Cesare Baronio (30 Giugno)



Testo della biografia
Cesare Baronio scrisse un’autobiografia, intitolata Vita.. un resoconto abbastanza intimo in cui ripercorre le tappe fondamentali della sua esistenza terrena, caratterizzata soprattutto dal rapporto con Filippo Neri, oltre che dall’intensa attività intellettuale. Non si tratta di un’autobiografia moderna, piuttosto di un manoscritto in cui narra spesso in terza persona. Rimasta inedita per lungo tempo, è stata pubblicata solo nel 1680, ben 73 anni dopo la sua morte. Proviamo a dargli voce, facendolo però narrare in prima persona.. 

I posteri, tra i quali anche tu che mi stai ascoltando o leggendo, mi hanno definito uno storico, religioso e cardinale italiano, ma ciò di cui vado più fiero è l’esser stato parte di quella grandiosa esperienza che fu l’Oratorio di Filippo, cui devo quasi tutto.. avevo appena 14 anni quando la congregazione stava muovendo i primi passi. 

“Ma Don Filippo, ma questa che liturgia è? Ma no, non è niente, è una cosuccia che ho inventato io: si chiama oratorio, tanto per stare insieme. Ci raccontiamo la vita dei santi, cantiamo una lauda, insomma stiamo allegri. Così il Signore è contento pure lui..”.

Ma un’autobiografia comincia dall’inizio, per cui..

Sono nato il 30 ottobre 1538 a Sora, nell’attuale provincia di Frosinone, figlio unico di papà Camillo e mamma Porzia, una famiglia benestante di origini napoletane. Il mio cognome in realtà è Barone, che ho latinizzato in Baronius, da cui Baronio, come mi chiamate ancora oggi. 

Ho studiato in diverse località: il comune di Veroli, vicino a Frosinone e, non me ne vogliate, nelle due città più belle d’Italia, quindi – so di dirlo con un pizzico di patriottismo – del mondo: Napoli e Roma, dove sono diventato dottore in giurisprudenza, per poi decidere di abbracciare la vita religiosa contro la volontà dei miei genitori. Ero convintissimo della mia vocazione, tanto che nel dicembre 1560 l’ho comunicata a mamma e papà, ma Camillo non ne voleva sapere, per cui ho continuato gli studi giuridici, laureandomi il 20 maggio dell’anno seguente. Non tutti lo sanno, ma, una volta conclusi gli studi, ho bruciato tutti i miei libri e perfino il diploma. 

Un bel tipino, insomma, il nostro Cesare, ma ridiamogli la parola..

Ci sono voluti tre anni per diventare presbitero, anche se voi oggi ancora preferite il discutibile appellativo di sacerdote, mah.. Era il 27 maggio 1564; subito dopo mi hanno offerto un posto di canonico nella mia città d’origine, ma l’ho rifiutato per poter continuare a collaborare con l’Oratorio, con Filippo prima e senza di lui poi. Conosciutolo, non ci ho pensato due volte ad entrare nella congregazione, che all’inizio si riuniva nella chiesa di San Girolamo della Carità.

