Testimoni: Don Oreste Benzi (7 Settembre)



Don Oreste Benzi (7 Settembre)
Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio». Queste sono le parole con cui don Oreste commenta il brano di Giobbe (19,1.23-27) in occasione della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, facendolo sul messalino bimestrale Pane Quotidiano del 2 Novembre 2007, giorno in cui, alle due e ventidue di notte, si ferma il cuore grande del parroco di tutti: vedeva le cose prima di chiunque, compresa la sua stessa morte..  

Chi è stato don Oreste?
Settimo dei nove figli di Achille Benzi e Rosa Silvagni, vede la luce alle ore due del 7 settembre (ragion per cui lo festeggiamo oggi) del 1925. Siamo nella frazioncina di Sant’Andrea in Casale. Del padre, mutilato di guerra e lavoratore precario, racconta spesso un episodio che lo ha segnato: tornato a casa dopo aver aiutato un uomo facoltoso a disincagliare la sua auto da un fossato, afferma: «papà ha messo le due lire lì, io ricordo tutto come fosse in fotografia, e poi quello che mi ha impressionato è che ha detto.. ve lo dico in dialetto? “E po’ u m’ha de’ la mena”, “E poi mi ha dato la mano”.. ho capito che mio papà apparteneva a quella massa di gente che crede talmente di non valere nulla, che quasi chiede scusa di esistere».

Insomma una famiglia tutt’altro che benestante..
Tutt’altro, eppure gioiosa e serena, con un papà e una mamma dalla fede semplice quanto robusta: come racconta il giornalista riminese Valerio Lessi, che ha scritto diverse sue biografie (Con questa tonaca lisa; Parroco, cioè padre e Un infaticabile apostolo della carità, come lo definì papa Benedetto XVI), il piccolo Oreste seguiva spesso il padre nei suoi lavori saltuari.. «(Achille) lo mette sul cannone della bicicletta.. (ma) “A volte lui cambiava strada e io – è il bimbo a parlare – gli chiedevo in dialetto: “Ba’, du tvè?”, cioè “Babbo, dove vai?”. E lui, zitto, mi faceva arrabbiare, non mi diceva dove stava andando.. però ero molto contento perché.. ero con lui.. (allora) ho capito che io non posso entrare nella mente del Papà, di Dio, e capire il suo disegno. Però Lui me lo mostra pezzo per pezzo». Lo stesso insegnamento, circa il disegno divino di ognuno, gli era veicolato da mamma Rosa, cui era legatissimo, attraverso un altro momento di vita quotidiana: «Mamma cosa fai?», chiedeva il piccolo vedendola ricamare, «Adesso non puoi capire, aspetta e vedrai che cosa bella viene fuori».  

Quindi la sua vocazione nacque dai genitori..
All’inizio sì, poi però furono altre le figure chiave, a partire da Olga Baldani, sua maestra elementare. Mentre frequenta la seconda, lei parla alla classe di tre soggetti: lo scienziato, l’esploratore e il prete, ma è quest’ultimo a colpire il piccolo Oreste, tanto da fargli dire, una volta arrivato a casa: «Ma’, me am faz pret», «Mamma, io mi faccio prete». Sarà quindi determinante monsignor Emilio Pasolini, instancabile educatore che dormiva pochissimo e di cui farà suo il motto “strapazzarsi per le anime”, perché capace di sintetizzare il compito di ogni prete, ma lo utilizzò fino a quando il vescovo Biancheri gli chiese di non pronunciarlo più, temendo che in quest’affermazione così netta i presbiteri potessero sentirsi giudicati e non all’altezza. Altra figura in grado di lasciare un segno è poi quella del vescovo Luigi Santa, chiamato a far rialzare Rimini dalle macerie della Seconda Guerra. Sarà proprio lui a ordinarlo presbitero il 29 giugno del 1949, giorno in cui la Chiesa celebra le colonne Pietro e Paolo. Da giovane prete viene mandato a “farsi le ossa”, come si suol dire, nella parrocchia di San Nicolò al Porto, al tempo ancora non ricostruita dopo i terribili bombardamenti che rasero al suolo la maggior parte della città, costringendolo insieme al suo parroco don Angelo Campana a celebrare in un salone. In questa parrocchia inizierà a stare tra gli ultimi, a partire dalle visite ai malati della casa di cura Villa Assunta, sotto lo sguardo del direttore non credente, quel dottor Contarini che tuttavia non smetterà mai di stimarlo. Ma saranno soprattutto i pescatori a lasciare in lui un segno indelebile, tanto da far dire a sé stesso: «Oreste! Non lasciare mai questa gente! Se la lasci, muori!». E tutto per loro faceva gratuitamente, perché «Il principio che dà forma alla società del gratuito è la condivisione e l’alterocentrismo, contrapposto all’egocentrismo della società del profitto, cioè una società matura: un ragazzo, un uomo, è maturo quando non è più il centro di sé stesso, ma spende, perde la propria vita perché gli altri abbiano la vita».

