Misericordia e giustizia (Meditazione)



Testo della meditazione
Il tema che mi è stato affidato è il coniugo tra giustizia e misericordia. Due parole che devono nutrire la nostra vita personale e sociale, ma anche due parole sovente misconosciute e ancor più spesso declamate, invocate, ma assolutamente non realizzate. Io non dimentico la tristezza di Qoelet, l'autore della Bibbia che tutti conoscete, che confessa ormai vecchio, e sono tentato di associarmi a lui in questa confessione, confessa che dopo aver a lungo vissuto e aver lungo osservato, deve dire «Ho visto che nel luogo stabilito per la giustizia là regna l'ingiustizia, che nel luogo stabilito per il perdono, là c'è invece la vendetta. Sì, si parla molto di giustizia e soprattutto di misericordia. In questi ultimi anni ne abbiamo sentito parlare tantissimo. Costantemente, soprattutto all'interno dello spazio religioso. Ma quanto alla loro realizzazione, alla loro pratica, al loro essere stabilite nella società e nella Chiesa, Occorre constatare che in realtà la giustizia non è ottemperata e la misericordia è sbandierata ma non è realmente praticata.

Ecco perché questa mia relazione la faccio con timore e tremore. E non vorrei solo che voi confondeste il messaggio che vi lascio, che è certamente il messaggio di ispirazione cristiana, con le istituzioni, le istituzioni anche che io abito. Tutta la storia umana, tanto a livello sociale e collettivo, quanto a livello individuale e di rapporti interpersonali, conosce la tensione, non eliminabile, tra esigenze di giustizia e istanze di misericordia, cioè di perdono. Al tempo stesso, il richiamo reciproco di questi due poli mostra anche la loro complementarietà. Giustizia e misericordia sono virtù che devono essere integrate e anche correlate nei processi inerenti alla vita associata alla vita della polis. Giustizia e misericordia Diventano perciò strutture portanti del tessuto sociale, fattore decisivi per il cammino di umanizzazione sempre necessario e mai concluso.

Dico subito che non tento di definire la giustizia, anche perché tutti gli altri relatori si sono soffermati su questo tema, ma mi basta considerarla nel suo significato più ampio. La giustizia è la base di ogni ordinamento etico. E nella nostra tradizione culturale non possiamo dimenticare che il pensiero greco e latino pone l'accento su ciò che sta alla radice della Costituzione e della giustizia, il rapporto con gli altri, la relazione con gli altri. Ben sintetizzato nel principio latino, justitia est ad alterum. La giustizia si instaura ogni volta che c'è la relazione, ogni volta che si accende il rapporto con gli altri. Il concetto di giustizia ha attraversato la storia. Ed è stato letto anche con ottiche ideologiche e politiche, fino a svuotarsi, fino ad essere pervertito. Si pensi, per esempio, alla giustizia rivoluzionaria o a quella populista, e potremmo continuare. Certamente la giustizia deve regolare l'insieme dei rapporti sociali, Ma in tale compito essa può essere soggetta a tentazioni che si manifestano sotto forma di oscillazioni. In una società individualistica la giustizia può essere ridotta a una convenzione che la considera solo in rapporto alle relazioni intersoggettive.
La giustizia commutativa, senza tener conto della dimensione sociale, senza tener conto che la realtà è quella di una «communitas», perché la società è una «communitas», in cui ci sono certamente delle cose in comune, ma soprattutto c'è in comune un debito e una responsabilità.

D'altro canto, quando l'accento è posto solo sulla prospettiva giuridica, si corre il rischio dell'oggettivazione senza attenzione alla soggettività, così che la giustizia finisce per diventare, lo dicevano già i latini, «summa in iuria», la più grande ingiustizia, secondo il noto assioma «summa in iuria».

Ecco dunque la necessità, permettetemi di ricorrere per una volta a una parola greca, all'epichelia, cioè a quell'equità adeguata che persegue una giustizia superiore a quella definita dalla legge e dal codice, sempre imperfettamente, persegue una giustizia che trascende la lettera della legge, una giustizia che sa anche discernere le istanze soggettive di ciascuno.

Qui si apre dunque in un orizzonte diverso il discorso sulla misericordia. Termine estraneo al diritto e tuttavia mai sentito veramente estraneo dal diritto, come mostra l'elaborazione di istituti diversi e con contenuto vario, come la grazia, l'indulto, la remissione della pena, sono sempre degli elementi che sono intervenuti a temperare la legge, sentiti necessari in una società che non può fermarsi solo all'esecuzione della legge. Basta evocare la comprensione diversa nelle culture differenti. E nelle diverse epoche, della pena e della sua interpretazione.