Dopo l’approvazione ecclesiastica definitiva del mio ordine, il 15 luglio 1575, ho scelto di abitare in una stanza di Santa Maria in Vallicella, dove mi sono potuto dedicare maggiormente alla redazione delle mie opere, quelle per cui mi ricordate tuttora. Sì, certo, non tutti le conoscerete, quindi, vabbè, ve le ricordo: è nato tutto, quasi superfluo dirlo, da un’intuizione di Filippo, lui che coi giovani – dicono in Romagna – ci vedeva lungo! Il 5 gennaio 1558, vigilia dell’Epifania – avevo 20 anni – , mi ha chiesto di spendere due parole sulla festività entrante, a me che non avevo mai parlato in pubblico, eppure, lo dico senza falsa modestia, ci sono riuscito proprio bene! Ho cominciato quindi a trattare, nei sermoni quotidiani dell’Oratorio, questioni legate alla Storia della Chiesa, dalle origini fino ai miei tempi, con esposizioni che hanno avuto un tale successo che Filippo mi ha ordinato di riproporli. Il film del 1983 di Luigi Magni, State buoni se potete, sottolinea bene, seppur rivisitandolo, quel successo. Forse si è trattato di un colpo di fortuna, ben diverso da quanto accadde nel 1222 ad Antonio di Padova, diventato eccellente predicatore quasi per caso, nel corso di un’ordinazione presbiterale a Forlì, cerimonia durante la quale i suoi superiori gli chiesero all’ultimo di tenere un discorso, causa l’assenza di chi doveva tenerlo. Tornando a me, quel 5 gennaio Filippo ha cominciato a prendersi cura della mia vita spirituale; forse lo faceva già, preoccupandosi tuttavia che rimanessi umile, ragion per cui mi faceva scherzi di ogni tipo, da me accettati quasi sempre, sicuro com’ero che avrebbero contribuito al mio bene. Dimenticavo, non solo ha salvato il mio spirito, ma anche il mio corpo: a 34 anni mi sono ammalato gravemente, così “Pippo buono” (uno dei tanti appellativi con cui è conosciuto) ha “estorto” al Signore, se così possiamo dire, la grazia della mia guarigione, episodio riproposto, e nuovamente rivisitato, dalla già citata pellicola di Magni. Ristabilitomi, nell’autunno 1575 – stesso anno in cui veniva approvata la congregazione – mi sono trasferito nella nuova e definitiva sede, a Santa Maria in Vallicella, dove conducevo una vita molto austera, rinunciando spesso a sonno e cibo, cosa che preoccupava non poco Filippo, che spesso mi ordinava di mangiare in sua presenza.

Ma ho divagato, scusate. Dicevamo delle mie opere, quelle scritte intendo: prima di tutto – perdonate il titolo altisonante – gli Annales Ecclesiastici a Christo nato ad annum 1198 – una monumentale opera storica pubblicata tra il 1588 e il 1607 su invito di Filippo, con lo scopo tra l’altro di contrastare le tesi luterane. Copre i primi dodici secoli del cristianesimo, ragion per cui trattano di apologetica, cioè della “difesa” della dottrina e della fede cattolica, è stata infatti una risposta ai Magdeburgenses, protestanti, che sostenevano che la Chiesa Cattolica fosse una degenerazione di quella delle origini. L’ho potuto fare avvalendomi dei tantissimi volumi della Biblioteca Apostolica Vaticana, di cui potevo godere 24 ore su 24 perché, nel frattempo ero diventato bibliotecario, raccogliendo una ricca serie di incunaboli, di manoscritti e di libri a stampa, molti dei quali hanno rappresentato le fonti storiche per le mie ricerche. 

Il nostro Cesare utilizza paroloni altisonanti, senza rendersi conto che i suoi lettori e ascoltatori.. forse non li conoscono: abbiate pazienza!

Un incunabolo, termine un po’ da specialisti, è un libro stampato con la tecnica dei caratteri mobili utilizzati agli albori dell’arte tipografica, cioè dalle origini della stampa fino al 31 dicembre 1500. Il termine indica non solo un’epoca precisa della storia del libro, ma anche oggetti di grande rarità e valore storico, deriva infatti dal latino incunabula, “fasce” o “culla”, per indicare che l’arte tipografica era ancora “nella culla”, insomma agli inizi. Non solo, incunabolo indica pure un limite cronologico (dal 1450 al 1500), i primissimi prodotti della tipografia realizzati a partire dall’invenzione di Gutenberg fino a tutto il XV secolo, chiamati anche quattrocentine. Ma si tratta anche dell’evoluzione del manoscritto: la transizione da quelli medievali (scritti a mano) e i libri moderni, quelli che utilizzate voi, anche se non sappiamo ancora per quanto.. Incunabolo, infine, si riferisce a quel libro che presenta precise caratteristiche tecniche, come l’assenza del frontespizio (la pagina iniziale con il titolo e l’autore fu introdotta solo più tardi) e l’uso di caratteri gotici o romani, molto simili alla grafia degli amanuensi. 

Oh, ci è arrivato, meno male!

Dicevo degli Annales.. dal 1577, su suggerimento di “Pippo” e di altri amici, ho cominciato a compilare quella Storia della Chiesa, i cui volumi sono stati poi pubblicati in media ogni due anni, considerabili fra le prime vere opere di Storia Ecclesiastica, dato che ho utilizzato materiale documentario, basandomi su fonti e testi originali mai adoperati in precedenza: per i mezzi dell’epoca, davvero un gran bel lavoro, permettetemelo. Sono stati infatti molto apprezzati per la precisione delle ricostruzioni cronologiche, ma anche per l’introduzione di parallelismi tra avvenimenti sacri e profani. Un’opera che hanno proseguito diversi autori dopo di me: Rinaldi, Laderchi, Theiner e altri ancora.

