Carla Ronci (7 Luglio)



Carla Ronci (7 Luglio)
Il 7 luglio 1997 san Giovanni Paolo II dichiara Carla Ronci Venerabile.. 
«Solo i santi lasciano tracce, gli altri fanno rumore».. «La Chiesa non ha bisogno di dotti, ma di santi. Devo e voglio diventare un capolavoro del Signore». Queste due frasi sono la miglior sintesi dei trentatre anni di Carla, che nasce l’11 aprile 1936 alle quattro del pomeriggio a Rimini, da Mario Ronci e Jolanda Casalboni. Dopo di lei nacquero Pierina e Stefano, che più tardi entrò in seminario. Mamma Jolanda, tutta dedita al suo negozio di frutta e verdura, era una cristiana un po’ tiepida.. lei e la figlia maggiore erano «i due asini della famiglia.. Gli altri – scrive Carla – pretendono, ma non danno una mano perché sono stanchi..», lei che si dava a tutti e sempre, partendo dalla famiglia, perché non voleva si dicesse che, tutta dedita alla parrocchia e all’Azione Cattolica, trascurava la casa! Babbo Mario, invece, fu croce e delizia per Carla: iscritto al partito comunista e spesso critico nei confronti della Chiesa e dei preti, era assiduo frequentatore dell’osteria e, oltre che gran lavoratore (faceva il camionista) era facilmente irascibile. Quando la figlia partì in gran segreto da lui, per entrare nel convento delle Orsoline di Scanzorosciate in provincia di Bergamo, questi non esitò ad “andarsela a prendere”: «Carla, vieni.. puoi fare tanto bene anche restando a casa». Mosso forse da istinto paterno e un po’ di egoismo, in ogni caso ci vide lungo, perché non era quella la vocazione della figlia. «Babbo, vengo.. ma intendo anche a casa vivere da suora, consacrata a Dio». E così fu.. «Carla amò molto la sua famiglia – scrive don Fausto Lanfranchi – .. E fra questi tanto più amò il babbo, che le fu causa di maggiori sofferenze», eppure Carla «Non ha mai giudicato suo padre, mai una parola di astio, di rancore..», nemmeno quando dava in escandescenza, spesso bestemmiando: «Ho avuto con Carla qualche contrasto – dirà dopo la sua morte – , perché io sono nervoso, ma lei non mi ha mai risposto male. Quando il nervoso mi andava un po’ alla testa, lei mi veniva vicino, mi abbracciava, mi baciava e mi diceva: “E mi babòn”».      

Cosa sappiamo di lei?
Cresciuta a Torre Pedrera, comune riminese di poco più di duemila anime il cui nome è legato a due elementi, una torre fatta costruire nel 1672 dal nipote di papa Clemente X e dal torrente Pedrera,  fu battezzata in ospedale due giorni dopo la nascita. Se la prima “confessione” è datata 11 ottobre 1942 (giorno in cui riceverà anche la prima comunione e la cresima), l’ultima risale al 21 febbraio 1970, in una giornata al termine della quale scriverà nel diario: «La mia anima è ora bella, bianca, splendente come dopo il battesimo. Mio Dio, è tanta in me la gioia che mi sembra impossibile contenerla! ..Sono troppo felice! Troppo!». Oltre alla famiglia, i suoi più cari compagni nel viaggio della vita furono in particolare l’amica Graziella Goti, con la quale poteva condividere affinità spirituale e ideali “alti”, e Teresina Ravegnini, che le farà conoscere l’istituto delle Ancelle della Misericordia e che diventerà, in qualche modo, sua madre spirituale; oltre a loro tanti altri amici, che ascoltava senza posa, senza mai giudicarli: si rivolgevano a lei ad ogni ora del giorno e della notte, per consigli o anche semplici sfoghi. Dall’incontro con lei era impossibile non uscirne edificati e trasformati! «Ciascuna – dirà un’amica – credeva di avere Carla tutta per sé; invece Carla era di tutti, perché a chiunque si dava tutta..». Ma la sua predilezione era diretta ai presbiteri.

