Compagni di viaggio: Zygmunt Bauman (19 Novembre)



Zygmunt Bauman
Zygmunt Bauman nacque nel 1925 a Poznań, al tempo Seconda Repubblica di Polonia, da famiglia ebraica aschenazita. Nel settembre del 1939, alba della seconda guerra mondiale, il suo Paese si vide spaccato in due:  con la Germania nazista da un lato e l’allora Unione Sovietica dall’altro. Per scappare dalla furia hitleriana la sua famiglia scelse di ripararsi sotto le ali dell’Armata Rossa. Arruolatosi anch’egli tra i sovietici, con la fine del conflitto bellico svolse attività di spionaggio militare. Ma ad aspettarlo c’era Varsavia e il mondo della sociologia, neologismo che risale al 1839 e che dobbiamo al francese Auguste Comte, il quale unì il latino socius, “compagno”, al greco logos, “discorso”, volendo in tal modo indicarne l’obiettivo: capire i meccanismi del funzionamento sociale per aiutare i singoli. Scopo del celebre positivista era tuttavia un altro: sostituire la religione con questa nuova scienza. 

Tornando a Bauman, cosa fece una volta laureato?
Iniziò a collaborare con alcune riviste, sulle prime come seguace del marxismo-leninismo, l’ideologia ufficiale a quel tempo in tutto il Blocco Orientale, poi però rivisitata in modo netto e infine abbandonata del tutto. Tuttavia, nonostante il cambio radicale, continuò a dichiararsi un socialista marxista. La ripresa dell’antisemitismo nel 1968 lo costrinse, insieme a tanti altri, ad emigrare altrove: persa la sua cattedra di Varsavia si ritrovò prima ad insegnare a Tel Aviv, quindi a Leeds, città in cui ricoprì tale ruolo dal 1971 (anno a partire dal quale iniziò a scrivere unicamente in inglese, che imparò leggendo i romanzi di Charles Dickens) al 1990. A fine anni ’80 la sua fama divenne nota per via dei suoi studi relativi al legame tra modernità e totalitarismo, sul nazismo nella fattispecie. Ottenuta la cittadinanza inglese, morirà in quella che ormai era diventata la “sua” Leeds il 9 gennaio del 2017, alla veneranda età di 91 anni.  

Come mai lo ricordiamo, e perché proprio oggi?
Il giorno è legato alla sua data di nascita, la motivazione della sua memoria sta invece nell’eredità donataci, ovvero la capacità di leggere l’attuale società, così complessa e controversa: ne abbiamo davvero bisogno! Se i suoi studi iniziali vertevano sulla stratificazione sociale e sul mondo dei lavoratori, poi si sono infatti espansi ad ambiti più ampi. Ma ciò che più lo ha reso celebre è senza dubbio il geniale accostamento che ha saputo fare tra modernità e post-modernità, paragonandole rispettivamente allo stato solido e liquido della società.

Cosa intende con ciò?
Parte dalla convinzione che l’incertezza attuale sia dovuta al nostro passaggio da produttori a consumatori: in una società che vive per il consumo, tutto diventa merce, persone comprese, che finiscono, come gli oggetti, per diventare scarti. Ormai privi di certezze e riferimenti (civili e religiosi), l’uomo e la donna di oggi cercano di apparire e consumare bulimicamente tutto e tutti ad ogni costo. I titoli delle sue opere più celebri la dicono lunga in merito: La vita in frammenti; Individualmente insieme; Homo consumens; Consumo dunque sono; La società dell’incertezza; Capitalismo parassitario; Vite di scarto; Voglia di comunità; Vite di corsa; La solitudine del cittadino globale; ecc.. Senza contare i testi in cui compare l’aggettivo liquido, dal latino liqueo, “fluisco, scorro”: Amore liquido; Futuro liquido; Nati liquidi; Modernità liquida; Vita liquida; Paura liquida; e via dicendo..   