Io ho scelto di fermarmi all’anno 1198, inizio del pontificato di Innocenzo III, l’ho fatto per un motivo molto semplice: il Padre celeste mi ha chiamato a sé! Ma questo ve lo dico dopo.

Pensate un po’: questa ed altre opere che, se avete un po’ di pazienza, vi racconto, mi hanno guadagnato – se di guadagno trattasi – il titolo di “padre della storiografia cattolica”, che inizialmente aveva un carattere come già detto apologetico, preoccupato di difendere il primato papale e la continuità storica degli apostoli; con l’Illuminismo e la modernizzazione si è passati però ad un’analisi più critica e documentata, sfociata nel Concilio Vaticano II (l’evento cristiano che più ha segnato l’epoca in cui state vivendo, spero ve ne siate accorti), Concilio che ha fatto suo il cosiddetto “metodo storico-critico”, aperto al dialogo con la storiografia non religiosa.

Concedetemi una breve parentesi: in occasione di alcune scoperte fatte nelle catacombe, nel 1578 mi sono occupato anche di archeologia, perché quei luoghi documentavano, più di ogni altro monumento, l’eroismo della Chiesa primitiva.

Un paio d’anni dopo il cardinale Guglielmo Sirleto mi ha chiamato alla revisione del Martirologio Romano, quel “librone” che, permettetemi di tirarvi le orecchie, è ancora poco consultato da voi lettori e ascoltatori! L’ho unificato e conformato al nuovo calendario, su incarico di Gregorio XIII e del Sirleto, pubblicandolo inizialmente con il roboante titolo di Martyrologium Romanum ad novam Kalendarij rationem et Ecclesiasticae historiae veritatem restitutum. Spero che, nel pronunciarlo, non vi siate addormentati.. Ci abbiamo lavorato in diversi, ma io – bando alla falsa modestia – , avvalendomi dei precedenti Martirologi, ne sono stato l’artefice principale, tanto che l’opera è ancora legata al mio nome. L’edizione ufficiale è stata pubblicata nel 1584, costituendo per quattro secoli e mezzo l’unica fonte e guida della liturgia e dell’agiografia cattolica.

Certo, se il nostro affezionatissimo ci dicesse qualcosina in più su questo “librone”..

Se non avete ancora capito che tipo di libro sia, aggiungo che è quell’opera liturgica che commemora i martiri e i santi in base al loro dies natalis, quel giorno della morte (terrena) che al tempo stesso rappresenta la nascita (celeste). Mi pare di capire che sia ancora molto difficile, per voi lettori e ascoltatori del XXI secolo, celebrare tale data piuttosto che il compleanno di una persona cara, una volta defunta. Dopo di me lo hanno aggiornato diverse edizioni, su tutte quella del 1960 e quella da voi utilizzata tuttora, promossa da Giovanni Paolo II nel 2001, ma pubblicata in Italia tre anni dopo. Revisioni che, lo dico proprio per voi che ascoltate Pregaudio, mirano a presentare figure di santità sempre più “aggiornate”, mostrando che la santità non è affare solo di papi, vescovi, preti, monaci o frati e suore. Nello specifico, so che le rubriche denominate Testimoni e Compagni di viaggio puntano addirittura a valorizzare uomini e donne umanamente edificanti, indipendentemente dal fatto che rientrino nella cerchia cristiana, cattolica, religiosa o in generale di un credo esplicito: davvero una bella sfida per i vostri tempi!

Sono un po’ pignolo, me ne rendo conto, ma permettetemi un dovuto distinguo: il Martirologio Romano non va confuso con quello  Geronimiano, essendo quest’ultimo un catalogo molto più antico, così chiamato perché erroneamente attribuito a San Gerolamo. La stesura del Martirologio è infatti servita anche a dissipare la confusione seguita alla sostituzione del calendario giuliano (creato da Giulio Cesare nel 46 a.C.) con quello gregoriano, sistema temporale introdotto nel 1582 da papa Gregorio XIII e ormai vigente in quasi tutto il mondo. Sostituzione che però ha causato una sorta di “salto temporale” quel 4 ottobre 1582, poiché, per riallineare il calendario alle stagioni e recuperare i giorni perduti, entrando in vigore, ha fatto sì che il giorno successivo non fosse il 5, ma il 15 ottobre di quell’anno. È il motivo per cui voi – mi riferisco soprattutto agli ascoltatori di Pregaudio, Applicazione nata nel seno del Punto Giovane – , siete così legati a Teresa d’Avila, che festeggiate il 15 ottobre pur essendo morta il 4: il giorno dopo infatti, per la correzione gregoriana del calendario, era già il 15. Io e lei, tra l’altro, siamo tornati alla casa del padre – definizione edulcorata per non pronunciare la parola che più ci spaventa, “morte” – più o meno alla stessa età: 67 anni lei, 69 io.   

