La "sacra" Bi...rra!
Oggi azzardiamo un accostamento davvero audace, che, tanto per entrare nell’argomento, potremmo chiamare beer pairing, non tanto l’abbinamento birra-cibo – quell’arte che avvicina tale bevanda ad un piatto per esaltarne reciprocamente i sapori – ma l’abbinamento birra-Bibbia.. che ne dite, ci proviamo? Non serve essere né esperti zitologi (dal greco “studiosi della birra”), né tegestofili, come sono chiamati coloro che collezionano tutto ciò che ruota attorno all’amata bevanda. Per farlo, però, dobbiamo concederci una robusta premessa storica, se non altro per scacciare quell’immagine, ormai consolidata, che vuole la birra una bevanda “di serie B” o appena indice di convivialità e relax.
Partiamo! Nella prefazione del libro L’incredibile storia della birra, i francesi Benoist Simmat e Lucas Landais, giornalista specializzato in economia ed enologia il primo, illustratore principiante il secondo, così esordiscono: «..in tutto il mondo, da oltre 15.000 anni, si è cercato un modo per avviare la fermentazione di una zuppa di cereali, così da ottenere una bevanda nutriente e gradevole. Dalla fine del Paleolitico (che va da 2,5 milioni di anni fa a 10.000, con l’avvento dell’agricoltura, ndr) la birra era presente ovunque si siano insediati i nostri antenati, perché era necessaria alla loro sopravvivenza quanto il pane, la cui ricetta risale allo stesso periodo. Questi due alimenti hanno incontestabilmente avuto un ruolo nei processi di sedentarizzazione iniziati nel Neolitico (8.000 a.C.-3.000 a.C., ndr). La birra è un’invenzione paragonabile agli utensili bifacciali o all’aver addomesticato il cavallo». Wow, come inizio, davvero niente male.
Con ogni probabilità il processo di fermentazione, si sia trattato di uva, cereali, legumi o altro, è stato scoperto per caso, forse dimenticando per più giorni qualcuno di questi ingredienti. La birra, sottolineiamolo, nacque prima dell’agricoltura, tant’è che «Le più antiche tracce di produzione di birra da parte dell’uomo – alla faccia di chi pensa che si tratti di una bevanda all’ultima moda – risalgono a 13.000 anni fa e sono state rinvenute dai ricercatori nella grotta di Raqefet», in ebraico “grotta del ciclamino”, sul Monte Carmelo; un alimento talmente basilare che venne perfino utilizzato «come forma di proto-moneta», il cui status sacro la rendeva mezzo di comunicazione con l’aldilà.
Se «Intorno alla metà del IV millennio a.C. a Uruk (nell’attuale Iraq, ndr), una delle primissime metropoli nella Mesopotamia meridionale, venne inventata la scrittura», «Le prime ricette della birra sono tra i documenti più antichi della storia umana! All’epoca, il primo termine usato per indicare la bevanda era sikaru (letteralmente “pane liquido”)», la cui produzione rappresentava un’attività domestica riservata alle donne.
Una delle scoperte più decisive, dal punto di vista storico, è data dal ritrovamento, sempre in Iraq, di una tavoletta con un “inno a Ninkasi”, “Signora del frutto inebriante” o “Signora che riempie la bocca”, riportante «la prima ricetta di birra nella storia umana»: siamo intorno al 1700 a.C. Ma già prima, l’Epopea di Gilgamesh (incisa su tavolette intorno al 2.000 a.C., base tra l’altro delle narrazioni genesiache) è uno dei più antichi racconti conosciuti, il quale mostra come già birra e civiltà fossero intimamente legate fra loro, quando, in un momento chiave, funge da simbolo di civilizzazione, «il poema narra infatti che a Enkidu, creatura cresciuta allo stato brado che viveva tra gli animali, vennero offerti pane e birra: bevendone sette coppe acquisì raziocinio e iniziò a civilizzarsi. Dopo averla bevuta, inoltre, “il suo cuore si allargò e il suo volto divenne allegro”».
Non solo, lo stesso Codice di Hammurabi, una delle più antiche raccolte di leggi scritte, promulgato verosimilmente dall’omonimo re babilonese intorno al 1750 a.C., ai numeri 108 e 111 riguarda proprio la birra, citata anche nello Shījīng, la più remota raccolta di poesie cinesi. Fu però l’Egitto «a promuovere la birra in maniera sistematica. Fin dall’inizio del III millennio a.C., erano attivi siti di produzione paragonabili a birrifici», in cui la fermentazione aveva luogo in giare di evangelica memoria. Egitto in cui la birra era chiamata prevalentemente heneket, e serviva spesso a placare la dea Sekhmet, che con la sua testa di leonessa non riuscì a sterminare l’intera umanità solo perché.. ubriaca di birra: spettacolo!
