. Passa da un ritiro spirituale a un altro, ma poi non si interroga sulla propria responsabilità davanti alla società.. Vogliamo una società nuova, ma poi applaudiamo al politico di turno. Siamo troppo miopi, non siamo capaci di guardare avanti..».

Una vera e propria spina nel fianco della Chiesa, ma capace di criticarne gli errori “da dentro”..
Alla domanda «(cosa pensa) della Chiesa di oggi?», postagli nell’anno 2000 durante un’altra intervista, questa volta realizzata da Patrizia Caiffa, Arturo rispose: «La scelta odierna della Chiesa è dal punto di vista strettamente spiritualista e della classe borghese. La spiritualità ufficiale che viene predicata, favorita, alimentata non è né per gli intellettuali, né per il popolo. È per la classe borghese, la classe ricca, statica, quella che non si vuol muovere, quella che in fondo sente che la Chiesa deve essere al suo servizio, che anche Dio deve essere al suo servizio. Non c’è più un messaggio serio capace di essere capito dagli intellettuali e dal popolo. L’intellettuale non aspetta una spiegazione razionale ma la visione di una fede che abbia una efficacia storica sulla trasformazione del mondo. Il popolo aspetta la giustizia, la difesa dei suoi diritti, la solidarietà. Ma non c’è né l’uno né l’altro.. tutto viene appiattito».

In ogni caso fu coerente, con le sue scelte di vita, rispetto a ciò che criticava..
Nella stessa intervista gli venne chiesto di parlare della sua fede, rispondendo: «Durante l’esperienza della vita di fede ci viene tolta sempre più gradualmente la nostra iniziativa: nella relazione con Dio noi siamo totalmente passivi. Come posso io chiedere a Dio di ascoltarmi, di occuparsi di me? Non si può, Dio è sempre più in là.. Ma è più ascolto che Parola. L’ascolto è nel deserto, non si ha più bisogno di ricorrere a santi, letture, parole o a un libro o alla spiritualità.. Se dovessi dire quali sono le parole della mia preghiera sarebbero: “vieni” ed “eccomi”». Alla Caiffa che incalzava, su come si potesse giungere ad un vero ascolto, rispondeva che forse Dio si era diretto verso di lui perché lo vedeva aggirarsi tra i poveri e: «Siccome Lui abita tra i poveri – e di questo non ho alcun dubbio – forse.. si è chiesto “Chi è questo qui che visita le famiglie, che abbraccia il lebbroso? Facciamogli fare una particina nel mondo”.. Tutto quello che ho e che sono lo devo a loro, altrimenti sarei stato uno speculatore, uno di quei freddi teorici.. Ma vista dalla parte dei poveri la Chiesa a volte fa soffrire molto.. dove non entra il povero Dio non entra.. Un parroco – aggiungeva – deve guardare alla sua chiesa non dalla parte delle pie signore che lo circondano ma dalla parte dei poveri». 

Quale fu il suo pensiero, invece, circa la morale sessuale?
Nella medesima intervista diceva: «La Chiesa ha paura perché ha l’idolo del celibato, e non si preoccupa di come i preti vivono la sessualità.. Io ho sempre cercato l’amicizia con la donna, che per me è necessaria». 

Cosa pensava del pluralismo religioso in un mondo così globalizzato?
A suo giudizio pluralismo non significa solo accettazione dell’altro, ma messa in discussione di quegli elementi comuni nelle diverse fedi, ma «Tutto questo – sottolineava con veemenza – finirà, deve finire». Circa il ruolo femminile all’interno di una Chiesa che voglia rinnovarsi – tanto per non lasciare in sospeso alcun argomento “spinoso” – , diceva: «La donna è la metà dell’umano, e la Chiesa dovrebbe essere pensata e organizzata tenendo conto di questo. Nei consigli pastorali la donna ha un suo ruolo, ma è il prete, la gerarchia, che non sono preparati. Così la donna non produce opinione all’interno della Chiesa. Esiste come consigliera, direi occulta, ma è un modo non leale di ascoltare la sua voce. Se non le si vuol dare il sacerdozio, bisogna almeno darle parità di diritti». E aggiungeva: «l’ideale è la coppia. L’uomo solo, la donna sola, vedono e capiscono metà di quello che c’è da vedere e capire».

