2 Novembre: Commemorazione dei fedeli defunti (Catechesi dialogata)



Commemorazione di tutti i fedeli defunti ( 2 novembre)
Oggi «la santa Madre Chiesa – precisa il Martirologio – già sollecita nel celebrare con le dovute lodi tutti i suoi figli che si allietano in cielo, si dà cura di intercedere presso Dio per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduti..». Commemorare qualcuno significa ricordarlo, cioè “rimetterlo nel cuore”, custodirlo nella nostra memoria affettiva. E ognuno di noi, in fondo, è frutto di tutto ciò che i suoi sensi hanno registrato nel corso della vita, di tutto ciò che ha visto, gustato, odorato, toccato e sentito. Ma in modo speciale è il risultato di tutti coloro che ha amato, compresi quelli che fisicamente non cadono più sotto i suoi sensi.

Appena un giorno fa abbiamo celebrato tutti i Santi, oggi invece i fedeli defunti.. c’è forse un legame tra questi due momenti?
Certamente. Anche se la pietà popolare ha unito il culto per i primi e il ricordo per i secondi per via della vicinanza celebrativa, questa non è a caso, ma figlia della stessa fede che spera nella vita eterna. La Commemorazione di oggi nasce precisamente nell’anno 998, quando l’abate Odilone di Cluny ordinò che in tutti i monasteri della sua giurisdizione «si ricordassero le anime del purgatorio per alleviarle nelle loro pene e ottener loro da Dio purificazione e indulgenza». La scelta cadde il 2 novembre proprio per la vicinanza con la Solennità di Tutti i Santi e fu in seguito estesa all’Europa intera. La liturgia romana introdusse tuttavia questa celebrazione solo nel XIV secolo.

Quindi c’entra in qualche modo la credenza in quello che la Chiesa chiama Purgatorio?
Oggi parlare di Purgatorio sembra un po’ anacronistico, ci appare cioè un concetto medievale, eppure, per il celebre teologo von Balthasar con i concetti di paradiso, purgatorio e inferno s’intende sempre Dio, che «se guadagnato è il paradiso, se perduto è l’inferno.. se purificatore è il purgatorio..».

Nonostante segua la gioiosa celebrazione dei Santi, il ricordo dei defunti è vissuto però quasi sempre con mestizia, come mai?
«E’ necessario purificare la morte cristiana – tuona il biblista Gianfranco Ravasi – da ogni “pornografia” della morte..», intendendo con ciò ogni scorciatoia disumana a questo fenomeno. E prosegue: «..ci si dovrebbe sforzare di correggere.. la sensibilità dei fedeli che troppo spesso compiono riti di sapore più “shintoista” che cristiano». La religione giapponese è infatti molto legata al culto degli antenati, e venerando i diversi kami, le divinità, è preoccupata quasi esclusivamente dell’aldiquà. Allo stesso modo le nostre celebrazioni occidentali dei defunti rischiano di essere troppo spesso sentimentali e perfino superstiziose. Inoltre, se fino a qualche decennio fa il tabù sociale per eccellenza era il sesso, oggi è stato sostituito dalla morte, negata o coperta da facili risposte. Il fatto che se ne parli tanto poco a scuola, ad esempio, costituisce un vero dramma: quale luogo migliore per affrontare a viso aperto, ovviamente con la dovuta attenzione e discrezione, una tematica tanto decisiva – paradossalmente – per la vita?!

Ma com’è possibile affrontare la morte in maniera positiva?
Facendolo alla luce della Pasqua di Cristo, che è la modalità stessa in cui l’affronta la liturgia: è emblematico il fatto che il 2 novembre, pur essendo rubricata solo col grado liturgico di memoria facoltativa, sia da celebrare obbligatoriamente anche se tale giorno cade di domenica, giorno pasquale per eccellenza. Domenica in cui, si badi bene, non si celebrano solitamente neppure le esequie. La morte è infatti l’ingresso nella piena comunione con Dio, già pre-gustata nel frammento dell’esistenza terrena che ci è stata donata. La stessa parola addio, dalla maggior parte di noi intesa come “non ci rivedremo più”, viene invece dal latino ad Deum, “ritrovarsi in Dio”.

