Mistero bellissimo (La Bibbia secondo Max Angioni)



Testo della meditazione
Sulla scia dei comici lombardi, a partire dalla compagnia dialettale dei Legnanesi, passando per i Gufi, i più noti Gioele Dix, Marco Della Noce, Mauro Di Francesco, Dario Fo, Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Diego Abatantuono, Teo Teocoli, Massimo Boldi, Paolo Rossi, fino ai più recenti Claudio Bisio, il trio Aldo, Giovanni e Giacomo, Leonardo Manera e Raul Cremona, ecco il giovane Massimiliano Angioni, detto Max, comasco classe 1990, la cui carriera è iniziata.. come animatore di feste per bambini!  Dopo aver frequentato una scuola di teatro e un’accademia per comici, nel 2018 fa il suo esordio televisivo su Zelig Time, portando sul palco alcuni personaggi a dir poco bizzarri: Aquaman, Jon Snow e l’Ultimo Jedi. Due anni dopo, entrato nel cast di Colorado, l’edizione salta a causa del Covid. L’anno della svolta è quello seguente, in cui sale sul secondo gradino del podio ad Italia’s Got Talent, esibizione che gli vale l’edizione 2021 di Zelig, in cui porta l’esuberante personaggio di Kevin Scannamanna. Nel 2022 è già tra i comici VIP della seconda edizione di LOL - Chi ride è fuori e gira i teatri dello stivale con Miracolato, mentre un anno dopo è co-conduttore de Le Iene e, soprattutto, pubblica il suo primo libro: Mistero brutto. Il vangelo secondo me, sul quale torneremo. Il 2024 è l’anno del ritorno a teatro, questa volta con Anche meno, ma ormai è un volto noto e, oltre che quelli del comico, veste i panni di attore, scrittore, doppiatore, presentatore e ospite, ormai è “diventato” Max Angioni!  

A noi, però, interessa il Max che rischia, non teme infatti di metter mano alla Sacra Scrittura, rileggendo figure religiose in chiave moderna, sempre osando, certo, ma con rispetto; a noi interessa il Max di Mistero brutto. Il vangelo secondo me, la trascrizione su carta di quell’esperimento che tanto successo ha avuto ad Italia’s Got Talent. 

L’introduzione è intitolata Disclaimer, “dichiarazione di non responsabilità” o “clausola liberatoria”: «tutte le informazioni contenute in questo volume – così esordisce – sono il frutto di ricerche, studi, approfondimenti e analisi che non ho fatto. In principio era il verbo, e il verbo era: evita». «Questo volume – prosegue – non ha l’obiettivo di rispondere a domande come “Esiste Dio?”, “Cosa c’è dopo la morte?” e “Qual è il senso della vita”, però diciamo che una bella mano alle persone che stanno lavorando per rispondere a tali quesiti la dá. Senza finta umiltà o altro, posso tranquillamente dire che il libricino che avete fra le mani dovrebbe ricevere non pochi ringraziamenti da scienziati, teologi e altri fior fiori di professionisti del sapere. Gli è arrivata tra capo e collo una chicchetta che gli fa arrivare al pettine due o tre nodini. Che dire? Prego». Intende insomma, pur ridendoci su, problematizzare.. CI PIACE.

Prendiamoci però una breve pausa, per interrogarci sul titolo: Mistero brutto.. perché proprio questo titolo? «L’uomo è una contraddizione – scrive un altro lombardo, Umberto Galimberti, nel suo Il segreto della domanda. Intorno alle cose umane e divine – , anzi quella contraddizione infinita per cui si distingue dall’animale, il quale, codificato com’è dall’istinto, trascorre la sua esistenza nella più assoluta problematicità […] Ma neppure Dio, nella sua infinita onniscienza, aveva risposte adeguate alle umane domande che chiedevano conto del dolore dell’anima e dei mali della terra. Fu così che la parola “mistero”, con cui le religioni avvolgono il silenzio di Dio, fu riconsegnata agli uomini, affinché non venissero meno al loro compito, che non è quello di assestarsi in parole pacificanti, ma di inoltrarsi in quel percorso che è il domandare infinito». Quanto all’aggettivo qualificativo “brutto”, non sappiamo, è da supporre si rifaccia allo slang giovanil-lombardo.. 

Il primo capitolo lo chiama Il debriefing: «35 dopo Cristo. Paradiso, i sette Arcangeli sono seduti al tavolo nella sala riunioni. Il responsabile Gabriele si confronta con Geudiele del marketing e Barachiele del legale, e poi anche con gli altri, ma meno». «Da qualche ora i sette Arcangeli erano immersi nella temutissima riunione di debriefing di tutta la faccenda sul figlio del capo mandato sulla Terra, ossia l’ultima trovata del boss per conquistare gli umani una volta per tutte. Le ragioni […] erano varie: la lotta per la fede è spietata, la concorrenza è molto agguerrita, il mercato è saturo. Divinità che non sanno più cosa inventarsi per fidelizzare i terrestri: donne con otto braccia, teste di elefante, hipster che lanciano fulmini, palestrati con le ali alle caviglie. Gli uomini hanno veramente troppa scelta e venerano qualsiasi cosa, addirittura dagli spaghetti volanti ai calciatori argentini». E qui il richiamo poco velato è, oltre a Maradona, a quella religione satirica nota come Pastafarianesimo, che fa il verso al movimento spirituale e filosofico nato in Giamaica negli anni ’30 del secolo scorso. 