È sempre in Egitto che vennero creati locali chiamati “case della birra”, esistenti però anche in Mesopotamia, di fatto «gli antenati dei bar o, più propriamente, dei locali notturni e dei cabaret, la cui attività era inscindibile dalla prostituzione».
Ma dal V secolo a.C. le città-Stato greche smisero di produrre bevande alcoliche a base di grano, cedendo il passo al vino e alla vite. Il perché di questo passaggio non ci è dato saperlo. Così «La birra finì per diventare un tratto caricaturale attribuito allo “straniero”». Scelta, quella greca, che influenzò anche Roma, che a sua volta avrebbe condizionato progressivamente tutto il Mediterraneo, cristianesimo compreso.
In Cina invece, essendo il vino praticamente sconosciuto, «la birra occupava un posto così rilevante […] da influenzare perfino l’organizzazione sociale. Molti producevano la propria bevanda fermentata utilizzando riso, grano o miglio».
«Anche l’Africa subsahariana conosceva la birra da tempo immemorabile», mentre nel mondo nordico ecco la ol, vocabolo derivato dall’inglese ale, a sua volta da ealu e dalla radice proto-germanica aluþ, ad indicare una bevanda fermentata a base di cereali. Nella mitologia norrena, tra l’altro, le Valchirie (letteralmente “coloro che scelgono i caduti”, cioè i morti), offrivano birra ai guerrieri che si accingevano alla battaglia.
Con la progressiva cristianizzazione, tuttavia, la produzione di birra non scomparve, anzi, la leggenda di santa Brigida d’Irlanda testimonia esattamente il contrario: comune a numerose altre leggende, vuole infatti che il giorno di Pasqua, trovandosi la sua comunità senza birra, la badessa mutò un barile d’acqua in birra, anziché in vino, sulla scia di quanto fece Gesù a Cana.
Eppure, nonostante la vicinanza al mondo romano, fu proprio «il popolo gallico […] a sviluppare le tecniche più moderne per produrre la loro celebre birra: la cervesia, o cervogia», da cui cerveza, come la chiamano oggi gli Iberici. Non solo, «i Gallo-Romani sono anche gli inventori di oggetti specifici per la birra», come testimonia una borraccia del IV secolo ritrovata a Parigi quindici secoli più tardi, recante una scritta.. non proprio politicamente corretta: “Padrona di casa, riempi il mio boccale con la birra”.
In seguito «Tutti i monasteri fondati a partire dall’Alto Medioevo [...] iniziarono a specializzarsi nella produzione di birra», favoriti dal fervore riformista di Carlo Magno, figlio di Pipino il Breve, a sua volta parente di un certo Crodegango (712 ca.-766), il quale fu educato presso un monastero benedettino diventando nel 742 vescovo di Metz, che, tra le tante innovazioni portate alla Chiesa, impose ai presbiteri la vita comune; elaborò una sintesi tra il canto vetero-romano e quello gallicano, dando vita al canto messino (antenato del gregoriano); formalizzò inoltre l’inclusione della birra (all’epoca ancora cervogia) nella dieta monastica, stabilendo razioni giornaliere per i chierici e legittimando la bevanda come valida alternativa al vino, anche perché in molte regioni l’acqua non era igienicamente sicura. Con saggezza, però, fissò limiti ben precisi alla quantità da ingerire, l’ubriachezza infatti, anche se si parla di monaci, è sempre dietro l’angolo.
Il vero patrono dei birrai è tuttavia un altro illustre cittadino di Metz: sant’Arnolfo (582-640 ca.), accompagnato da quella leggenda che vuole che i fedeli, nel corso di una processione per traslare le sue spoglie, soffrirono la sete per via del gran caldo, ma, l’ultimo boccale di birra rimasto continuò a riempirsi per oltre 5.000 persone! Anche in tal caso la somiglianza con uno dei tanti miracoli di Gesù è evidente.
Se torniamo a Crodegango, va detto che grazie a lui (o per colpa sua, dipende dai punti di vista) la produzione di birra si spostò dalla sfera domestica e femminile a quella religiosa e maschile. Il ruolo delle donne però, sebbene oscurato, non venne meno: «furono proprio le suore – precisano Simmat e Landais – a continuare a produrla nei contesti monastici». Ma qui i nostri autori, o chi li ha tradotti in lingua italiana, tanto precisi non sono, confondono infatti le suore, nate solo nel XVI secolo, con le monache.. peccato veniale, glielo concediamo.
