Santificare il tempo. (Catechesi)



Testo della catechesi
“Frecciatine” lanciate a Dio nel corso della giornata, cinque tappe per riscoprire la straordinaria forza della preghiera nelle piccole cose di ogni giorno. Questo il tema di un nuovo ciclo di riflessioni che il card. Angelo De Donatis ha gentilmente concesso di pubblicare su Pregaudio. La voce recitante è di don Franco Mastrolonardo suo figlio spirituale ai tempi del Seminario Romano.

Prima tappa.
Bentrovato! Incontrare il nostro Dio nel quotidiano
San Filippo Neri, “Pippo buono”, come volentieri lo ricordiamo, diceva che per stare uniti a Gesù nel corso della giornata non servono necessariamente lunghi tempi di preghiera o tante parole, ma molto amore che possiamo tener vivo in noi come lanciando tra la terra e il Cielo piccole frecce infuocate di desiderio, che tengano desto il cuore nella presenza di Dio e nella fiducia in Lui. Filippo, umile com’era, amava ripetere: “Gesù mio non fidarti di me, se Tu non m’aiuti, non farò mai bene”.
Questo piccolo esercizio spirituale non è per niente difficile e non ci distoglie dalle mille faccende quotidiane, anzi ravviva tutto ciò che stiamo facendo, ci aiuta a “raddrizzare” le nostre intenzioni, ci fa da termometro misurando la temperatura dei nostri sentimenti, scaldando quello che è troppo gelido e raffreddando eventuali eccessi. Ci basta entrare in noi stessi. Eh sì, perché il primo santuario di Dio, la prima dimora della Santissima Trinità è proprio il nostro cuore ed è là che anzitutto ci incontriamo con Gesù, con il Padre e con lo Spirito che abitano dentro di noi dal giorno del Battesimo. Bisogna “rinchiudersi spesso nel piccolo cielo dell’anima”, ci direbbe santa Teresa, per salutare il nostro Ospite e renderlo compagno di tutte le nostre azioni, anche le più ordinarie, perché “vicina a te è la Parola, nella tua bocca e nel tuo cuore” (Rm 10,8). Questo rientrare in noi stessi per elevarci sopra noi stessi ci fa rimanere in Lui e, piano piano, goccia dopo goccia, ci trasforma in Lui al punto che davvero senza di Lui non possiamo più far nulla e invece tutto Lui compie in noi e attraverso di noi. Allora anche le piccole cose più ordinarie diventeranno straordinarie, come era straordinaria la vita nascosta di Gesù a Nazaret, dove, nella continua comunione con il Padre, la sua missione redentrice era già pienamente in atto.

Lanciamo dunque le nostre “frecciatine” al Cielo, riconosciamoci bisognosi d’aiuto, arrabbiamoci pure qualche volta con il Signore, perché Lui solo è il nostro vero e perfetto amico e, si sa, con gli amici si apre il cuore, non si nasconde nulla, ci si può pure sfogare un po’, perché ci si riconosce amati e si ama.

Seconda tappa.
Buon appetito! Riconoscerci affamati, mantenere il cuore grato.
Pare che il nuovo galateo suggerisca come inappropriato augurare a tavola “buon appetito”, perché nell’antichità, tra i nobili, il primo scopo di chi si riuniva per la mensa non era quello di sfamarsi, ma di stringere formali alleanze di interesse; non bisognava dunque augurare di avere troppa fame, perché il cibo non era in fondo che l’occasione per altri scopi!

Mi piace pensare però che tra noi cristiani “non è così”, ed è bello anche augurarsi di avere fame, per non rischiare di essere già sazi, dimenticando di desiderare, chiedere, ringraziare! Quando ci sediamo a mensa, noi vogliamo infatti non dare per scontato il pane che mangiamo e, nel simbolo del pane, tutto ciò che di materiale e spirituale costituisce l’alimento della nostra esistenza. E anche le relazioni che intendiamo stabilire intorno alla mensa che condividiamo vorrebbero essere all’insegna della gratuità e della reciproca benedizione. Nei Vangeli sono raccontate molte “mense” vissute da Gesù, che sono diventate occasioni per accogliere e lasciarsi accogliere dagli amici, come a Betania, per donare il perdono, come per Zaccheo e Matteo, o come segno del dono supremo di se stesso nell’ultima cena con gli apostoli. Anche le nostre mense dovrebbero riscoprire questa sincerità, questo scambio di affetti, di dialogo, di narrazione della propria esistenza.

