Don Zeno Saltini (30 Agosto)



Don Zeno Saltini. Una biografia
Sono con amici, durante la tanto desiderata vacanza al Monte Argentario, quando, con la mia auto, una vecchia cabrio del 2012, stiamo percorrendo la Statale 223 in direzione Grosseto e, sulla destra, uno di noi nota un cartello che dice “Nomadelfia”, ma non ha una segnaletica, diciamo così, normale. Non abbiamo fretta, così, incuriositi, decidiamo di fare questa piccola deviazione. Una seconda indicazione, questa volta su un grande masso, recita ancora “Nomadelfia”, scritto, ci par di capire, in più lingue, con un “legge di fraternità” scritto in fondo. La nostra curiosità non fa che crescere, per cui procediamo e, tra sali e scendi, vediamo gruppettini di edifici col solo piano terra, quasi tutti prefabbricati, capannoni, campi coltivati e una grossa croce su una collinetta, ma in giro non c’è anima viva, quando finalmente un volto sorridente ci appare, una donna sulla settantina. Non possiamo fare a meno di fermarci!«Scusi.. buongiorno! Dove ci troviamo?».

«Buongiorno a voi, io mi chiamo Rachele, e voi vi trovate a Nomadelfia».

«Sì, lo abbiamo visto dai cartelli ma, perdoni l’indiscrezione, è un paese, un villaggio turistico o cos’altro?».

«Avete un po’ di tempo per attendere la risposta?»

Ci guardiamo tra noi e, non avendo nessuna fretta – siamo in vacanza – acconsentiamo con lo sguardo.

«Posso salire in auto con voi?».

«Certo», e ci porta.. in un cimitero!  

«Venite, venite».

Dentro questo luogo, sobrio ma tutto sommato bello (strano a dirsi, trattandosi di un cimitero), una struttura circolare svetta sulle altre. Entriamo proprio in quella: c’è una tomba sormontata da un cilindro che, permettendo l’entrata della luce naturale, che sembra voler collegare cielo e terra. Sopra la tomba c’è una foto in bianco e nero, di un prete con dei grossi occhialoni neri. Le vetrate delle finestre riportano una croce stilizzata (Rachele ci dirà più tardi essere simbolo dell’albero della vita) e, sulla tomba, non ci sono fiori ma, come nel mondo ebraico, tante pietre, però decorate, tantissime, ognuna delle quali porta un nome di persona. Ma il nome che salta all’occhio è quello scritto sulla tomba stessa: “don Zeno”. «Chi era?».

«Sedetevi, vi racconto la sua storia.. 30 agosto 1900, siamo a Fossoli, frazioncina di Carpi, Cesare e Filomena stanno per avere il nono figlio, vogliono chiamarlo Zeno.. ne avranno altri tre. È un patriarcato classico il loro, con nonno Giuseppe capofamiglia di trentacinque persone, 17 poderi e una settantina di braccianti. A 14 anni il giovane Zeno si rifiuta di continuare a studiare: “Mi parlavano sempre di gente morta […] a me invece interessava la vita”, e sceglie di andare a lavorare con gli operai di nonno Giuseppe. Il ragazzotto è vispo, e tra le tante marachelle che combina, una è davvero grossa: “Vado sulla strada e c’erano gli amici della borgata: “Ehi, ragazzi vi faccio vedere, stando qui rompo il vetro della maestra”. C’era la maestra che pranzava […] ci ho tirato e si visto il vetro che si è spaccato. La maestra viene fuori di corsa: “Lazzaroni, chi è stato?”. I ragazzi: “È stato Zeno”. “Ah sì..”, e me ne dice di tutti i colori. Mi guardava negli occhi che m’avrebbe mangiato, addirittura, dalla rabbia. Io la guardavo e pensavo: “Eppure ci ho preso bene”».

«Vedendo i compagni di classe più poveri si chiedeva: “Io mi guardavo di fronte a loro e dicevo: “Mah, non capisco, io che sono nato fortunato, mo chi è che dà la fortuna? Se c’è un Dio che dà la fortuna è ingiusto, quindi non è Dio che dà la fortuna, sono gli uomini che creano i guai”».  