In che senso?
Il suo primo biografo, il passionista Filippo D’Amando, che iniziò a raccogliere scritti e testimonianze di Carla subito dopo la sua morte, il parroco don Napoleone Succi, don Renzo Rossi, al tempo seminarista e poi vice postulatore per la sua causa di beatificazione, e padre Marcellino Federici, suo ultimo direttore spirituale, erano la visibilizzazione di una vita intera spesa per i preti: «Si offrì dapprima vittima per me – dirà don Succi –, ma poi l’offerta l’allargò per tutti i sacerdoti del mondo..». Preti che non esitava a rimproverare anche duramente: «Nei suoi occhi non scorgo più Gesù.. Metta a posto la sua coscienza..», e via dicendo. «Penso che l’abbia spinta a farlo – aggiunge lo stesso Succi – la situazione anticlericale che vi era allora». E oggi, è lecito chiederci, per chi si offrirebbe Carla, in un periodo storico non più di anticlericalismo, ma piuttosto di totale indifferenza nei confronti della Chiesa e dei suoi pastori? Chissà.. La sua offerta per loro partiva in ogni caso da lontano, e in modo concreto: avviò infatti in parrocchia una sorta di pre-seminario chiamato “Cenacolo dei piccoli”, con lo scopo di coltivare le future vocazioni. Offerta che l’accompagnò fino all’ultimo respiro, quando, pochi minuti prima di morire, disse al suo padre spirituale: «Voglio che sia santo, santo, santo». Nel diario, durante la sua degenza al Sant’Orsola di Bologna, scrisse: «credo che la vocazione sacerdotale sia qualcosa di meraviglioso e chi la vive in pieno non può sentirsi vuoto, solo, ma strapieno di vita da comunicare agli altri». Dopo la sua morte un prete in crisi trovò la forza di invoCarla (!), riprendendo il cammino..    

Dunque fu questa la sua particolare vocazione?
L’anno 1950 è quello della sua conversione, per la quale fu decisivo l’incontro con le suore Orsoline di Torre Pedrera: «Sempre serene. Tanto povere.. ma perché – scrisse Carla – fanno quello che fanno? E per chi..? E perché sono così felici..?». In quel momento, è sempre lei a parlare, «nel baluginio della fantasia, scorsi la sagoma di un volto e il sorriso di uno sguardo mai visto. Nel cuore sentii.. una voce e un invito: ebbi l’orrore di me stessa: voltandomi indietro, vidi i miei quattordici anni al di fuori della gioia e il mio avvenire sospeso sul baratro di un abisso.. Domani.. anch’io proverò a fare come loro.. affinché Dio non mi tormenti più con la sua voce.. La visione di quel volto non mi lasciò più. Al mattino.. mi posi in fondo alla chiesa. Non so se pregai.. Fu la prima volta che piansi senza sapere il perché.. Tornai a casa subito e.. tentai di fare i miei piani». 

Quali esattamente?
Stilò un programma quotidiano ferreo, ma lasciamo che sia lei stessa a dircelo: «Ascolterò.. la santa messa, durante la quale reciterò le mie orazioni e farò un po’ di meditazione. Farò pure la santa comunione ogni giorno col permesso del mio confessore..». “Ascoltare la messa”, e “recitare orazioni, meditando”, sono ovviamente aspetti figli del pre-Vaticano II, evento epocale che Carla visse in pieno. Ma andiamo avanti: «Farò.. un’ora di silenzio..»; «..farò una breve visita a Gesù Sacramento e a Maria Santissima..»; «Mettendomi a letto penserò che quella notte potrebbe essere l’ultima di mia vita». Per terminare con: «Mi confesserò regolarmente ogni otto giorni, possibilmente sempre dallo stesso confessore..». Là dove quel «possibilmente sempre dallo stesso confessore..» è una vera e propria finezza spirituale, dal momento che cambiarlo in continuazione può rappresentare una grande tentazione. In seguito, a questo già esigente programma aggiungerà la lettura spirituale, lo studio e la preghiera del Rosario. 

Quindi la sua fu una vita essenzialmente contemplativa..
Non proprio, piuttosto contempl-attiva, come si suol dire di chi aggiunge alla contemplazione l’azione: al voto privato di castità nel 1956, fatto con l’approvazione del suo confessore, e quello di povertà, l’anno seguente, insieme all’utilizzo del cilicio (pratica che oggi può sembrarci alquanto sorpassata, e forse lo è..) univa una preghiera costante, vero fondamento di ogni sua azione: «Chi prega si tiene il cielo vicino», amava ripetere. Preghiera che spesso diventava estatica e mistica, capace di trasformarla. Non era raro vederla baciare il tabernacolo o dargli la buonanotte! A chi le faceva notare tali “stramberie” diceva: «Sì, (sono) matta in Dio». Una preghiera che sfociava in un mare d’amore e nelle più svariate attività: i suoi lavori (fruttivendola, sarta e babysitter), le sue adolescenti di Azione Cattolica («Come è bello, Gesù – scrive a tal proposito –, vivere in mezzo a delle adolescenti! ..bisogna essere pazienti.. Alle volte mi fanno proprio ridere.. a te le affido tutte.. devono farsi sante»), il suo spendersi per la chiesa edificio (durante i lavori della quale non esitò a rimboccarsi le maniche per aiutare gli operai), fino al laboratorio di cucito, in cui quasi tutte le fanciulle e le giovani del paese sono passate: «un piccolo cenacolo – scrive il Lanfranchi – nel quale si imparava a pregare.. si sperimentava una vita di comunione nel lavoro.. (durante il quale Carla, dirà l’amica Anna Perez) “ci leggeva qualche brano di Vangelo; si pregava per la conversione dei peccatori e per la santificazione dei sacerdoti. Più che un laboratorio, era una chiesa». Ragion per cui il già citato Lanfranchi non esita a paragonarla a Teresa d’Avila, che, rivolta al Signore diceva: «È bello stare con te.. (ma) è impossibile stare soltanto con te».     