Come procedette il suo ministero?
Il 1968, che i più attempati ricordano per le contestazioni studentesche, gli stravolgimenti sociali, le lotte armate e le forti ideologie politiche, è anche l’anno di nascita della più celebre creatura del don: la Comunità Papa Giovanni XXIII, che fiorisce in mezzo a tante belle esperienze – oltre all’Azione Cattolica – sorte nel post Concilio a Rimini: Gioventù studentesca (poi Comunione e Liberazione), il movimento dei Focolari e la Gioventù operaia cristiana. Quattro anni dopo, il 3 luglio del 1973, nasce il primo fiore all’occhiello della Comunità: Betania, la prima di tante case famiglia (attualmente più di trecento) che in seguito sorgeranno in quasi trenta paesi dell’intero globo terrestre, «pezzi di mondo cambiato – come le chiama lo storico e politico Andrea Riccardi – , che hanno il potere di umanizzare l’ambiente in cui sono inserite». Oggi Betania è una casa del CEC, acronimo di Comunità Educanti con i Carcerati, strutture sulle quali capeggia una tra le frasi più celebri del don: «L’uomo non è il suo errore». La Papa Giovanni XXIII, senza la quale sarebbe stato un uomo solo che, a suo parere, poteva al massimo diventare un esempio senza tuttavia cambiare la storia, nacque infondo proprio dalla famiglia originaria di Oreste.  

Quale fu il suo rapporto con i giovani?
Li riteneva anzitutto i primi poveri, soprattutto quelli che si sono lasciati andare, ad esempio attraversando il tunnel della droga, ben sapendo che la causa di questo dramma sociale non sono i tanti disagi che vivono, quanto la mancanza di una relazione vera: siamo fatti per l’infinito, per cui tendiamo a compensare con altro il desiderio dell’Altro con la A maiuscola, a partire dalla più tenera età. Così i giovani don Oreste non li abbandonò mai, a partire da quella settantina che, ogni sabato, confessava in uno sgabuzzino diventato poi un negozio di arredi sacri. A loro, soprattutto quelli che infelicemente definiamo “lontani” (sottintendendo dalla parrocchia), diceva che occorre proporre «un incontro simpatico con Cristo». Fu uno dei suoi tanti incontri “casuali” (parola cui mille virgolette non basterebbero) a fargli nascere l’intuizione di portarli sulle Dolomiti, decidendo di costruire una casa per loro ad Alba, frazione della più nota Canazei. Ma con quali soldi? Ebbe il permesso dal vescovo Emilio Biancheri di andare negli Stati Uniti, insieme a don Filippo Di Grazia al tempo ancora seminarista, a cercare fondi per questa impresa impossibile. Così, siccome «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37), nell’estate del 1961 viene inaugurata la Casa Madonna delle Vette, luogo magico in cui, da quel momento in poi, migliaia di giovani avranno la possibilità di incontrare Dio più da vicino. Ma quei giovani non saranno più soli, dal settembre del ’68 il marchio di fabbrica di quella struttura sarà infatti la presenza degli handicappati, come preferirà chiamarli sempre il don, non solo per non accodarsi al discutibile “politicamente corretto”, ma a sottolineare il proprio di quella definizione: se la disabilità (da cui il termine “diversamente abile”) è la condizione causata da una menomazione fisica o mentale, l’handicap è l’effetto, la conseguenza che la disabilità ha a livello sociale.

Cosa significa in concreto?
Torniamo a quel mese di settembre: assieme agli alunni del liceo Volta di Riccione in cui Oreste insegna, ci sono cinquanta minori handicappati, che decide di portare in montagna dopo una delle sue evangeliche intuizioni. L’allegra brigata scorazza in ogni dove della Val di Fassa: cinema, piscina, palazzetto del ghiaccio, per le vie del centro, in funivia.. ma il don viene chiamato dal direttore dell’Azienda di Soggiorno: «Se ne devono andare, rovinano l’immagine turistica della valle!». È disposto perfino a pagare le spese del viaggio per farli sloggiare.. Oreste è irremovibile, da lì non si muovono! Anzi, deciderà di portare gli amici “più sfortunati” anche al mare, e le prime reazioni saranno le medesime, ma «Gli handicappati sono i nostri maestri – tuona il prete dalla tonaca lisa – nel senso che ci fanno scoprire valori che in noi sono sopiti, se non addirittura scomparsi». Per questa ed altre ragioni ritiene che gli istituti che li accolgono debbano essere chiusi, sulla stessa linea di quanto farà Franco Basaglia per quelli psichiatrici.      

Tornando alla casa famiglia, da quale intuizione nacque?
Don Oreste capisce che i veri genitori non sono tanto e solo quelli biologici, ma chi è capace di rigenerare nell’amore i “suoi” figli, quelli generati biologicamente come quelli accolti perché una famiglia non ce l’hanno più. Ma il servizio, non smetterà mai di ripeterlo, non è ai poveri, quanto piuttosto la condivisione diretta della loro vita, dunque con i poveri, qualsiasi forma assumano, non appena coloro a cui siamo soliti fare l’elemosina, anche perché: «Tutte le volte che farete l’elemosina mettetevi in ginocchio, perché chiedete perdono perché avete fatto l’elemosina, e non avete dato voi stessi». E i primi poveri che crea la famiglia sono i bambini. Quelli nati o cresciuti in casa famiglia hanno tra l’altro la possibilità di sperimentare da subito un salutare effetto, perché tolti «dalla tendenza narcisistica che è propria della (loro) età, cioè dall’essere sempre il centro di se stess(i).. Questo è fondamentale nell’attuale società senza padre». Il successore di don Oreste, Giovanni Paolo Ramonda, è convinto che questo tipo di condivisione sia una vera e propria “terapia della realtà”, quella del bisogno reale del povero di turno: tossicodipendente, orfano, anziano, handicappato o carcerato che sia. Ma il cuore fisico-simbolico di ogni casa è la cappella, poiché «sa stare del tutto coi poveri chi sa stare del tutto con Gesù». Per tale ragione invitava i suoi ad essere «non facchini di Cristo, ma innamorati di (Lui)». Inoltre: «Ai ragazzi che vogliono provare l’esperienza della comunità – diceva – chiedo sempre chi glielo fa fare. Se mi dicono il desiderio.. di aiutare gli altri, io rispondo: ..duri poco. Se invece mi dicono “Da quando ho incontrato Cristo non ho più pace”, allora li accolgo».