«Nel 1920, mentre svolge il servizio militare a Firenze, un commilitone anarchico gli dice, davanti a tutta la camerata, che Chiesa e cristianesimo sono i due veri ostacoli al progresso umano.. Quelle parole sono un pugno allo stomaco, ma ribatte: “Ti risponderò con la mia vita” e, tornato in camera tra i fischi dei militari, pensa in cuor suo: “Cambio civiltà cominciando da me stesso. Per tutta la vita non voglio più essere né servo né padrone”. Riprende subito i libri in mano, ma non è solo lo studio ad occuparlo: tra il 1920 e il 1927 è presidente di un’associazione sportiva e dei giovani di Azione Cattolica, per la cui propaganda si serve della sua velocissima Norton (moto britannica paragonabile ad un’odierna superbike artigianale di lusso, un’avanguardia tecnologica accessibile a pochissimi), perché è anche segretario del Motoclub della sua città, senza trascurare i poveri e i bisognosi, su tutti i minori “delinquenti”, che attraverso l’Opera Realina impegna nel mondo del lavoro, per toglierli dalla strada. Fa inoltre vita comune coi seminaristi, avviati su ben altra strada.. Ad aiutarlo c’è l’amico Odoardo Focherini, che in seguito verrà arrestato, detenuto al campo di Fossoli e poi in Germania, dove morirà, ricevendo in seguito il titolo di “giusto tra le Nazioni”». 

«Ma l’Opera Realina fallisce, così si butta a capofitto negli studi, andando a Verona presso il futuro san Giovanni Calabria (“uomo luminosissimo: da lui ho appreso soprattutto una grande fede nella Provvidenza”) e, nel dicembre del ’29, si laurea in Giurisprudenza alla Cattolica di Milano, scelta che aveva fatto pensando di “difendere quei disgraziati che vanno sotto processo senza avvocato”. La svolta però è un’altra: il 6 gennaio di due anni dopo presiede la sua prima Messa, perché nel frattempo è diventato prete, dopo appena un anno di seminario (?!). Quel giorno, nella cattedrale di Carpi, shockando buona parte dei presenti, fa una scelta altrettanto decisiva per la sua vita, adottando l’ex carcerato Danilo Bigarelli, detto “Barile”: “Io sono stato il primo di don Zeno Saltini, il quale mi ha raccolto come primo figlio, che eravamo abbandonati, ecco, eravamo sette fratelli abbandonati”. “Lo prendo come figlio: sposo la Chiesa e così le faccio partorire un figlio di quelli molesti. È rinato un uomo al mondo”. “Barile” sarà il primo di oltre 5.000 figli, perché da prete a San Giacomo Roncole accoglie altri ragazzi abbandonati, dando vita nel 1933 all’Opera Piccoli Apostoli: “Se tutti i bimbi di questa parrocchia non avranno abito e scarpe io toglierò la croce dal campanile, perché vorrà dire che l’occhio di Dio non può fissarsi su queste case”. I Piccoli Apostoli sono le prime famiglie che, in mancanza di mamme, vengono portate avanti dai giovani, diciamo così, un po’ più maturi, chiamati “mamo”. Molti di loro parteciperanno alla Resistenza, e sette perderanno la vita. A dar man forte ai “mamo” ecco le “mamme di vocazione”, prima delle quali Irene Bertoni: “Il bambino infatti, non è nato da me, è vero, ma lui vedrà in me la mamma, perché sente le cure, sente l’amore, sente il palpito del mio cuore. Lo lavo, lo nutro, lo vesto”. Irene è una giovane studentessa scappata di casa per dar vita a famiglie nate non più “dalla carne e dal sangue”, ma dallo spirito; donne che rinunciano alle nozze per vivere una maternità virginea, accogliendo figli e figlie che la Provvidenza affida loro, e lo stesso vale per le coppie di sposi. Irene è stata anche la mia mamma, quella vera. È morta il 15 maggio 2016, aveva 93 anni. Abbiamo incontrato la sua tomba appena prima di entrare qui, forse non ve ne siete accorti..».