Quanto ai monasteri, «si trasformarono in veri e propri centri di produzione. La più antica planimetria dettagliata giunta fino a noi è quella del Monastero di San Gallo, fondato nel 719 […] aveva tre sottobirrifici che producevano tre tipi di birra dallo stesso lotto […] La prima (Prima Melior), una birra forte di qualità superiore (circa 9°), era riservata agli ospiti illustri e a quelli dell’abate. La seconda (Cervesia), una birra leggermente meno alcolica e densa (intorno ai 6°), veniva prodotta per il consumo quotidiano dei monaci. La terza (Tercia) era una “birra leggera” (circa 3°) destinata agli operai dell’abbazia, ai pellegrini o ai malati. Le X sulle botti indicavano la gradazione alcolica della birra. Da questa consuetudine – sottolineano gli autori – deriva anche la denominazione delle potenti tripel belghe, oggi talvolta associate alla dicitura “XXX”». Non è tutto: «Anche i bambini consumavano una “birra da tavola”, proveniente dalla terza o quarta produzione, la cui gradazione alcolica non superava i 2 o 3°». Ah..
In estrema sintesi, fu solo all’alba del primo millennio che la birra tornò ad eccellere come bevanda pop, ma a cambiare il destino della nostra (non ancora) “bionda” sarà il luppolo (in gergo tecnico Humulus lupulus, “pianta del lupo”), il come è presto detto. La produzione di birra monastica aveva un segreto, il gruit, «una miscela di spezie da aggiungere al malto macinato prima della fermentazione», “segreto” che garantiva ai monasteri un certo monopolio, per aggirare il quale si cominciò a sperimentare appunto il luppolo, che in seguito venne utilizzato dai monasteri stessi. Questa pianta conobbe tuttavia le luci della ribalta con sant’Ildegarda di Bingen (1098-1179), che nella sua opera Liber de plantis svelò per prima «il ruolo del luppolo bollito», l’erba medica lupulina, sostanza giallastra che rende amara la birra, capace di preservare le bevande fermentate, fatto che ne permetteva la lunga conservazione, ragion per cui.. la birra poteva iniziare a viaggiare!
A proposito di viaggi, è dalla città di Amburgo – divenuta celebre per quella polpetta di carne bovina tritata, che alcuni marinai nel XIX secolo esportarono negli Stati Uniti – che la birra iniziò a spostarsi un po’ ovunque, ma ciò non impedì ad altre città di produrne di propria, aumentando quella concorrenza che costrinse i commercianti tedeschi ad introdurre il controllo di qualità, così, nel 1447 un’altra città tedesca, Monaco, emise una pionieristica ordinanza, la quale stabiliva che da quel momento in poi la bevanda sarebbe stata unicamente composta da tre elementi: orzo, acqua e luppolo. Di fatto la più antica legge di tutela alimentare del mondo, quel Reinheitsgebot, letteralmente “decreto di purezza”, confermata il 23 aprile 1526 dal duca Guglielmo IV di Baviera. Ed è sempre la città bavarese ad aver regalato all’immaginario collettivo quel boccale divenuto poi simbolo della birra tedesca tout court, probabilmente nato per motivi igienici in seguito alla Peste Nera.
I più refrattari al cambiamento, nemmeno a dirlo, furono gli inglesi, che continuarono a produrre le loro ale, caratterizzate proprio dall’assenza di luppolo, diversamente dalle beer.
La complessità che accompagnava sempre più la produzione di birra conferì alla figura del mastro birraio quasi un’aura sacrale, come anche la “stella dei birrai”, simbolo alchemico – quella “Stella di David” che dal 1897 sarà noto come stigma della comunità ebraica – nato dalla fusione di due triangoli e dei quattro famosi elementi: fuoco, acqua, terra e aria, rimando rispettivamente a birrificazione, saccarificazione, coltivazione e fermentazione. È proprio per via di tale complessità che Martin Lutero arriverà a dire «vinum est donatio dei, cerevisia traditio humana».
Se la culla della birra, almeno come la conosciamo oggi, fu senza dubbio l’Europa, gli etnologi ci dicono che tale bevanda, seppur con le dovute sfumature tradizionali, ha conosciuto da tempo immemore ogni angolo del pianeta.
Avvicinandoci alla nostra epoca, va ricordato che fin dal Rinascimento Francia e Inghilterra sono state in guerra, aspetto che a sua volta ha avuto ripercussioni sul commercio: tassando il vino francese l’Inghilterra impediva infatti alla nazione nemica di arricchirsi, così gli anglosassoni divennero amanti della birra, dando vita non solo alla ale, ma a quella dicotomia che vuole: «una Francia cattolica e bevitrice di vino contro un’Inghilterra anglicana e avida di birra». La pale ale poi, inventata nei birrifici di campagna, aprì le porte alla “bionda” che conosciamo oggi, al tempo prodotta negli antenati dei pub moderni, i publican brewers, concorrenti dei common brewers.