Detto e fatto: si è espresso ben oltre il “librone”.. 

Nel 1584 ho iniziato il commento agli Atti degli Apostoli, opera per la quale Gregorio XIII mi ha voluto ricompensare con una pensione, ma ne ho rifiutata buona parte, distribuendo la rimanente in elemosine. Questo mio spendermi a livello culturale, tuttavia, non mi ha mai distolto dall’apostolato attivo: mi sono impegnato tantissimo, ad esempio, per stare alle calcagna del famoso bandito Bartolomeo Catena, che scorrazzava per l’Agro Romano, cercando di farlo desistere dai suoi crimini.. l’ho assistito fino alla condanna a morte, cercando di persuaderlo a pentirsi. Anche questo episodio è stato utilizzato e rivisitato da Magni. 

“Per cui tutta la vita mia: i viaggi, i paesi del sogno, le terre leggendarie, le donne.. è stato tutto un inganno del demonio?”. “Credo di sì”. “Ma perché il diavolo si è accanito proprio contro de me? C’è tanta gente che non l’incontra mai per tutta la vita: a me m’è stato addosso fin da quando ero ragazzino. Perché don Fili? Perché proprio a me?”. “Perché sicuramente tu eri il migliore di tutti noi, eri il più buono. E il diavolo lo sente quando uno è pericoloso per lui, e quello attacca”. “E Leonetta si è sposata a un altro..”. “Uno meglio di te”. “Ma come? Er meglio non ero io?”. “Eh.. ma questo è meglio di tutti”. “Ma non mi avete detto che era un pezzente?!”. “Cirifischio!”. “Leonetta!”. “Ha sposato Gesù, che anche se è il Signore, non è un signore”. “Te può ancora salvare!”. “Sì, e come?”.“Non lo so, ma ce dev’esse ’na speranza. È vero, don Fili, che Cirifischio non se perde?”. “Beh, san Pietro rinnegò Gesù Cristo tre volte.. e san Paolo perseguitò i cristiani fino a quando non cadde da cavallo: se si sono salvati loro, ci salveremo tutti!”.

Altra pubblicazione degna di nota è infine il Tractatus de Monarchia Siciliae, col quale ho tradotto il mio impegno politico, opera che però mi ha posto in aperto contrasto con il Regno di Spagna, dato che avevo contestato aspramente il secolare “privilegio della Regia Monarchia di Sicilia”, difendendo i diritti della Chiesa contro le pretese di ingerenza statali, scontro che si inseriva più in generale nel diffuso dibattito politico-religioso fra la Curia Romana e le diverse monarchie europee. Su questo piano sono stato molto intransigente, lo ammetto, ma ho giovato anche delle tensioni diplomatiche create, dato che gli Asburgo hanno posto un veto alla mia elezione a papa nel conclave del 1605. Mi spiego meglio: dopo aver rifiutato per tre volte di diventare vescovo, non ho potuto rifiutare la nomina a protonotario apostolico (il più alto grado onorifico del cattolicesimo), titolo e carica altisonante che oggi, ai vostri tempi, è suddivisa in due categorie: “soprannumerari” (i quali godono di speciali diritti onorifici) e “di numero” (privilegio di appena 7 persone), in sintesi coloro che redigono e conservano documenti particolarmente importanti e possono fregiarsi del titolo di Monsignore, oltre ad indossare particolari paramenti liturgici, ad esempio la mantelletta e la fascia paonazze. Non credo Filippo sarebbe contento di tali privilegi.. 

No, diremmo proprio di no..