Ma liquido in che senso? 
Anzitutto la sua definizione di «modernità liquida» è, al pari di quella del sociologo e filosofo canadese Marshal McLuhan (1911-1980) – «il medium è il messaggio» – , una delle più fortunate del secolo scorso. Una società è liquida, afferma in Vita liquida, «se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure». Evidente che a farla da padrona, in una siffatta situazione, è l’incertezza, sotto tutti i punti di vista. A parer suo i legami della società contemporanea sono “liquefatti”, ovvero disgregati ed effimeri, cosa che produce individui sempre più soli, egoisti ed egocentrici. Da qui la fuga nell’online, dato che l’offline offre tutto ciò. L’immersione nell’online, d’altro canto, non può che indebolire i rapporti offline, quelli della vita “vera”, come direbbero i più conservatori. Se la Rete ha innegabili vantaggi (su tutti una disponibilità sconfinata di conoscenza), tra gli svantaggi del virtuale ci sono però l’incapacità di pensare sul lungo termine (essendo schiavi non solo del “tutto e subito”, ma anche della velocità di quel che cerchiamo) e la progressiva perdita della capacità di immagazzinare in noi, aspetto che secondo Bauman avrà alla lunga enormi effetti negativi sulla nostra creatività, essendo quest’ultima la capacità di fare sintesi, riformulare e rimettere in ordine informazioni che nel nostro sistema nervoso sono state immagazzinate in modo sparso. Sulla stessa scia si pone il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti, convinto che non potranno più nascere geni del calibro di Michelangelo o van Gogh, ma solo eccellenze informatiche.     

Ha coniato altri neologismi?
Diversi, ad esempio omogeneizzarsi, che indica, relativamente ai rapporti tra i soggetti, un processo affine all’omologazione, all’assorbimento passivo dovuto a usi e consuetudini, a modelli culturali e di condotta prevalenti in un dato contesto sociale. Oppure si può riferire anche a comportamenti o valori che aprioristicamente e in maniera dogmatica vengono accettati e tramandati tra le generazioni, senza alcuno spirito critico o capacità riflessiva. Se nell’epoca moderna la morale condizionava l’agire sociale proponendo valori o leggi universali cui nessuno o quasi poteva sottrarsi, in quella post-moderna la fine delle “grandi narrazioni”, delle ideologie, ha reso impossibile la pretesa di verità assolute, ragion per cui possono coesistere tante morali.

Cosa pensa dell’attuale mondo iper-tecnologico?
Crede che la tecnologia digitale non sia causa del nostro disagio, bensì lo specchio che ne riflette l’attuale condizione. Denuncia inoltre l’avvento della «società confessionale», in cui si è persa la privacy, al punto che chi custodisce con riserbo i “fatti propri” viene visto con sospetto: «Hai forse qualcosa da nascondere?» è infatti l’accusa mossa a quest’ultimo. Se l’era digitale ha generato la Rete e le sue mille opportunità, d’altro canto ha indebolito la comunità. Alcune ricerche dimostrano ad esempio che Internet porta i suoi utenti a “frequentare” più assiduamente chi condivide le stesse opinioni (ma infondo è quel che accade anche nel mondo offline), generando comunità chiuse. Il sociologo polacco sottolinea tuttavia il fatto che, essendo ancora all’interno della rivoluzione culturale prodotta da Internet, non solo non è possibile, ma anche pericoloso prevederne l’esito finale. La paura che ci suscita il mondo della Rete in fin dei conti non è diverso da quella che animò i benpensanti quando l’invenzione della stampa a caratteri mobili, da parte di Gutenberg, fece uscire il sapere dai monasteri..

