Testo della meditazione
Nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo.
Ave Maria, grazia plena,
Dominus tecum,
benedicta tu in mulieribus,
et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria,
Mater Dei,
ora pro nobis peccatoribus,
nunc et in hora mortis nostre.
Preghiamo.
Signore nostro Dio, che hai fatto della Vergine Maria il modello di chi accoglie la tua parola e la mette in pratica, apri il nostro cuore alla beatitudine dell'ascolto, e con la forza del tuo Spirito fa che noi pure diventiamo un luogo santo dove la tua parola di salvezza oggi si compie. Per Cristo nostro Signore.
Santo Padre, fratelli e sorelle, tutti, il Signore vi dia pace.
Questo saluto, con cui inizio sempre le meditazioni, che è anche il saluto che il Santo Padre ha rivolto a tutta la Chiesa il giorno della sua elezione, è il saluto del Signore risorto, ma è anche il saluto che San Francesco voleva che i frati rivolgessero a tutte le persone, intuendo, 800 anni fa come oggi, che la mancanza di pace è il grande problema che sempre e ogni giorno dobbiamo affrontare.
Ora, nella prima meditazione siamo entrati nel cuore della conversione di Francesco. Abbiamo visto come la grazia in lui ha operato un vero cambio di gusto, una trasformazione della sensibilità, che ha cambiato proprio il modo di guardare a se stesso, a Dio, agli altri, alla realtà. E ha iniziato così un cammino che abbiamo detto che è incessante, non finisce mai in questo mondo.
Però per Francesco quell'inizio di conversione non è rimasta un'esperienza solitaria. A un certo punto il Signore gli ha fatto un regalo particolare, i fratelli. Ed è proprio questo dono inatteso al centro della nostra meditazione di oggi.
La fraternità, secondo questo modo di riferirci alle relazioni che ci sono tra di noi, non è un accessorio della vita spirituale cristiana. È il luogo dove avviene la nostra conversione massimamente. È il banco di prova più serio, forse, del nostro battesimo. Come recita un antico adagio, «la vita fraterna è la massima penitenza». Ma nel senso evangelico del termine, non la più grande fatica, ma il luogo dove avviene in modo eminente la nostra conversione.
Proveremo a fare anche questa volta un cammino in cinque tappe. Anzitutto l'origine della fraternità come un dono che Dio ci fa. Poi il realismo della scrittura che ci ricorda che la fraternità è anzitutto negata nel racconto di Caino e Abele. Poi l'esigenza di un amore che vada oltre la semplice cordialità tra di noi, quindi il fondamento cristologico, senza cui nessuna fraternità è possibile, e infine, non meno importante, l'orizzonte escatologico, nel quale la fraternità diventa già in qualche modo un anticipo della vita eterna.
Abbiamo detto che Francesco, all'inizio della sua conversione, era solo, poi il Signore gli donò dei fratelli, lo dice lui nel Testamento: «E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del Santo Vangelo». Francesco non aveva immediatamente pensato alla costituzione di un gruppo, come per esempio invece fa San Domenico. Gli capitano dei fratelli, cioè dei giovani, che chiedono di aderire al suo modo di vivere.
E allora cercano nelle scritture le indicazioni per affrontare questa nuova avventura, cioè di vivere un'intuizione insieme. E scoprono che proprio il Vangelo sarà la forma della fraternità. Nacque in questo modo la fraternità francescana, dove si potevano trovare nobili e popolani, ricchi e poveri, chierici e laici.
Francesco voleva che tra i frati non ci fossero rapporti di potere o di superiorità, come accadeva nella società del suo tempo. Tutti dovevano avere lo stesso nome, frati minori. In qualche modo Francesco voleva obbedire alla parola del Vangelo in cui Gesù dice «Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli».
Leggendo gli scritti di San Francesco si avverte il suo desiderio di una fraternità calda, intensa, dove ci sono delle parole meravigliose. Francesco scrive: «Tutti i frati non abbiano alcun potere o dominio, soprattutto fra di loro. E chiunque tra loro vorrà diventare maggiore, sia il loro ministro e servo, e chi tra di essi è maggiore, si faccia come il minore». «E nessun frate faccia del male o dica del male a un altro, ma piuttosto, per la carità che viene dallo Spirito, di buon volere si servano e si obbediscano vicendevolmente».
