Testo della catechesi
Imparare gli elementi essenziali della preghiera cristiana é un ciclo di brevi catechesi che il cardinal Angelo de Donatis ha gentilmente concesso di pubblicare su Pregaudio. La voce recitante è di don Franco Mastrolonardo suo figlio spirituale ai tempi del Seminario Romano.
Prima tappa. Imparare a dire: “Padre”
Una nonna orgogliosa qualche tempo fa mi ha inviato un video del suo nipotino. Si avvicinava carponi al letto del papà ancora addormentato e, non sapendo parlare, balbettava: “pa-pa-pà… pa-pa-pà”, finché il papà ha aperto gli occhi e il volto del bimbo si è spalancato in un contagioso sorriso.
Ci ripensavo quando mi hanno invitato a scrivere qualcosa sulla preghiera. Cos’è in fondo pregare se non brancolare a tentoni alla ricerca di un Volto che ci guardi e finalmente ci veda, nel più intimo della nostra interiorità, fino a che l’anima, sentendosi finalmente conosciuta si dilati in pienezza di vita?
Dentro il cuore di ciascuno di noi c’è un’attesa di riconoscimento, di amore incondizionato, un bisogno di sentire rivolte a sé quelle parole: “tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata” (Is 62,12), “mio compiacimento, sposata” (Is 62,4).
Così la preghiera diventa lo spazio in cui ascolto questa Voce d’Amore, mi intrattengo con Colui che il mio cuore cerca, col Padre, l’Amico, il Compagno, Colui che mi vede; il tempo in cui rimango in colloquio con Lui, per dimorare in Lui. Un tempo di intimità in cui espormi all’Amore, per diventare presente a Colui che è sempre presente, stando con Lui “bocca a bocca” (Nm 12,8).
Qualunque sia la condizione o lo stato della mia vita, qualunque siano i pantani, dentro e fuori di me, in cui posso essere immerso, Dio stesso pone nel mio cuore la nostalgia delle altezze, come un richiamo misterioso attraverso il quale continua a cercarmi e ad attrarmi a Sé. Posso stare davanti a Lui “come una bestia” (Sal 72,22), o a volte come davanti a un muro di gomma, altre volte come in cielo, o, al contrario, come immerso negli inferi del mio peccato. Ma Lui sempre mi aspetta come il Tu di una relazione originaria e originante: con Lui posso contendere, tacere, lottare, forse anche ribellarmi, gridare, contestare, proprio come farei con un padre. Come ci insegna s. Teresa, la preghiera è la chiave che apre la porta ad un incontro, e in ogni incontro si diventa, si esce cambiati, trasformati.
Così è la preghiera, un balbettio dopo l’altro che mi avvicina sempre di più al cuore del Padre e, se anche mi dovesse sembrare che Lui dorme, aprirà presto gli occhi e mi dirà, come a Mosè: “Ho osservato la tua miseria e ho udito il tuo grido; conosco infatti le tue sofferenze” (cfr. Es 3, 7-8). Scenderà per me e starà con me ed io con Lui.
Seconda tappa. Quando pregare? Sempre. Non devi mai smettere.
Alla domanda: "quando pregare?", la risposta è quella di San Paolo: "Incessantemente".
Pregare, ma quando? Sempre, ci dice San Paolo (1Ts 5,17). Impossibile, diremmo noi. Ma se “la Santa Scrittura non ci comanda nulla di impossibile”, come sosteneva Massimo il Confessore, dovrà dunque esserci un modo!
Come fare allora? Proviamo a dare, in poche righe, dei suggerimenti che vengono dalla tradizione monastica e dall’esperienza di vita dei santi, da uomini e donne cioè, che hanno intessuto la loro vita di preghiera.
Prima di tutto il desiderio.
Se una cosa non la desideri con tutto il cuore non la otterrai mai, se cominci a desiderarla hai già iniziato ad ottenerla. Ce lo insegna magistralmente Sant’Agostino: “Il tuo desiderio è la tua preghiera. Se il tuo desiderio è continuo, la tua preghiera è continua”. Quanto è grande dunque il tuo desiderio?
Quando desideri una cosa la pensi spesso, ti viene naturalmente in mente…
Così se desideri l’incontro con il Signore, a Lui spesso rivolgi la mente e il cuore, anche tra le mille faccende quotidiane. Lo puoi fare mandandogli delle “frecciatine” d’amore, quelle che una volta si chiamavano giaculatorie, secondo quanto il tuo cuore ti suggerisce nel momento che stai vivendo: “Signore, aiutami”, “Grazie, Padre!”, “Gesù, sono stanco, sollevami!”; “Signore, abbi pietà di me!”, “Gesù ti voglio bene”, "Gesù, aiutami tu!", “Spirito Santo, illuminami” e mille altre che terranno sveglio il tuo cuore.