Wow, non le mandava certo a dire! Ma torniamo alla sua esperienza sudamericana..
Nello stesso anno della pubblicazione del libro intitolato Teologia della Liberazione, Paoli si trasferisce nella poverissima diocesi di La Rioja, dove l’aspetta il vescovo Enrique Angelelli, di cui diventa consigliere teologico. Angelelli morirà nel 1976 nel corso di un incidente stradale che odora di assassinio, la sua voce era infatti alquanto scomoda, come scomodo è Arturo che, accusato di trafficare armi con il Cile finisce nella blacklist dei condannati a morte affissa su ogni strada di Santiago! L’accusa gli impedirà di rientrare in Argentina (in quel momento si trova infatti in Venezuela) fino al 1985. Cinque suoi confratelli non ce la faranno, diventando purtroppo desaparecidos, “scomparsi”, parola tristissima che accomuna tutti coloro dei quali, arrestati per motivi politici o accusati di attività “anti governative” nei confronti dei regimi militari dei Paesi latinoamericani, si è persa ogni traccia e speranza. Così si trasferisce prima dal Venezuela alla periferia di Caracas, dove conosce la giovane Gaudy, abusata dal marito e con due figli da crescere. La donna diventa compagna delle sue conversazioni, diventando l’interlocutrice del suo celebre testo Camminando s’apre cammino, pubblicato per la prima volta nel ’77. Qualche anno più tardi si reca in Brasile, dove i deboli da affiancare e difendere sono questa volta le prostitute. Quattro anni dopo fonda una comunità nel barrio di Boa Esperança, “quartiere” in cui oggetto delle sue attenzioni evangeliche diventano gli emarginati. Tra gli anni ’80 e ’90, poi, soggiorna per diversi periodi nella sede umbra dei Piccoli Fratelli di Spello.

Una vita davvero ricca e multiforme!
E non è tutta qui: il 13 Novembre 1999 è stato anche insignito del titolo di “Giusto tra le Nazioni”, per essersi speso in favore degli ebrei durante la seconda guerra mondiale in qualità di referente, nella sua città, della rete clandestina denominata DELASEM, capace di salvare in quegli anni e nella sola Toscana circa 800 persone. Alla veneranda età di 93 anni sceglie quindi di far ritorno nella sua Lucca, dove dal dicembre 2006 abita accanto alla chiesetta di San Martino in Vignale, poiché Italo Castellani, vescovo della città lambita dal Serchio, gli ha chiesto di essere punto di riferimento per chiunque desideri sperimentare un robusto cammino di discernimento spirituale. Fino alla sua morte quella casa, intitolata a Charles de Foucauld, sarà crocevia di persone di ogni tipo: età, credo religioso, condizione sociale e civile. Non pago di una vita così longeva e densa di Vangelo, nel 2013 diventa il membro più anziano dell’Associazione Cattolici Vegetariani: ennesimo atto di “disturbo” nei confronti dei benpensanti, anche credenti! Nella notte del 13 luglio di due anni dopo si spegne la sua luce, che pure rimane accesa e continua ad irradiare il mondo intero dal piccolo cimitero di San Martino in Vignale.

«Come possiamo, Padre buono, non lasciarci scalfire da provocazioni che odorano così tanto di Vangelo?! Grazie, perché non ti limiti a donarci infinite carezze, ma di tanto in tanto ci doni anche qualche salutare scappellotto, facendolo con sorelle e fratelli che, come Arturo, hanno scelto di seguirti davvero..». 

 

Recita
Giulia Tomassini, Cristian Messina

Musica di sottofondo
Libreria suoni di Garage Band

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