Per secoli abbiamo pensato che di fronte a un delitto occorreva il castigo, la pena, una vera e propria punizione. E permettetemi di dire, purtroppo, questo è restato ancora all'interno del fondo della coscienza della gente. Eh, ha fatto il male, se lo merita. Eh, ha compiuto il delitto. Di conseguenza merita la pena. Oppure a livello religioso cattolico, dove c'è il delitto c'è il castigo, poi il castigo magari lo si rimanda a Dio. Ma la logica è sempre quella, vedete, una logica perversa. Perché chi è caduto, chi ha avuto un comportamento delituoso, è destinato costantemente a portarsi questa pena fino alla fine. Io non sono un giurista e non sono perciò abilitato a proporvi un contributo giuridico, ma penso che come nella nostra cultura occidentale latina, la Bibbia, Il Grande Codice, secondo la fortunata espressione di Northrop Freyre, ha influenzato l'elaborazione del diritto ad Atene e a Roma, così sia possibile anche oggi ascoltare da questo Codice una parola proprio su questo tema, giustizia e misericordia. Anche perché non possiamo continuare a sentirci estranei a questa situazione attualmente paralizzata, dove la giustizia viene eseguita, ma attenzione, viene eseguita in un modo che continua ad essere davvero una pena, Pensate alle carceri sovrappopolate, pensate a situazioni nelle carceri veramente di vita difficile e disumana, pensate alla disperazione di molti condannati, pensate ai suicidi che in questi ultimi anni si stanno moltiplicando nelle carceri. Nessuno ci pensa. Tutti continuano a dire «Eh, ma c'è stato un delitto, se lo sono meritate!» Questa sarebbe forse la civiltà, il cammino che ci attende, quando abbiamo un cristianesimo che chiede comunque cammini di misericordia, di perdono, di riparazione, di rieducazione? A questo proposito, mi sembra che alcune acquisizioni, qualche voce nella Chiesa l'ha proclamata. Però nessuno l'ascolta, nessuno.

In un messaggio per la giornata mondiale della pace, Giovanni Paolo II ha affermato con forza e convinzione che, che non c'è pace senza giustizia, ma ha aggiunto non c'è giustizia senza perdono. Come tutti voi sapete, il cristianesimo, a partire dalla profezia di Isaia, ha sempre affermato opus justitiae pax. La pace nasce dalla giustizia, ci vuole la pace. Ma prima deve fiorire la giustizia, perché questo è l'acquisizione. Ma Papa Wojtyla ha cresciuto questo messaggio con molta audacia, aggiungendo all'affermazione di Isaia, non c'è giustizia senza perdono. E il Papa in quell'occasione, mi permetto di riferirvi, rendeva pubblico una confessione intima, personale, che lui ha fatto in modo faticoso e lo ha ammesso lui stesso, quasi a dire «vi sto dicendo questo e so che contraddico tutta una tradizione anche cristiana». Ma ve lo dico perché ci son giunto. E sentite le sue parole. La convinzione a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la parola di Dio è che non si ristabilisce a pieno l'ordine infranto se non coniugando tra loro giustizia, misericordia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell'amore che è la misericordia. Questa è veramente una novità, un irreversibile passo in avanti. Nella tradizione della Chiesa, l'immanenza del perdono alla giustizia, che può scandalizzare anche molti cristiani. E certo, richiede una ricerca profonda su come articolare queste due virtù che sembrano non coniugabili. Ma c'è di più. Il Papa non si limitava a indicare questo cammino di giustizia e perdono come un itinerario personale e interiore, ma giungeva, e sono le sue parole, ad augurarsi delle politiche del perdono.

