9 Novembre: Dedicazione della basilica Lateranense (Catechesi dialogata)



Dedicazione della basilica Lateranense (9 novembre)
Oggi celebriamo una festa abbastanza singolare, motivo per cui è bene cercare di capire di che cosa si tratta..
Esattamente, dobbiamo capire cosa sta dietro alla Dedicazione della basilica Lateranense, dicitura un po’ altisonante e apparentemente fuori luogo, e invece non lo è, anzi, si tratta di un’occasione ulteriore per riflettere sul nostro rapporto con il tempio, che è un mix tra tempo e spazio. Ma procediamo per gradi. Questa chiesa romana, dedicata al Salvatore e ai Santi Giovanni Battista ed Evangelista, è infatti simbolo non solo della Chiesa-madre di Roma, ma centro della comunione di tutte le Chiese sparse per il mondo.

Quando e da chi è stata costruita?
Fondata da papa Melchiade (311-314) nelle proprietà donategli dall’imperatore Costantino, venne costruita accanto al Palazzo Lateranense, fino a quel momento residenza degli imperatori, poi dei papi. Da allora è ritenuta la matrice di tutte le chiese «dell’Urbe e dell’Orbe», cioè di Roma e del mondo intero, anche se siamo abituati a pensare che tale primato spetti alla basilica di San Pietro.. e invece no. Distrutta e ricostruita numerose volte, fu sede di ben cinque Concili ecumenici, il più celebre dei quali fu probabilmente il Lateranense IV del 1215, convocato da Innocenzo III e nel quale si definì il dogma della transustanziazione, termine col quale la dottrina cattolica indica il passaggio delle sostanze di pane e vino, durante la Messa, in corpo e sangue di Cristo.

Ma perché attribuire tanta importanza ad un edificio?
Leggiamo negli Atti del suo martirio che, alla domanda del prefetto Rustico: «Dove vi riunite?», San Giustino rispose: «Dove ciascuno può e preferisce.. perché il Dio dei cristiani, che è invisibile, non si può circoscrivere in alcun luogo, ma riempie il cielo e la terra ed è venerato e glorificato ovunque dai suoi fedeli».

Qual è dunque il nesso tra questi due elementi apparentemente in contraddizione, ovvero la festa di oggi e l’affermazione di Giustino?
Lasciamo la risposta a Gianfranco Ravasi, per il quale: «il cenacolo di Gerusalemme.. le basiliche paleocristiane, le cattedrali medievali, le chiese rinascimentali e barocche, le moderne architetture sacre, come nell’Antico Testamento, il Tempio, sono simboli permanenti della presenza di Dio nello spazio, la realtà che avvolge e domina l’uomo. Attraverso questo simbolo – prosegue – si attua il dialogo tra il finito e l’infinito». Tutto ciò contrasta quindi con la tentazione, talvolta molto sottile, di negare ogni presenza divina nella corporeità, nelle cose concrete che, anche se soggette a forme idolatriche, sono pur sempre strumento col quale “misuriamo” la nostra esistenza su questa terra. Riassumendo: dalle nostre chiese, la cui prima in dignità è appunto la festeggiata di oggi, San Giovanni in Laterano (sede del vescovo di Roma, cioè il papa), fino alla più modesta e umile cappellina di campagna, ognuna di esse è presenza divina solo quando, attorno all’Eucaristia, si stringe la Chiesa con la “C” maiuscola, quella fatta di uomini, “pietre” vive che formano il vero corpo di Cristo.

In che modo le letture della Messa di oggi si inseriscono in questa dinamica?
Premesso che se cade di domenica, questa festa presenta tre letture, consideriamo prima il vecchio Lezionario, dove la prima lettura ci presentava la preghiera di Salomone per la consacrazione del Tempio di Gerusalemme (1Re 8,22-23.27-30), che sottolinea l’antitesi tra la presenza nel Tempio e l’infinità di Dio, che conserva la sua libertà nell’infinito, pur scegliendo di vincolarsi ad un luogo particolare per ascoltare il suo popolo in ascolto. Le nostre chiese possiamo quindi immaginarle come dei grandi “confessionali” di pietra, in cui il Signore viene a perdonare in massa chi si affida a Lui. Lo spazio, dunque, pur non esaurendo Dio, ce lo rivela e rende in qualche modo sperimentabile. Un salto lo compiva poi la seconda lettura (1Pt 2,4-9), cioè la Prima Lettera di Pietro, che sottolinea invece la Chiesa come edificio fatto di persone, “pietre vive”. È in questo tipo di Chiesa, vero edificio, che si può celebrare il vero culto. Un passo definitivo ce lo presentava infine il celebre dialogo tra Gesù e la Samaritana (Gv 4,19-24), in cui il Maestro dice alla donna: «..viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità..». Si badi bene però: la Verità di cui parla l’evangelista Giovanni non va considerata come alternativa rispetto alla presunta “menzogna” rappresentata dal simbolo, cioè la chiesa edificio, ma come rivelazione portata da Gesù! La chiesa fatta di mattoni è un simbolo, qualcosa cioè che rimanda ad altro.. ecco allora che se viene considerata come il fine, oltre a rappresentare un idolo tradisce la sua natura stessa di simbolo, incapace pertanto di rinviare ad altro.

Nel nuovo Lezionario cosa cambia invece?
La prima lettura è tratta dal libro di Ezechiele (Ez 47,1-2.8-9.12), dove il profeta vede l’acqua uscire dal Tempio, chiara allusione sia al paradiso di Genesi, l’origine, sia alla Gerusalemme Celeste dell’Apocalisse, la perfezione. Nel Vangelo di Giovanni (Gv 2,13-22) – siamo all’inizio – Gesù esce dall’acqua dopo il Battesimo, per farla infine sgorgare dal suo costato sulla Croce. La seconda lettura (1Cor 3,9-11.16-17), infine, fa un passaggio da Cristo a noi: «non sapete – dice Paolo – che siete Tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?».

«O Dio, che hai fatto della tua Chiesa il segno visibile della Gerusalemme celeste, per la forza misteriosa dei tuoi sacramenti trasformaci in tempio vivo della tua grazia perché possiamo entrare nella dimora della tua gloria» (Preghiera dopo la Comunione della Messa del giorno)

Recita
Cristian Messina, Vittoria Salvatori

Musica di sottofondo
Arrangiamento musicale di Gabriele Fabbri

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