L’Inghilterra fu inoltre la patria della porter, che «doveva il suo soprannome ai numerosi facchini londinesi che trasportavano ogni genere di merce», e del birrificio moderno, avviato dalla Rivoluzione industriale. Il 17 ottobre 1814 la capitale fece inoltre esperienza di un incidente surreale: una gigantesca cisterna di porter (610.000 litri!?) esplose, creando un effetto domino che vide scorrere per le vie di Londra oltre un milione e mezzo di litri di birra (!?!).
L’Irlanda dal canto suo non stette a guardare: nel 1759, in un magazzino del porto di Dublino, Arthur Guinnes fondò quel birrificio che divenne il marchio della più celebre “scura” al mondo. Curiosità: firmando per la sua attività un contratto di locazione di 9.000 anni (sì, avete sentito bene), il giovane birraio mostrava di crederci.. il tempo gli ha dato ragione.
Non meno successo ebbe la prima birra “esotica” della storia, la IPA, acronimo di India Pale Ale, che leggenda vuole sia «stata prodotta appositamente per resistere al lungo viaggio verso l’India e placare la sete degli inglesi che soggiornavano nel subcontinente. Il segreto, si dice, fosse l’altissimo contenuto di luppolo». Ad ogni modo il suo successo è da attribuirsi soprattutto al fatto che, tornati dalle terre colonizzate, gli inglesi desideravano bere quella birra che avevano gustato per tanto tempo in terra straniera.
Nel 1833 poi, due amici birrai, il bavarese Gabriel Sedlmayr e il viennese Anton Dreher, intrapresero un viaggio-studio che entrerà negli annali della storia della birra, insieme all’idea della lager, in tedesco “magazzino, deposito”, da cui “conservare”, principio base della birrificazione moderna.
Se il 1810 vedrà nascere in Baviera la più celebre festa della birra, quell’Oktoberfest nato «per onorare il matrimonio tra il futuro re Ludovico I di Baviera e Teresa di Sassonia-Hildburghausen», nel 1838 gli abitanti della cittadina boema di Plzen «si ribellarono improvvisamente alla qualità dei loro prodotti, divenuti imbevibili. Protestarono distruggendo i barili davanti alla porta del municipio!», sommossa che vide nascere la pilsner, antenata dell’attuale birra bionda, rivoluzione che cavalcò il progresso scientifico già in atto: l’invenzione del frigorifero nel 1870, ad opera di Carl von Linde, e quella dell’imbottigliamento vent’anni dopo.
Nel frattempo negli Stati Uniti il genero del magnate Eberhard Anheuser diede vita alla Budweiser, mentre in Belgio nasceva un altro celebre marchio, ad opera della geniale imprenditrice Jeanne-Marie Artois.
Poco più di un secolo fa, dal 1919 al 1933, il mercato della birra (in realtà non solo quello) ha però conosciuto una brusca interruzione: il Proibizionismo, che, istituito dal Congresso degli Stati Uniti, vietava di produrre e commercializzare bevande con una gradazione superiore a 0,5°. Fenomeno nato non a caso in seno ad una nazione sorta nel XVII secolo da protestanti puritani, che vivevano con moderazione, considerando il consumo di alcol un patto col diavolo. Così si dovette attendere il 1933 – 14 anni durante i quali la birra fu ovviamente merce di contrabbando – , quando il presidente Roosvelt lo abolì, generando un altro maxi fenomeno: l’oligopolio birraio dei grandi Leviatani, che inaugurarono il passaggio dalla bottiglia alla lattina, «sulla scia dei prodotti alimentari in scatola», dando vita ad una nuova categoria di birra, che, per via della bassa gradazione alcolica, era capace di «attrarre giovani, donne e neofiti», pubblicizzata prima durante gli eventi sportivi, partite di baseball su tutti, quindi, a partire dal 1947, nella diretta tv degli stessi. Non a caso «All’inizio degli anni Cinquanta, tutte le principali squadre di baseball erano sponsorizzate da potenti marchi di birra», al punto che «gli spettatori bevevano la marca [...] che sponsorizzava la loro squadra del cuore!». Il fatto che la compagine dei Milwaukee Brewers arrivò a chiamarsi così, o che un marchio come la Budweiser nel 1953 acquistò i St. Louis Cardinals, beh, la dice lunga. Ma non è finita: «I birrifici americani inventarono tutto: le pause pubblicitarie tra gli inning, i tabelloni segnapunti con i loro loghi, i punti di ristoro e così via». Vien da sé che gli altri sport si accodarono immediatamente.
Eppure per ogni Golia di turno c’è sempre un Davide: il movimento delle birre artigianali, ma lo vedremo tra un attimo.