Quindi il 2 novembre potremmo celebrarlo come “festa della speranza”?
Esattamente. Speranza definita da don Tonino Bello “il continuare ad aver fede nonostante l’evidenza”. E cose c’è di più evidente di un corpo ormai esanime, cioè privo di anima?! Diciamo allora con San Paolo: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15,55). Lo stesso luogo in cui seppelliamo i nostri defunti è chiamato con speranza cimitero, dal greco koimētḗrion, cioè “luogo dove si va a dormire”, a riposare, sicuri di risvegliarsi il giorno dopo, quello che però non tramonterà. Ma oggi è anche la festa dell’inizio dell’eternità, che ha luogo qui ed ora, nel quotidiano in cui siamo chiamati ad amare chi ci è accanto. «I primi cristiani – ci ricorda inoltre papa Francesco – dipingevano la speranza con un’ancora, come se la vita fosse l’ancora gettata nella riva del cielo e tutti noi incamminati verso quella riva, aggrappati alla corda.. è una bella immagine di speranza: avere il cuore ancorato là dove sono i nostri antenati, dove sono i santi, dove è Gesù..».

Per quanto possa sembrare assurdo, la morte non è allora così terribile e negativa..
Per dirla simpaticamente con lo scrittore e giornalista Roberto Gervaso: «Se dall’aldilà nessuno è mai tornato indietro, vuol dire che non si sta poi così male!». Sant’Ambrogio, invece, tutt’altro che in vena di scherzare, afferma che «Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo.. esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte.. che.. non è da schivare».

Eppure tutti noi, in fondo, temiamo – almeno in qualche momento della vita – che dopo la morte non ci sia nulla.
Sul legame tra morte e aldilà il criminale francese Jacques Fesh, convertitosi in carcere dopo aver ucciso un poliziotto, e per il quale è in atto il processo di canonizzazione da parte della Chiesa, affermò: «Se non c’è niente dopo la morte, perché è proibito uccidere? A chi debbo renderne conto?». Gli fa eco un suo celebre connazionale, Victor Hugo, il quale sostenne che «Se non c’è un altro mondo, Dio non è onesto». Più ottimista è invece il drammaturgo e poeta russo Vladimir Nabokov: «La vita – dice – è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe essere una sorpresa ancora più grande».

Chissà se le attenzioni che riserviamo ai nostri cari defunti sono da essi ricambiate?
Certo che lo sono. Al momento del decesso hanno portato con loro una parte di noi nella dimora eterna. «Tutto ciò che abbiamo condiviso con loro – afferma il monaco Anselm Grün – gioie e dolori.. tutti i discorsi fatti..: morendo portano con sé tutto quanto nella casa che preparano per noi». Non siamo inoltre solo noi a pregare per loro, avviene anche e soprattutto il contrario. Il teologo tedesco Karl Rahner ha scritto a tal proposito una preghiera che, messa in bocca ai nostri cari, rivolgendosi a Dio così intercedono per noi: «Signore, dona a loro, che nel Tuo amore amiamo come non mai, a loro che percorrono ancora, remoti da noi, la travagliata via del pellegrinaggio.. l’eterno riposo e la tua eterna luce risplenda ad essi, come a noi, ora quale lume di fede e poi, nell’eternità, come splendore della vita beata».

Chissà, invece, che ne sarà ad esempio di tutti coloro che sono morti abortiti, ancor prima di nascere..
Ognuno di loro s’incontrerà un giorno faccia a faccia col Padre, che offre a tutti, seppur in modo misterioso, la possibilità di scegliere Cristo.

«Ascolta, o Dio, la preghiera che la comunità dei credenti innalza a te nella fede del Signore risorto, e conferma in noi la beata speranza che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova» (Colletta della prima Messa del giorno).

Recita
Federica Lualdi, Stefano Rocchetta

Musica di sottofondo
Arrangiamenro musicale di Gabriele Fabbri

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