«L’accoglienza di questi figli, lo ricordo bene, è particolarmente suggestiva, sono infatti consegnati all’altare ai loro nuovi genitori con le parole che Gesù in croce rivolge a Maria e Giovanni: “Donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre” (Gv 19,26). “Mamma non è colei che ti genera [...] è colei che ti nutre e ti porta all’amore”, diceva don Zeno.Ma il suo, si noti bene, non è un orfanotrofio né un collegio – in cui tanti suoi confratelli presbiteri si cimenteranno – ma un popolo, che sperimenta un’idea di affido ante litteram. Tornando ai Piccoli Apostoli, firmano un documento tra il 2 e il 3 febbraio 1943: “Ci riunimmo in una decina e si combinò di fraternizzarci tra noi sacerdoti e nello stesso tempo rendere solidali le parrocchie”».

«Dopo la guerra il dibattito politico aumenta, ma i partiti non interessano Zeno, lui è un utopico. A Carpi, negli scritti e nelle omelie inizia a criticare fortemente la Democrazia Cristiana, rea di non scuotere il sistema. Il cristianesimo, a parer suo, non è praticato che da pochissimi. Ma l’utopia, alla lettera “non luogo”, paradossalmente ha proprio bisogno di un luogo, che lui individua nell’ex campo di concentramento di Fossoli, che tenta di occupare, prima legalmente poi nel silenzio generale, “illegalmente”, seppur col silenzio-assenso delle autorità: sono le 8 del mattino del 19 maggio 1947, quando fa confluire le sue 28 famiglie (circa 280 persone, per lo più bambini), fino a quel momento sparse qua e là: “Una mattina siam partiti che c’era ancora là dentro dei prigionieri, non desiderabili. Prima c’erano i non fascisti, poi dopo ci han messo i fascisti. E allora noi siamo andati là, siamo entrati e, il direttore del campo è andato via - sapeva che andavamo - dice “adesso vengo poi più tardi” - . Quando siamo arrivati sul camion, la banda che suonava e sti ragazzi, siamo entrati nel campo.. le guardie invece di, come si chiamano quei, quegli affari là, i frisa, come si chiamano, quei cavalletti, eh? Allora quelli lì li hanno aperti anziché chiuderli. È stato un fatto enorme, perché han visto: le guardie coi mitra là che correvano ad abbracciare i ragazzi, e prender giù dalle macchine, e dai camion, i prigionieri tutti sui tetti, applaudire: in quel momento lì avrebbero potuto scappar via i prigionieri..”».

«Vi sto annoiando?».

«No, no, anzi. Continua pure».

«Le strutture architettoniche che ha in mente don Zeno richiedono una spesa altissima. Nel frattempo il numero degli “ospiti” si moltiplica, fino a raggiungere le 1500 unità. Un’altra data è poi da segnare “in rosso” sul calendario, il 14 febbraio 1948: sulla scia di quella Italiana, da poco entrata in vigore, viene sottoscritta la Costituzione, che dà ufficialmente inizio a Nomadelfia. Provo a percorrerne i punti salienti, partendo ovviamente dal primo articolo, che più o meno recita così, vado un po’ a memoria: DENOMINAZIONE E FINE “Nomadelfia” significa: “La fraternità è legge”. È una “Associazione privata” di volontari cattolici, chierici e laici (cfr. can. 298 e ss. C.I.C.), che […] Operano insieme in solidale fraternità cristiana, al fine di assicurare e diffondere lo stato evangelico dei “liberi figli di Dio” e di dedicarsi ad opere di bene, a sollievo materiale e ad elevazione spirituale dell’umanità».

«Wow, che memoria!».

«Beh, certe cose vanno fissate bene.. Il secondo, le CONDIZIONI PER ESSERE NOMADELFI, dice che Essere Nomadelfi è una vocazione ad una missione eroica. Possono essere Nomadelfi coloro che:  hanno compiuto 21 anni,  sono cattolici professanti […] rinunciano a possedere beni a qualsiasi titolo e di qualsiasi natura, e accettano di essere poveri nel senso di avere solo il necessario ad una vita dignitosa. Mentre il terzo, gli IMPEGNI DEL NOMADELFO, dice che ognuno è tenuto a dare la sua opera eroicamente, e che si impegna in modo speciale a ubbidire e a prestare la sua attività senza alcun compenso economico, oltre a versare al fondo comune tutti i beni ricevuti».