Il vero regno della birra può essere considerato il Belgio, già a partire dal XIV secolo, quando ancora non si chiamava così, uno Stato capace oggi di quasi 380 birrifici, produttori di 1.500 tipi di birra. Emblematico il caso di Hoegaarden, cittadina di 2.000 abitanti che nel XVIII secolo di birrifici ne vantava 38, uno ogni 53 persone! Il lustro, che ha fatto assurgere la cultura della birra di questo Paese a Patrimonio dell’Unesco, è dovuto però alle sue famose birre d’abbazia, su tutte quelle dei trappisti, cistercensi separatisi dall’ordine madre nel 1892, per cui il “mito” delle birre abbaziali è in realtà piuttosto recente, legato negli ultimi anni alla figura di Théodore De Haene, monaco di Chimay dalla cui passione per la birra nacque la Chimay Blu, probabilmente la più celebre al mondo. Birre belghe che ormai sono imitate un po’ ovunque, compresa quella Francia, Paese del vino per antonomasia, che nel 2022 ne aveva un consumo pro capite annuo pari a 37 litri, contro i 33 della birra.
Piccola parentesi: già nel 1471 le beghine (donne medievali che vivevano in comunità religiose esenti da voti), vantavano una sorta di «birrificio-dispensario in cui [...] curavano i malati con la birra che producevano loro stesse!».
Torniamo a noi: e il nuovo continente? è rimasto a guardare? Nient’affatto. Se l’America è stata capace di creare una birra davvero modesta e a buon mercato, d’altro canto «ha generato anche il suo antidoto: le birre artigianali, o locali, chiamate craft beer», partendo da quell’“alternativa” San Francisco in cui un giovane laureato, Frederick Louis “Fritz” Maytag, rilevò il 51% di un birrificio che stava fallendo e, nel 1977, cominciò la sua avventura in una vecchia fabbrica di caffè. Dopo di lui l’hippie Ken Grossman, ispirandosi alla IPA, lanciò una nuova birra yankee al 100%, ma meno alcolica: l’American Pale Ale.
Fatta questa lunga quanto doverosa premessa storica, concentriamoci adesso sul possibile nesso tra birra e Sacra Scrittura, facendoci aiutare dal docente di lingue bibliche Andrea Ravasco, che nel 2024 ha scritto Anche Mosè beveva birra.. titolo quanto meno bizzarro: dove vuole arrivare? Proviamo a seguirlo. Dopo aver premesso che la birra si può dividere in tre grandi tipologie: a bassa o alta fermentazione e acida, sottolinea che l’antenata di questa bevanda rientra nella terza, chiarendo fin da subito che le birre in commercio oggi non hanno nulla a che fare, o quasi, con le loro versioni antiche. Ma cosa ha spinto lui, esperto dei manoscritti di Qumran (oltre che, ovviamente, di birra), a pubblicare un testo simile? Lasciamoglielo dire: «anzitutto (per) spiegare, in maniera semplice, il ruolo che aveva la birra nella civiltà della cosiddetta Mezzaluna fertile […] Un secondo scopo è quello di dare alla birra la sua giusta dignità nel mondo antico. Mi spiego meglio. Per fare la birra occorrono gli stessi ingredienti del pane ed è una bevanda alcolica come il vino: di fatto, però, è stata spesso considerata una parente povera del vino […] troppe volte associata al concetto di barbarie e rozzezza», a partire dallo scrittore latino Tacito, che la definì “vino corrotto”. Non possiamo dargli torto.
Vediamo allora se ci convince.. «Nel Vicino Oriente e in Palestina – afferma – , questa bevanda aveva uno status di tutto rispetto, anche dal punto di vista religioso. Anzi, non solo […] aveva la stessa dignità del vino», oltre ad essere più diffusa perché più economica e facile da produrre, diffusione che «l’ha fatta diventare un sinonimo di ubriachezza in varie lingue semitiche, incluse l’ebraico, l’aramaico e l’arabo».
Se in genere l’importanza dei cereali, nel vicino Oriente Antico è confermata dal fatto che costituivano «la forma più comune per il pagamento delle tasse e delle multe», nello specifico, l’orzo compare nell’Antico Testamento come una delle specie presenti nella terra promessa: «terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; una terra di ulivi, di olio e di miele» (Dt 8,8); con esso Salomone «pagava quanti lavoravano alla costruzione del Tempio (2Cr 2,9) e lo dava in cibo ai suoi quarantamila cavalli (1Re 5,8). L’orzo aveva un ruolo anche all’interno del culto, in quanto risulta tra ciò che dev’essere offerto a Dio (Nm 5,15). Non dimentichiamoci – aggiunge Ravasco – che la festa ebraica di Pasqua racchiude un elemento legato agli azzimi, che anticamente segnava l’inizio della mietitura proprio dell’orzo».