Ma torniamo agli Arcangeli, che discutono sulla data di nascita del Figlio di Dio, poiché «Viene comodo per calendari, compleanni, ferie..», ma, come è noto, la data certa non la conosciamo, al che uno di loro interviene: «Non starei troppo a preoccuparmi di questa contraddizione o piccola incongruenza, anche perché di incongruenze… poi, voglio dire… in tutti i testi sacri... voglio dire, se non ci lasciano passare questa, figurati il resto». FICCANTE.

Si discute quindi sul logo per lanciare l’evento degli eventi: la croce. 

La prima settimana lavorativa pone a tema la creazione: «Giorno 1. Spazio, era un lunedì e nessuno lo sapeva. In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso, e queste sono le esatte parole che uno potrebbe usare ora per descrivere Busto Arsizio». «Giorno 2. Pianeta boh cosa informe, martedì», in cui Angioni ironizza sulla separazione delle acque dalle acque, lasciando intendere un Creatore un po’ maniaco dell’ordine. «Giorno 3. Pianeta un po’ più ordinato, mercoledì […] Dopo la terra e il mare “vide che era cosa buona” […] e dice: “Apperò”, si dà le pacche sulla spalla, si stringe la mano, si alita sulle unghie e dopo se le strofina sulla tunica. Dio se la tira. E, per carità, ci sta eh..». «Giorno 4. Pianeta con buffet, giovedì». «Giorno 5. Pianeta molto simile al giorno 4, solo con qualche segno per le feste quindi boh, magari c’erano dei palloncini […] Il punto in cui capisci che Lui in una settimana più di questo non poteva fare ed era arrivato a un passo dal burn out è l’armadillo: dopo che lo crei devi per forza fermarti e riflettere su te stesso». «Giorno 6. Pianeta tecnicamente a forma di zoo, tra insalate miste e festoni», in cui, «Sorvolando sul plurale da capocantiere che gli è uscito (riferito al “Facciamo l’uomo a nostra immagine”, ndr) – ma ormai siamo in piena trance creativa – , qui il boss crea le personcine». Quanto alla creazione dell’uomo attraverso il soffio di Dio nelle narici di Adamo, commenta Angioni: «Tra tante immagini che potevano essere poetiche, immaginare l’Altissimo che ci rutta nel naso non è la più edificante. Perché per forza il naso? Abbiamo anche altri buchi. No, dai, meglio il naso alla fine». «Giorno 7. Adamo ed Eva cercano di gestire il ciclo sonno-veglia, con un po’ di famina e foglie di fico, in mezzo a procioni e pantere, tra nebbia e locali a cui dai del tu». PRIMORDIALE.

In Messaggi divini Max analizza il modo in cui Dio comunica spesso nella Bibbia: «Allora si comunicava così […] angeli nei sogni […] La gente non poteva andare a dormire tranquilla che in qualsiasi momento poteva arrivare un 27enne ricciolo biondo vestito con un lenzuolo a dare informazioni importantissime sul futuro dell’umanità», e commenta: «Questo metodo secondo me ha delle lacune enormi […] tu vai a dare messaggi così importanti alla gente in piena fase REM […] Come fai a essere sicuro che capiscano?». IN EFFETTI..

Nel capitolo intitolato Basta il pensiero, parla del presepe: «Quella stalla, per esempio, va ripensata un filino, dai. Si tratta dell’unica abitazione al mondo che ha tre pareti; al catasto è un rudere, chiaramente non a norma […] tutto ignifugo visto che si appoggiano sul tetto 14 tonnellate di stella cometa e non va a fuoco niente». DESIGNER.

Quanto al peccato originale, afferma indispettito che Dio ha fatto bene a farla pagare ai progenitori, perché «1) la mela Dio non l’ha chiamata Frutto pericolosotto, Frutto cattivino, Frutto brutto brutto; l’ha proprio chiamata FRUTTO PROIBITO e se lo prendi vuol dire che lo fai apposta; 2) non ti ha messo un profiterole, una pizza margherita… Ti ha messo una mela. MA SARÀ ’STO SACRIFICIO NON MANGIARE UNA MELA? Manco caramellata era; 3) l’hanno toccata senza guanti (ok, non siamo all’IperCoop però certe cose mi infastidiscono); 4) tutti gli animali del giardino dell’Eden fanno i propri versi mentre loro danno retta a un serpente che parla in paradisese stretto. VAGAMENTE SOSPETTO, NO? MA CE LA FAI? Come fai a non accorgerti che è una trappola?». GENIALE. 

Prendiamoci un’altra pausa dal libro, ne vale la pena, ma solo per chiederci, con un altro testo, quale sia il posto della comicità nel mondo religioso.. Nel suo Between Heaven and Mirt, “Tra cielo e allegria”, discutibilmente tradotto in italiano Anche Dio ride (ma il perché di certe scelte ci verranno forse spiegate proprio in cielo) il gesuita James Martin si tuffa nel contenuto già col sottotitolo: Perché gioia, umorismo e riso sono al centro della vita spirituale. La dedica dell’opera è in qualche modo una sintesi del testo: «A mia madre e a mio padre, che mi hanno insegnato a ridere; a mia sorella e a mio cognato, che ridono con me; ai miei nipoti, che mi fanno ridere; e ai miei fratelli gesuiti e agli amici, che mi ricordano di ridere di me stesso». La grande domanda che muove Martin è la seguente: perché negli ambienti religiosi la gioia è considerata accessoria, se non addirittura fuori luogo? Una prima risposta riguarda l’errata immagine di Dio, quella di un giudice austero. Gli esercizi spirituali, l’esperienza geniale partorita dal fondatore dei gesuiti, Ignazio di Loyola, mira non a caso a frantumare questa immagine divina assurda, perché la nostra vita spirituale dipende esattamente da questa! 