E ancora: «E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino tra loro familiari l'uno con l'altro. E ciascuno manifesti all'altro con sicurezza le sue necessità». «Poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale».
Sono parole che fanno venire un po' i brividi, soprattutto a chi sta provando magari deliberatamente a vivere la fraternità. Cioè il vincolo della fraternità nello spirito può essere ancora più grande di quello della carne. Cioè possiamo volerci ancora più bene. Sicuramente si percepisce l'atmosfera che regnava anche all'inizio nelle prime comunità cristiane, secondo quei bellissimi sommari degli atti dove si dice che i cristiani stavano insieme, condividevano i beni, la vita, e fra loro c'era concordia.
Eppure, se leggiamo con attenzione i testi che Francesco ci ha lasciato, ci accorgiamo che la fraternità non fu una passeggiata per loro. Anzi, alcuni passi lasciano proprio intera vedere quante difficoltà, quante sofferenze i frati hanno vissuto tra loro. Per esempio, nella Regola non bollata Francesco scrive: «E tutti i frati si guardino dal calunniare qualcuno». Ed evitino le dispute di parole, e non litighino tra loro, e non si adirino, non giudichino, non condannano.
Come mai Francesco scrive tutte queste cose? Perché queste cose avvenivano e avvengono nell'esperienza della fraternità. Quindi si comprende bene che la fraternità per Francesco e i primi compagni non è certo il luogo per rifugiarsi e vivere tranquilli. È piuttosto lo spazio in cui ciascuno è ricondotto alle profondità del proprio cuore, con tutte le sue ombre e le sue resistenze.
I fratelli certo sono un dono, ma un dono che non ha l'unica funzione di sostenerci e consolarci lungo il cammino. I fratelli ci sono affidati perché il nostro cuore possa cambiare, passando da quello di pietra a quello di carne. In qualche modo la fraternità è lo spazio concreto in cui Dio lavora la nostra umanità, insegnandoci la legge dell'amore più grande.
Infatti il termine fratello e fraternità nella lingua greca alludono, il termine adelphos, a un grembo comune. Qui è l'origine della difficoltà anche dell'esperienza fraterna. Ora, secondo il Vangelo, noi sappiamo qual è questo grembo comune. Ce l'ha rivelato il figlio che è nel grembo del padre e ci ha chiamato fratelli. Quindi noi sappiamo che il nostro legame fraterno è fondato sull'unicità di Dio, il Padre. Questo è il motivo per cui la fraternità ha una dimensione verticale imprescindibile.
Tuttavia, come dicevamo nell'introduzione, con grande realismo, la scrittura ci racconta che la fraternità non è un cammino lineare, anzitutto è una fraternità mancata, attraverso la storia di Caino e Abele, che conosciamo tutti. È come se quel racconto rispondesse alla domanda del profeta Malachia: «Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creato un unico Dio? Perché dunque agite con perfidia l'uno con l'altro, profanando l'alleanza dei vostri padri?». Domande cruciali, sempre attuali.
Ora, nel racconto di Caino e Abele il problema è un problema di sguardo, anzitutto. Il testo dice che Dio guarda con favore l'offerta di Abele, ma non quella di Caino. Il testo è molto sobrio e non spiega il motivo di questa predilezione di un'offerta invece che l'altra. E infatti si sono versati i proverbiali fiumi di inchiostro per cercare di spiegare perché Dio guarda Abele e non guarda Caino.
C'è un dettaglio nel racconto che forse ci dice qualcosa. Abele offre a Dio i primogeniti del suo gregge, mentre Caino i frutti del suolo. Sembra che Abele si coinvolga nel dono che offre a Dio, offre qualcosa di suo, di personale. Invece Caino si limita a dare qualcosa. Quindi non è tanto la qualità dell'offerta che fa la differenza, ma se in questa offerta è rappresentata la propria vita.
Quindi Dio non accoglie e non guarda, non fa attenzione all'offerta di Caino, non per condannarlo evidentemente, ma per provocarlo. Accettare quell'offerta significherebbe lasciarlo nella sensazione che lui non ha nulla di buono da offrire. Dio invece sembra dire a Caino in un modo paradossale, strano: guarda che tu vali, che anche tu puoi donare qualcosa di tuo.