“Questo che vestito è don Filì?”. “Non si dice don Filippo! Scusatela illustrissimo”. “Ma che è sto illustrissimo? M’avete sempre chiamato don Filippo!”. “Quando eravate don Filippo, ma adesso siete principe della Chiesa”. “Ah, è così? Mastro Elia, venite. Seh?”. “Anvedi che coda!”. “Questo.. glielo ridate al Papa, gli dite grazie del pensiero e gli dite anche che ci siamo sbagliati”. “Ma, ma come ci siamo sbagliati? Il Papa non sbaglia mai”. “In materia di fede. Ma come si toglie sto coso?! Il cardinalato non è materia di fede, anche un Papa può sbagliare. Anzi, secondo me, ha sbagliato senz’altro. Ma voi ve lo immaginate? Un cardinale che va in giro per Roma a chiedere l’elemosina”. “E perché dovreste chiedere l’elemosina?”. “Perché questi, come dite voi a Roma: devono mangnà”. “Oh, adesso se spoglia!”. “Se no che faccio? Li mando a casa vostra? Insomma, dite a sua santità che mi dispiace. Sarà per un’altra volta”. “L’altra? E quando? Eh, magari quando rinasco”. “Giovanotti, mi date una mano? Eh? Da bravi..”. “Gagliardo, don Filippo s’è spretato!”. “Don Filippo rimane don Filippo!”. “Grazie assai. Ahhhhh.. paradiso, paradiso!”.

Nel 1596, però, ho dovuto accettare la porpora cardinalizia, scegliendo io stesso il titolo, ossia la chiesa abbinata per tradizione a ogni nuovo cardinale: mi sono occupato quindi della chiesa dei SS. Nereo e Achilleo, facendola restaurare e curando la traslazione dei corpi dei due martiri dalle catacombe di Domitilla. L’anno dopo il papa mi ha nominato direttore della Biblioteca Vaticana. Costretto a lasciare per questo la comunità di Santa Maria in Vallicella, ho vissuto modestamente in Vaticano, più o meno sulla scia di quanto farà papa Francesco secoli dopo, scegliendo di non risiedere nell’appartamento pontificio del Palazzo Apostolico, sia per evitare l’isolamento sia per mantenere uno stile di vita sobrio e comunitario, si stabilirà infatti in Casa Santa Marta (struttura alberghiera originariamente destinata ad ospitare i cardinali durante i conclavi) anche per testimoniare concretamente la sua visione di “Chiesa povera per i poveri”. 

Tornando al 1596, il 5 giugno Clemente VIII – di cui sono diventato anche confessore – mi ha creato cardinale (sì, si dice proprio così, “creato”), e mi sono occupato della riconciliazione tra la Chiesa e Enrico IV di Francia, che aveva abiurato il calvinismo. Da cardinale ho partecipato ai due conclavi del 1605, in cui sono stati eletti Leone XI e Paolo V, e nel primo ho davvero rischiato di essere eletto papa, ma fortunatamente questo “errore”, concedetemelo, è stato ostacolato appunto dal veto di Filippo III di Spagna. Nonostante l’appoggio di diversi “colleghi” cardinali, non mi sono mai ritenuto degno del papato, né, ad onor del vero, mi sono mai reso disponibile.. Non so se l’avete capito, ma il pontefice io proprio non lo volevo fare! 

L’anno successivo la mia salute ha iniziato a declinare velocemente e, dispiaciuto di dover morire come cardinale, ho voluto almeno ritirarmi nella mia “Vallicella”. Vane sono state le cure per alleviare i grandi dolori allo stomaco (forse si è trattato di un tumore): il 30 giugno 1607, come già accennato, ho salutato questa vita a 69 anni. Trenta cardinali hanno partecipato al mio funerale nella mia amata Santa Maria, detta “Chiesa Nuova”; mi hanno sepolto nella cripta sotto l’altare maggiore. Quattrocento anni dopo, nel 2007, i miei resti mortali sono stati riesumati e collocati in una nuova urna, nella cappella di San Carlo.

Forse vi chiederete cosa faceva san Filippo nel frattempo – già, proprio così! – .. nel 1593  
ho preso indegnamente il suo posto, dato che lui, per motivi di salute, si è ritirato dalla guida dell’Oratorio.. se ripenso a quando ci eravamo conosciuti: frequentavo la Sapienza, mentre intorno a lui riuniva popolani e nobili, artigiani e professionisti, preti e laici, giovani e anziani, che parlavano, giocavano e cantavano insieme, impegnandosi in opere caritatevoli verso ammalati, orfani e poveri di ogni tipo. Che bei momenti!