«Altri articoli sottolineano poi il modo di vestire, modesto, funzionale ma al tempo stesso elegante (Art 5), il n. 7 si occupa della popolazione, composta daChierici, Mamme di Vocazione,  Celibi per Elezione,  Coniugi o Vedovi  Nomadelfe, Mamme  Uomini e donne non coniugati,  Minorenni facenti parte delle famiglie per affidamento o per nascita,e tanti altri.. che lasciamo perdere: vi annoierei davvero!».

«Torniamo a dove eravamo rimasti. In quel periodo papa Pio XII accoglie il fondatore in un abbraccio incoraggiante: “Faccia, don Zeno, faccia. il papa è con lei”. Nel frattempo, siamo nel ’49, un gruppo di nomadelfi si trasferisce in Maremma, in un terreno la cui superficie, tanto per azzardare qualche paragone, è più grande sia di Città del Vaticano che del principato di Monaco, ma di gran lunga inferiore alla Repubblica di San Marino. Non so se ho reso l’idea?».

«L’hai resa benissimo. Senti, ma, come mai proprio qui?».

«Per via di un’amica di don Zeno, la contessa Maria Giovanna Albertoni Pirelli, nome altisonante, lo so, quella della famosa casa di pneumatici. Per lei Nomadelfia “era diventata una quinta figlia”, tant’è che ha venduto uno dei suoi palazzi milanesi per acquistare un terreno agricolo, che poi donò a noi. Tutto è iniziato con la nascita del primo comitato pro-Nomadelfia, cui seguiranno quelli di Torino, Genova, Brescia e di tante altre città. Dietro le quinte c’era la regia di padre Turoldo: “Don Zeno mi chiamava il suo ministro degli esteri. Nomadelfia rappresentava il messaggio più dirompente di un cristianesimo che forse era quello che poteva salvare generazioni e gioventù a non finire.. quasi da pensare a eventi come le apparizioni del primo francescanesimo”».   

«Il 13 novembre 1949, nel Duomo meneghino il cardinal Schuster consegna alle famiglie di Nomadelfia 40 figli, in buona parte provenienti dal carcere minorile “Cesare Beccaria”: “Da parecchi secoli molti cristiani si fermano alla cornice del cristianesimo. Che cos’è il fenomeno di Nomadelfia? È il ritorno dei cristiani allo spirito del santo vangelo”».

«In quegli anni Nomadelfia fa discutere.. se Dino Buzzati nutre “il sospetto che con la scusa della filantropia si pratichi una sorta di non dichiarato comunismo”, il giornalista inviato di Oggi Domenico Porzio scrive: “O si crede in questa città, oppure la si rifiuta, la si giudica un’incantevole utopia, destinata in un prossimo domani ad essere travolta dalla realtà del secolo”; don Primo Mazzolari, sul suo quindicinale Adesso afferma che: “Forse non c’è niente di nuovo a Nomadelfia, c’è soltanto che là qualcuno prende sul serio in Vangelo”. Tra i giornali nazionali, il Corriere della Sera diventa una spalla che garantisce a don Zeno aiuti economici e sostegno politico, ma la politica, si sa, è materia incandescente: nel 1950 il Movimento della Fraternità Umana costerà al ministro “ribelle” l’ostilità di molti. Lui, fieramente anticomunista, è tuttavia chiamato “il prete rosso”. Certo non è un buon amministratore, e proprio lì, a causa dei debiti, viene attaccato: nel 1952, pur se assolto, sarà denunciato per truffa. Lo stesso Turoldo gli rimprovera una gestione economica poco oculata. Quell’anno un decreto dell’allora Sant’Uffizio, oggi Congregazione per la Dottrina della Fede, sancirà il suo allontanamento da Nomadelfia, che verrà sciolta e chiusa con la forza, cacciando gli adulti e riportando i minorenni negli istituti, i beni sequestrati e ceduti. Ma Zeno obbedisce, scrivendo ai nomadelfi sei giorni dopo: “Mi mandò la Chiesa a voi.. ed ora la Chiesa mi strappa a voi. Sono un sacerdote in cerca di una diocesi e sono uno tra gli uomini più infelici che esistano sulla terra [...] Lo Spirito Santo non mancherà di illuminarvi e di condurvi per mano tra labirinti misteriosi [...] Se vi occorresse il mio sangue cercatemi, mi troverete e potrete berlo tutto. Addio. Vostro e non più vostro”. Il momento per lui è durissimo: “Mi pare di sentire le parole di Nerone: “Questi cristiani si amano troppo, è una religione pericolosa”. Ma lui, penso lo abbiate capito, era uno davvero tosto:“Io del papa, del Sant’Uffizio non ho mai avuto paura. Mi hanno chiamato tante volte, me la godevo un mondo. Dicevo: “Qui sono a casa mia”. Tanto più che ho studiato legge, quindi ci battevamo bene, ci si poteva bisticciare a fondo. Al Sant’Uffizio ho trovato proprio la mia terra”. “La Chiesa faceva come le mamme. Quando c’è un figlio un po’ vivace, che tormenta la mamma, qualche scappellotto vola”». 

