Santissima Trinità. I domenica dopo Pentecoste (Catechesi dialogata)



Santissima Trinità (prima domenica dopo Pentecoste)
«Dio non è qualcosa di vago, il nostro Dio non è un Dio “spray”, è concreto, non è un astratto.. Non è un amore sentimentale, emotivo, ma l’amore del Padre che è all’origine di ogni vita, l’amore del Figlio che muore sulla Croce e risorge, l’amore dello Spirito Santo che rinnova l’uomo e il mondo..». Con queste parole papa Francesco ci introduce nella solennità di oggi, e aggiunge: «La Santissima Trinità non è il prodotto di ragionamenti umani; è il volto con cui Dio stesso si è rivelato, non dall’alto di una cattedra, ma camminando con l’umanità..».

Il mistero della Trinità è forse il più difficile da comprendere, per cui è lecito chiederci: che cosa, di preciso, festeggia oggi la Chiesa?
E’ la celebrazione di Dio in diversi aspetti: la sua presenza nella storia; la rivelazione interiore che Egli fa di sé attraverso il suo Spirito; è infine la sua presenza nella Chiesa. Le solennità della Santissima Trinità, del Corpo di Cristo, di Cristo Re e del Sacro Cuore di Gesù, non hanno una data fissa, poiché dipendono dalla mobilità della Pasqua. La devozione alla Trinità incomincia solo nel X secolo (viene introdotta nel calendario della Chiesa latina nel 1331, sotto il pontificato di Giovanni XXII), anche se la tradizione precedente non ha certo ignorato questo mistero, dato che un vecchio assioma patristico – legato cioè ai primi autorevoli “pensatori” cristiani – recita: «Ogni dono salvifico viene dal Padre, per la mediazione del Figlio Gesù Cristo, nello Spirito Santo; e nello Spirito Santo, per mezzo del Figlio, torna al Padre».

Cosa ci è dato di comprendere di questo mistero?
Se San Giovanni ci dice che «Dio è amore» (1 Gv 4,8), Sant’Agostino ci chiarisce l’idea attraverso una splendida immagine della Trinità, quando afferma che il Padre è l’Amante, il Figlio l’Amato, lo Spirito l’Amore. Un celebre quanto discusso episodio, relativo allo stesso Agostino, riprende un testo della Lettera apocrifa a Cirillo, che avrebbe scritto lo stesso vescovo di Ippona, e narra che Agostino, grande indagatore del problema del Bene e del Male, un giorno passeggiava sulla spiaggia, quando incontrò un angelo (sotto forma di bambino), che con un secchiello prendeva dell'acqua di mare e la versava in una piccola cavità nella sabbia. Alla domanda del Santo su che cosa stesse facendo, il bambino avrebbe risposto che voleva mettere tutto il mare dentro quel buco. Quando il Santo gli fece notare che era impossibile, il bambino rispose che, così come non era possibile versare tutto il mare dentro la buca, allo stesso modo era impossibile che i misteri di Dio e della SS. Trinità entrassero nella sua piccola testa di uomo.

Ma è davvero così impossibile capire il mistero trinitario?
Dall’episodio appena citato sembrerebbe di sì, tanto che il verbo “capire” deriva proprio dal latino capere, “prendere, afferrare”, potremmo aggiungere noi, stando al racconto, “contenere”. La Trinità non si lascia afferrare facilmente, né “contenere” dalla nostra “testa”. Forse, però, occorre anzitutto precisare che il mistero non indica tanto una realtà oscura e incomprensibile, ma qualcosa che non può essere posseduto e compreso in modo immediato e definitivo. Il mistero chiede cioè alla ragione umana di restare sempre aperta e dinamica, come la Trinità stessa!

Come dobbiamo porci, allora, di fronte ad Essa?
Se ci è impossibile ridurla ad un’idea, dobbiamo imparare a leggerla nella storia, poiché Dio non si presenta a noi attraverso concetti, ma col suo intervento nella storia: in quella dell’umanità intera e nella nostra personalissima storia. Facciamoci dunque guidare dall’arcivescovo Bruno Forte, maestro autorevole che negli anni ’80 ha scritto un saggio intitolato Trinità come storia, il cui incipit recita testualmente: «Il Dio dei cristiani è un Dio cristiano?». La provocazione serve evidentemente a stanare la nostra idea di Dio, e a sottolineare che, come dice lui, «siamo ancora davanti ad un esilio della Trinità». Cosa fare dunque per ritornare alla “patria trinitaria”? Riprendere la storia: non c’è infatti altro luogo e modo in cui Dio si sia rivelato!

I teologi usano spesso un’affermazione molto complicata: «la Trinità economica è la Trinità immanente».. cosa significa?
“Immanente” è un termine filosofico: riguarda ciò che risiede nell’essere, che ha in sé il proprio principio e la propria fine. Deriva dal latino in e maneo, cioè “rimanere dentro”. Per “economia” i Padri della Chiesa intendono invece il fatto che Dio si sia rivelato nella storia: storia di rivelazioni, di eventi e parole, attraverso i quali ha narrato nella nostra storia la Sua. Dire che «la Trinità economica è la Trinità immanente» significa quindi affermare che ognuno di noi può incontrare Dio negli eventi storici in cui si è rivelato. Ma neppure la storia può esaurire la profondità di Dio, o, per dirla sempre in modo difficile, «la storia non può, né deve, catturare la (sua) gloria». Egli è insomma sempre in cammino, oltre la storia stessa. E, così facendo, ci ricorda che tutti noi siamo ancora in esilio, pellegrini su questa magnifica Terra, da Lui creata e sulla quale ha voluto incontrarci uno ad uno..

Stando a quanto detto, che riflessi ha ad esempio tutto ciò con il nostro modo di pregare?
Questa solennità, dice il famoso biblista Gianfranco Ravasi, «riguarda la purificazione della nostra fede e della nostra preghiera.. Dobbiamo giungere (cioè) alla meta di Giobbe: “Prima ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5). Dobbiamo (quindi) educarci al passaggio da una preghiera di domanda ad una preghiera di lode pura.. (Essa) è un invito a mettere continuamente sotto il segno di Dio tutta la nostra esistenza umana e religiosa.. “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”». Siccome siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,27), «allora la nostra umanità – prosegue Ravasi – non è la somma.. delle nostre singolarità. E’ l’unità che unisce gli uomini nel pieno rapporto del dare e del ricevere, rapporto che scaturisce dall’amore che ci fa persone».

Come si mostra il mistero trinitario nella Messa?
Nell’Eucarestia opera mirabilmente la Trinità, e questo lo cogliamo già dalle parole che ci rivolge chi presiede la celebrazione, il quale, dando voce alle parole che San Paolo utilizza nei confronti della comunità di Corinto, con le braccia allargate così ci saluta: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio (Padre) e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13,13). Non potremmo sentirci rivolgere augurio più bello!

Grazie Signore, perché non permetti che possiamo “catturarti” con la nostra intelligenza, ma ci inviti a seguirti, come Padre, Figlio e Spirito, sulle strade della storia, fatte di fango ed erba, gioia e tristezza, sorrisi e sudore.

 

Recita
Cristian Messina, Patrizia Sensoli

Musica di sottofondo
Arrangiamento musicale con chitarra

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