La gioia, sottolinea subito Martin, «è quello che proveremo quando saremo accolti in paradiso. Forse persino rideremo di gioia quando incontreremo Dio», facendo eco ad un altro ben più noto gesuita, Pierre Teilhard de Chardin, per il quale «la gioia è il segno più eloquente della presenza di Dio». 

Il libro si muove quindi tra aneddoti, suggerimenti spirituali e barzellette, alcune delle quali davvero spassose, ad esempio quella che parla di una chiesa infestata dai pipistrelli, grattacapo dal quale i vari pastori protestanti, succedutisi in quella comunità, non riuscivano proprio a venirne fuori, fino a che l’ultimo riuscì a cacciarli. Come? «Oh, è stato facile – disse – li ho battezzati e cresimati tutti: sapevo che non li avrei mai più visti». 

Evidenzia poi come non solo nella tradizione cristiana il buon umore sia importante: se tra gli ebrei la risata facile è un fatto noto, non così tra i musulmani, eppure, solo a titolo d’esempio, nella sura 53,43 del Corano sta scritto che «(Dio) è Colui che fa ridere e piangere», mentre nella tradizione Sufi «non ridere significa che “la nostra conoscenza è limitata e che non comprendiamo la natura della realtà”». Sembra che nella Germania del XVI secolo, durante la liturgia pasquale il presbitero raccontasse barzellette, per «ridere di Satana, frastornato dalla Rerurrezione». È risaputo inoltre che la vita di molti santi era caratterizzata dalla gioia, la quale non coincide, è utile ricordarlo, con la felicità: la prima infatti «è capace di sussistere anche in mezzo alla sofferenza, poiché la gioia ha più a che fare con le convinzioni che con le emozioni», ha affermato il teologo e liturgista Donald Salier. 

Ma il Figlio di Dio, nella sua vita terrena – è arrivato il momento di chiedercelo – rideva? Per la biblista Amy-Jill Levine «i predicatori cristiani spesso snaturano le parole e le opere di Gesù, non comprendendo il contesto ebraico in cui era immerso […] uno degli aspetti problematici della questione è che quanto era considerato divertente al tempo di Gesù potrebbe non sembrarlo affatto ai nostri occhi». Non solo, «Certe parti delle parabole […] (erano) davvero divertenti per un pubblico del primo secolo», dato che l’umorismo è strettamente legato al contesto storico-culturale. 

Ma è nell’intera Bibbia che la risata ha la sua parte: Noè «cui viene detto di costruire un’imbarcazione gigantesca lontano dall’acqua», o il profeta Balaam che, diversamente dalla sua asina, non riconosce un angelo del Signore! Giona, la cui storia è divertente quanto assurda, «si nasconde sotto un arbusto; Isaia se ne va in giro nudo per tre anni; Geremia si mette un giogo intorno al collo». Il Qoelet (8,15) non dice forse che «non c’è niente di meglio che mangiare, bere e stare allegri»? E i “salmi della gioia” – tra i quali il 33, il 100 e il 150 – quegli inni cioè che celebrano la lode, la riconoscenza e la fiducia in Dio? Vogliamo parlare del “piccolo Zaccheo” che sale su un albero perché non vede?! (Lc 19,1-10) o del giovane Eutico che cade da una finestra dopo essersi addormentato, e questo perché san Paolo ha fatto un’omelia troppo lunga?! (At 20,7-12) E che dire dei due di Emmaus, di fronte ai quali possiamo tranquillamente immaginare un Gesù che se la ride sotto i baffi per il fatto di non essere da loro riconosciuto?! (Lc 24,13-35) La Magna Carta del cristianesimo non è forse rappresentata da quelle beatitudini, la cui etimologia greca, makarioi, dice quella condizione gioiosa che non dipende dalle circostanze terrene? Per la Levine sono diverse le occasioni in cui Gesù rise, ma «“Gli evangelisti potrebbero essersi conformati alle norme delle biografie del tempo”. Ecco che, forse, un po’ dell’umorismo naturale di Gesù venne soffocato dagli evangelisti per allinearsi agli standard dell’epoca». Gli autori successivi poi fecero il resto: «Nel III secolo, san Clemente di Alessandria mette in guardia contro “parole spiritose e sconvenienti” […] Ambrogio dice che “anche quando si chiacchiera le battute andrebbero evitate”. San Basilio aggiunge che i cristiani “non dovrebbero ridere né tantomeno dare spazio a chi fa ridere”», ed ecco che la frittata è servita..

In sintesi, se in ambito cristiano l’umorismo non è così di moda, le ragioni principali sono: «una scarsa comprensione, ai nostri tempi, di cosa era considerato divertente ai tempi della Bibbia; le norme prevalenti della cultura ellenistica in cui i Vangeli vennero tradotti; […] un’esagerata importanza attribuita alla Passione […] una povera immaginazione». A tal proposito, è sempre il mondo gesuita ad indicare quest’ultima come una via privilegiata – strano, ma è davvero così! – per pregare. 