Caino però non interpreta in questo modo il mancato sguardo di Dio. E sappiamo bene come la storia procede. Caino non parla né con Dio né con Abele, anzi si scaglia contro di lui e lo uccide. Non è soltanto un atto di violenza, ma è il segno di una relazione che per lui è diventata insopportabile. Dopo il delitto Caino precipita in un terribile senso di colpa e allora Dio interviene per proteggere la sua vita e lo segna. Anche dopo il male compiuto Dio non abbandona Caino.
Ora questo racconto ci mette davanti a una domanda scomoda ma cruciale: come si manifesta Caino in noi? La nostra tentazione è quella di identificarci subito con Abele, il giusto. Il giusto incompreso che offre tutto e non riceve nulla in cambio. È una posizione rassicurante. Ma la scrittura ci impedisce questa comodità. Ci chiede un passo più onesto e più difficile, cioè riconoscere che la storia di Caino forse ci riguarda da vicino.
In ciascuno di noi c'è la stessa possibilità di irrigidirci, di chiuderci, di lasciare che il risentimento diventi distanza dall'altro e che poi questa distanza si trasformi in violenza. Non necessariamente una violenza fisica, però reale: il silenzio ostinato, la parola che ferisce, l'indifferenza. Noi tante volte pronunciamo la parola fratello o fraternità più con le labbra che con la nostra vita. Le usiamo queste parole nei discorsi, nelle narrazioni che facciamo di noi stessi, ma dovremmo ammettere quanto è difficile renderle vere.
La reazione di Caino nasce da qualcosa di molto semplice: la presenza dell'altro. Abele non fa nulla contro Caino, semplicemente vive, presenta a Dio le sue offerte. Ma in questo modo ricorda a Caino che lui non è tutto e che non c'è solo lui. È questa presenza dell'altro che scatena in noi spesso la violenza. Quindi Genesi 4 è un testo molto ricco ma molto scomodo perché ci ricorda che la fraternità come dono dall'alto inizia a diventare reale quando noi smettiamo di puntare il dito contro l'altro e iniziamo a riconoscere che i potenziali responsabili del male possiamo essere anzitutto noi.
Questo passaggio decisivo nel processo di conversione credo che valga soprattutto per noi cristiani, che questi tesori, questi testi li abbiamo tra le mani. A noi piacerebbe presentarci al mondo come coloro che hanno già risolto il problema della fraternità, come i buoni che aiutano gli altri, come i testimoni di un amore che funziona sempre. Ma sappiamo che le cose non stanno così.
E il Vangelo ci apre una prospettiva liberante, perché ci ricorda che le persone che riescono davvero a compiere il bene non sono i buoni, ma sono coloro che hanno avuto il coraggio di riconoscere la propria ombra. Non chi si è costruito una buona immagine edifica la pace nel mondo, ma chi ha visto la propria violenza possibile e ha imparato a consegnarla a Dio scoprendo che Dio è lento all'ira e grande nella misericordia; quindi la fraternità autentica, sembra dirci così il testamento di Francesco, non nasce per opera di chi non ha mai ferito nessuno, ma da chi ha scoperto di poterne essere capace e decide di non farlo più, avendo incontrato la misericordia di Dio.
Potremmo chiederci come si manifesta in noi quotidianamente questa mancanza di fraternità. Dicevamo, non sempre nelle forme della violenza fisica. Più spesso assume forme più sottili, ma non meno dolorose. Possiamo mettere l'altro ai margini. Possiamo ignorare quello che ci dice, svuotare di importanza il suo contributo?
Ora, la tradizione francescana, per darci uno spunto di riflessione ulteriore, ci ha consegnato una lettera che Francesco scrive a un ministro che si trova un po' stanco e scoraggiato. Credo che potrebbe essere una buona ispirazione per il Papa che spesso deve ascoltare collaboratori stanchi e scoraggiati. Quindi, ascoltiamo cosa dice Francesco.
Francesco si trova davanti a un ministro che gli dice: guarda, nella mia fraternità le cose vanno malissimo; per favore mandami in un eremo, in un bell'eremo dove posso pregare, dove posso stare tranquillo. Francesco lo esorta piuttosto a guardare quella fatica con occhi nuovi e gli scrive così: «quelle cose che ti sono di impedimento nell'amare il Signore Dio e ogni persona che ti sarà d'ostacolo siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture tutto questo devi ritenere come una grazia». «E così tu devi volere e non diversamente». «E ama coloro che agiscono con te in questo modo». «E non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te». «E in questo amali». «E non pretendere che siano cristiani migliori». «E questo sia per te più che stare in un eremo».