«Durante il processo del novembre 1952, in cui Zeno e Nomadelfia sono accusati di truffa e millantato credito, l’avvocato Luigi Vecchi così si esprime durante la sua arringa: “Un giorno forse, quando dalla cronaca passeremo alla storia, rifaremo il processo a Nomadelfia. O sarà Nomadelfia che lo farà a noi?”. Ma il fondatore chiede e ottiene pro-gratia la riduzione allo stato laicale, per poter continuare a guidare il “suo” popolo, situazione che durerà nove anni, ma che lui accoglie con profonda gratitudine: “Io sono come i muli: viaggio attento sugli orli dei precipizi per raggiungere mete che per altre vie non si conquistano. La Chiesa, all’ora di Dio, mi ha sempre aperto il sentiero come ha fatto in questa misteriosa occasione”». 

«Il motivo dello scioglimento, a parere di Turoldo è molto chiaro: la Chiesa ha timore di praticare il Vangelo fino in fondo!”. Eppure il 10 febbraio di quel’52 Pio XII ebbe a dire che “È tutto un mondo che occorre rifare dalle fondamenta,che bisogna trasformare da selvatico in umano, da umano in divino”».

«Ma oggi, ci par di vedere, è ancora tutto in piedi.. cos’è successo?».

«Nel ’54 l’ideale riprende vita proprio qui. Il 3 agosto Zeno dirà: “Cari figli, fate il piacere a voi, al Signore e al popolo di amarvi sempre di più. Credetelo, è necessario. E non dovete pensare che le nostre angustie personali siano colpa dei fratelli e delle sorelle che vivono insieme nella comunità. Cercate in ciascuno di voli la bontà, quella di Dio; e allora vedrete che i difetti del fratello non vi urtano più, ma vi tormenteranno i vostri […] Non abituatevi a sentire questi richiami alla bontà, ma fate queste cose e sarete felici”. Nel 1961 chiede quindi di poter riprendere in mano il suo ministero: viene nominato parroco di Nomadelfia e presiede la sua “seconda prima Messa”. L’anno dopo Giovanni XXIII la definisce parrocchia, siamo in pieno Vaticano II. L’8 dicembre del 1965 il giornalista Arturo Jemolo de La Stampa scrive: “Tra tanto cristianesimo edulcorato, smussato, ridotto alla misura dell’uomo medio, pare qui di scorgere un’oasi di cristianesimo integrale, con tutto ciò, va da sé, che ha di arrischiato, di pericoloso, di scandaloso anche, per l’uomo della civiltà del benessere”. Nello stesso anno nasce una nuova forma di apostolato, le “Serate di Nomadelfia”, uno spettacolo itinerante che il 12 agosto 1980 si esibirà di fronte a san Giovanni Paolo II a Castelgandolfo, pontefice che ricevette personalmente don Zeno, come farà poi Francesco e come aveva già fatto Giovanni XXIII nel ’67, anno in cui, in occasione della Passione del Venerdì Santo, mentre si trovava nella chiesa di Sant’Angela Merici a Windsor, in Canada, don Zeno affermò: “Avete mai conosciuto voi gente senza Fede? Come soffre quella gente! […] Eppure, in loro non vedete il Cristo che cerca, che è sofferente nei suoi figli? […] Questi giovani che abbandonano la Fede, che abbandonano tutto: dov’è Cristo? È in loro. È crocifisso in quelli che lo abbandonano. “Ero io in loro” […] Quando sentite uno bestemmiare, non state lì a reagire, guardatelo con affetto e pensate: guarda, in lui c’è Cristo crocifisso. Quando vedete la prostituta dite […] In lei c’è il Cristo crocifisso. Quando vedete una persona che commette un reato, un delinquente tra due guardie, tra la polizia che lo mette in catene: Guarda, in lui c’è il Cristo crocifisso”, se infatti è una mamma a dare del lazzarone a suo figlio, va bene, ma se è qualcun altro a farlo, lei reagisce difendendolo, perché è suo figlio!».