Val la pena chiedersi, tra l’altro: in quanta arte cristiana troviamo personaggi biblici o santi che ridono? La risposta la conosciamo, ed è proprio per questo che nel 1973 il pittore canadese Willis Wheatley ritrasse un Gesù che si lascia andare ad una grassa risata. Immagine, purtroppo, abbastanza rara, eppure il Figlio di Dio si è fatto uno di noi, umorismo compreso. Martin cita a tal proposito la psicologa clinica Eileen Russell, per la quale chi non ha senso dell’umorismo ha «notevoli problemi sociali». Non è proprio il caso di Gesù..     

È il momento di tornare da Angioni, che nel capitolo intitolato Iron Messia discute sul primo miracolo di Gesù: «Cioè, siccome è il primo io mi aspettavo una roba un po’ più d’effetto, Clamorosa. Invece mi trasformi l’acqua in vino […] cosa mi fai? L’open bar […] Se lo fai oggi al massimo puoi finire nei Per Te di Tik Tok, ma messo il like e condiviso nella chat di WhatsApp finisce lì – e aggiunge – Spinto dalla delusione, mi sono immaginato come sarebbe dovuto essere il primo miracolo di Gesù per colpirmi, per colpire la mia generazione».

«Io ho detto, ma come? Io, cresciuto ad Avengers, Dragon Ball, nella periferia lombarda, mi sono immaginato, cioè, mi immaginavo un primo miracolo tipo: booom! Cioè, qualcosa di, grosso, no? E allora mi sono immaginato come dovrebbe essere il primo miracolo per colpirmi. Allora, seguitemi.. Gerusalemme, strada di Gerusalemme, da una parte c’è Gesù che cammina con gli apostoli. Gesù non ha ancora fatto miracoli, è un ragazzo che cammina e dice cose tipo: “no, raga, voi tranquilli, ma niente, voi.. gli ultimi saranno i primi..”; dall’altra parte della strada un gruppo di bulletti della zona di Gerusalemme, che fanno cose da bulletti, cose così.. camminano, il capo dei bulletti vede il gruppo e fa la tipica scena dei bulletti, si avvicina e fa: oooh, oooh cos’è che c’abbiamo qua, è?! Cos’è che fate qua nella nostra zona, eh?!” – si arrabbia – e Gesù: “Tranquilli, porgete l’altra guancia, tranquilli, oh, senza problema eh, come v’ho insegnato, come v’ho sempre detto, testa raga, testa eh, testa!”. Poi il bulletto lo riconosce e fa: “Oh, ma io a te ti conosco, te sei quel, te con l’aureola, sì te, te sei quello che va in giro a dire che è il Figlio di Dio?”.. e Gesù: “E allora?! Eh, allora, e quindi cosa? Cos’è?”, e gli apostoli: “Oh, frate, tranquillo, oh lascialo parlare, sei migliore di lui, frate: sei migliore di lui!”. “No, no, tranquillo, tranquillo, quindi cosa?”. E il bulletto continua e gli fa: “Secondo me tu non sei il Figlio di Dio!”.. e Gesù: “Ce l’hai con me?!”.. “Secondo me, tu, non sei nessuno”.. gli apostoli, così, così.. tu vedi Gesù che si stringe, si slaccia il chimono – tipo, non so, ho immaginato così – e inizia: “Lasciami perdere”, “Non sei nessuno!”, “Lasciami perdere”, “Non sei nessuno!”, ad un certo punto Gesù si arrabbia e.. wroooommmm! Vola a tre metri tipo Iron Man – cioè, te l’immagini?! – con i raggi qua, e tutti: “Oh, oh!”, e dall’alto Gesù: “Eh, non parli più adesso, eh?! Oh, non parli più?!”. Poi non sa volare bene, perché è il primo miracolo, capito, quindi è un po’.. cade, cade, gli altri: “Tranquillo, tranquillo”, e il bulletto: “Oh, no, no, tranquillo, colpa mia, mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa!”.. e gli apostoli, dietro: “Seeee! Lui è il nostro Signore: boooommm! Boooommm!”. E invece, open bar, va beh, così..».

Le reazioni dei giudici furono diverse: Mara Maionchi risultò divertita, ma sottolineando la blasfemia del suo intervento; Federica Pellegrini, al contrario, evidenziò proprio come fosse riuscito a far ridere senza essere irriverente; Joe Bastianich, dichiaratamente cattolico, fu ammirato dall’accostamento, ovvero nel parlare delle figure bibliche come super eroi; la comicità tipicamente lombarda di Angioni divertì tantissimo, infine, Francesco “Frank” Matano.

In Apostoli assemble «Gesù decise che dovevano esserci 12 apostoli per guidare la sua Chiesa e in mezza giornata trovò 12 persone. E questo è già un miracolo se si pensa che per convincere il decimo a calcetto di solito gli devi rapire la famiglia – e aggiunge – La cosa assurda è che Gesù scelse 12 persone a cui disse letteralmente di tutto: “Seguimi, separati dai tuoi averi, lascia la tua vita, non tornerai più a casa…”. E tutti: “Ok, perfetto, quando le argomentazioni sono così valide… […] Voglio dire: se mi si avvicina un tipo scalzo con le vesti strappate e coi capelli lunghi, io gli dico: “NON FIRMO NIENTE” e poi cambio strada […] Avete capito? Le 12 persone più importanti della storia della religione cristiana sono state scelte in una mattina. Ok. Il tempo che io impiego a capire dove si butta il tetrapak». Passando in rassegna uno ad uno gli Apostoli, di Andrea dice che «l’Andre era semplicemente il fratello di Pietro […] semplice raccomandazione»; di Bartolomeo Gesù disse “Ecco un uomo in cui non c’è falsità”.. «bella frase, si dice pronunciata fissando Giuda, che non colse».. «E niente, qui Gesù ha cannato»; mentre «Giacomo junior è il cugino di Gesù. Il classico cugino che la mamma ti obbliga a portarti dietro». LEADER.