Ma veniamo al lievito, plurimenzionato dai Vangeli (cfr. Mt 13,33 e Lc 13,20-21) e non solo: «elemento fondamentale della fermentazione: permette (infatti) al pane di diventare più morbido e digeribile, mentre nel processo di birrificazione trasforma il maltosio in anidride carbonica e alcol».
Quanto alla preferenza biblica del vino a discapito della birra, alla base c’è anzitutto l’offerta del re di Salem, in Genesi 14,18 si dice infatti che Melchisedek, Dio dell’Altissimo, «portò pane e vino». Se è noto ai più che ad inventare la scrittura furono i sumeri, non tutti sanno che inventarono anche la birra, e prima della scrittura! Nel IV millennio a.C. nell’Iran occidentale gli archeologi hanno trovato tracce organiche, in vasi di ceramica che probabilmente servivano da fermentatori o contenitori per conservare la birra. Sembra inoltre che questo popolo, tra il 3200 e il 3000 a.C., bevesse almeno nove tipi di birra, tutti identificati dal segno sumerico KAŠ. In Mesopotamia, prosegue l’esperto in lingue bibliche, «tutto porta a ritenere che la birra, in ambito liturgico e più in generale religioso, avesse la stessa importanza del vino e di altri prodotti comunemente offerti alle divinità». Non solo, «Nel pantheon sumerico c’era una divinità ad essa collegata: la dea Ninkasi [...] “Signora che prepara la birra”». Una delle opere letterarie più antiche dell’umanità è, come noto, l’epopea mesopotamica di Gilgamesh, da cui l’Antico Testamento attinge a piene mani. Il mito narra del rozzo e incivile guerriero Enkidu (creato dagli déi con l’argilla, fatto che ispirerà proprio la creazione di Adamo) chiamato a sconfiggere Gilgamesh, sovrano della città di Uruk, ebbene, «dopo essere stato creato dalla dea Aruru, Enkidu viene civilizzato anche grazie alla birra [...] “non sapeva mangiare pane, bere birra non sapeva”», sta scritto. Secondo il teologo statunitense Michael Homan (1966-2022) «si tratta di una metafora per indicare “cibo e bevande”, il che significherebbe che la birra veniva considerata la bevanda per eccellenza, così come il pane viene comunemente indicato – anche nel nostro lessico quotidiano – come il cibo per eccellenza». Tornando alla dea Ninkasi, curioso fosse una donna, come Siduri, “cameriera della birra” che Gilgamesh incontra mentre sta cercando il senso della vita.. come mai? Probabilmente perché, almeno all’inizio, la produzione della bevanda era riservata al mondo femminile. Ancora, l’importanza della birra tra i babilonesi è confermato dal celebre Codice di Hammurabi (del XVIII secolo a.C.) e da altre leggi ad esso coeve, in cui la birra compare col nome di šikārum, indicato dal già citato ideogramma KAŠ.
Lo storico greco Erodoto, nel V secolo a.C., considerava gli egizi il popolo più dotto e sano mai conosciuto, anche perché bevevano “vino fatto d’orzo”, ovvero la birra, che «insieme al pane, aveva un ruolo di primaria importanza nella vita quotidiana, nei riti religiosi, nonché nell’idea di vita ultraterrena: infatti pane e birra erano presenti nelle tombe», elementi senza i quali «un pasto nell’antico Egitto non poteva essere ritenuto completo». Egizi che, non conoscendo il luppolo, utilizzavano altri ingredienti, tra cui il fico di sicomoro di evangelica memoria, «trovato all’interno di una giara in una tomba del sito di Deir el-Medina, oggi conservato al Museo del Louvre». Nel sito di Abido è stato inoltre ritrovato un birrificio risalente al terzo millennio a.C., ritenuto da alcuni il più grande della storia, capace di produrne oltre 20.000 litri per volta. A noi, tuttavia, interessa per il fatto che Abido sia stato il principale luogo di culto del dio Osiride, che la mitologia vuole avesse «donato agli uomini l’arte dell’agricoltura e insegnato loro a produrre vino e birra».
Nel Primo Testamento il termine šēkār compare esattamente venti volte, ed è molto somigliante al mesopotamico šikāru; non dimentichiamo infatti che ebraico ed accadico (la lingua di assiri e babilonesi) appartengono allo stesso ceppo semitico. Questa affermazione sicuramente fa sobbalzare i più, compresi forse gli esperti di Sacra Scrittura. Perché? Perché nella Bibbia il termine “birra” non si è mai sentito, ma il problema sta proprio qua, ed è di traduzione, come mostreremo tra poco.