A proposito della cappella, che ruolo ha la preghiera nella vita di don Oreste e della sua Comunità?
Lui è stato prima di tutto uomo di preghiera, che riteneva uno degli atteggiamenti umani più rivoluzionari: dagli almeno due rosari al giorno alla meditazione, dalla Liturgia delle Ore alla riconciliazione sacramentale ogni due settimane, dall’adorazione eucaristica alla Parola di Dio vissuta nella sua carne. Ma il centro era per lui l’eucaristia, tanto da fargli ripetere spesso che «se la gente capisse cosa succede nella messa farebbe a gomitate per entrare». Su un punto non aveva dubbi, cioè che la Comunità non andrebbe avanti se non ci fosse la preghiera: «voi noterete sempre che l’andamento di ogni comunità è legato all’andamento della preghiera, preghiera non certamente come fuga dal mondo, ma come momento essenziale per poter ri-capire il proprio impegno nelmondo». «Per stare in piedi – ripeteva spesso – bisogna stare in ginocchio e.. sa stare con il povero solo chi sa stare del tutto con il Signore. Chi non prega non solo non capisce, ma nemmeno capisce di non capire». E aggiungeva: «Non illudetevi quando vi dicono “tutto è preghiera”. Sì, tu puoi essere in preghiera dappertutto, se però prima stai in ginocchio.. Dai, se siamo onesti: dov’è la nostra preghiera? Preghiamo noi stessi, tanto preghiamo noi stessi: ma non siamo Dio!». «Negli ultimi tempi – racconta don Aldo Buonaiuto – trascorreva almeno un’ora di notte in adorazionedavanti al Santissimo. (Quanto alla venerazione per la Madonna diceva) ..“Io la inondo di una valanga di Ave Maria, così mi risponde”».

Si è accennato alla Parola di Dio, qual’era il suo rapporto con la Scrittura?
Per imparare l’inglese aveva comprato un’edizione del breviario (il libro che contiene la Liturgia delle Ore) in lingua. Buonaiuto, che per tanti anni ha accompagnato Oreste nei suoi viaggi, dice in proposito: «Quando leggeva, si emozionava e si stupiva come un bambino alla scoperta di come parole ed espressioni della Bibbia erano tradotte in inglese». La Scrittura l’ha sempre amata profondamente, ma uno dei passi che più ne hanno segnato la vita è senza dubbio il capitolo dodicesimo della Prima Lettera ai Corinzi, in cui Paolo, paragonando la Chiesa al corpo umano, afferma che «proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie.. (e) se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (12,22-26). Un appuntamento cui non volle mai mancare, dal 1985 alla morte, sono stati i “lunedì della fede”, che nutrivano i parrocchiani settimanalmente su temi biblici o spirituali, in cui il tono dei suoi interventi era appassionato e appassionante: «Leggete il primo e il secondo capitolo della Prima ai Corinti, vi entusiasma: leggetela. Però per potervi entusiasmare bisogna leggerlo cinque volte: la prima volta non capite niente, la seconda un po’ di meno, la terza volta vi disperate, la quarta volta cominciate a capirlo e la quinta volta lo capite!».

Che meraviglia!
Siamo caratterizzati da un profonda inquietudine, come dice una stupenda poesia del presbitero e servo di Maria Giancarlo Bruni: «Non sono che un pugno di polvere abitato dalla nostalgia di infinito. Non sono che inquietudine sposata». Anche per don Oreste tale inquietudine è dovuta al fatto che aneliamo più o meno consciamente a Dio, per cui pregare è necessario «Per connettere quell’illimitato che è dentro di me all’Infinito che è fuori di me.. allora non è un lavoro dell’uomo, ma il lavoro dell’uomo! ..è l’uomo che cresce.. che si apre, per cui non finiremo mai d’impararlo.. io sono un apprendista, i professionisti della preghiera sono pochi». E a chi, non convinto che la preghiera “servisse” concretamente a qualcosa rispondeva: «se vedete qualcuno in cappellina che prega, dite (al Signore): “stiamo lavorando!”». Nel 1976 inventa la “tre giorni di deserto” che, ispirata all’esperienza spirituale di Carlo Carretto, prevede una vera e propria scuola di preghiera. Tuttavia sosteneva che «Non basta vivere per il Signore. Per poter continuare a vivere per il Signore è necessario vivere nel Signore».