Dunque non spese la sua vita in convento?
Fin dal momento della sua conversione, come detto, Carla pensò di consacrarsi al Signore nell’Ordine delle suore Orsoline, fondato nel 1572 da sant’Angela Merici. Questa scelta non solo provocò il dolore, peraltro comprensibile, dei suoi familiari – su tutti del babbo –, ma il suo stesso padre spirituale non condivideva tale scelta, mostrandosi più lungimirante di lei.. Tuttavia, vista l’insistenza di Carla, anche don Succi se ne fece una ragione, così, con l’aiuto di mamma Jolanda partì di nascosto dal padre per il convento di Scanzorosciate. Ma quella, come già avvertito da Succi, non era la sua strada: l’ostinazione del babbo e l’idea di poter fare del bene anche “a casa” la riportarono alla sua amata Torre Pedrera, che vivrà al 100% da laica, in pieno spirito di quanto si andava affermando col Concilio Vaticano II: «La santità – le diranno i superiori del convento bergamasco – la potrà trovare anche nel mondo». E così fu, attraverso un diverso tipo di consacrazione però, grazie alle Ancelle Mater Misericordiae, nome che richiamava Carla all’affidamento totale che già aveva riposto nella Vergine nel marzo del ’56. Ancelle che rispondevano pienamente, come afferma il loro Statuto, a quanto cercava Carla: «cercare la propria santificazione – vivendo nel mondo, in mezzo ai fratelli.. – (essendo in esso) “segno” della presenza di Cristo» (art. 2). Il loro convento, in sintesi, è il mondo intero! «Anima mia.. – scrive nel diario – il posto che hai è quello che ti ci vuole.. (in cui) hai tutte le grazie per santificarti: altrove non le avresti.. là dove Dio ti ha seminata, piantata o trapiantata bisogna vivere felici e rendere felici gli altri.. (e) dire a tutti quelli che ti circondano..: sto bene vicino a voi». E le strade, in quel momento storico, non sono solo quelle del Concilio, ma anche quelle della contestazione: da parte degli studenti, degli operai e di parte degli stessi cristiani, molti giovani usciranno dall’associazionismo cattolico e alcuni presbiteri ripensaranno alla propria scelta. Carla, sottolinea don Fausto, «dice con la sua vita, più che tutti i documenti conciliari, che il laico nel mondo può raggiungere la pienezza della santità».. parole sante, che dovremmo ridirci più spesso. Una laica, tra l’altro, non “suorizzata”, ma pienamente inserita “nel mondo”. Se da una parte abbandona la sua passione più grande, il ballo, dall’altra non smette ad esempio di curare anche la propria bellezza esteriore.

Come? 
Vestendo alla moda, profumandosi e andando ogni settimana dalla parrucchiera: «Vesto con modestia ed eleganza e cerco di far capire alle anime, con la mia vita, che il cristianesimo non è croce ma gioia». La sua bellezza la fece anche mettere in gioco con l’altro sesso, in particolare con un certo Franco, ma l’Altro cui anelava aveva la A maiuscola: «Gli uomini non potranno mai saziare l’ansia che è in me: solo Dio lo può». Il rapporto di intimità che viveva col suo Signore è eloquente: «Anche oggi sono andata da Gesù, ma non l’ho sentito come gli altri giorni. Ti vuoi nascondere di nuovo, Amore?». Dal canto suo lo Sposo non esitava a risponderle: «Dopo la meditazione – scrive nel diario il 3 luglio 1956 – Egli mi ha parlato e mi ha detto: “Carla, io ti voglio tutta per me, tutta, capisci?”». A farla bella dentro, poi, ci pensavano la preghiera quotidiana e i momenti di “rifornimento” eccezionale: gli esercizi spirituali, periodo di grazia in cui il Signore voleva incontrarla «in modo particolare..», che Carla si regalava almeno due volte l’anno, per poter «sfogliare – scrive nel diario – il libro della (sua) vita».   