Sarà importante poi trovare dei tempi, anche brevi, ma costanti, da dedicare alla preghiera, consigliati quelli del mattino, prima di ogni altra attività della giornata. Sarà come mettere piccoli anticorpi di fede, speranza e amore contro i virus che ti aggrediranno. Come insegna la volpe al piccolo principe, “ci vogliono i riti”, piccoli appuntamenti quotidiani, mai insignificanti, che ci “addomesticano” gli uni agli altri, ci rendono cioè ogni giorno un po’ più “di casa” con il Signore.
Così, poco a poco, Lui ci diventa familiare, amico, e, qualunque sia il lavoro da fare, la persona da incontrare, l’attività da svolgere, potremmo aderire a quell’attimo presente con amore: “chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,16): un amore incessante è una preghiera incessante.
Una certezza ci sarà di sostegno: Gesù per primo prega ininterrottamente il Padre per noi! Potremmo dunque ad ogni istante “connetterci” alla Sua incessante preghiera.
Terza tappa. Perché pregare? Ne ha bisogno il mio cuore.
Perché pregare? "Perché ci accorgiamo di non bastare a noi stessi".
“Perché abbiate la vita” (Gv 10,10)
Angela da Foligno, una mistica medievale, diceva che “pregare significa raccogliere in unità la propria anima e inabissarla nell’infinito che è Dio”. Mi sembra che qui ci sia la sintesi di quell’atto così umano e così divino che è la preghiera: il bisogno intimo di trovare l’unità di se stessi e, contemporaneamente, di attingere a quel serbatoio infinito di amore che dà al mio essere la ragione per esistere.
Perché, in fondo, pregare se non perché ci accorgiamo di non bastare a noi stessi, di avere tante domande e poche risposte, tanti dubbi e poche certezze, tanti bisogni, prove, sgomenti e paure, tanta fame e sete di qualcosa da cui ci sentiamo sfiorati, ma che non possiamo afferrare mai completamente? Noi preghiamo per cercare un compimento e, a volte, “nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare” (Rm 8,26) ed è Dio stesso a donarci il suo Spirito che spinge la barca a vela della nostra vita verso un approdo che ci svela poco a poco. “Noverim me, Domine, noverim Te!” esclamava Sant’Agostino. Conoscermi in Colui dal quale sono conosciuto, e conoscere Lui, il Suo Amore, scoprire così il mio senso e il mio fine, il perché del mio vivere e morire. Incontrarmi con Colui che è con me dappertutto, che mi è intimo più del mio intimo, come Ospite dolce che accompagna ogni possibile solitudine e tristezza. Pregare per ri-conoscermi e ri-conoscerLo, in un intreccio fecondo di grida, nostalgie e silenzi, di ricerca e di attesa, di lacrime e gioie. Pregare per alzare le antenne della mia finitudine verso l’infinito e accostare l’orecchio dell’anima origliando al cuore di Dio.
Perché un bimbo cerca il petto della madre? Perché in quel contatto succhia la vita, in quella relazione si scopre e si costituisce nella sua identità, in quel linguaggio segreto e personalissimo impara ad esistere, si sente accudito e custodito, in quell’intimità si rafforza per tutte le battaglie che non gli saranno risparmiate, ma che saprà combattere perché è stato a lungo in quell’abbraccio.
Quarta tappa. Come pregare? Nudi davanti a Dio.
Come pregare? "Con cuore nudo, fiducioso, perseverante".
“Più di ogni cosa degna di cura custodisci il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita” (Pr 4,23)
“La scala che porta al Regno è nascosta nella vostra anima”, dice Isacco il Siro. Abbiamo compreso che il cuore è il luogo per eccellenza della preghiera: lì dunque è nascosta la misteriosa scala di Giacobbe, che ci mette direttamente in contatto con il Signore. Ma quali atteggiamenti del cuore favoriscono questo incontro? Se ne potrebbero sottolineare molti, ma vorrei suggerirvene tre che mi paiono fondamentali.
Un cuore nudo.
Andare davanti al Signore così come sono, senza foglie di fico per coprire la mia nudità, le mie povertà, i miei peccati. Sant’Ambrogio diceva: “Scopri al medico la tua ferita per poter guarire. Anche se non la mostri egli la conosce e tuttavia attende di sentire la sua voce”. Il Signore attende di ascoltare il grido della mia povertà e della mia miseria per potermi rispondere con il dono di tutto Se stesso e “bruciarmi” nel Suo Amore! Il disagio della nudità è solo il nostro e senza nudità non ci sarà mai intimità né reciproco possesso.