Quindi il fine ultimo riteneva fosse la preghiera?
«Dio opera in te anche mentre stai peccando.. – diceva – e quando arrivi a capire questo non pecchi più!». Ma lo scopo della vita non è pregare, anche la preghiera può infatti diventare idolo! Non solo, essere devoti non è sufficiente: «La gente si sente tradita, tutte le volte che ripetiamo le parole di speranza ma non c’è l’azione. Cosa hanno lasciato i cattolici, fratelli miei? Permettetemelo. Hanno lasciato soltanto la devozione, devozione che è unione con Dio e amore, ed è validissima, ma la devozione senza la rivoluzione non basta, non basta. Soprattutto le masse giovanili, non le avremo mai più con noi se non ci mettiamo con loro per rivoluzionare il mondo». In una catechesi del 7 aprile 1984 diceva: «l’uomo non può vivere per sé stesso.. ho visto nella mia vita che ogni persona che incontra un’altra persona aspetta qualcosa da (lei).. ma aspetta qualcosa per sé: l’uomo cerca sempre sé stesso.. o cerca di essere apprezzato, valutato, forse perché sperimenta di non essere solo o di essere utile.. non vale la pena che l’uomo viva per questo.. per possedere, sembrare di essere chissà chi.. ed è arrabbiato.. sotto sotto perché non è stimato.. considerato.. amato.. cercato.. e si “smena”.. e dai e dai.. (ma) cerca sempre la propria gloria», per cui, ecco la svolta: «scopo della vita è l’intima unione con Dio», che ci chiama a farlo in tanti modi: la contemplazione, la vita presbiterale, coniugale, nella verginità consacrata, e tanti altri modi, ma soprattutto nella condivisione, perché «l’uomo non può vivere per sé stesso». In queste parole c’è in sintesi la ragion d’essere della Comunità Papa Giovanni XXIII, che da lui prende il nome sia perché venuta alla luce insieme al pontificato di Roncalli, sia perché quest’ultimo era il “papa dei bambini”, come tenne a precisare don Oreste.    

A proposito di papi, che rapporto ebbe con la Chiesa gerarchica?
«Ecco, io vorrei che fossimo un cammino di popolo: è la grande ora della Chiesa. Questo è il kairos, il tempo dell’intervento di Dio. È giunto, il vento è favorevole, però bisogna darsi una mossa creativa». Partendo “dal basso”, una figura per lui decisiva è stato don Elio Piccari, al quale alle scuole medie insegnava francese, per poi diventare suo padre spirituale e amico fedele. Don Elio che tuttavia, nonostante abbia condiviso con lui lo stesso tetto per quarant’anni, non smise mai di dargli del “lei”! Nonostante questa formalità non temeva però di contrariarlo se era il caso, «ma lui vedeva le cose dieci anni prima di noi, era sempre più avanti..». Altri preti, fin dall’inizio, affiancheranno il don nella sua stupenda avventura, tre in particolare che, “figli del Concilio”, scelgono assieme a lui di vivere insieme per essere più credibili agli occhi dei fedeli. Da questa scelta nascerà dal nulla la parrocchia della Grotta Rossa (anche politicamente), intitolata alla Risurrezione, che nel tempo diventerà il cuore pulsante della Comunità. Quelle prime 120 persone riunite in un bar decideranno di costruire immediatamente un asilo e una chiesa. Ai laici, insomma, il loro potere regale, profetico e sacerdotale, insieme alle loro responsabilità: «Non è vero che la Chiesa deve essere per forza diretta dall’alto; più responsabilizzi i cristiani, più vogliono il sacerdote in mezzo a loro». Eppure, nonostante il Vaticano II, sembra che non lo abbiamo ancora capito.. Col tempo in parrocchia resteranno solo lui e don Elio, ma ad affiancare la Papa Giovanni ci sarà un altro prete, Nevio Faitanini che, appena ordinato, il vescovo Biancheri deciderà di destinare alla Comunità. Oreste, parroco della Risurrezione dal 1° settembre 1968, lo rimarrà fino al 2000, fino a quando, al compimento del suo 75° anno, gli viene chiesto di mollare, ma nella sua parrocchia rimarrà pur continuando a visitare il mondo intero, non vedendo l’ora, però, di ritornare ad abbracciare dopo ogni viaggio don Elio e la cara sorella Peppina, a lungo suo perpetua, come direbbe il Manzoni.  

Quale fu il suo rapporto con i papi?
Buono, a partire dal “papa buono”, cui volle intitolare la Comunità, fino a quello polacco, che il 22 maggio del 1979, a pochi mesi dalla sua elezione, incontrò con tutta la Papa Giovanni XXIII, nel marzo 2004 riconosciuta definitivamente come associazione internazionale privata di fedeli, di diritto pontificio. Il 29 novembre dello stesso anno – in occasione dei trent’anni dalla fondazione della prima casa famiglia – , nella Sala Nervi del Vaticano cinquemila appartenenti alla Comunità, provenienti da tutto il mondo, siederanno davanti ad un Giovanni Paolo II ormai malato ed esausto, morirà infatti appena quattro mesi dopo.  

La sua relazione con i vescovi invece?
L’obbedienza prevalse sempre, anche quando gli costò cara, carissima in una circostanza, come testimoniò lui stesso in Trasgredite!, che il già citato Valerio Lessi riporta nel suo libro in un paragrafo intitolato Il Getsemani di don Oreste. Tra i tanti vescovi che amò e con cui ebbe a che fare, uno lo fece soffrire, perché «incarnavano nelle loro personalità due modi diversi di essere sacerdote e di vivere e concepire la Chiesa, distanti anni luce l’uno dall’altro». Contrario che lui andasse in discoteca ad incontrare i giovani, contrario ad inserire i seminaristi nella sua parrocchia, contrario a diverse sue iniziative.. eppure «al mio vescovo gli voglio bene. Anche lui, penso.. a suo modo, però». Nel 1988 i gestori del noto locale L’Altro Mondo proposero infatti ad Oreste di celebrarvi l’eucarestia.. Quale nome migliore per sperimentare che, quanto ci è dato di pregustare in Questo mondo, è solo un assaggio di quel che ci aspetta nell’Altro?! Nulla da fare, il vescovo chiamato a reggere la diocesi in quel momento, il futuro cardinale Ersilio Tonini, non dà l’ok. Ci entrerà due anni più tardi col giornalista e politico Sergio Zavoli, serata memorabile conclusasi con l’intera discoteca ad applaudire Gesù: cose dell’Altro Mondo! In discoteca scelse in futuro di andarci comunque, seppur fuori diocesi, e non per elaborare l’ennesima teoria sociologica che aiuta a “capire i giovani d’oggi”, ma per incrociare il loro desiderio d’infinito, che il don sapeva intravvedere aldilà dello sguardo stordito, la faccia triste e il bicchiere in mano.  

