Alla cena dell'agnello (Tempo Pasquale)



Alla cena dell'Agnello,
avvolti in bianche vesti,
attraversato il Mar Rosso,
cantiamo a Cristo Signore.

Il suo corpo arso d'amore
sulla mensa è pane vivo;
il suo sangue sull'altare
calice del nuovo patto.

In questo vespro mirabile
tornan gli antichi prodigi:
un braccio potente ci salva
dall'angelo distruttore.

Mite agnello immolato,
Cristo è la nostra Pasqua;
il suo corpo adorabile
è il vero pane azzimo.

Irradia sulla tua Chiesa
la gioia pasquale, o Signore;
unisci alla tua vittoria
i rinati nel battesimo.

Sia lode e onore a Cristo,
vincitore della morte,
al Padre e al Santo Spirito
ora e nei secoli eterni. Amen.

Susanna Rossi e Danilo Concordia

“Alla cena dell’Agnello” è uno degli inni pasquali più antichi e solenni della tradizione cristiana.
Il titolo originale latino è:

Ad cenam Agni providi

ed è un inno che la Chiesa canta nel tempo di Pasqua, specialmente nei Vespri.

L’inizio:

“Alla cena dell’Agnello,
avvolti in bianche vesti…”

è pienissimo di simboli biblici.

L’“Agnello” è Cristo risorto.
L’immagine viene soprattutto dall’Apocalisse, dove Gesù appare come l’Agnello immolato ma vivente. È un paradosso potentissimo:

sacrificato,
eppure vittorioso;
ferito,
eppure glorioso.
La “cena” richiama invece il banchetto eterno del Regno di Dio. Non è solo l’Ultima Cena, ma la comunione definitiva tra Dio e l’umanità.

E poi ci sono:

“le bianche vesti”

Nell’Apocalisse sono il simbolo dei salvati. Nei primi secoli i battezzati indossavano realmente una veste bianca durante la notte di Pasqua.
Per questo l’inno ha un forte sapore battesimale:
chi canta è qualcuno che è “passato” dalla morte alla vita insieme a Cristo.

Storicamente l’inno nasce probabilmente tra il VII e l’VIII secolo, in ambiente latino monastico.
La sua spiritualità è tipicamente pasquale:
non insiste tanto sul dolore della croce,
quanto sulla vittoria della Risurrezione.

Molto bella è l’immagine del Mar Rosso che spesso compare nelle strofe successive:

il faraone sommerso,
il popolo liberato,
il passaggio verso la terra promessa.
I cristiani leggevano quell’episodio dell’Libro dell’Esodo come figura del Battesimo:

l’acqua distrugge il male,
ma salva il popolo.
Quindi tutto l’inno è costruito come un grande “passaggio”:

dalla schiavitù alla libertà,
dalla notte alla luce,
dalla morte alla vita.
Spiritualmente ha un tono festoso ma non rumoroso.
È la gioia luminosa della Pasqua antica: quella delle candele accese nella notte, del canto dell’Alleluia ritrovato, delle vesti bianche dei neobattezzati.

E soprattutto comunica questa idea centrale:
la Pasqua non è solo un ricordo di ciò che è accaduto a Gesù, ma qualcosa in cui il credente entra personalmente.

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