Francesco dice delle parole enormi, dice addirittura: non volere che siano migliori di quello che sono, accettali così come sono. E questo è per te l'eremo, questa è per te la preghiera. Cioè per Francesco il fratello che ci sta creando disagio, sofferenza, non è un problema da risolvere. È l'occasione che noi abbiamo di entrare nel cuore del Vangelo. È il luogo dove noi verifichiamo davvero la nostra vita spirituale, quanto è reale e concreta.
E addirittura Francesco conclude con queste parole: «Non ci sia alcun frate al mondo che abbia peccato quanto è possibile peccare, che dopo aver visto i tuoi occhi non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede». «E se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato». «E se in seguito mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo e abbi sempre misericordia di tali fratelli».
Quello che il ministro viveva come un ostacolo per Francesco è semplicemente l'occasione di vivere il Vangelo. Ora forse non è esattamente quello che il Santo Padre potrà dire a tutti i suoi collaboratori stanchi e affaticati, però ci ricorda qual è la logica che noi possiamo scorgere nelle difficoltà della vita fraterna. Che quello che ci può sembrare in prima battuta un inciampo, in realtà è una chiamata di Dio a entrare in un amore più grande e soprattutto più libero.
Infatti c'è un testo nel Nuovo Testamento che a mio avviso potrebbe essere accostato alla lettera a un ministro, che è la piccola lettera di Paolo a Filemone. Un testo quasi invisibile nel Nuovo Testamento, eppure prezioso, perché ricorderemo tutti la storia, no? Filemone aveva uno schiavo, Onesimo, che ha dei problemi con lui, scappa e va da Paolo, che in quel periodo è in prigione. Paolo lo accoglie, lo evangelizza, diventano amici e potrebbe tenerselo come suo collaboratore, ne avrebbe anche il diritto. E invece cosa fa? Lo rimanda a Filemone dicendogli però: accoglilo come un fratello amato dal Signore.
Non gli dice di farlo per la sua autorità. Cerca di suscitare in Filemone la scelta più coraggiosa, più bella, in modo libero. E non rompe nemmeno l'istituto della schiavitù che continua a esistere. Però dice che una relazione difficile può trasformarsi in una relazione fraterna. Per questo motivo questa piccola lettera è diventata nella tradizione cristiana un esempio concreto di come le relazioni si possano rigenerare quando noi mettiamo in gioco un amore più grande.
A questo punto verrebbe da chiedersi, davanti a queste testimonianze così luminose, ma è davvero possibile per noi amare così tanto nelle relazioni fraterne che viviamo? Cioè è alla nostra portata un simile amore? Noi cristiani e noi religiosi in modo particolare viviamo spesso in ambienti dove tutto appare cordiale, ordinato, pacifico. Non si grida, non si litiga, ci si saluta con gentilezza, si mantengono relazioni formalmente corrette. Eppure noi sappiamo che a tutta questa calma esteriore non corrispondono necessariamente relazioni vere e profonde.
Anzi, col passare degli anni tutti accumuliamo nel cuore il peso di parole dette male, di giudizi affrettati, di sguardi mancati, di relazioni ferite o semplicemente lasciate spegnere nel tempo. Perché allora dovremmo ricominciare a vivere l'avventura della fraternità? Io credo che la risposta di San Francesco è decisamente semplice e provocatoria: perché i nostri legami sono fondati su un vincolo di libertà. Non sulla simpatia, sull'affinità, ma sul fatto che Dio ci ha chiamato e ci ha scelto a vivere insieme, perché Lui è nostro Padre.
Quando Francesco insiste nel dire che i fratelli spirituali si devono volere più bene di quelli carnali, non sta spiritualizzando la realtà e non sta facendo leva sui buoni sentimenti. Sta dicendo che nei rapporti di fraternità nello spirito, quindi liberi, non determinati dalla carne e dal sangue, bisogna avere il coraggio di andare oltre la superficie. Si possono affrontare i conflitti, si possono accettare le differenze, si può non scappare quando le relazioni diventano faticose. Tanto non ci dobbiamo nulla tra noi se non la carità. Abbiamo questo come unico vincolo.