Possiamo dire allora che don Benzi è stato un prete “ribelle”?
Dipende: al peccato di certo, alla Chiesa decisamente no. Ama il popolo di Dio alla follia, ma allo stesso tempo ne è preoccupato, a partire dalla sua formazione: perché i cattolici sanno poco o niente di Gesù e del mistero cristiano, figli di un’ignoranza che è anzitutto biblica, e oggi la lacuna è solo aumentata, aggiungiamo noi. È molto duro sia nei confronti di quella catechesi impartita in modo soft solo ai bambini che si preparano ai sacramenti, sia verso quell’ecumenismo “all’acqua di rose” che rischia di perdere la sua identità cristiana e cattolica, sia, ancora, contro le sette (oggi sociologicamente definite Nuovi Movimenti Religiosi) che minano il cuore della fede: altro che prete “di strada” e “di frontiera”! Sette che a parer suo, e non solo, vanno a toccare un nervo scopertissimo della Chiesa, ovvero il bisogno comunitario, troppo spesso disatteso dalla parrocchia. Ma allo stesso tempo fa dell’obbedienza il suo più alto valore, tanto da intraprendere qualsiasi iniziativa – secondo lui mossa dalla Spirito – solo se confermata dalla Tradizione: «Quando è un vescovo che chiama, noi andiamo, perché siamo certi di seguire la volontà di Dio». Ripeteva inoltre che la Chiesa cattolica ha avuto il dono dei pastori, i quali hanno sempre l’ultima parola, per cui il compito del don era quello di con-te-stare (“stare con te”) dicendo sempre quello che pensava in modo netto, ma l’ultima parola era quella del pastore, non la sua. Era cioè preoccupato che da fondatore della Comunità – che in ogni caso non dovrà mai mancare di profeti – potesse diventarne il suo af-fondatore!

Nonostante ciò rimase un prete “di strada” e “di frontiera”..
Era un prete con la tonaca, talmente consumata da diventare icona della sua vita, che spendeva per tutti senza mai risparmiarsi. A chi lo rimprovera di vivere con la testa fra le nuvole, di non avere i piedi per terra, lui risponde: «quale terra.. quella di Dio o quella degli uomini?». Dormivamediamente tre ore a notte, ritagliandosi quando poteva anche cinque soli minuti, ad esempio quand’era in viaggio, cinque minuti che, come fosse un telefonino di ultima generazione, erano capaci di rigenerarlo totalmente: altro che ricarica ultrarapida! A proposito di smartphone, il don era supertecnologico: «Sul navigatore satellitare – sottolinea il già citato Lessi – , che non appena esce comincia ad usare, elabora una vera e propria teologia: “Ti parla e ti mostra la via da seguire. Quando sbagli strada, te la fa recuperare. Se vai troppo veloce, ti invita a rallentare, a stare al passo con Dio”. Con sé – aggiunge il giornalista riminese – ha sempre il telefono palmare con il quale scrive, manda e-mail, chatta. Pur in età avanzata, dimostra più dimestichezza di un giovane».

Wow!
Ma lo stare al passo coi tempi non significò per lui abbandonare le pratiche “antiche”, come quella – oggi ritenuta demodé – delle mortificazioni corporali, portando il cilicio e proponendolo ad alcuni giovani (quando era padre spirituale in seminario), a suo parere pronti per questa forma di ascesi. Per quanto possa sembrarci anacronistica – e in parte forse lo è – , tale pratica prende il nome dalla Cilicia (l’attuale sud della Turchia) e consiste nell’applicazione di un tessuto “ruvido” alla nuda pelle, ma il suo fondamento risiede nella Bibbia, che lo traduce con “sacco”, dall’ebraico sáq. Credeva tantissimo in queste forme così concrete di partecipazione. Sebbene mangiasse pochissimo, a tavola con gli amici non disdegnava mai di onorarne la compagnia, ma se la materialità lo richiedeva lui non si tirava indietro, facendo “fioretti” che gli costavano non pochi sacrifici.

Insomma un vero amante della vita, a tutto tondo..
E fin dal concepimento, come testimoniano le sue battaglie contro l’aborto, che lo portarono a pregare insieme a tanti fedeli là dove l’omicidio si stava consumando: fuori dagli ospedali di tutta Italia, fino a che avvenne il primo “miracolo”. A Forlì, una coppia vede quella gente che sgrana rosari e confessa: «Vi abbiamo visto pregare, non ce la facciamo più ad entrare per abortire». Ma il don è il primo ad “armarsi” personalmente in questa battaglia: davanti al caso di una donna con gravi problemi psichiatrici, che vuol abortire, fa il voto di non bere più caffè (di cui era ghiotto) se il bambino nascerà.. detto e fatto: il bimbo nacque e don Oreste non bevve più caffè né bibite contenenti caffeina, e fino alla morte. E questo perché, sulla scia dell’annuncio di Gabriele a Maria: «“nulla è impossibile a Dio”. Noi fratellini, per la vocazione che abbiamo, in maniera particolare, siamo chiamati a immetterci in quell’angolatura profonda del “nulla è impossibile a Dio”. Non possiamo nei nostri ragionamenti rimanere nell’umano, ma dobbiamo entrare in quel Dio al quale nulla è impossibile, per essere servi dell’impossibile che diventa possibile». A patto però di farsi piccoli..