Un cuore fiducioso.
Solo un cuore pieno di fiducia ottiene ogni cosa nella preghiera. Lo stesso Gesù ci dice: “tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato” (Mc 11, 24). Ovviamente tutto quello che di vero, nobile e giusto chiediamo, tutto quello che è per il nostro vero bene. Ogni genitore sa che non rifiuterebbe al figlio niente per il suo bene, ma che gli negherebbe qualunque cosa che egli chiedesse per solo capriccio o per una visione parziale della realtà. Così con noi il Padre onniveggente.
Un cuore perseverante.
Non “mollare” mai e rimanere, con un coraggio insistente, davanti al Signore, senza badare troppo a quello che ci pare di sentire o di provare. Rimanere, continuare a stare davanti alla porta anche quando ci appare chiusa, bussare, chiedere, cercare. “Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Lc 11, 10).
Mi piace concludere con quanto ci ricorda Papa Francesco: “Il Signore desidera che tu lo cerchi perché egli possa trovarti. Deus sitit sitiri disse San Gregorio Nazianzo, cioè, Dio ha sete che si abbia sete di Lui, perché trovandoci così disposti egli possa finalmente incontrarci. Egli che ci invita a bussare, in realtà si presenta per primo alla porta del nostro cuore: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20)”.
Quinta tappa. Dove pregare? Nel cuore di Gesù.
ll vero luogo della preghiera, è una "cella" di cui tutti abbiamo bisogno...
Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore (Mt 6,21)
Da bambino mi piaceva costruirmi nascondigli e tane. Poteva essere dentro una scatola di cartone, o sotto la scrivania di papà, nell’armadio di mamma o sotto le coperte. Diventava il mio luogo magico, off-limits, in cui stare da solo, in intimità, come rannicchiato in uno spazio di libertà e sicurezza. Era un luogo di progettazione e di confini, in cui ritrovare l’equilibrio tra il dentro e il fuori di me. Nessuno poteva entrare, ad eccezione di pochi amici fidati. Continuo ad avere bisogno anche oggi, nella mia vita adulta, di sostare in questa specie di “cella del cuore”, per ritrovare me stesso ed incontrarmi con l’Amico più fidato, che “mi è intimo più di ogni cosa intima”, l’unico vero Ospite che ha accesso a tutti “i segreti” del mio cuore, che ne “scruta gli affetti e i pensieri” (Ap 2,23).
Questa cella è il luogo vitale di cui tutti abbiamo bisogno, ed è il vero luogo della preghiera e dell’incontro con il Signore della Vita.
Finché non sei là, puoi essere in qualunque posto, ma non pregherai mai veramente. Quando arrivi là, ti accorgi improvvisamente di essere come travasato da te stesso nel Tu che ospiti e dal quale sei ospitato, e di poter dunque rifugiarti in un nascondiglio inoppugnabile, una vera fortezza inaccessibile: il Cuore stesso di Dio. Sì, perché se entrando in me stesso non trovassi altro che il mio io, sarebbe qualcosa, ma ancora troppo poco… Se penetro invece fino in fondo nel mio spirito, incontro un Altro, e il mio cuore si trova nel Cuore di uno più grande di me. È questo Cuore che vorrei proporti di abitare nella preghiera.
Diceva lo stesso Dio Padre a Santa Caterina: “Il vostro luogo, dove voi stiate, sia Cristo crocifisso unigenito mio Figliuolo, abitando e nascondendovi nella caverna del costato suo. In quel cuore aperto troverete la carità mia e del prossimo vostro”. Posso nascondere il mio cuore, coi suoi affetti, sentimenti, pensieri, qualunque essi siano, nel Suo Cuore aperto, tutto Amore per me, perché avvenga misteriosamente uno scambio, e Lui possa prendere su di sé e come estinguere in Sé ogni preoccupazione, angoscia, peccato, lontananza, per regalarmi i Suoi stessi sentimenti e ricolmarmi di quella carità che non potrei mai avere da me stesso, ma che è dono dello Spirito che la riversa in me (cfr. Rm 5,5). Il fianco aperto di Gesù sulla croce è il luogo per eccellenza della preghiera, il ponte tra il Cielo e la terra, la porta spalancata all’abbraccio. È un luogo mistico, dove mistico non vuol dire etereo o inaccessibile, ma intimo e attraente per tutti coloro che sanno ridiventare piccoli come bambini.
Recita
Paola Ragni, don Franco Mastrolonardo
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