In che modo, invece, fece esperienza della croce?  
In diversi, due in particolare: anzitutto un pettegolezzo che la voleva amante di don Succi, diceria che la fece soffrire molto e la portò alla drastica scelta di cambiare padre spirituale, passando sotto la guida di don Agostino Amatori, parroco di san Giuliano Borgo e suo penultimo direttore, dopodiché approderà al passionista Marcellino Federici. Sapeva bene l’identità della sua calunniatrice (una dirigente di Azione Cattolica), con la quale tuttavia non volle tagliare i rapporti, dimostrandole anzi maggior cura e attenzione. Mai l’accusò e mai si difese, finché la verità non venne a galla da sola.. La seconda e più pesante croce che l’aspettava era invece quella della malattia: tumore al fegato, espansosi poi ai polmoni. «Avrà sei mesi di vita..», fu il responso del dottore ai parenti. 

Come affrontò questa diagnosi?
La gravità del suo male le fu inizialmente nascosta, ma capì che la cosa era seria, scrive infatti a padre D’Amando: «Non è né castigo né un dolore quello che soffro, ma un premio. Dio, forse, ha accettato la mia offerta». Visse la degenza ospedaliera come il suo Getsemani, fissando quanto le accadeva sul diario, quasi questo fosse una cartella clinica, preoccupandosi piuttosto per coloro che la sua malattia faceva soffrire, arrivando perfino a dire che era felice che Gesù l’associasse alla sua Passione. Ma visse anche l’aridità spirituale e la sensazione d’abbandono da parte di Dio.. questo sentimento però non era mai l’ultimo: durante la malattia iniziò infatti a vestirsi in modo sempre più colorato, con quella sciarpa rossa che divenne l’emblema del suo modo di vivere la croce: col «cuore a brandelli e il sorriso sulle labbra». Mai si lamentava davanti agli altri, anzi, cercava di confortare chi soffriva come lei: donando la sua vestaglia a chi non l’aveva, pregando al capezzale di una signora moribonda, prendendo particolarmente a cuore, durante gli ultimi giorni, le sorti di una «ragazza prostituta lasciata quasi morente e seminuda davanti all’ospedale». Alle ore 16 ricevette l’unzione degli infermi.. alle 17:05 disse, con un filo di voce: «Ecco lo Sposo che viene», poi, a mani giunte e chinando il capo, “rese lo spirito”.. era il 2 aprile 1970. 

Cosa lascia in eredità Carla a ognuno di noi? 
Anzitutto tante parole: era infatti una scrittrice seriale, e questo nonostante la sua licenza elementare! Tenne un diario, cui confidava tutto e con cadenza pressoché quotidiana, vero prolungamento del suo rapporto con Dio. In esso scrive: «Diario personale. Nessuno potrà leggere questi scritti senza il mio permesso». Anacronistico? Tutt’altro.. Scrisse anche numerose lettere, 145 in tutto, ma molte sappiamo che andarono perse. Inoltre fissò nero su bianco numerosi pensieri, raccolti su diversi fascicoli, ritagli di carta, fogli sparsi e perfino immaginette sacre. Il suo funerale ebbe luogo sabato 4 aprile nella sua Torre Pedrera, tutta presente nel salutare quella bara con sopra trentatré garofani bianchi, tanti quanti i suoi pochi anni regalati a questa Terra. Biblicamente, lasciò due testamenti: uno materiale, relativo cioè alle poche cose che possedeva (denaro, oggetti, libri ecc..), l’altro spirituale, espressione di quanto ricevuto: «Signore, vi ringrazio per avermi data l’esistenza e soprattutto per l’inestimabile dono della fede.. Vi ringrazio della predilezione avuta verso di me.. Vi chiedo perdono.. delle mie debolezze.. Ai genitori.. e a quanti mi fecero del bene.. la mia eterna gratitudine.. A quanti, anche senza volerlo, fossi stata occasione o causa di amarezza, chiedo perdono di tutto cuore.. Così sia».    

Donaci, Padre, di dire con Carla: «Là dove il Signore mi ha seminato, là io devo fiorire». 

 

Recita
Patrizia Sensoli, Daniela Santorsola, Cristian Messina

Musica di sottofondo
A.Gandhi. Kiss the Sky

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