Ovvero?
«Nulla è impossibile a Dio» se l’apparente impossibilità è rivolta al grido dei poveri, che hanno mille volti, ad esempio quello del nomade, di cui prese le difese schierandosi contro tutto e tutti (non mancarono lettere minatorie esplicite: «te la faremo pagare») a partire dal territorio riminese. Ma, approfondendo l’argomento come sempre, Oreste arriva a capire – e cerca di far capire – che «Rom e Sinti non sono poveri nel senso che sono senza soldi. Assolutamente. Son invece degli oppressi.. esclusi.. emarginati», così lui e la Comunità sperimentano la “solita” strada della condivisione, che porta alcuni di loro a vivere nelle roulottes insieme ai nomadi. Quindi il volto delle prostitute, quelle che ci precederanno nel regno dei cieli (cfr. Mt 21,31), che dal 1990 – sulla scia del poco noto prete livornese Giovanni Battista Quilici, che nei primi dell’Ottocento anticipò chiunque altro – va a cercare per le strade salutandole con una domanda, un po’ strana per il contesto: «Do you love Jesus?». Quella tonaca nera che parla anglo-romagnolo fa immediatamente breccia nel cuore delle sorelle schiave, che spesso scoppiano in lacrime.

In che senso schiave?
Come svela lui stesso, il fenomeno della prostituzione è nella maggior parte dei casi causato dal racket malavitoso, che promette ben altro a donne straniere, per poi costringerle con minacce (morte compresa) a vendere il loro corpo. Ma il don non teme di dire che lo stesso fenomeno è causato anche, forse soprattutto, dal cliente, colpevole non meno del pappone, o magnaccia che dir si voglia. Così, dopo aver pregato con le sue “sorelline” e aver regalato loro una Bibbia in inglese, le saluta e si butta a capofitto in battaglie politiche e legali per combattere il fenomeno alla radice, partendo dai cristiani: ad ogni parrocchia italiana propone infatti provocatoriamente di adottare una “lucciola”. La promessa la manterrà, liberando migliaia di schiave, fino al suo ultimo respiro.  

A proposito di politica, in che modo vi si spese?
Definito prima prete di sinistra perché dialogante con i comunisti, poi di destra perché proibizionista circa la droga, contro l’aborto, le coppie di fatto e i matrimoni omosessuali, infine di centro, per ovvi motivi, don Oreste supera queste categorie, denunciando a sinistra, destra e centro. Il politico che fa il suo dovere, amava ripetere, è quello che la volta dopo non viene più votato. Ogni criterio politico doveva secondo lui attingere dal quarto capitolo degli Atti degli Apostoli(4,32): «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune». Soprattutto, alla carità il don preferiva la giustizia: «Questa società – diceva – non ha obiezioni contro i santi della carità; in fondo la aiutano a coprire le sue contraddizioni. La carità non intacca i meccanismi perversi della società.. (ma se) I santi della carità soccorrono le vittime della società, i martiri della giustizia mettono a nudo le sue contraddizioni». Pochi giorni prima di morire, riprendendo quanto gli aveva detto un pezzo grosso della politica, in merito ad una legge contro la prostituzione, tuonerà: «“Chi vuole che gliela approvi, padre, chi è quel partito che è disposto a perdere anche un solo voto di questi?”. E io gli ho detto: “Siete dei prostituti politici, siete, perché le leggi non le potete fare contando i voti perché prendete o che perdete: date le dimissioni, andatevene!”».

Insomma, pur essendo uno “di strada”, sapeva il fatto suo, anche culturalmente parlando..
Andrea Riccardi – che sempre nel’68 diede vita ad un altro miracolo evangelico, la Comunità di Sant’Egidio – , precisa nel congresso del settembre 2012 tenuto a Rimini e a lui dedicato, a cinque anni dalla morte – che «non bisogna farsi ingannare dalla scelta del linguaggio di don Oreste, che ha avuto una valenza comunicativa e semplice: è un uomo colto e curioso», come dimostrano le letture che più lo hanno formato. Dei quattro libri a lui più cari – ma la sua scrivania era continuamente coperta di libri – , tre furono scritti da francesi, lui che il francese lo insegnava alle scuole medie: il beato Antonio Chevrier, Emmanuel Suhard ed Henry De Lubac, oltre a san Giovanni Calabria, grande amico dello scrittore Clive Staples Lewis (quello delle Cronache di Narnia, tanto per intenderci). Era attirato anche dai mistici, Teresa d’Avila e Giovanni della Crocesu tutti, ma «Le cose più importanti della vita – ripeteva spesso – non le ho imparate dai libri, ma dalla vita, dal contatto con la gente, coi poveri.. davvero i miei migliori maestri». Riccardi evidenzia quindi come Benzi ritenesse che il prete stava tradendo la sua missione, che è quella di stare ovunque: «nelle discoteche, fra le prostitute, i ladri, gli zingari, gli omosessuali». Uomo di cultura dunque, che è «una sapienza per capire la gente che si incontra», ma una cultura “simpatica”, per cui «appariva “simplex et idiota”, come si definiva Francesco d’Assisi, un po’ folle di Cristo o “matto” come lo hanno considerato taluni ecclesiastici».