Espresse in atteggiamenti sociali e istituti giuridici nei quali la stessa giustizia possa assumere un volto più umano. Sottolineo, il Papa chiede istituti giuridici, non chiede solo atteggiamenti spirituali, interiori, personali, Istituti giuridici e politiche di perdono. Sapeva bene che questo si è cercato di realizzarlo e si è realizzato come pratica in Sudafrica, tra neri e bianchi, con risultati politici enormi. Sapeva bene che si doveva tentare e sembrava che in quel momento si tentasse tra Israele e Palestina, perché lì non c'è nessuna possibilità di stabilire la giustizia. O si arriva al perdono gli uni degli altri o si continuerà la guerra. E permettetemi di dire, anche adesso in Ucraina non c'è nessuna possibilità di giustizia. O ci si perdona a vicenda o ci sarà continuamente la guerra. Questo è ciò che noi dobbiamo acquisire, anche se dentro di noi c'è una rivolta contro questo. Ma è quello che viene chiesto. La misericordia... è proprio quello che ci chiede non solo di essere un sentimento, cuore per i miseri, ma di trovare forme in istituti giuridici, in politiche sociali, fatte tra le nazioni. Pensate cosa sarebbe, ad esempio, la remissione del debito pubblico per certi paesi da noi impoveriti per decenni. Non potranno mai pagare quel debito. O ci sarà la remissione o, altrimenti, quando potranno, vestiranno tutta la loro violenza nei nostri confronti. E sarà troppo tardi. La proposta è dunque che il perdono entri a far parte della prassi giuridica e politica, sia annoverato tra le componenti della società, riguardi i rapporti tra i popoli e le etnie, sia previsto dal diritto ed espresso in istituti giuridici. Ciò significa ripensare il concetto di giustizia punitiva, presente ancora nelle legislazioni, ripensare anche il concetto di giustizia retributiva, ripensare le modalità della giustizia correttiva e rieducativa. E in tal solco che mi muovo per fornire un mio contributo, che presenti questo del grande codice, nel messaggio cristiano. E qui risalgo al messaggio biblico. La giustizia, in ebraico si dice tzedakah, è notate uno degli attributi principali di Dio. In tutte le Scritture dell'Antico Testamento Dio è giusto. Lo si proclama più volte. Si dice più volte che Dio è giusto che non che Dio è santo. Dio è tzaddik. E' il vero fedele, che è conforme alla sua volontà, leggete qualunque pagina della Scrittura, è il giusto. È il giusto, l'uomo giusto, lo tzaddik. Se ogni religione vuole essere una risposta alla domanda umana di senso, di giustizia, resta vero che nella tradizione biblica la giustizia di Dio è affermata come risposta agli umani da parte di Dio. Dio, proprio perché è giusto, interviene nella storia con azioni di giustizia che tentano di instaurare la giustizia, così spesso infranta dagli esseri umani. E non a caso la prima azione compiuta da Dio nella storia è la liberazione di una massa di oppressi, di migranti, di stranieri sotto il dominio dell'Egitto con a capo il Faraone. Dio si sentì costretto a intervenire, perché come sta scritto nel libro dell'Esodo, Dio vide, ascoltò il grido degli oppressi, conobbe quella situazione di schiavitù e allora intervenne a liberare quel popolo. Ecco perché il nome classico di Dio è difensore degli oppressi, dei poveri, dell'orfano e della vedova. Cioè difensore dei senza dignità, difensore degli scarti della società, di quelli a cui non ha pensato la giustizia umana. E quindi il primo attributo di Dio è la giustizia. Dio è giusto. Questo è talmente importante che in tutte le pagine dell'Antico Testamento il nome di Dio è accompagnato da questo termine, giustizia. Oppure Dio è detto Dio di giustizia. E tuttavia questa giustizia, attenzione, che è l'attributo di Dio, è soprattutto quel che Dio chiede di praticare. Praticare la giustizia è conoscere Dio. Noi non ci immaginiamo noi questi. Noi pensiamo che... Conoscere Dio, grazie alle varie lezioni di catechismo che avete tutti preso, sia un'operazione intellettuale. Studiare chi è Dio, sapere chi è Dio, sapere chi è la Trinità, sapere tutte queste cose. Per la Bibbia no. Vi leggo semplicemente un passo da un profeta che si rivolge al re. Il re Joachim, un re oppressore, un re che aveva schiavizzato il suo popolo, un re ingiusto. La Bibbia dice di lui «fece ciò che è male agli occhi del Signore e il Signore lo ripudiò». Ebbene il profeta va sotto al suo palazzo, lo chiama sulla terrazza e gli dice «Guai a te, guai a te, oh re, che hai costruito la tua reggia senza giustizia! A te, che hai costruito un palazzo a più piani, senza dare il giusto salario agli operai, tu pensi di essere un re!» perché ti sei costruito un palazzo lussuoso e spazioso. Ma ricordati di tuo padre il re Giosia. Lui praticava la giustizia e il diritto, perché lui difendeva la causa dei poveri e degli oppressi e stabiliva la giustizia. Ma se tu non stabilisci la giustizia, come puoi dire di conoscermi? Conoscere Dio è stabilire la giustizia. La giustizia è una cosa seria. Ma nello stesso tempo, se questa giustizia in Dio è così determinante e così forte, accanto al termine Dio giusto sta il termine di Dio misericordioso. Quando Dio si manifesta a Mosè, dandogli il suo nome, Mosè sente che viene proclamato il nome di Dio, il Signore, il Signore, Dio compassionevole e misericordioso, lento all'ira e grande nell'amore. Quello è il nome del nostro Dio, consegnato per sempre. È giusto? ma come dicono i rabbini, è soprattutto misericordioso, compassionevole, lento all'ira, grande nell'amore. Quattro aggettivi che vogliono dire la stessa cosa, misericordia, contro uno che è la giustizia. E a questo proposito c'è un passo del profeta Isaia straordinario. Dio è in alleanza con il suo popolo, Israele. Ma il popolo a un certo punto segue altri dèi, diventa idolatra, compie tutto ciò che è contrario alla volontà di Dio. L'alleanza dunque è rotta. Il partner dell'alleanza popolo è infedele. Anche Dio deve rompere l'alleanza se la rotta il popolo, perché l'alleanza è un patto a due. E il profeta Osea mette questo solo gli occhio. Sentitelo perché nella Bibbia ufficiale non è tradotto fedelmente. Dio dice dentro di sé «Il mio popolo è perverso nel male, io dovrei ripudiarlo».