A parer suo siamo più o meno felici di prima?   
Nel libro Meglio essere felici definisce la felicità come «una scelta personale»; eppure, vivendo in una società di consumatori, «l’idea di un cliente felice – contrariamente a quel che dicono tutte le pubblicità, che non fanno altro che declamare a gran voce: “Vogliamo rendervi più felici!” – è una catastrofe per il mercato, perché si smetterebbe semplicemente di andare nei negozi», ragion per cui funzione del mercato è generare continuamente insoddisfazione, poiché quest’ultima genera a sua volta il desiderio, che ci fa tornare ancora una volta nei negozi, fisici o online che siano. Sintetizza poi la logica del nostro tempo come la possibilità di «comprare con i soldi che non si sono guadagnati cose di cui non abbiamo bisogno per farne una buona impressione – che non durerà – a persone di cui non ci importa nulla». Evidente che in tale contesto societario le persone abbiano paura di rimanere sole, fatto che ha permesso a Mark Zuckerberg di cogliere tale bisogno dando vita – aldilà della controversia circa la vera paternità del social network – a Facebook, il cui motto potrebbe essere proprio “mai più soli!”. Chiaro che là dove l’obiettivo è ottenere più amici possibili online, vengono a mancare «le competenze sociali necessarie a negoziare i propri rapporti, la propria coabitazione con altri esseri umani, pieni e reali». La vera felicità infatti, conclude, «sta anche nel litigare animatamente con gli altri.. nei tentativi di negoziazione.. nel provare a capire le ragioni dell’altro. Ecco dove comincia la felicità».  

Di fatto una somma di singoli sempre più soli..
Nell’introduzione de La solitudine del cittadino globale scrive che il «mondo in cui viviamo continua a inviarci segnali.. palesemente contraddittori. Ed è anche importante sapere in che modo riusciamo a sopportare tale contraddizione», e aggiunge: «Priva di sfoghi regolari, la nostra socialità viene tendenzialmente scaricata in esplosioni sporadiche e spettacolari, dalla vita breve come tutte le esplosioni», e a tal riguardo cita gli esempi della vittoria dei mondiali della nostra Nazionale di calcio o la morte di Lady Diana, occasioni dopo le quali tutto torna rapidamente come prima, ma soprattutto come se nulla fosse successo. Che fare allora? La sola via è a parer suo quella di mutare «l’agorà: lo spazio né privato né pubblico, ma.. privato e pubblico al tempo stesso», e questo perché le antiche agorà sono state rimpiazzate o «riciclate in parchi dei divertimenti». Il dramma della nostra civiltà «è che ha smesso di interrogarsi.. – e termina – Credo che le domande non siano mai sbagliate; le risposte potrebbero esserlo. Ma credo anche che astenersi dal fare domande sia la risposta peggiore di tutte». 

Bellissimo! Cos’altro afferma in questo libro? 
Se nel corso della storia umana l’incarnazione dell’idea di appartenenza è stata la tribù, in cui si nasceva e moriva «dopo aver cambiato una serie di identità rigidamente definite e non negoziabili..», e le cose della vita potevano andare bene o male senza tuttavia essere mai ambigue o fonte di confusione, la modernità pone fine a questo tipo di appartenenza, inaugurando la combinazione di altre due tipologie totalitarie: la repubblica e la nazione. Tipologie di cui, nei «rari casi è stata tentata la fusione.. come nella Russia comunista o nella Germania nazista, il progetto si è rivelato fallimentare o autodistruttivo.. i due ibridi più noti (che) hanno avuto vita breve». Riprende poi la proposta del sociologo francese Alain Touraine (1925-2023) di distinguere tra società multiculturale e multicomunitaria: nel primo caso ci si riferisce infatti ad una società tollerante verso le altre differenze culturali, anzi, che vede in ciò un arricchimento; mentre il secondo dà invece valore alla differenza culturale in sé, negando la possibilità di un reale dialogo tra le diverse culture. Conclude quindi il saggio sottolineando il valore dell’universalità, che, «in quanto supera i confini delle comunità sovrane.. è la conditio sine qua non di una repubblica che supera i confini degli stati sovrani.. (e facendo questo si pone come) l’unica alternativa alle forze cieche, primitive, erratiche, incontrollate, divisive e polarizzanti della globalizzazione».          