Quindi lesse tanti libri..
Ne scrisse, anche, il primo e l’ultimo dei quali ponevano a tema la famiglia, sorta di epanadiplosi – parolaccia che lui non avrebbe mai usato, preferendole piuttosto il suo sinonimo, inclusione – capace di sintetizzare la centralità che a parer suo ricopriva nella vita di ognuno. Ne scrisse altri, ad esempio Trasgredite! (letteralmente “andate oltre”), in cui racconta il suo modo di vedere la Chiesa, o Scatechismo, in cui si rivolge soprattutto ai giovani, coi quali tutto partì, cercando di presentare loro la dottrina della Chiesa, anche in questo caso a suo modo, a partire da un linguaggio schietto e non certo formale. Nel testo, in cui dialoga immaginariamente col suo lettore, sprona gli adolescentipartendo dai loro punti deboli: «Le pecore – scrive – si comportano tutte allo stesso modo, ognuna va dietro all’altra. La direzione viene indicata dall’odore della loro “cacca”. Ho visto i giovani in branco. Si vestono tutti allo stesso modo.. Dicono tutti le stesse “boiate”; gli stupidi intelligenti si contano sulle dita; tutti gli altri sono stupidi a ripetizione.. ridono allo stesso modo. Si disprezzano tutti con la stessa cordialità»; afferma poi che «Gli atei.. non esistono! Esistono persone che hanno dei problemi su Dio»; non teme quindi di affrontare a viso aperto la masturbazione, l’omosessualità, il suicidio (ad esempio quello di Kurt Kobain, leader dei Nirvana) e tanti altri temi scottanti, ma la cosa che ritiene peggiore è la mediocrità, perché «L’uomo che non vive la profezia è mediocre.. cerca solo il proprio piacere.. è un egocentrico e facilmente diventa un egoista. Chi è mediocre non raggiunge la maturità. Infatti l’uomo è maturo quando non è più al centro di se stesso». A riguardo ci va giù duro con quegli sposi che tradiscono il partner, definendo i loro figli «orfani con genitori vivi». Nel finale del libro c’è infine tutto don Oreste: riferendosi a Gesù, che fu crocifisso fuori dalle mura di Gerusalemme, scrive che accadde perché «fuori dalle mura c’erano i lebbrosi, costretti a vivere nei cimiteri. Cristo ha scelto di stare con loro non per fare la rivoluzione ma per salvare quelli dentro le mura, perché un popolo che lascia indietro qualcuno non è un popolo, ma un’accozzaglia di gente.. Cristo è venuto a fare nuove tutte le cose! Vieni! Ci stai?». E ancora: «a me quello che ha colpito tanto è il programma di Cristo. Sui 18 anni, quando ho scelto definitivamente di essere sacerdote, “ecco, io faccio nuove tutte le cose”, ah, ho detto, questa è un’avventura spettacolosa: che vi venga una voglia anche a voi, toh, che stanotte non dormite! Orca miseria..».

Tornando al convegno, cos’altro emerse?  
L’economista riminese Stefano Zamagni affermò: «Profeta.. è chi, con coraggio e spesso con sofferenza, denuncia il presente. Ecco, don Oreste è stato un profeta in questo preciso senso. Non si è preoccupato di anticipare, di predire, ma di denunciare». Durante l’omelia del primo giorno del congresso poi, colui che aveva firmato il decreto definitivo per il riconoscimento della Comunità, il presidente del Pontificio Consiglio per i Laici cardinal Stanislaw Rylko, sottolineò come la stessa costituisca «nel mondo d’oggi, dominato dall’egoismo e dalla ricerca sfrenata del piacere, una forte provocazione.. salutare anche all’interno della Chiesa, dove non mancano modelli diffusi di un cristianesimo “addolcito” e comodo». Tra gli interventi non poteva mancare quello del suo successore, che ha sottolineato come chiunque abbia conosciuto il don abbia «visto qualcosa di Dio in un parroco di periferia». L’imprenditore Vittorio Tadei diceva poi che grazie a lui aveva capito di non essere il padrone, ma l’amministratore di tutti quei beni che gli erano stati affidati. Il 23 maggio 2008, un anno dopo la sua morte, il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi ha intitolato a don Oreste il nuovo seminario diocesano.

Quanto invece al già citato successore?
Il piemontese Giovanni Paolo (doppio nome già evocativo) Ramonda, primo successore di don Oreste, conosce il fondatore della Papa Giovanni XXIII intorno al Natale del 1979: giovane appena iscrittosi all’università, cerca una realtà in cui svolgere il servizio civile, ma ha bisogno di qualcosa di strong. Qualcuno gli parla di questo “strano” prete riminese, che decide di andare a trovare: «arrivo alla Grotta Rossa di sabato.. – è lo stesso Ramonda a parlare nel libro di Lessi Un infaticabile apostolo della carità – Finalmente mi riceve.. Dentro di me dico: “Ma dove sono capitato?”. Poi ogni tanto sonnecchiava. “Andiamo bene..”, pensavo. Gli ho raccontato un po’ di me e dopo una mezz’ora di conversazione mi dice: “Ho capito tutto”», e lo manda nella celebre prima casa famiglia della Comunità, quella di Coriano, nell’entroterra riminese. Ma appena terminato il servizio civile il don lo “incastra”, pensando di fargli aprire una casa famiglia in Piemonte! Ma le “opere” lasciate da Oreste sono davvero un’infinità..