La preghiera prima e dopo i pasti ci può aiutare a sintonizzarci su questa lunghezza d’onda. Anzitutto, noi riconosciamo che il Signore ogni giorno ci benedice con la sua Provvidenza, si prende cura di noi attraverso i suoi doni. Per questo continuiamo ad invocare il suo aiuto, perché questa benedizione si possa estendere a tutti i poveri, anche attraverso la nostra capacità di condivisione. Solo così potremo “prendere i pasti con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio” (At 2,46).

Sarà importante allora augurarci “buon appetito”, chiedendo al Signore la grazia di riconoscerci sempre bisognosi, perché solo chi sa di non avere è pronto a ricevere e mantiene un cuore umile e grato; solo chi è mancante potrà essere riempito e solo chi ha fame sarà saziato.

Terza tappa.
Buon giorno, Dio! Il mio primo pensiero per il Signore.
“Il buon giorno si vede dal mattino”, “il mattino ha l’oro in bocca”. Così recita nei proverbi la sapienza popolare che ci consegna una verità semplice, ma essenziale. Gli inizi sono sempre importanti per tutto ciò che seguirà, perché ne definiscono le intenzioni, il tono, lo stile, la chiave di lettura. È così anche per l’inizio di ogni nuova giornata. Regalare a Dio il primo pensiero del giorno che incomincia, rivolgere a Lui la mente e gli affetti del cuore, mi aiuta a santificare tutto il tempo che verrà.

E tu, come dici il tuo “buon giorno” a Dio?

Dicono i Salmi: “Saziaci al mattino con il tuo amore” (Sal 89,14), “al mattino fammi sentire la tua grazia, poiché in te confido. Fammi conoscere la strada da percorrere, perché a te si innalza l’anima mia” (Sal 142, 8). Aprire gli occhi dopo il sonno della notte e risvegliarmi desiderando di essere sazio di quell’amore che il mio cuore cerca sempre, invocarlo, offrirgli tutto quanto sta per venirmi incontro nei mille piccoli avvenimenti della mia giornata, tirarmi su dal letto ricordando la sua Risurrezione, per vivere da risorto, cioè da uno che “sta in piedi”, tutto il resto del mio tempo. E poi… lasciarmi portare da Dio la mia prima tazzina di caffè, leggendo magari un salmo, o la Parola di Dio della giornata, il menù offertomi dal Padre, il suo dono per illuminarmi, il suo gesto d’affetto per dare senso e ordine a quello che farò. Essere risvegliato dalla Parola di Dio che mi indica una direzione di marcia, un cammino da percorrere e, soprattutto, dà gioia al mio cuore. “Mi sono ricordato di Dio e ne ho avuto letizia” (Sal 76, 4).

Se quello con il Signore è il primo appuntamento della mia agenda, tutti gli altri avranno il suo sapore, se l’avrò cercato nella preghiera del mattino lo troverò in tutte le cose che seguiranno. La Parola ascoltata al mattino, come un piccolo seme nel solco della mia giornata, verrà fecondata dagli eventi, troverà nella vita quotidiana il suo compimento e non tornerà al Padre senza effetto, senza aver operato ciò che Lui desidera, senza aver portato a termine ciò per cui l’aveva mandata (cfr. Is 55,11).

Quarta tappa.
Buon viaggio! Nel quotidiano con il Signore.
“Viaggiare? Per viaggiare basta esistere” ci ricorda Pessoa nel suo Libro dell’inquietudine. Ciascuno di noi sa bene che ogni giornata è come un nuovo viaggio con molte stazioni, che assumono il loro senso non tanto per ciò che accade, quanto invece per ciò che siamo o diventiamo attraverso quello che “avviene”, a volte per nostra scelta, altre volte quasi ineluttabilmente. Nella fede, siamo certi che “tutto concorre al bene di coloro che amano il Signore” (Rm 8,28) e che dunque niente mai è sprecato se mi mantengo in questa tensione di amore. Ma come riuscire a rimanere nell’amore?