Tornando al concetto di liquidità, in cosa consiste praticamente?
L’incertezza, afferma uno dei tanti discepoli di Bauman, Thomas Leoncini, nel suo La società liquida, «è passata dall’essere un elemento di passaggio e da correggere, a.. elemento pervasivo, da cui trarre profitto. L’incertezza non è più il limite dell’economia, ma piuttosto ciò che permette all’economia di prosperare improvvisamente». Incertezza che, ancora, non si può eliminare, ma solo «sostituire il soggetto che la rappresenta.. La pandemia – solo per citare un esempio, ndr – si è trasformata nel volto dell’incertezza dell’uomo liquido-moderno e questo ha illuso molte persone che il virus fosse la causa dell’incertezza, mentre era solo la sua ultima sembianza». Lo stesso potremmo dire della guerra in Ucraina, di quelle in Medio Oriente, e di tutte le nefandezze di cui saremo ancora capaci.. Alla società liquida, in estrema sintesi, serve sempre un bersaglio sul quale indirizzarsi, «finché nuova emergenza (si legga anche incertezza) non ci separi». Quanto appena sostenuto evidenzia la differenza che intercorre tra forma e sostanza: se «Con i contenuti si può in qualche modo “trattare”, con le forme no». Ancora, se nella modernità solida a farla da padrona era lo spazio con i suoi chiari e ben definiti confini, in quella liquida a dettare le danze è il tempo, soprattutto quello individuale, all’interno del quale anche la presenza dell’altro deve essere un piacere, non certo una necessità. In questa nuova rivisitazione del binomio spazio-tempo la comunità è vista con sospetto, retaggio di un passato ormai tale.

Com’è possibile, allora, tenere il passo di questa società?
La sua logica esige di dover cambiare la propria persona (dal latino “maschera”) in modo costante e compulsivo, percependosi sempre “nuovi”, «ma allo stesso tempo alla disperata ricerca di punti fermi». Leoncini fa poi notare che, proprio studiando i comportamenti dei nativi liquidi (i nati a partire più o meno dagli anni Ottanta del secolo scorso), si possono rintracciare sul loro corpo i segni caratteristici della società liquida, i tatuaggi, simbolo di una ricerca identitaria giovanile che evidenzia un gigantesco paradosso: al bisogno di definitivo rappresentato dal tatuaggio, marchio indelebile sulla pelle (atto dunque fortemente conservatore), si unisce infatti la possibilità non di eliminarlo, bensì di sostituirlo con uno nuovo, camuffando ad esempio una scritta già esistente facendola diventare un altro “disegno”. Alla moda che spinge all’identificazione si sovrappone in pratica la ricerca di un’identità definita, «che possa resistere all’urto del tempo». E l’identificazione, val la pena ricordarlo, è uno dei motori del mercato, per cui i “consumatori difettosi”, quelli cioè che non si allineano ai diktat consumistici, come li definisce Bauman in Vite di scarto, sono per il mercato un passivo «irritante e costoso». Aggiunge poi Leoncini che per tale ragione il «baricentro della società liquida.. (non si posiziona) sull’avere e tanto meno sull’essere, bensì sul divenire», motivo che genera l’idea che tutto ciò che è possibile sia per ciò stesso anche giusto! “Se puoi, devi”. 

Altre caratteristiche della modernità liquida?
Tra le più evidenti c’è la ricerca della bellezza, che oggi coincide tuttavia con giovinezza, raggiungibile – si pensa – indipendentemente dall’età anagrafica. Ma se per sembrar più giovani gli adulti ricorrono alla chirurgia plastica, lo stesso fa paradossalmente anche chi giovane lo è ancora: «in Italia più del 40% degli interventi estetici viene eseguito su ragazze tra i diciotto e i ventinove anni»!? Altro tema chiave è rappresentato dalla libertà, passata da una condizione fisica ad una mentale: la post-libertà è considerata un diritto da poter vantare sempre e comunque, diritto soprattutto di uscita, da tutto ciò che viene considerato vincolante e perciò in qualche modo eterno. Ecco che la libertà viene a coincidere con la libertà al disimpegno, in nome dell’autorealizzazione. Se abbiamo l’illusione di poter scegliere in ogni momento, questa pseudo scelta si riduce tuttavia al solo consumo: ne L’arte della vita Bauman afferma che, essendo la ricerca individuale della felicità il motore di ogni azione, l’unico modo per rendere quantificabile la propria felicità o infelicità è quello di identificarla appunto col consumo. Sotto il profilo economico il passaggio avvenuto è quello tra consumo come “soddisfazione di bisogni” a “produzione di desideri”, come ben dimostra la macchina pubblicitaria, tutta protesa a non appagare mai il cliente, poiché se così fosse il mercato collasserebbe. 