Ad esempio?  
Nel 1977 dà vita al mensile Sempre, nome che riprende il grido di Silvio, adolescente ospite della prima casa famiglia. La Comunità ha iniziato ad essere presente nel mondo quasi ovunque  insediandosi, oltre che attraverso le case famiglia, anche tramite l’Operazione Colomba, realtà nata nel 1992 da alcuni volontari e obiettori di coscienza, desiderosi di vivere la pace nelle zone di guerra. Ma uno dei “suoi” frutti più belli è senza dubbio la beata Sandra Sabattini della quale, durante l’omelia funebre, disse: «il mondo, infondo, non è diviso in buoni e cattivi, no, è diviso in chi ama e in chi non ama, in chi ama poco e in chi ama molto, e Sandra, noi lo sappiamo, ha amato molto». Gli ultimi anni di vita scelse di viverli coi cosiddetti “barboni” – quelli che emanano quel tanfo che lui chiamava “profumo degli angeli” – alla Capanna di Betlemme, struttura capace di accogliere circa 1.600 persone l’anno, così chiamata perché pronta ad ospitare tutti coloro che, come accaduto duemila anni prima a Maria e Giuseppe, non trovano posto nell’“albergo”. Nata nel 1987, anno in cui il don e alcuni ragazzi della Comunità iniziano ad incontrare i cosiddetti barboni alla stazione ferroviaria di Rimini, in cui, da quel momento e ogni sera arriverà un pulmino bianco, dal quale spesso scenderà una lunga tonaca nera e lisa. Oreste morì senza un euro: «Non ha lasciato soldi alla sua Comunità – precisa Ramonda – , ma ha lasciato la sua Comunità ai poveri», perché «la originalità e l’identità della persona non è altro che proporzionata alla capacità di comunione e di donazione, perché l’uomo che non si dona per niente non esiste».

Quando è morto?
Lunedì 29 ottobre 2007, lui che è sempre stato bene – eccezion fatta per un infarto nel 1974 (che lo costrinse due mesi a letto, per Oreste una vera e propria forma di tortura) – il don accusa un malore. Il cardiologo di fiducia gli propone un ricovero ospedaliero, che i due concordano di posticipare a venerdì 2 novembre: quella visita non la farà mai.. Siamo al 1° novembre, la giornata sarebbe stracolma di impegni, come sempre, ma il dottore e i suoi lo placano come in una partita di football americano: “devi riposare!”. Nel pomeriggio è raggiunto da vecchi amici, uno dei quali, come lui, si sente poco bene, e allora gli chiede la benedizione, ma il don alza il tiro: unzione degli infermi, sacramento che chiede venga somministrato a lui stesso, dal caro don Elio, col quale concelebra per poi andare, insieme all’allegra brigata, alla sua “ultima cena”, che vuole offrire a tutti, quasi a sancire eucaristicamente un’intera vita. All’una e mezza di notte, infatti, don Elio si sente chiamare, trovandolo sul letto ancora vestito e ansimante. Arriva l’ambulanza, ma è giunto il momento di tornare al Padre: «Muoio.. muoio». Quel 2 novembre su Pane Quotidiano don Oreste aveva scritto: «Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto.. (ma) appena chiudo gli occhi.. mi apro all’infinito di Dio». Alle 2 e 22 minuti il don compie il suo ultimo pellegrinaggio: anche i numeri (2 per 3 volte) vogliono biblicamente certificare un’esistenza spesa da “secondo”, perché al primo posto ci dovevano sempre stare gli altri..

Dove si sono svolti i suoi funerali?
Il vescovo Francesco Lambiasi, da poco arrivato in diocesi, premette perché avessero luogo in Duomo, ma quella chiesa, per quanto bella e simbolicamente centrale, non poteva contenere l’amore che il don aveva seminato in 82 anni. Così il 5 novembre diecimila persone gremirono il Palacongressi di Rimini davanti alla sua bara, sulla quale era stesa una stola bianca – simbolo sia del giogo dolce di cui Gesù invita a farsi carico (Mt 11,30), sia di quei «fiumi d’acqua viva» che scendono sugli eletti (Gv 7,38) – e un Vangelo, attorniata da quattrocento presbiteri provenienti da ogni dove, ma soprattutto da ex prostitute, ex tossicodipendenti, disabili e poveri di ogni genere, perché radunati da lui e dalla sua Comunità dai «crocicchi delle strade» (cfr. Mt 22,9) del mondo, in sintonia con la liturgia di quel giorno, in cui Gesù esortava il capo dei farisei ad invitare a pranzo e cena «poveri, storpi, zoppi, ciechi» (Lc 14,13), per essere beato e ricevere la ricompensa dei giusti. «Don – grida una ragazza durante l’omelia, in occasione di una messa della Comunità celebrata all’aperto – , e se quando muori non vai in paradiso?».. lui attende qualche secondo e ribatte, col suo solito sorriso: «Se non vado in paradiso, caccio un casino che voi non ve lo immaginate neanche!».

«Caro don Oreste, fa’ presto a riposarti, e torna subito a darci una mano. Ora tu non avrai più bisogno né del rosario né del cellulare. Ci contiamo: certamente tu non resterai con le mani conserte. Allora vieni presto e datti da fare..».      

 

 

 

Recita
Benedetta Morri, Cristian Messina

Musica di sottofondo
W.A.Mozart. Requiem. Lacrimosa. Diritti Creative Commons 
Libreria suoni di Logic Pro

I brani originali con la voce di don Oreste sono tratti da
https://www.fondazionedonorestebenzi.org/audio/

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