Però questa carità diventa possibile se ci ricordiamo dove è fondato il nostro legame. Altrimenti, se cominciamo a diventare amici o altre cose del genere, è impossibile per noi essere fratelli e sorelle. È qualcosa che Gesù in realtà ci aveva detto in modo molto semplice. Ricorderemo quel giorno in cui la madre e i suoi fratelli lo vanno a trovare. E Gesù con una libertà enorme dice: chi è mia madre e chi sono i miei fratelli. Stende la mano e indica le persone che stanno attorno a lui. E non era un esempio, era reale. Ogni parola di Cristo è in modo certo autentica.
Questo non è un rifiuto della famiglia naturale né un gesto di distanza affettiva. Gesù ci rivela qualcosa di più profondo. C'è un legame tra di noi più forte del sangue, più stabile delle affinità, più autentico delle nostre simpatie. È il legame dal fatto che noi siamo figli di un padre che ci sta comunicando la sua parola e la sua volontà.
Questo ha delle conseguenze molto concrete per la vita della Chiesa. Una comunità cristiana non è prima di tutto un gruppo umano che si è scelto per un ideale comune. È un'assemblea convocata dalla voce di Dio, che ci precede e che rende possibile il nostro stare insieme. Chiaro, quando questa sorgente si intorbida, cioè quando la preghiera diventa routine, quando la parola non ci tocca più, quando i sacramenti sono celebrati senza che il cuore vi partecipi, anche i legami fraterni iniziano a svuotarsi. Restano le forme, come dicevamo, il saluto, il sorriso, la correttezza formale, ma la sostanza si perde.
Serve allora a tornare a guardare a Cristo, lasciarsi raggiungere dal suo sguardo e non dimenticare quello che i primi cristiani erano soliti dirsi: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli». L'affermazione è molto forte. Giovanni non dice che amiamo i fratelli perché siamo passati dalla morte alla vita, come se la vita nuova producesse automaticamente l'amore fraterno. Afferma quasi il contrario. È proprio nell'amare i fratelli, anche quando è difficile, che possiamo verificare se la Pasqua di Cristo ci ha davvero toccato e sta operando in noi.
Ora noi però immaginiamo tante volte che la Pasqua sia qualcosa che ci riguarderà dopo la morte, quando risorgeremo in Cristo, mentre noi sappiamo che la risurrezione è già cominciata, la vita eterna è già iniziata. Quando ce lo dimentichiamo però rimandiamo il lavoro della fraternità a domani perché non lo consideriamo urgente oggi. Vabbè, quando risorgeremo impareremo a volerci bene.
Un passo della regola non bollata di San Francesco ci dà un'ultima luce. Dice così, rovesciando un po' le prospettive consuete: «Prestiamo attenzione, fratelli tutti, a ciò che dice il Signore. Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano. Infatti anche il Signore Gesù, del quale dobbiamo seguire le orme, chiamò Amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori. Sono pertanto amici nostri tutti quelli che, ingiustamente, ci infliggono tribolazioni e sofferenze, umiliazioni e offese, dolori e tormenti, martirio e morte. Dobbiamo molto amare costoro, poiché per quello che ci infliggono abbiamo la vita eterna».
Francesco fa un elenco di cose che in qualche modo ha sperimentato e noi sperimentiamo. Ma accende come una luce in questo inferno che tutti conosciamo, ricordandoci che il dovere di amarci conviene a noi, perché questo è il modo ordinario in cui noi abbiamo la vita eterna, amando i nemici, non sopportandoli, ma pregando per loro. È come se la fraternità quando arriva a questo livello di realismo si spoglia di tutte quelle colorazioni romantiche ed emotive e ci fa capire che la fraternità non è altro che il capolinea del nostro battesimo. E quindi dobbiamo prepararci perché al capolinea speriamo di poterci arrivare tutti e tutti insieme.
La vita fraterna non è fatta soltanto di gesti buoni e di momenti facili. È fatta anche di incomprensioni, di fatiche, di martirio, di dolore. E le migliori occasioni della vita fraterna sono proprio queste, che noi vorremmo fuggire e invece ci aprono le porte della vita eterna. Questo allarga molto il nostro sguardo, perché nella vita quotidiana le esigenze delle nostre relazioni a volte diventano pesanti. Le distanze tra di noi, le parole che feriscono, le incomprensioni possono diventare molto dolorose. Per questo non dobbiamo mai smarrire l'orizzonte della vita eterna. Quando lo perdiamo, certe fatiche che viviamo diventano insopportabili.
