Santa Caterina Tekakwitha (17 Aprile)



Santa Caterina Tekakwitha (17 Aprile)
Oggi la Chiesa celebra la prima santa autoctona dell’America del Nord, Kateri, Caterina Tekakwitha, nata nel 1656 nel villaggio indiano di Ossernenon, dove in seguito – ma su questo gli archeologi dibattono – è sorta  Auriesville, il piccolo centro abitato nella contea di Montgomery, nello stato di New York, lungo il fiume Mohawk, il quale deve il suo nome alla tribù che distrusse la missione gesuita che, in quelle terre, si stabilì dal 1667 al 1684. Di tale spedizione della Compagnia di Gesù facevano parte Jean de La Lande, René Goupil e Isaac Jogues. È in seguito alla loro canonizzazione che, nel 1930, fu costruito l’enorme Santuario Nazionale dei Martiri Nordamericani, che con i suoi 6.000 posti a sedere onora i tre “soldati di Cristo”. Tornando a Caterina, negli Stati Uniti è ricordata il 14 luglio, mentre il 25 gennaio 2017 è stata confermata patrona secondaria della diocesi di Saint Paul in Alberta. 

Della sua vita cosa sappiamo?
Nata con il nome di Gah-Dah-Li Degh-Agh-Widtha da un capo irochese mohawk e da una donna algonchina cristiana, ad appena quattro anni rimase orfana di entrambi a causa di un’epidemia di vaiolo, malattia che sfigurò la bimba, causandole tra l’altro una grave menomazione alla vista. Non potendo avere figli, decisero di adottarla gli zii, che da subito iniziarono però a perseguitarla a causa della sua giovane fede cristiana: deridendola, negandole talvolta il cibo e bastonandola! Lo zio, pur di farla tornare alla religione degli antenati, arrivò perfino ad incaricare un giovane affinché la minacciasse di morte, ma il ragazzo ricevette una risposta che non s’aspettava: «Eccomi pronta. Puoi togliermi la vita, ma non la fede». Non paghi cercarono inoltre di darla in sposa ad un giovane guerriero, ma la futura Caterina decise di  fuggire presso la missione gesuita canadese di Sault-Saint-Louis, da poco fondata. Nella nuova residenza fu subito chiamata “Giglio degli Agniers” (nome col quale venivano indicati gli appartenenti della sua tribù), ma soprattutto battezzata col nome di Kateri: era il giorno di Pasqua del 1676. Il 25 marzo di tre anni dopo, momento in cui la Chiesa celebra l’Annunciazione del Signore, è ad Esso che la giovane si è consacrata, facendo  voto di perpetua verginità.

Tuttavia è conosciuta anche con l’appellativo di Tekakwitha, come mai?
Quest’ultimo, forse datole dallo zio, ha un significato discusso: per alcuni significa “colei che mette le cose in ordine”, in riferimento alla sua abilità manuale, per altri invece le venne attribuito a causa del suo problema alla vista, significherebbe infatti “colei che sposta le cose”, “colei che spinge con le mani” o “colei che cammina facendosi strada”. 

Quando e come morì?
Nell’inverno del 1680 rimase immobile nel suo lettuccio, assistita da padre Chauchetière. Due mesi prima di morire disse al missionario che sarebbe andata in Paradiso durante la Settimana Santa, e così avvenne: stremata dalla  malattia e dalle dure penitenze che ne avevano minato la cagionevole salute, salutò questa vita nel Quebec, in Canada, il 17 aprile di quell’anno, mercoledì Santo. Aveva appena ventiquattro anni. Dopo la morte le scomparvero dal viso i segni del vaiolo che l’avevano accompagnata per vent’anni. La salma, custodita dal 1719 dai gesuiti, non fu, come invece richiedeva il costume indiano, messa in una corteccia di albero e avvolta in una coperta, ma deposta in una cassa di ebano. Due giorni dopo il decesso apparve all’anziana Anastasia con una croce tra le mani, dicendole: «guarda questa croce quanto è bella! Essa fu la mia felicità per tutta la vita. Oh, quanto desidero che tutti l’amino come io l’amai!». Sulla tomba cominciarono ad accorrere indiani e francesi da ogni dove, dato che per sua intercessione i miracoli si moltiplicavano. Se Pio XII ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 3 gennaio 1943, fu Giovanni Paolo II a dichiararla beata, il 22 giugno 1980, infine Benedetto XVI la canonizzò il 21 ottobre 2012: la piazza più celebre al mondo era teatro della prima santificazione di una pellerossa. 

«“Rendiamo grazie a nostra madre, la terra che ci nutre – recita una preghiera irochese – Rendiamo grazie ai fiumi e ai ruscelli, che ci danno l’acqua.. rendiamo grazie al Grande Spirito che unisce..”, tu, che in questo Grande Spirito, Caterina, hai saputo riconoscere il Dio di Gesù Cristo, intercedi per ogni uomo e donna che ancora non lo hanno incontrato, indipendentemente dal nome con cui lo chiameranno». 

 

Recita
Giulia Tomassini, Cristian Messina

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