«Il fondatore ci andava giù pesante quando parlava..».

«Abbastanza.. “Quando parlo al popolo e anche a voi – diceva spesso – , prima prego: “Signore, fa’ che le parole che dico siano veramente degne di essere scritte nelle pareti del Cielo”.. Ad un gruppo di milanesi tentò di spiegare, nel luglio del ’70, cosa significasse essere  nomadelfi: “Sono nato in Italia, sono un italiano. Se nascevo in Francia, ero francese.. Ma non sono mica un ravanello, sono nato sulla Terra. Allora sentiamo il bisogno dell’universalità, persino di uscire dalla propria Terra […] Nomdelfia non può essere nazionale. È un principio universale […] (ma) Se avessimo fatto Nomadelfia pensando di non essere peccatori, potevamo fare a meno di farla, perché dei peccatori ci sono dappertutto e lo siamo anche noi”. L’anno dopo invece, ad un corso di esercizi spirituali per i giovani a Subiaco, sottolinea comela vera libertà consista paradossalmente nell’obbedienza, sull’esempio di Gesù, che “non ha fatto quello che ha voluto lui […] nonostante fosse Figlio di Dio, come uomo ha sempre ubbidito al Padre […] se prendiamo la natura, le stelle, le galassie, gli animali, l’uomo e Cristo stesso, tutto è ubbidienza […] Perché la libertà non è fare quello che si vuole, è fare quello che si deve […] perché vada la macchina bisogna sacrificare la benzina e l’aria […] Chiunque non accetta questa linea precisa del vivere è suicida nel senso che distrugge, uccide se stesso […] Il grano ubbidisce all’agricoltore, non si ribella ed entra nella terra. La terra lo aggredisce, deve marcire e trasformarsi chimicamente, e facendo questo dà il pane all’umanità […] È tutta un’immolazione, ed è una legge […] La libertà è vivere la legge, fuori da lì è schiavitù. L’immolazione esige sacrificio, e tutto il creato si trasforma attraverso il sacrificio, l’immolazione. Immolazione vuol dire proprio che viene distrutta e si trasforma in un’altra cosa. Dall’atomo (che lo spaccano) alla crocifissione è tutta una immolazione, e da questa nasce la vita”.  Si chiedeva inoltre: “Può un ignorante essere cristiano? No […] deve sapere le cose vere”».

«Qual era, invece, il suo pensiero su Nomadelfia, riusciva ad essere obiettivo nel giudicare la sua “creatura”?».

«Credo di sì: “è il Signore che vuole Nomadelfia – diceva – È il Signore che vuole illuminare il mondo attraverso un piccolo fermento […] (ma) non sono io che costruisco Nomadelfia, io ho solo accettato di collaborare”». 

«Lo so, ho parlato troppo ma, vi prego, concedetemi ancora qualche minuto..».

«Vai pure».

«Grazie. Nell’agosto dell’80, un anno prima di morire, dirà ai suoi: “Non crediate di essere pochi […] Questa è Nomadelfia. Adesso è un seme”. Il 6 gennaio 1981 il cardinale Agostino Cesaroli è a Nomadelfia per celebrare i cinquant’anni da prete di Zeno, occasione in cui viene inaugurato il grande teatro tenda. Ma appena nove giorni dopo, colpito da un infarto, il fondatore saluta la sua terra e la terra tutta, dopo aver ricevuto il Sacramento degli Infermi: “A me piacerebbe partire per la vita eterna. Signore, sia fatta la tua volontà.. e facciamola insieme […] ho conosciuto sulla terra un mondo nuovo: i figli di Dio, i veri figli di Dio; li ho trovati sulla terra.. e li trovo in Cielo […] Questo pare sia un testamento: se lo è, ringrazio il Signore, se non lo è, continuiamo. Mah! […] Mi sembra di essere già mezzo di là”. E conclude: “Se permettete io mi riposo perché sto poco bene […] Vi benedico tutti e dormo, ma non dormo”.