Il titolo del libro di Ravasco è allora pertinente, ma va riformulato inizialmente come domanda: Mosè beveva birra? Vissuto per tanto tempo in Egitto, «allevato dalla figlia del Faraone e cresciuto a corte, difficilmente non sarà entrato in contatto con la birra». Chiediamoci allora perché nella Scrittura non se ne trovi traccia. Una prima ragione è data dal suo essere «legata alla sfera domestica, mentre il vino è legato all’industria, commercio, eredità, riti e status; inoltre, a differenza del vino, la birra era prodotta per essere consumata immediatamente, e ciò ha contribuito a lasciare meno tracce». Ma la ragione principale, come detto, è di ordine traduttivo, la versione della CEI del 2008 traduce infatti “birra” (šēkār) con “bevanda inebriante”.
Vediamo allora dove šēkār viene tradotto impropriamente, a cominciare da Levitico 10,9 in cui, prima dell’entrata nella tenda del convegno, vien detto: «Non bevete vino o bevanda inebriante»; in Numeri 6,3, riferito alla consacrazione dei nazirei (i più noti dei quali sono Sansone, Samuele e Giovanni il Battezzatore): «Si asterrà dal vino e dalle bevande inebrianti, non berrà aceto di vino né aceto di bevanda inebriante»; sempre in Numeri, ma al capitolo 28 (28,7b-10), in contesto liturgico – si badi bene – è Dio stesso a dire a Mosè che «la libagione sarà versata nel santuario, bevanda inebriante in onore del Signore». Questo libro veterotestamentario prescrive in pratica «di offrire a Dio circa tre litri al giorno di birra»! Passando al Deuteronomio (29,5), il contesto è quello in cui, poco prima di morire, Mosè lascia al successore Giosuè il compito di far entrare il popolo nella terra tanto agognata: «Non avete mangiato pane, non avete bevuto vino né bevanda inebriante, perché sappiate che io sono il Signore, vostro Dio». Nel libro dei Giudici (13,4.7.14), quando l’angelo appare alla madre sterile di Sansone, le dice di guardarsi bene «dal bere vino o bevanda inebriante e non mangiare nulla di impuro». In 1 Samuele 1,15 un’altra donna sterile, questa volta Anna, al sacerdote Eli che la ritiene ubriaca, risponde: «No, mio signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante». Quanto ai Salmi, il 69 al versetto 13 è così tradotto dalla CEI: «Sparlavano di me quanti sedevano alla porta, gli ubriachi mi deridevano», là dove “ubriachi”, in ebraico, alla lettera è «i bevitori di šēkār». Curioso che la versione greca della Bibbia, nota come Settanta, traduca šēkār con “vino”, stessa cosa fatta da Girolamo con la Vulgata latina, che riporta vinum. Il libro dei Proverbi (20,1) dice poi che: «Il vino è beffardo, il liquore è tumultuoso», ma anche in tal caso šēkār è mal tradotto, addirittura con “liquore”. Lo stesso testo, questa volta al capitolo trentunesimo (31,4-6), sostiene che «non conviene ai re bere il vino, né ai prìncipi desiderare bevanda inebriante», suggerendo poi di dare «bevande inebrianti a chi si sente venir meno e il vino a chi ha l’amarezza nel cuore». Il profeta Isaia intima per due volte a coloro che bevono smodatamente: «Guai a coloro che si alzano presto al mattino e vanno in cerca di bevande inebrianti [...] Guai a coloro che sono gagliardi nel bere il vino, valorosi nel mescere bevande inebrianti», e in questo caso la traduzione della CEI cambia perfino il singolare šēkār, in entrambi i casi, con due plurali!? Mah.. Lo stesso Isaia, diciannove capitoli dopo (24,9), richiama alla tristezza e alla desolazione, descritte proprio con la mancanza di tali elementi: «Non si beve più il vino tra i canti, la bevanda inebriante è amara per chi la beve». Profeta che altre volte (28,7; 29,9; 56,12) fa tornare il discusso liquido: «Anche coloro che barcollano per il vino, vacillano per le bevande inebrianti. Sacerdoti e profeti barcollano per la bevanda inebriante [...] vacillano per le bevande inebrianti [...] ubriacatevi ma non di vino, barcollate ma non per effetto di bevande inebrianti [...] Venite, io prenderò del vino e ci ubriacheremo di bevande inebrianti». Michea precisa quindi che «Se uno che insegue il vento e spaccia menzogne dicesse: “Ti profetizzo riguardo al vino e a bevanda inebriante”, questo sarebbe un profeta per questo popolo» (2,11).
