Compagni di viaggio: Erasmo da Rotterdam (12 Luglio)



Erasmo da Rotterdam (12 Luglio)
Desiderio Erasmo, in quanto figlio illegittimo di Gerhard (o Geert, un prete che già anni prima aveva avuto un figlio) e Margaret, non amava troppo parlare del suo passato.. Nato a Rotterdam, in Olanda, nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1466 (per altri 1469), a diciassette anni rimase orfano dei genitori, entrambi deceduti a causa della peste. Il fratello Pieter si fece frate e, nel 1487 Erasmo entrò – probabilmente convinto dai suoi tutori – nel convento agostiniano di Steyn, scelta della quale in seguito si pentirà. In convento, grazie una ricca biblioteca, conobbe i classici, il filologo umanista Lorenzo Valla (probabilmente suo autore preferito) e l’amicizia di Servatius Rotger, in seguito priore di quel convento: «Io ti amo – gli scriverà – più dei miei occhi, della mia anima, insomma più di me stesso». Legami affettivi come questo erano molto frequenti in età rinascimentale, ragion per cui non gli fu mai mossa alcuna accusa di omosessualità. Il 25 aprile 1492 (anno simbolicamente importante: sei mesi più tardi Colombo “scoprirà” infatti l’America) viene ordinato presbitero, ottenendo poi l’incarico di segretario del vescovo Henri de Bergen, col consenso del quale nel 1495 andrà a studiare a Parigi, al tempo sede principale dell’insegnamento della scolastica, la filosofia cristiana medievale. In quegli anni cominciò a raccogliere gli Adagia, in tutto 818 tra proverbi e modi di dire latini. A Parigi incontrò inoltre alcuni seguaci della Devotio moderna, movimento religioso che già aveva conosciuto a Steyn. 

Quanto restò nella città transalpina?
Nell’estate del 1499 lasciò Parigi e si diresse in Inghilterra, per fare il precettore del giovane barone William Blount che, grazie alle sue conoscenze, gli permise di entrare in contatto con molti esponenti dell’aristocrazia, tra cui Thomas More. A Londra conobbe anche il teologo John Colet il quale, pur non conoscendo il greco, per alcuni fu capace di suscitare in lui quell’interesse filologico nei confronti della Bibbia che diventerà poi determinante per i suoi futuri studi: «io credo che sia il colmo della follia – scrive nel 1501 – anche solo accennare.. (il) mistero della salvezza, se non si è padroni anche del greco». Dopo quattro anni di permanenza in Inghilterra visse in Italia, inizialmente a Torino, dove il 4 settembre 1506 si laureò in teologia. Poi si trasferì a Bologna e di qui a Venezia, visitando anche Padova, Siena, Napoli e Roma. 

Quindi trascorse il resto della sua vita nel Belpaese?
Neppure. Tornò in Inghilterra e, mentre cavalcava in direzione Londra, nacque in lui l’idea di scrivere il suo capolavoro, Elogio di Moro e elogio della Follia: «Giorni fa, tornando dall’Italia in Inghilterra, per non sprecare in chiacchiere banali il tempo che dovevo passare a cavallo, preferii riflettere un poco sui nostri studi comuni e godere del ricordo degli amici tanto dotti e cari, che avevo lasciato qui (cioè in Inghilterra).. la tua presenza è stata, te lo giuro, la cosa più bella della mia vita.. Addio, eloquentissimo Moro, e difendi con zelo la tua Morìa (giocando in tal senso con le parole, poiché in greco Morìa traduce “stoltezza”)». Dell’amico fu ospite, e in casa sua portò a termine lo scritto in una sola settimana. Pubblicato a Parigi nel 1511, Erasmo nel testo dà voce alla Follia in forma personificata – figlia della ninfa Neotete (la Giovinezza) e di Pluto (dio della ricchezza) – , la quale fa l’elogio di se stessa attraverso un discorso volutamente autoironico e ambiguo, là dove l’apparenza scherzosa, però, cela una profonda e seria verità. Obiettivo di quest’opera contraddittoria, consapevole cioè che l’uomo («un grande miracolo») è al tempo stesso saggio e folle, è la denuncia della finta apparenza e dei falsi valori, oltre che la ricerca di un volto autentico dietro la maschera, e in questo s’ispira al mito platonico della caverna, ma tutto nel segno dell’ironia: la forma dello scritto è come già detto auto-ironica, e in questo, invece, s’ispira a Socrate, sottolineando quel “sapere di non sapere”. 