«Il 21 maggio 1989 Giovanni Paolo II è ospite qui a Nomadelfia: “Siete ora una comunità parrocchiale, inserita nella realtà pastorale della diocesi; ma siete, in una maniera tutta specifica, una parrocchia che si ispira al modello descritto dagli Atti degli Apostoli […] Di questo stile di vita, della primissima comunità cristiana, voi volete essere interpreti e continuatori nei nostri giorni […] Vi chiedo di amare la Chiesa […] Voi sapete bene, perché don Zeno ve l’ha insegnato con la sua vita, che ad un mondo talora ostile e lontano dalla fede occorre rispondere con la testimonianza della propria vita, con opere e segni visibili di amore fraterno”, mentre nelgiugno 2000, in occasione del centenario della nascita di don Zeno, la costituzione di Nomadelfia è definitivamente approvata dalla Santa Sede come Associazione privata di fedeli, mentre per lo Stato è un’associazione civile organizzata sotto forma di cooperativa di lavoro».

«Grazie! Ci hai aperto un piccolo mondo che.. non conoscevamo. Grazie. Ma oggi, senza più il suo fondatore, Nomadelfia cos’è?».

«Com’è scritto negli opuscoli che avete di fronte a voi, “Nomadelfi non si nasce, si diventa per libera scelta. Coloro che desiderano diventar(lo), compresi gli stessi figli, devono chiedere di essere ammessi ad un periodo di prova della durata di tre anni […] Chi si fa nomadelfo si impegna per tutta la vita. Tuttavia è libero di ritirarsi in qualsiasi momento”. Per quanto riguarda i figli che, diventati maggiorenni, decidono di andarsene, non solo sono ovviamente liberi di farlo, ma in questo vengono aiutati dalla comunità nel loro inserimento sociale».

«Certo, deve essere tutt’altro che facile..».

«Tutt’altro, sì. Tecnicamente parlando Nomadelfia è una democrazia diretta, con organi quali la Presidenza, il Consiglio Amministrativo, quello degli Anziani, un Economato e il Collegio di Giudici. Chi, come voi, viene catapultato in questo strano mondo, può pensare che ci venga fatto il lavaggio del cervello o chissà cosa, ma la nostra è una scelta libera e ragionata. Per il don la cultura non è infatti sinonimo di conoscenza, ma ha a che fare col vissuto, la chiamava infatti “cultura vivente”, un impegno cioè a mettere in pratica quanto “si sa”. Il nomadelfo è chiamato in pratica ad una formazione permanente, fatta di un’ora di studio e riflessione quotidiana, unita agli esercizi spirituali ogni anno».

«Programma impegnativo, che vi distingue ulteriormente da quel che succede “fuori”, dove la tecnologia e i mass media la fanno da padroni..».

«Il cinematografo e la televisione – diceva Zeno – sono una forza enorme: bisogna saltarci in mezzo per trasformarli in strumenti di santificazione del mondo – e aggiungeva – Quando salgo in macchina o su un camion mi sembra di prendere in mano l’umanità, la bontà di chi si è sacrificato a farli. Perciò questi mezzi non hanno una funzione egoistica, ma dobbiamo adoperarli per essere utili all’umanità».

«Altra grande opportunità formativa è inoltre offerta dalle “serate di Nomadelfia”, una tournée di spettacoli che occupa tutti i bambini e i giovani durante i mesi estivi, mentre la scuola è anch’essa di tipo “familiare”, gestita cioè sotto la responsabilità dei genitori, con l’obbligo scolastico che arriva a 18 anni. Priva di voti, promozioni e bocciature, è nata ufficialmente nel 1968, quando i genitori hanno ottenuto dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione di poter istruire i loro figli sotto la propria responsabilità, ma con l’obbligo di presentarli come privatisti agli esami di Stato. Per le scuole secondarie di secondo grado (le “superiori”, si diceva una volta), collaborano anche insegnanti esterni delle diverse materie. Per Zeno “La scuola di Nomadelfia si basa sul diritto naturale dei genitori di educare i figli. Ogni momento della vita è scuola e ogni momento della scuola è vita”». 