Quanto al sistema sanitario palestinese, Gesù, a detta di Angioni, «spaccava perché guariva un botto», dato che «in tutta la Palestina o sei sano come un pesce, o moltiplichi i pesci o stai per morire», e «nei vangeli non si nomina nessun medico. Mai […] C’era solo Gesù che guariva […] ma con quali studi? Non aveva una laurea, uno straccio di master, nemmeno una tavola illustrata di Esplorando il corpo umano a casa», per cui «oggi come minimo gli sarebbe stato consegnato un Tapiro d’oro da Valerio Staffelli: “Sior Gesù, ma come la va? Ma cosa mi combina? Ma mi guarisce senza l’abilitazione all’albo? È già il terzo Tapiro che le consegno dopo quello sulla scoperta dei veri genitori e quello per l’aiutino durante la gara di nuoto”». CORRETTO.

In Ibuprofeta Angioni scrive: «Nei vangeli si contano 21 guarigioni ufficiali, chissà quante “aumma aumma”». Quanto al tipo di guarigioni, ne passa in rassegna diverse, dando ad ognuna un voto, in base al grado di difficoltà. In relazione a quelle dei ciechi Max dice: «Stupisce […] che Gesù guarisca solo i ciechi al cento per cento, mai un presbite, un miope, un daltonico e nemmeno uno strabico. Che poi non si capisce perché guarisce il lebbroso con una benedizione, che è una frase in fondo. Guarisce un paralitico con una benedizione, sempre una frase. Guarisce il cieco sputandogli negli occhi, e il cieco, giustamente, pulendosi gli occhi, fa: “No, ma le frasi erano finite?”». Circa il ragazzo indemoniato, «Qui si dimostra ingenuo Cri – bellissimo, lo chiama proprio così! – perché immaginiamo orde di mamme che accorrono a lui trascinando i loro figli al grido di “Non sta mai fermo” oppure “Non so come fare” e “Ho provato con lo sport ma niente”». La guarigione di Malco, la guardia a cui Pietro tagliò l’orecchio, è così commentata: «Cri, per non aggiungere all’accusa di blasfemia quella di “istigazione alla violenza” e “aggressione a pubblico ufficiale”, ricostruisce tutto […] primo intervento di chirurgia estetica della storia». L’ultima presa in esame è relativa alla suocera di Cefa: «appena vede un malato al Nazareno gli si chiude la vena e parte col miracolo […] e tutti a dire: “Pietro, hai visto? Ha guarito tua suocera!”. E lui: “Caspita, che bravone” e fra sé e sé: “Appena posso lo rinnego tre volte […] DIFFICOLTÀ 5: son bravi tutti a fare i miracoli con la suocera degli altri». SIBILLINO.

Con un flashback nel Primo Testamento ci riporta quindi alla consegna del Decalogo: «Dopo due mesi nel deserto, tutto il popolo trainato da Mosè arriva al monte Sinai. Qui si accampano. Complimenti per la scelta del luogo: vicino a un monte coperto di rovi, senza né acqua né ombra. È lo stesso luogo in cui Dio parlò a Mosè dal roveto ardente. Evidentemente prendeva bene […] Dopo 2000 metri di dislivello e sei ore di trekking fatto solo con sandali, senza borracce e preghiere (non sappiamo se Mosè pregò, ma sicuramente a qualche divinità si rivolse, siccome tecnicamente si poteva ancora fare), Mosè arriva in cima dove poteva parlare con Lui. Non sappiamo che voce avesse Dio, io me la immagino bassa e un po’ distorta, tipo De André con l’autotune». Poi, provando a immaginare il Creatore che detta i comandamenti a Mosè: «“Non nominare il nome di Dio invano”. “Ma vale da adesso giusto? No, perché prima nella salita mi è capitato di…». Quindi coglie una simpatica incongruenza: «“Non uccidere”. “Ma i primogeniti in Egitto che ha ammazzato come punizione per il farao…?”. “NON UCCIDERE”. “Non uccidere io, certo, noi… Lei escluso, chiaro». Il finale, giunti al decimo comandamento, è esilarante: «“Capo? Capo? Ne sta pensando un altro?”. Silenzio. “Va beh, simpatico. Troppa fatica dire un “Ho finito”, o “Se me ne vengono in mente altri poi te li dico”. Ma mi andavano bene anche tre botti come i fuochi d’artificio […] Silenzio. “Va beh, scendiamo” […] ancora 2000 di dislivello, altre sei ore di trekking, e la difficoltà di dover portare due tavole di pietra senza nominare il nome di Dio invano». OBBEDIENTE. 

Tornando a Gesù, l’episodio della “tempesta sedata” Max la vede così: «I discepoli, che in fatto di problem solving erano pari a un lemure in sala operatoria, urlavano impacciati: “Salvaci, Signore, siamo perduti!”. Una piaga, mai una volta che si mostravano proattivi, mai d’aiuto: uno lo tradisce, uno lo rinnega e un altro, quando torna, non gli crede. Il dream team, proprio».  