Ora, il tema della fraternità non riguarda soltanto la vita della Chiesa. Tocca il più profondo desiderio di tutta l'umanità. In ogni tempo, in ogni cultura, gli esseri umani hanno sognato una convivenza finalmente riconciliata tra esseri umani. È un anelito che attraversa i popoli al di là delle lingue, delle culture e delle tradizioni religiose. Poeti, musicisti, artisti hanno immaginato un mondo dove gli uomini possano finalmente riconoscersi come fratelli e sorelle tra loro. Anche tante ideologie e molti modelli economici hanno provato a costruire il sogno di un'armonia universale tra gli uomini, scoprendo però quanto sia difficile renderla reale per tutti e per davvero.
Noi credenti nel Figlio di Dio fatto carne custodiamo una convinzione molto semplice e umile. La fraternità universale diventa possibile solo quando l'uomo riscopre la sua apertura al trascendente. Questo ce l'ha ricordato Papa Francesco nell'enciclica Fratelli Tutti, dove ha scritto «Come credenti pensiamo che senza un'apertura al Padre di tutti non ci possano essere ragioni solide e stabili per l'appello alla fraternità». Siamo convinti che soltanto con questa coscienza di figli che non sono orfani si può vivere in pace fra noi, perché la ragione da sola è in grado di cogliere l'uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità.
Quando riconosciamo Dio come Padre di tutti, impariamo a guardare ogni persona con una dignità che nessuna differenza può cancellare. La fede non ci separa dagli altri, ci ricorda piuttosto che nessuno è escluso dal nostro cuore perché nessuno è escluso dal cuore del Padre che sta nei cieli.
Ecco perché nei giorni di questa Quaresima, mentre la storia del mondo continua a essere attraversata da divisioni, da guerre e da conflitti, noi cristiani non possiamo limitarci a parlare di fraternità come un ideale da raggiungere. Siamo chiamati a riceverla come un dono, ma anche ad assumerla in modo molto serio e urgente come una responsabilità. Questo compito comincia sempre da molto vicino, dalle persone che condividono con noi la vita quotidiana.
Non è raro che anche nella Chiesa differenze di sensibilità, di visione, di stile diventino motivo di contrapposizione e di distanza, fino a creare contrapposizioni e polarizzazioni. Sono il segno di quanto sia difficile accogliere davvero la sfida della fraternità. Il cammino evangelico ci chiede di fare un passo diverso: riconoscere sempre negli altri, anche quando sono diversi da noi, fratelli e sorelle che ci sono stati affidati, di cui noi siamo custodi. E quindi cercare di ascoltarli, di capirne le ragioni, di rispettarli in modo sincero e cordiale.
E noi tutto questo lo possiamo fare senza paura. Anzi, con grande libertà, come dicevamo. Perché sappiamo di essere già passati dalla morte alla vita. Non abbiamo niente da perdere. Abbiamo soltanto tanti fratelli e sorelle da poter guadagnare. La risurrezione di Cristo non elimina la fatica delle relazioni, ma ci libera dal sospetto che questa fatica possa essere inutile. Per questo possiamo assumere il lavoro della fraternità con uno stile sempre rinnovato, con dolcezza, fermezza, con rispetto, ma soprattutto con la fiducia che ogni gesto di vero amore fraterno, anche il più nascosto, appartiene già alla vita eterna.
Preghiamo.
Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso è Dio. Concedi a noi miseri di fare per Tuo amore ciò che sappiamo che Tu vuoi e di volere sempre ciò che a Te piace. Affinché interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del Tuo Figlio di letto, il Signore nostro Gesù Cristo. E con l'aiuto della Tua sola grazia giungere a Te, O Altissimo, che nella Trinità perfetta e nell'unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio Onnipotente per tutti i secoli dei secoli.
Grazie.
Seconda predica di Quaresima tenuta dal Predicatore della Casa Pontificia P. Roberto Pasolini, ofmcap: La fraternità, lo spazio concreto in cui Dio lavora la nostra umanità.
Aula Paolo VI, Roma. 13 marzo 2026