Che dire, dovremmo forse dedurre che i traduttori della Conferenza Episcopale Italiana sono stati approssimativi? Non proprio. Il teologo protestante tedesco Manfred Oeming «scrive che la radice škr è comune nelle lingue semitiche e il suo significato è costante perché da essa derivano sia il verbo che significa “inebriare”, “essere ubriaco”, che il termine che significa “bevanda inebriante” o “birra”». Vuol dire che i traduttori italiani hanno scelto di rimanere fedeli al verbo perché, afferma il già citato Homan, si sono fatti influenzare da quella rozzezza che, ancora oggi, abita l’immaginario collettivo sulla birra? «In Israele – è sempre il teologo statunitense a parlare – il consumo regolare di alcol da parte di uomini e donne sembra appartenere alla normale quotidianità e non era socialmente scandaloso», in particolare la birra, sorta di “pane liquido”. Per lui il vero problema consiste nel fatto che «dopo l’esilio a Babilonia si perse certezza di cosa fosse questa bevanda e sorse una confusione di cui porta testimonianza anche la letteratura rabbinica», come dimostra la domanda di Rabbi Jose il Galileo, che nel II secolo d.C. si chiedeva quale fosse la differenza tra vino e šēkār. Confusione dissipata dal fatto che delle venti volte che compare il termine, solamente in una non è in parallelo col vino, per cui sta ad indicare una bevanda anch’essa alcolica, ma diversa dal vino.
Possiamo allora concludere che dubbi non ce ne sono: šēkār è la birra! Se così non fosse gli antichi israeliti sarebbero stati l’unico popolo di quella zona a non berne. L’errore quindi persiste solo «per ragioni ideologiche o culturali, pur sapendo che la birra del Vicino Oriente antico non era la stessa che beviamo noi».
Nel 2012 in Portogallo uscì nelle librerie Jesus Cristo bebia cerveja, arrivato un paio d’anni dopo nel Belpaese tradotto alla lettera, Gesù beveva birra, romanzo dello scrittore, illustratore, cineasta e musicista classe 1971, Afonso Cruz. Una provocazione la sua? Anche. Nella quarta di copertina, il retro del libro che mira a catturare l’attenzione del potenziale lettore, leggiamo: «un piccolo paesino dell’Alentejo viene trasformato in una Gerusalemme portoghese per esaudire l’ultimo desiderio dell’anziana Antónia che vorrebbe, forse più di ogni altra cosa, compiere un pellegrinaggio in Terra Santa […] Una commedia surreale e grottesca sull’amore, sulla perdita e sui cambiamenti che travolgono e condizionano le nostre vite». Ma che c’entra con Gesù e il suo rapporto con la birra? Apriamo allora una pagina “a caso” e, ecco che al capitolo 18 nonna Antónia sta parlando con la nipote Rosa: «Sto per morire – le dice – e mi faccio la pipì addosso, che vergogna. E non riuscirò mai ad andare in Terra Santa. Rifarei tutto quello che ho fatto, se me lo chiedessero, ma quando perdi un figlio, che Dio lo abbia in gloria, puoi credere solo in Gesù e nella resurrezione. Tuo nonno pestava l’uva per fare il vino, no? Quando arriviamo a quest’età, siamo come acini d’uva, pestati per tutta la vita». Che meraviglia!
Nello stesso 2014 l’enologo ed esperto in alimentazione piemontese Massimo Prandi, proprietario tra l’altro di un birrificio, commentava così questo romanzo, dandocene una chiave di lettura davvero interessante: «I personaggi rappresentati sono chiaramente frutto di una invenzione letteraria [...] Tramite un linguaggio multiforme, ironico e non sempre lineare emerge una riflessione introspettiva e teologica: la birra diventa, così, il simbolo del ciclo vitale. Il grano, morendo, diventa malto, il quale elaborato si trasforma in spirito. Da qui si sviluppa il curioso legame tra la birra e Gesù: entrambi, infatti, devono morire per poter far sì che la vita, la vera vita, abbia inizio. Questa visione, interpretata nelle storie di quotidianità dei vari personaggi che si incontrano nel romanzo, tutti caratterizzati in modo estremo, quasi caricaturale, obbliga ad una riflessione sulla vita di ognuno di noi: il destino, intrecciato con il peccato, la fortuna, la malattia, le vicissitudini e le opportunità celate o esplicite tende sempre verso una ansiogena attesa di quale sarà il futuro, di quali aspettative potremo vedere realizzate e quali sogni delusi», perché, come dice una pagina memorabile del libro di Cruz: «Ricordati che quando Dio chiude una porta, ci apre un libro».
Nei primi anni ’80 uscì in Italia una lunga campagna pubblicitaria con l’obiettivo di sfatare i falsi miti sulla birra, dato che molti consumatori la guardavano con pregiudizio, ritenendola – come accade ancora oggi – meno nobile del vino o pericolosa per la linea. Spot attraverso i quali si voleva invitare la gente a riflettere: «Meditate gente, meditate. Birra, e sai cosa bevi».. «Bibbia – aggiungiamo noi – , e sai cosa leggi»! Forse..
Recita
Cristian Messina
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