Quanto alla magna carta del cristianesimo, le beatitudini, Angioni ipotizza che non fu facile per Gesù: «“Primo concetto: tutti noi abbiamo dei nemici, gente che riteniamo essere delle teste di azzimo. Ebbene, secondo voi che ci dovete fare?”. “Bruciarli nel…”. “Eh noooo. Eh noooo. Lo vedete che o vi si urla o niente. Nooo […] Altro concetto: questo nemico vi attacca, vi, ipotizziamo, tira una sberla? Ebbene voi cosa…?”. “Gliela tiriamo anche noi”. Gesù lo fissa in silenzio. “Con amore però”, aggiunge, Cri, dopo un respiro per rimanere calmo, gli risponde: “No, gli porgi l’altra guancia”. “E se ci colpisce allo stomaco?”. “È METAFORICO!!! LAVORO PER IMMAGINI! […] il miracolo sarebbe farvi arrivare un concetto che sia uno. Eddai”». ESILARANTE. 

Tra i tanti discorsi fatti da “Cri”, Max sottolinea che «quello sulla montagna è il più importante, oggi sarebbe il suo “Gesù a San Siro”».

Parlando invece del nemico di Dio, sostiene che «se si legge la Bibbia, si capisce come il capolavoro del diavolo non sia stato quello (di averci convinto che non esiste, ndr.), bensì l’invenzione dei quiz […] spieghiamo in breve il contesto. Gesù è appena stato battezzato, ma non a un anno come accadrebbe adesso […] e invece di festeggiare come farebbe un suo coetaneo con un viaggio a Ibiza o in Inter Rail, decide di farsi 40 giorni nel deserto», luogo in cui «Cri è lì da solo, disarmato, senza bodyguard», e il diavolo cosa fa? Lo attacca con qualche arma demoniaca? No, «gli fa le “tentazioni” […] delle domande gli fa. Un quiz. UN QUIZ», immaginando quindi che Satana lo tentò con le sembianze di.. Gerry Scotti!? CONDUTTORE.

Ciò che però sconvolge Angioni è il fatto che, durante il suo processo, Gesù non si sia fatto difendere da alcun avvocato: «Lui ha deciso di fare da solo. E la sua linea di difesa […] rispondere a tutte le accuse con una semplice affermazione: “Tu lo dici”. No, ma bravo. Già che ci sei insultali pure e fagli le boccacce. Io non ho parole. Ecco, forse, e dico forse, avere tra gli apostoli 42 pescatori e ZERO avvocati non ha aiutato». SILENTE. 

Barabba – capitolo strepitoso! – viene a sapere che il popolo dovrà scegliere tra lui e.. il Figlio di Dio, rimane a dir poco basito, per non dire altro: «E facciamola ’sta pagliacciata. Ma figurati. Solo perché non avete le… di dirmi in faccia che devo morire […] Buffoni siete, dei buffoni […] Immagino la gente che non sa proprio chi scegliere se un ladro o uno che gli ha fatto RISORGERE LA PROLE. Dai, imbarazzante…». Scena effettivamente comica, ma è andata davvero e incredibilmente così. E il Gesù di Angioni «Lì ha capito che gli uomini non sono giusti, non sono saggi […] dopo la Passione e dopo la resurrezione, lui è cambiato. Non è più Gesù di Nazareth […] da quando è risorto è un generico “in mezzo a noi”, come dire: “Ragazzi, grazie di tutto, nel caso mi faccio sentire io”». Già, è quello che avrebbe fatto ognuno di noi.. Lui no. UNICO.

Per quanto riguarda la festa ebraico-cristiana più importante «..Gesù, con la Pasqua ha dimostrato che tutti i miracoli precedenti erano solo l’aperimiracolo rispetto a questo finale, che ha lasciato le bocche aperte e pure i sepolcri». All’uscita dal suo, ecco l’incontro con l’apostola apostolorum: «Scambio di sguardi, del tipo “io so che tu sai che io so”. Nel momento in cui appare a Maddalena, Gesù fa ’na cosa del tipo “Guarda, una nottataccia…”. Però Maddalena non lo riconosce, nessuno lo riconosce, perché ha cambiato la forma […] minimo avrà avuto la barba di tre giorni» e, apparso agli altri, siccome «per la gioia non credevano, disse Gesù: “Avete qualcosa da mangiare?”. Che, tradotto, vorrebbe dire: “Cioè, c’avete mica una cosina per fermare la fame? A spostare il masso ho avuto un calo di zuccheri che ciao”». PORTENTO.

Max analizza quindi il debriefing – l’analisi che si effettua dopo un evento, per valutarne pro e contro – , un debriefing post resurrezione, datandolo 2023 dopo Cristo, in Paradiso, in quella sala principale in cui Gabriele e gli altri valutano 2000 anni di storia: il Natale, il papato, le crociate, la Bibbia, il libero arbitrio, le inquisizioni, il conflitto israelo-palestinese, le varie apparizioni mariane e la Sindone.. fino a che Barachiele, uno dei sette arcangeli della tradizione ortodossa e cattolica orientale, chiede perché loro non agiscano più in sogno: «Ma dopo quel… – risponde Gabriele – fammi cercare il nome… Freud… non sai come possono prenderlo. Tu arrivi, gli spieghi tutto, loro si svegliano e al massimo perdonano i genitori e vanno a Bali». Gli psicoterapeuti hanno insomma preso il posto dei preti, e la psicologia (mettiamoci pure la scienza) quello della fede, più o meno..

In questi duemila anni, però, sono stati i santi, soprattutto, a proseguire quanto avviato dal Maestro di Nazareth.. e loro, scherzavano o no? Prendevano la vita solamente sul serio? 