La sapienza della Chiesa ci suggerisce di pregare chiedendo: “Ispira le nostre azioni, Signore, e accompagnale con il tuo aiuto, perché ogni nostra attività abbia sempre da te il suo inizio e in te il suo compimento”. Tutto può trasformarsi in un bene per me, se mi esercito a fare ogni cosa con il Signore, ad iniziarla e a terminarla con Lui, perché in Lui trovi la sua pienezza, cioè il suo vero senso e compimento. Anche le cose più piccole, che possono non avere un grande valore in sé, se le vivo con una retta intenzione, cioè dando loro la direzione dell’amore, vengono nobilitate e santificate, come immerse e assorbite da Dio stesso. Madeleine Delbrel diceva: “Ogni piccola azione è un avvenimento immenso in cui ci è dato il paradiso e in cui possiamo dare il paradiso. Non importa che cosa dobbiamo fare: tenere in mano una scopa o una penna stilografica. Parlare o tacere… Tutto ciò non è che la scorza della realtà splendida, l’incontro dell’anima con Dio rinnovata ad ogni minuto”.

Bastano piccole attenzioni di cura per mantenermi in questa unione con Lui nelle stazioni della mia giornata. Posso ad esempio rivolgergli un pensiero quando cambio attività o incontro una persona nuova, simpatica o antipatica che sia, ringraziarlo quando termino un lavoro, offrire quello che sto per fare o quello che ho già concluso, unendolo a quello che il Padre opera, perché Lui opera sempre (Gv 5, 17). Posso insomma donarmi a Lui in tutto ciò che faccio, e mi sarà restituito nel maggior bene per me anche quello che lì per lì sembra avere tutt’altra scorza. Se amo, dentro la scorza ci sarà sempre il nocciolo del bene!

Quinta tappa.
Buonanotte! Prepara il cuore ad entrare nel riposo.
Qualcuno la chiama “la preghiera del pigiama”, la tradizione della Chiesa nella Liturgia delle ore suggerisce la parola Compieta; tutti però sono d’accordo su quanto sia importante il “compiersi” di una giornata nel Signore, perché possiamo coricarci in pace e addormentarci “subito”, riposandoci in Lui che alla sera ci accoglie come una mamma accoglie il suo piccolo nell’abbraccio del suo grembo. Come prepararci dunque al riposo notturno quotidiano? Forse tutti lo sappiamo, ma poi non lo facciamo…

Anche gli psicologi suggeriscono che, per abbassare il livello di stress, bisognerebbe cominciare con il disconnetterci, non avendo timore di rimanere nel “vuoto pneumatico” del silenzio. Mi regalo cinque minuti di niente, per poi cercare invece una nuova connessione con il Signore, ma senza smartphone, solo col cuore attivo e pronto. Magari mi accorgo di averla persa nel corso della giornata. Così, passo davanti allo scanner del suo amore la mia giornata, e magari intravedo tutti i segnali di fumo che mi ha inviato e che mi sono sfuggiti, o non ho saputo accogliere, e posso chiederne perdono. Delle volte però, ho intercettato la sua lunghezza d’onda e ho saputo rispondere agli appelli che mi venivano da Lui attraverso le mille piccole cose del giorno. E allora ringrazio. Poi me ne sto nel suo abbraccio, o in quello di sua Madre, la Vergine Maria, per riprendere energie. Posso dire parole di amore e di fiducia, quelle che mi suggerisce il cuore, magari anche attraverso qualche Salmo adatto. So di avere bisogno di questo nutrimento di amore, vedo tutto quello che mi manca. Quando si fa sera tutto quello che pesa sul mio cuore si fa più evidente. Allora abbandono ogni cosa alle sue mani, perché Lui “dà ai suoi amici nel sonno” (Sal 127,2). Mi fido di Lui che “conta i passi del mio vagare, le mie lacrime nell’otre suo raccoglie” (cfr. Sal 56,9). La fiducia e la speranza dovrebbero essere come gli ultimi sentimenti del mio cuore, perché “ad ogni giorno basta il suo affanno” (Mt 6,34) e Lui si prepara, mentre dormo, a vestirmi come i gigli del campo, a nutrirmi come gli uccelli del Cielo. Lui è il rifugio della notte che viene e di ogni mia notte, e Lui sarà lo splendore del nuovo mattino, perché dopo ogni già del mio passato c’è sempre un non ancora. Allora davvero “in pace mi corico e subito mi addormento, perché tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare” (Sal 4,9).

Recita
Paola Ragni, don Franco Mastrolonardo

Musica di sottofondo
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