«Permettici un’ultima domanda: non abbiamo visto un solo negozio in giro..»

«Qui non circolano soldi, stipendi né alcuna forma di proprietà privata, e ovviamente non ci sononegozi, ma solo magazzini, che curano la distribuzione dello stretto necessario di ognuno. Questo perché il lavoro stesso tende a superare il dualismo “padrone e operaio”, con le varie aziende che sono gestite fraternamente, per cui non puntiamo a far carriera, e tutti si rendono disponibili a fare qualunque tipo di mansione, ovviamente tenendo conto delle proprie attitudini e capacità. Se ad alcuni lavori particolari, come la guardia notturna o la gestione della stalla nei giorni festivi, partecipano a turno tutti coloro che sono idonei a farlo, a quelli pesanti (ad esempio la manutenzione delle strade), a quelli stagionali (la potatura, la vendemmia e la raccolta delle olive) e a quelli ripetitivi, si partecipa in massa, tutti quanti! Qui non esiste neanche la disoccupazione, dato che le persone con disabilità e gli anziani continuano a lavorare in base alle loro possibilità, così nessuno si sente inutile». 

«Noi ci siamo infilati un po’ furtivamente, ma.. è possibile visitare Nomadelfia, per chi ne faccia richiesta?».

«Ovviamente sì, lo fanno ogni anno oltre 10.000 persone, che spesso rimangono più giorni, ospitati all’interno dei “gruppi familiari”, composti da quelle famiglie che, vi ho già detto, sono aperte all’accoglienza di figli in affido, vivendo insieme ad altre famiglie, affinché ognuna sia di sostegno all’altra, in primis nei confronti dei più deboli, disabili, bambini e anziani, in cui paternità e maternità sono esercitate “in solido”, come se tutti fossero i figli di tutti. Questa intuizione di Zeno nacque dalla constatazione che l’egoismo di una famiglia può essere perfino peggiore di quello personale, ragion per cui ognuna non deve vivere isolata, ma a gruppi di quattro o cinque per un totale di circa una trentina di persone, in una casa centrale in cui condividere cucina, sala da pranzo e laboratori, mentre le camere da letto sono disposte attorno come satelliti. Non solo, per evitare che in seguito i gruppi familiari stessi diventino egoisti, ogni tre anni vengono sciolti e rimischiati, con ogni famiglia che, naturalmente, rimane sempre unita e porta con sé solo gli effetti personali». 

«Bello e potente, quello che ci hai raccontato.. ma noi tra qualche minuto torneremo “là fuori” e, nella migliore delle ipotesi, ci sembrerà sia stato solo un bel sogno utopico..».

«Può darsi, ma Nomadelfia vuol essere prima di tutto una proposta, oltre che una provocazione. Ma lascio ancora una volta che sia don Zeno a dirvelo: “In tutti questi anni ho concluso che sono nato per fare una nuova civiltà: questa è la mia vocazione. Sono passato attraverso diverse forme, però avevo nel cuore la nuova civiltà […] Quello che facciamo noi non è una cosa che vogliamo fare, ma che dobbiamo fare […] Non è che stiamo insieme perché vogliamo stare insieme. Insieme non si sta sempre bene, è una virtù stare insieme, ma di quelle grosse anche […] Con la fede si può stare insieme”».

«Insomma stare insieme è al tempo stesso croce e delizia..».

«Già, proprio così, luogo del perdono e della festa, per dirla con Jean Vanier, un altro grande fondatore, ma la sua è un’altra storia..».

Recita
Cristian Messina, Patrizia Sensoli, Danilo Concordia, Marco Neri, don Franco Mastrolonardo,  Andrea Procopio, Stefano Gazzoni, Stefano Rocchetta

Musica di sottofondo ed effetti sonori
www.motionarray.com

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