Ma se è la follia a parlare, cosa mai potrà dire?
Conscia di abitare la maggior parte degli umani, di essere artefice della loro felicità (nonché di quella divina), rischio inevitabile per chi vuol farsi saggio, parla di tutto e di tutti: del matrimonio; della donna (ma si badi bene: la Follia è donna!) che, se vuol passar per saggia «ottiene solo di essere due volte folle, come se uno volesse, contro ogni ragionevole proposito, portare un bue in palestra (!?)»; dei principali limiti alla vera conoscenza (la vergogna e la paura); del gioco, che «gran bella cosa sarebbe.. se il più delle volte non volgesse in passione rabbiosa; ma qui – è sempre lei a parlare – siamo ormai nel regno delle Furie, non nel mio»; di chi scrive (dunque dello stesso Erasmo!): «quelli che aspirano a fama immortale (infatti) pubblicano libri.. sapendo che più sciocche saranno le sciocchezze che scrive, e più troverà consenso nella maggioranza, cioè in tutti gli stolti e ignoranti»; cita il potere del denaro, poiché «da qualunque parte tu ti volga, presso pontefici, prìncipi, giudici, magistrati, amici, nemici, grandi e piccoli, tutto (con esso) si ottiene.. ma il sapiente disprezza il danaro, e perciò, di solito, da lui ci si tiene lontani con la massima cura»; e altri argomenti ancora..

Perché mettere tutte queste tematiche in bocca alla Follia? 
Perché «fingersi folli.. è somma sapienza», dato che «dire la verità senza offendere nessuno è privilegio dei soli pazzi». Concretizza inoltre il comandamento dell’amore: «..chi odia sé stesso come potrà amare qualcuno? ..(ma) Se piaci a te stesso, se ti ammiri, questo è proprio il colmo della follia». Gli concede di sottolineare le ipocrisie dell’esistenza: «L’intera vita umana (infatti) non è altro che uno spettacolo in cui, chi con una maschera, chi con un’altra, ognuno recita la propria parte finché, a un cenno del capocomico, abbandona la scena..». Ma soprattutto gli permette di “dire la (scomoda) verità” su tutto quanto circonda il mondo religioso e il rischio della sua ipocrisia, a partire dalla deresponsabilizzazione dei laici. Essi infatti sono tutti preoccupati di elemosinare qua e là diverse grazie al santo di turno: «(tutto quanto riguarda la religione) Il popolo la scarica su quelli che chiama ecclesiastici, come se per parte sua non avesse nulla a che fare con la Chiesa: pare che i voti pronunciati al battesimo (?!) non contino nulla». Eppure di Erasmo sono attestati alcuni suoi pellegrinaggi a un santuario mariano, come pure una preghiera di ringraziamento a santa Genoveffa, da lui composta in seguito alla guarigione da una malattia. Ma il maggior esponente dell’Umanesimo cristiano non esita nel dire che – lasciando parlare sempre la Follia – «Quanti sono.. coloro che accendono alla Vergine, madre di Dio, un candelotto.. quando proprio non ce n’è bisogno! D’altra parte, quanto pochi cercano d’imitare la castità, la modestia, l’amore per il regno dei cieli! Mentre è questo alla fine il vero culto, il più gradito agli abitatori del cielo».

I fedeli pare insomma siano il suo bersaglio preferito..
Non solo, ne ha per tutti, a partire dalla gerarchia ecclesiastica, dal papa in giù: «Già da un pezzo i sommi pontefici, i cardinali ed i vescovi hanno preso con impegno a modello il genere della vita dei prìncipi, e con un successo forse maggiore. Certo, se uno riflettesse al significato della veste di lino.. simbolo di una vita senza macchia; e pensasse a quello della mitra a due punte riunite in un solo nodo, a indicare una perfetta conoscenza del Vecchio e del Nuovo Testamento; o delle mani coperte dai guanti, segno della purezza, immune da ogni umano cedimento.. il pastorale, simbolo della cura estrema con cui si veglia il proprio gregge.. A che scopo le ricchezze, se i cardinali fanno le veci degli Apostoli, che erano poveri?». La critica si estende quindi ai diversi ordini religiosi: «Minori, Minimi.. Benedettini.. Brigidensi.. Agostiniani.. (ecc..) come se chiamarsi Cristiani fosse troppo poco.. Cristo, non facendo alcun conto del resto, chiederà se hanno osservato il suo unico precetto: la carità». La Follia non risparmia neppure gli intellettuali: «Le scienze (infatti) sono penetrate fra gli uomini, insieme alle altre calamità della vita mortale, per opera di coloro da cui partono tutti i malanni, i demoni, che ne hanno anche derivato il nome, in greco daemones, ossia “coloro che sanno”.. dai demoni del male furono inventate le scienze.. Perciò i più lontani dalla felicità sono tra i mortali quelli che aspirano alla sapienza, doppiamente stolti perché, dimentichi della loro condizione di uomini, si atteggiano a dèi immortali.. i meno infelici, invece, sembrano quelli che restano i più vicini all’istinto e alla stupidità dei bruti, né tentano mai di oltrepassare le capacità dell’uomo.. Infine, chi più si avvicina alla stupidità dei bruti – ne sono garanti i teologi – è anche immune dal peccato». 