Filippo che aveva intuito subito la mia grandezza intellettuale (qualità che attingo dai miei biografi, io stento anche solo a pronunciarla), ma, temendo giustamente diventassi superbo, mi aveva spedito in cucina! Ho accettato, ma una volta sola, l’incarico mi sembrava davvero interminabile, così non ho resistito e, preso un pezzo di carbone, ho scritto vicino al camino “Caesar Baronius, coquus perpetuus”, “Cesare Baronio, cuoco perpetuo”. Ero diventato addirittura suo confessore e, avvertendo la grande stanchezza dovuta all’avanzare dell’età – aveva 78 anni – , ad un certo punto ha rinunciato alla guida della congregazione, così, col consenso unanime dei confratelli, mi ha scelto come suo successore. Mi hanno rieletto addirittura per un secondo mandato. È morto il 26 maggio 1595.. gli sono stato accanto fino alla fine.

Ho sempre tenuto in tasca la chiave della mia stanza dell’antico e amato “nido”, dove, ogni quindici giorni, continuavo la sua predicazione.

Cinque anni più tardi, nell’Anno Santo 1600, mi sono messo a disposizione dei tanti pellegrini che arrivavano a Roma, aprendo casa mia pur di accoglierli: in questo, forse ho voluto anche dare un esempio ai più alti dignitari ecclesiastici. Chissà se hanno capito..

Anche se non spetterebbe a me dirlo, forse qualcosa di buono l’ho fatto, dato che, i padri dell’Oratorio nel 1624 hanno promosso l’apertura della mia causa di beatificazione, ma presso il vescovo di Sora. 

Il 12 gennaio 1745 ho saputo che – perché, tra il vostro mondo e quello in cui mi trovo ora c’è collegamento, anche se molti di voi non ci credono – papa Benedetto XIV mi ha proclamato Venerabile, mentre la causa di beatificazione è stata avviata nel 1967-68, per poi essere ripresa nel 2008.

Una vita davvero esemplare, non così, sembra, quella di tutti i suoi collaboratori.. 

Tra i miei collaboratori – sembra quasi ci ascolti! – mi piace ricordare il futuro cardinale Francesco Paolucci, anche lui, come me, dichiarato Venerabile nel 1745. Ho stretto una grande amicizia con il gesuita Roberto Bellarmino, altro cardinale, figura centrale quanto dibattuta nella storia della Chiesa: considerato il massimo teologo della Controriforma, la sua eredità storica ha dato vita però a molti contrasti, a causa del suo ruolo attivo nei grandi processi inquisitori, da quello a Galilei (al quale Bellarmino aveva ingiunto di abbandonare la teoria copernicana eliocentrica, ritenuta contraria alla visione biblica) alla condanna di Giordano Bruno (nel quale ha partecipato attivamente alla condanna, culminata purtroppo col rogo del filosofo nolano), senza contare l’appellativo affibbiatogli – “Martello degli eretici” – per la sua opera controriformista, volta a smontare la teologia protestante, difendere il primato papale e la dottrina cattolica. Non solo, suscitano perplessità anche la sua tesi secondo la quale il potere politico derivi da Dio, che gli ha attirato ovviamente l’ostilità di diversi monarchi europei. Per queste ragioni il suo processo di canonizzazione è stato ostacolato e riaperto diverse volte, culminando tuttavia con la proclamazione a Santo nel 1930 e a Dottore della Chiesa l’anno seguente. Sì, un palmares non proprio degno di un santo, ma.. era mio amico, il giudizio lo lascio a voi. 

Tornando a me, ho protetto fin dall’inizio le opere di altri due santi, questa volta non così discussi: quella delle Scuole Pie di padre Giuseppe Calasanzio, e dei Chierici della Madre di Dio di Giovanni Leonardi. Infine, non tutti lo sanno, ho promosso l’istituzione del Conservatorio delle Zitelle di Sant’Eufemia, sostenendo e sistemando tutte quelle ragazze nubili che venivano diseredate.

Maaaa, siccome vi ho annoiato troppo, mi congedo, ricordandovi che, se volete venirmi a trovare, come vi ho già detto, dal 2007 i miei resti mortali si trovano nella cappella di San Carlo, ovviamente in Santa Maria in Vallicella. 

State buoni e meglio che potete, perché.. tutto il resto è vanità!

Recita
Cristian Messina, Patrizia Sensoli

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