Ma perché consumiamo così tanto e così velocemente?
Perché, è sempre Leoncini a parlare, «consumare fornisce due garanzie su tutte: ..non sentirsi scartati dalla società.. (e sentirsi appagati dall’) identificazione». In pratica entriamo in un negozio per sapere chi siamo! È in questa sede che si palesa la differenza tra felicità e gioia. La prima è una spinta che ci arriva dall’esterno, etimologicamente deriva dal greco phyo, “produco, sono fecondo”, dunque essere felici equivale in qualche misura a produrre; mentre la seconda prende avvio da noi stessi per uscire verso gli altri. Se le cose stanno così, beh, risulta evidente la scelta del mercato di puntare sul raggiungimento della prima.

Che ne è invece, nella società liquida, del lavoro?
Se in essa tutto è possibile, nulla però può essere fatto con certezza, e ciò che viene fatto è sempre in movimento, liquido appunto. L’ex amministratore delegato di Microsoft Bill Gates ha detto a più riprese che il suo successo è dovuto alla propria capacità di saper spaziare nel multiforme ventaglio di possibilità. «Nell’universo hardware (la fase solida) – prosegue ancora una volta Leoncini – era il contenuto a definire il successo o l’insuccesso di un’azienda o di un prodotto, mentre nella fase software (la fase liquida) è soprattutto la forma a determinare l’interesse o meno del consumatore». Quanto alle prospettive dei giovani: «Se l’identificazione.. la posso (e quindi la devo) modificare tante volte nel corso della vita, è assolutamente inevitabile che la normalità per un giovane sia l’indeterminatezza del futuro». L’umano liquido-moderno non cerca allora solamente un lavoro, ma uno più redditizio. In un mercato che si regge sui tre pilastri consumo-noia-scarto è inoltre difficilissimo prendere in considerazione l’ipotesi di riparare e riciclare. In Vite di scarto Bauman evidenzia come la parola “disoccupato” sia ormai démodé, avendo lasciato il posto a “esubero”, ovvero in sovrannumero, dunque non più necessario, sempre sostituibile, uno “scarto” appunto. Chi è senza lavoro non si pone tanto il problema di cosa mangiare, ma di avere un difetto di identificazione: quando conosciamo qualcuno per la prima volta non gli chiediamo forse “Che lavoro fai? Di cosa ti occupi?”, intendendo in tal senso “Chi sei?”. Precisa a tal riguardo il pluricitato Leoncini che la risposta non è “faccio” quello o quell’altro mestiere, ma “sono ingegnere, politico, insegnante”, ecc.. 

Cosa ci aspetta allora?
La prossima frontiera che prenderà il posto del web, il quale rappresenta un’estensione della mente, è il Metaverso, che prospetta invece l’estensione anche del corpo, immergendoci totalmente in una realtà “altra”. A quel punto verrà sancita «una volta per tutte la fine del tempo per come lo conosciamo: il tempo diventerà (infatti) istantaneità». A conti fatti si può dire che il mercato sposta ogni responsabilità sul singolo, che crede di essere l’unica fonte di benessere personale. Se lo spazio rappresentativo della modernità solida era il luogo antropologico (identitario, relazionale e storico), quello della modernità liquida è invece il non luogo, neologismo coniato dall’antropologo, etnologo e filosofo francese Marc Augé, che rimanda a tutti quegli spazi non identitari, né relazionali né storici: autostrade, aeroporti, centri commerciali, mezzi di trasporto, ecc.. Accodandosi ad Augé l’ennesimo neologismo coniato da Bauman è invece retropia, ovvero l’utopia (“non luogo”) che idealizza il passato.