Torniamo al gesuita Martin, che sottolinea come nel III secolo san Lorenzo sfidava i suoi carnefici che lo stavano bruciando vivo: «Questo lato è cotto. Giratemi..»; un secolo dopo Agostino pregava dicendo: «Signore, dammi la castità, ma non ancora»; a cavallo tra 1.100 e 1.200 un giovane assisano diventerà l’esempio più celebre di quella categoria nota come “stolti in Cristo” o “santi folli”, a causa delle sue “pazzie”, mentre un suo seguace a Rimini predicava ai pesci, considerata la stoltezza dei romagnoli; Tommaso Moro, condannato a morte da Enrico VIII, mentre saliva i gradini che lo avrebbero condotto alla decapitazione, chiese al boia di aiutarlo a salire, a scendere ci avrebbe pensato da solo; Teresa d’Avila tre secoli più tardi diceva che “una suora triste è una cattiva suora”; le faceva eco Francesco di Sales: «un santo triste è un triste santo», che aggiungeva: «Non ti inquietare quando si presenta una difficoltà. Ridile in faccia e sappi che sei nella braccia di Dio»; Filippo Neri, il “santo della gioia”, costellava le sue giornate di bizzarrie; quando una giornalista chiese al papa buono, Giovanni XXIII, quante persone lavoravano in Vaticano, lui rispose «più o meno la metà»! E ancora, visitando l’ospedale di Santo Spirito, la suora direttrice lo accolse così: «Santo padre, sono la madre superiora del Santo Spirito», e lui: «Beata lei, io sono solo il vicario di Cristo!». Perché allora i santi non vengono mai ritratti mentre ridono? «Questo – precisa Martin – non è un errore meramente estetico, ma teologico, con serie implicazioni per i cristiani. Le immagini di santi dall’aria tenebrosa che prevalgono nelle chiese condizionano la nostra comprensione dei santi, la nostra comprensione della santità e, pertanto, la nostra comprensione di Dio», facendoceli tra l’altro percepire distanti. 

Secondo uno scrittore che definire ironico sarebbe un eufemismo, Gilbert Chesterton, gli angeli sanno volare perché si prendono alla leggera.  

Come non considerare, poi, i benefici fisici arrecati dal buon umore: rilasciando endorfine, una risata è capace di rilassarci, ridurre lo stress, diminuire la nostra frustrazione, alleviare stati d’ansia, migliorare la respirazione e, sembra, persino bruciare calorie! Il gesuita statunitense fa quindi notare come lo psicologo John Gottman abbia evidenziato che, nelle coppie sposate da oltre sette anni, l’avvisaglia più costante di divorzio è l’assenza di riso».

Il celebre poeta e filosofo indiano Tagore scrisse un giorno: «Dormivo e sognavo che la vita era gioia. Mi svegliai e vidi che la vita era servizio. Volli servire e vidi che servire era gioia». Gioia che, diceva ancora il teologo e pastore protestante svizzero Karl Barth, «è la forma più semplice di gratitudine». 

Martin cita quindi un aneddoto del mondo gesuita: alla cena di sant’Ignazio, la festa più importante dell’anno, un giovane appena entrato nella Compagnia di Gesù, alla vista del gigantesco e raffinato buffet esclamò: «Se questa è povertà, fatti avanti castità!».

Torniamo su quelle che noi utilizziamo spesso come sinonimi, eppure c’è differenza tra gioia e felicità, anzitutto nella loro durata: la prima è un’emozione intensa ma breve, mentre la seconda è uno stato d’animo stabile e duraturo; l’etimologia ci dice poi che, mentre gioia deriva da “godere”, felicità attinge dal greco phýo, “generare”, “essere fecondi”; detto altrimenti: se per essere gioiosi non abbiamo bisogno di “produrre” alcunché, per essere felici siamo costretti a farlo. Diamo la parola nuovamente a Martin: «La gioia, più profonda della felicità, è una virtù che trova le sue fondamenta nella consapevolezza che siamo amati da Dio [...] Questo non significa che la sofferenza non porti con sé tristezza [...] Ma la sofferenza non ha l’ultima parola nella vita di Gesù e neppure nella nostra». Tutto qui? Sì, tutto qui.    

Angioni, nel capitolo intitolato Idee nel caso torni si chiede tra il serio e l’ironico: «Ma se Gesù dovesse diffondere il verbo al giorno d’oggi che farebbe? Fossi in lui valuterei una carriera da influencer […] Non ce lo vedo a girare con la sua macchina e a parlare col megafono tipo campagna elettorale: “Eccomi, il Figlio di Dio, credete in me, credete, ricchi premi nel regno dei cieli”. Ecco, non credo». Nemmeno noi. Però la domanda rimane: oggi come si comporterebbe? In che modo diffonderebbe la più grande delle notizie?

