6 Febbraio: San Paolo Miki e compagni (Biografia dialogata)



San Paolo Miki e compagni (6 febbraio)
«Il 5 febbraio 1597 a Nagasaki, (in) Giappone, furono martirizzati tre gesuiti, tra i quali Paolo Miki, diciassette laici giapponesi, dei quali due ragazzi di undici e tredici anni, e sei francescani spagnoli..». Con queste parole il Messale ci introduce alla memoria liturgica di quest’oggi.

Chi erano questi testimoni eroici della fede in Gesù?
Paolo Miki, il più celebre tra loro – forse per via della sua magnifica testimonianza in punto di morte –, nacque tra il 1564 e il 1566 da una famiglia benestante di Kyoto, al tempo capitale dell’impero nipponico. È ricordato come il primo religioso cattolico giapponese, entrò infatti nella Compagnia di Gesù, seguendo le orme di Francesco Saverio. Altri due gesuiti figurano tra i suoi compagni di martirio, oltre a diversi francescani, soprattutto laici terziari.

Quale fu la ragione che li portò alla condanna?
Il motivo fu prevalentemente politico, anti-occidentale, dato che il nascente cristianesimo rappresentava, secondo l’imperatore Hideyoshi, una minaccia destabilizzante per il Giappone, nazione caratterizzata da un tratto religioso davvero sui generis, che vede il binomio Shintoismo-Buddhismo andare perfettamente a braccetto.

In che senso?
In Giappone vengono “praticati” congiuntamente – anche se a noi occidentali la cosa può sembrare assurda o quanto meno bizzarra – lo Shintoismo e il Buddhismo zen. Il primo, che letteralmente si traduce con “via degli dèi”, è davvero difficile da classificare, ma assomiglia ad una forma di politeismo, in cui a farla da padrona è la relazione tra esseri umani e kami, “dèi, spiriti” venerati in grande quantità. In questo sconfinato pantheon è centrale la relazione con i propri avi defunti. Allo Shintoismo interessa primariamente la vita “terrena”, concepita non “in vista” di quella celeste. È insomma più preoccupato dell’aldiquà che dell’aldilà. Lo zen – parola quest’ultima di derivazione cinese, traducibile sia con “visione” sia con “meditazione” – è invece la forma che il Buddhismo ha assunto tra i nipponici.

Per quanto riguarda i kami, c’entrano forse qualcosa con l’ormai celebre parola kamikaze?
Kami-kaze, che traduce “vento, soffio divino”, è un vocabolo oggi abusato, e spesso a sproposito, ma in origine indicava proprio quei piloti giapponesi che, durante la Seconda Guerra Mondiale, si sacrificavano scagliandosi con il proprio aereo contro obiettivi scelti. Appena deceduti, venivano nominati kami e onorati con cerimonie nei templi shintoisti. Chi trovava il coraggio di compiere un gesto così estremo, lo faceva non per andare in un presunto paradiso (motivazione che designa semmai l’attuale fondamentalismo islamico), ma proprio per entrare nel novero dei kami, quegli “spiriti” ricordati e venerati da coloro che rimanevano nel già citato aldiquà..

Tornando a Paolo e ai suoi compagni, come morirono esattamente?
Dopo aver subito l’umiliante taglio del lobo sinistro, i ventisei martiri furono trascinati a forza nella città di Nagasaki, con l’intento di essere esposti in pubblico e derisi. La folla, invece, fu stupita dal coraggio di questi giovani, crocifissi su una collina e definitivamente uccisi a fil di spada dai loro carnefici. L’ammirazione degli astanti fu dovuta in particolare dalle parole di Paolo Miki, che, a imitazione di Gesù, morì pronunciando il celebre: «Signore, nelle tue mani affido il mio spirito». Questa stupenda testimonianza colpì nel 1846 un quindicenne seminarista al quale, leggendo il racconto del supplizio, iniziò a battere il cuore per la vita missionaria.. Daniele Comboni, che consegnerà la propria esistenza a Cristo esattamente tre secoli dopo Paolo Miki.

«O Dio, forza dei martiri, che hai chiamato alla gloria eterna san Paolo Miki e i suoi compagni attraverso il martirio della croce, concedi anche a noi per loro intercessione di testimoniare in vita e in morte la fede del nostro Battesimo» (Colletta del giorno).

Recita
Riccardo Cenci, Cristian Messina

Musica di sottofondo
Arrangiamento musicale di Gabriele Fabbri

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