Dunque, beata ignoranza? 
Erasmo non sembra crederci neanche un po’.. Il punto è un altro, ovvero quale sia la vera sapienza. «La follia di Dio è più saggia del senno degli uomini.. “Dio sceglie ciò che il mondo considera stolto.. (infatti ha) voluto salvare il mondo attraverso la stoltezza” (cfr. 1Cor 1)». Non solo, «Lo stesso Cristo.. lui che è la sapienza del Padre, si è fatto in qualche modo stolto, quando, vestite le umane spoglie, si è presentato con sembiante di uomo.. Né volle porvi altro rimedio se non la follia della Croce, valendosi di apostoli rozzi e ignoranti». Insomma, la vera follia, agli occhi del mondo, è quella che abita i cristiani, i quali «sono prodighi dei loro beni, trascurano le offese, tollerano gli inganni, non fanno distinzione tra amici e nemici.. per nulla attaccati alla vita, desiderano solo la morte.. come se il loro animo vivesse altrove.. E che altro è questo se non follia?». Ecco la pazzia di cui parla Erasmo!

Ebbe insomma una visione un po’ particolare del cristianesimo..
Per lui «l’uomo si pone davanti a Dio come individuo singolo, e segue solo la voce di Dio e della propria coscienza.. Il dato.. istituzionale, non serve.. quello che conta veramente è solo il cuore, la disposizione individuale». Ciò che sottolinea è la libertà evangelica, cui contrappone l’esteriorità delle cerimonie, dall’eccessivo culto dei santi alla vita monastica, ma mira a colpire gli eccessi puramente formali, non le pratiche in sé. Credere che le cerimonie religiose da sole bastino a salvarci significa per lui «rimanere nella carne della legge, confidare in cose che non valgono nulla e che in realtà Dio detesta». La stessa celebrazione eucaristica, a parer suo, rientra nella sfera dell’esteriorità se non è celebrata con adesione interiore. E su questo, ognuno di noi dovrebbe seriamente riflettere.. Nel gennaio 1514 lasciò l’insegnamento e tornò a Londra. Alcuni mesi dopo ricevette l’ordine del priore di Steyn di tornare in convento, ma si rifiutò, sostenendo di non essere fatto per la vita conventuale. Due anni dopo otterrà inoltre da Leone X la dispensa da ogni obbligo di vita presbiterale. La sua polemica non era tuttavia dottrinale, ma volta a salvaguardare il Cristianesimo dai pericoli che in quel momento storico lo minacciavano: la corruzione, l’interesse di pontefici guerrieri come papa Giulio II, l’ampliamento dello Stato della Chiesa, la vendita delle indulgenze e il mercimonio delle reliquie. 

Possiamo dire che fu, a suo modo, un grande innovatore?
Certo. Intendeva riformare la Chiesa sia attraverso i valori del mondo classico, sia riscoprendo il cristianesimo delle origini, cercando una sintesi tra queste due visioni della vita: l’humanitas (la filantropia greca, ossia “l’amore per l’umanità” tutta) con la pietas cristiana, cercando allo stesso tempo di depurare la Bibbia dalle incrostazioni medievali e, attraverso la critica filologica (volta a ricostituire i testi nella loro forma originaria), renderla accessibile a tutti. Ma è con l’esplosione della Riforma luterana che inizierà il suo maggior dramma, volle infatti rimanere difensore della pace e della neutralità (la sua scelta di risiedere nell’“intermedia” Basilea non era casuale), tra l’incudine cattolica e il martello luterano. Nel 1524 pubblicherà il De libero arbitrio, cui Lutero risponderà due anni dopo col De servo arbitrio. Cinque anni più tardi approderà alla cattolica Friburgo, assicurando la sua devozione al papa. Nel ’35 farà ritorno a Basilea e, poco dopo, rifiuterà il berretto cardinalizio offertogli dal sommo pontefice. Stanco e malato attenderà la morte, che gli farà visita nella città svizzera (nella cui cattedrale verrà sepolto) nella notte tra l’11 e il 12 luglio 1536. Il 19 gennaio 1543 i suoi libri verranno bruciati a Milano insieme a quelli di Lutero.. Nella notte tra due giorni di ottobre è arrivato su questa terra; nella notte tra due giorni di luglio l’ha salutata: il suo “stare tra” è tutto qui, “a metà” tra il cattolicesimo e i luteranesimo, in quella posizione intermedia che, lungi dall’essere una non presa di posizione, lo chiamava ad illuminare la notte che si cela dietro ogni rigida posizione..

Ti chiediamo, Signore Gesù, il desiderio di cercare la Verità, la passione per la tua Parola, e il coraggio di stare “nel mezzo”, sicuri che solo in quel vuoto può compiersi la ricerca autentica di noi stessi e di Te, unico e sommo bene.  

Recita
Daniele Briglia, Cristian Messina

Musica di sottofondo
Musiche di Lorenzo Tempesti
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