In uno degli ultimi capitoli Max immagina Gesù ospite alla Bobo TV, un format di intrattenimento calcistico nato durante il lockdown legato al Covid-19. È “Lele” Adani a presentarlo: «Nato in una grotta della Galilea, proveniente da un piccolo quartiere povero di Betlemme, cresciuto nelle giovanili del Nazareth, colui che si è fatto uomo per noi, el salvador del pueblo: GESÙ», che subito chiede agli altri co-conduttori cosa pensano dell’ospite d’onore: «Ventola: “Impressionante”»; «Vieri: “Ci sono stati tre o quattro anni che eri devastante. Un tocco e guarivi la gente. NUMERO UNO”»; «Cassano: “Allora Bobo, ti stoppo subito, lo sapete che io sono diretto, sono pane al pane e vino al lievito. Gesù, è vero che hai guarito tutti con un tocco, ma potevi fare di più, ma molto di più. Un Messia coi tuoi mezzi…». Ribatte Adani: «Ti blocco subito, Antonio, per dire una cosa: Gesù ha chiaramente seguito i principi, gli insegnamenti e gli schemi di Dio, ma qui a mio parere l’allievo ha superato il maestro con grande tenacia, dimostrando di essere forte di spirito e di avere la GARRA». Cassano, incalzato da Vieri, dice in faccia a Gesù quello che, poco prima, aveva detto a Bobo dietro le quinte: «Se tu c’hai voglia, perché per finire la carriera a trentatré anni non c’avevi voglia coi mezzi che c’hai… potevi durare ancora un dieci, vent’anni. Con l’immortalità pure dei secoli. Perché tu a questi, tipo… Francesco, Mantela, Grandhi… a questi con l’occhio bendato e la mano sinistra li mettevi a letto questi con le prediche. Senti a me». Cassano che, ancora, dice la sua su Giuda il traditore, tanto da far confessare a Gesù: «non ce l’ho con lui, assolutamente. Alla fine non esiste più l’attaccamento alla maglia, se ti offrono più beatitudine non ci pensi due secondi e vai a seguire altre fedi». Magistrale Max, MAGISTRALE..

Veniamo ai Titoli di coda.. Anche nel ringraziare, a fine libro, Angioni è simpatico e, soprattutto, intelligente: ringrazia i genitori «per aver deciso di procrearlo», i nonni, per essere tali, «Goku per proteggere il mondo, anche a costo della vita. E te che hai comprato il libro, ché 18,90 euro sono comunque soldi». APPLAUSI! 

Nell’ultimo capitolo, «Deluso di come procedono le cose sulla terra, Dio decide di affidarsi a questa tanto discussa ChatGPT», che Max ringrazia per aver collaborato alla realizzazione del capitolo stesso, «Quindi […] prende il suo Mac e inizia a digitare: “Cosa fare per avere più fedeli?”», e l’intelligenza artificiale inizia ad enumerare le diverse strategie da adottare: «1) Offri un’esperienza di qualità […] 2) Comunica regolarmente […] 3) Offri sconti e promozioni […] 4) Ascolta i feedback dei clienti […] 5) Cerca di fornire un’esperienza personalizzata ai tuoi clienti […] 6) Continua a cercare modi per migliorare la tua attività», chiedendo infine all’IA di scriverle una versione moderna del Padre Nostro: «Yo, Padre nostro in the sky. Sempre on my mind […] E non mi abbandonare mai, con te song ’o chhiù fort. Amen per la fede, amen per lo sweg. Peace. E Dio a Gabriele: “Spegnilo”».      

Nella Bibbia è la stessa Maria, dopo l’annuncio dell’angelo, a condividere immediatamente quella gioia con la cugina Elisabetta, il cui figlio le “sussulta” nel grembo al contatto col Messia, là dove la parola greca utilizzata è agalliasis, tradotta spesso con “esaltazione”, ma che potremmo rendere anche con “sussulto di felicità”, quello che, poco dopo, fa erompere la madre di Dio nel Magnificat! 

Se la vita terrena di Gesù è dunque iniziata e finita nella gioia – si pensi a quella di Pietro che, dopo la resurrezione, si getta dalla barca per raggiungerlo – , è Paolo, nel più antico scritto del Nuovo Testamento, la Prima Lettera ai Tessalonicesi, che intorno al 50 d.C. invita gli abitanti di quella città, l’odierna Salonicco, ad offrire tre vie privilegiate su come vivere una vita autenticamente cristiana: «Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie» (1Ts 5,16-18a). L’invito è insomma ad un’incessante gioia, preghiera e ringraziamento. Una triade in cui ogni elemento è inscindibilmente legato all’altro, come spiega ancora una volta Martin: «la gioia sgorga dalla gratitudine [...] Uno sguardo contemplativo sul mondo [...] rende più facile accorgersi delle benedizioni della vita [...] la gioia ci spinge alla gratitudine». 

Chiediamoci: ma si può, nella preghiera, scherzare con Dio? È sempre lo statunitense a rispondere, il quale, da gesuita, non può farlo se non con un’altra domanda (!?): «se un modo di pensare al nostro rapporto con Dio è come ad un’amicizia, e gli amici amano scherzare [...] allora ti potresti chiedere: “In che modo Dio scherza con me e in che modo io scherzo con Dio?”». L’immaginazione, per quanto possa sembrarci strano, è un fattore importante all’interno della preghiera, come suggerisce sant’Ignazio, che negli Esercizi spirituali invita a immaginarci accanto a Gesù in ogni situazione della sua vita, battute e risate comprese! «Digli qualcosa che oggi ti ha fatto ridere – incalza Martin – [... ] Condividi con lui la tua gioia». Se un modo per prepararci a qualsiasi cosa è metterla in atto, conclude il gesuita, perché non “abituarci” al paradiso allenandoci alla gioia? Meglio, per dirla con Paolo, essendo lieti, pregando e ringraziando? Allora ridiamo delle battute di Max Angioni, preghiamo – anche per lui – e ringraziamo di quelli che, come lui, ci apparecchiano il paradiso..   

 


  

 

 

 

 

 

 

 

Recita
Cristian Messina

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