Qual era il pensiero di quest’ultimo riguardo allo smartphone, forse lo strumento più geniale della storia, ma allo stesso tempo il più difficile da utilizzare liberamente? 
Per Bauman rappresenta un invito costante a “fare altro”, potenziando enormemente l’idea di essere sempre cercati (e trovabili), desiderati da qualcun altro. Non solo, il web a portata di mano ci rende anche dipendenti dalla frenesia di notizie provenienti da ogni parte del globo.   

Come e quando è morto?
Dopo aver trascorso sessantun anni insieme, il 29 dicembre 2009 la moglie Janina morì. A sostenerlo rimasero le figlie Lydia, pittrice e storica dell’arte che aveva sposato il frontman di una rock band (dal quale poi divorziò) e le due gemelle Anna, matematica che aveva sposato un matematico, e Irena, architetta che aveva sposato un architetto. Questo fino a che Zygmunt non si mise assieme ad una sua ex allieva ormai vedova, Aleksandra Kania, della quale anni prima aveva seguito il dottorato all’Università di Varsavia. Colpito da una grave forma di artrite, il 9 gennaio 2017 Zygmunt morì: «In realtà si lasciò morire – sottolinea uno dei suoi discepoli, Riccardo Mazzeo – : per lui permettere di invertire i ruoli e lasciare che fossero altri a prendersi cura di lui era inaccettabile. Soffriva atrocemente e decise di congedarsi dal mondo smettendo di assumere farmaci». Il funerale ebbe luogo il 16, alla presenza dei soli familiari ed ebbe come sottofondo soltanto musica: Strauss, Mozart e vecchie canzoni russe, dopo di che tutti a bere vodka. 

Dopo la sua scomparsa, chi ha raccolto l’eredità di Bauman?
Lo hanno fatto in diversi, ad esempio l’appena citato Mazzeo, che inizia il suo libro sul “maestro” affermando le proprie resistenze iniziali a leggere tutto ciò che odorasse di sociologia, fino al momento in cui non gli capitò in mano Modernità e Olocausto, capolavoro del sociologo polacco – per alcuni meglio definibile come “filosofo sociale” – che smaschera un meccanismo: «Nella maggior parte delle persone, se non in tutti noi, vive un piccolo seguace delle SS che attende di venire allo scoperto». L’autore ci fa quindi notare come il prezzo del successo di Bauman sia stato la freddezza con cui la comunità scientifica ne ha accolto l’opera. Il 20 settembre 2016 Zygmunt ebbe un colloquio privato ad Assisi con papa Francesco, al termine del quale disse: «Ho lavorato tutta la vita per rendere l’umanità un posto più ospitale. Sono arrivato a 91 anni e ne ho viste di false partenze, fino a diventare pessimista. Grazie, perché lei è per me la luce alla fine del tunnel». Il pontefice, visibilmente sorpreso, gli fece notare che nessuno gli aveva mai detto di trovarsi in fondo a un tunnel, ma Bauman concluse: «Sì, ma come una luce». 

Ne Il ritorno del pendolo Bauman sottolineava come uno degli aspetti che più ci differenzia dagli animali sia la consapevolezza di dover morire, mitigata dalla cultura, che in Mortalità definisce «fabbrica della permanenza». «Allora grazie, Zygmunt, per il modo in cui hai saputo guardare la società, quella fetta privilegiata di mondo che il buon Dio non smette di ammirare, nonostante i suoi inevitabili cambiamenti e le numerose contraddizioni..».   

 

Recita
Massimo Montanari, Cristian Messina

Musica di sottofondo
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