Rompere con lui perché è diventato un popolo ingiusto. Io dovrei cacciarlo nelle mani dei suoi nemici. Ma dentro di me il mio cuore si rivolta, il mio intimo freme di compassione.

Io non darò sfogo alla mia collera, Io non lascerò prevalere la giustizia perché io non posso essere un uomo, ma sono Dio e in Dio vince la misericordia, non la giustizia.

Guardate questo brano, Osea 11, 7, 9, la ricchezza di questo soliloquio. Ci sono tutte le condizioni per dire regni la giustizia, dunque si rompe l'alleanza. Dio dice dentro di me si rivolta, si ritorce il mio cuore, dice no, non ti è possibile, deve regnare la misericordia, non la giustizia. Questo, dice il profeta, è la vera giustizia di Dio. Una giustizia che vince sempre, che lascia sempre vincere la misericordia. Vedete, quel meccanismo perverso che c'è nelle nostre orecchie ed è talmente nella tradizione cristiana che Fëdor Dostoevskij dice l'ha messo come titolo a un libro che molti di voi hanno letto, Delitto e Castigo, perché questo è qualcosa che abbiamo dentro di noi. Ogni volta che facciamo il male ci attendiamo il castigo. Ogni volta che uno fa il male, diciamo, merita il castigo. Ecco, questo è ciò che di più anticristiano ci sia. È qualcosa che serve alla religione, serve alla Chiesa, ma non è il messaggio né della Bibbia né di Gesù Cristo. Ricordatevelo, sulla giustizia vince la misericordia. Quanto poi a Gesù? Questo messaggio è approfondito ed è ancora più precisato. Nella sua vita umanissima, Gesù ci narrava Dio, il Dio giusto e misericordioso nel quale confidava, ma su questo tema della giustizia, richiesta dal suo maestro Giovanni Battista, in vista del giorno del giudizio imminente, non a caso Gesù dice «Se la vostra giustizia non trascende quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli. È una delle prime parole di Gesù. La giustizia non può essere quella semplicemente dell'esecuzione della legge. Non può essere quella degli scribi e dei farisei. Attenzione! So bene che quando dico scribi e farisei molti di voi sono stati abituati dalla Chiesa a pensare agli ipocriti. No, gli scribi e i farisei erano un movimento religioso, erano molto bravi, molto diligenti, molto sani. Parlar male di loro è anti-giudaismo. Erano come i movimenti ecclesiali di adesso, militanti, seri, bravi. Gesù non se la piglia con loro. Ma dice «Se la vostra giustizia non trascende la loro, che è solo obbedienza alla legge, voi non entrate nel Regno dei Cieli». E perché capiamo, lui significativamente fa gli esempi. Dice «Una giustizia, quella che va oltre quella degli scribi e dei farisei, è una giustizia che raggiunge i malati e i peccatori». E che non riguarda i giusti e i sani. È una giustizia la quale non guarda in modo bendato la giustizia cieca che fa eseguire la legge, ma guarda le situazioni. Per cui, se è vero che la legge dava a tutti la stessa paga nelle parabole, ma agli operai dell'ultima ora è stato dato, tanto come a quelli della prima ora. Certamente andando contro ogni legge della meritocrazia, ma quella paga era il minimo per vivere, e se il padrone non avesse dato la paga agli operai dell'ultima ora, gli operai dell'ultima ora andavano a casa e moglie e figli facevano la fame. Quindi paga loro come paga gli altri. È una giustizia, quella che ci insegna Gesù, attenzione, gratuita e preveniente, che non chiede il contraccambio. Ed è una giustizia mai meritocratica.

Capisco che tutte queste cose configgono con l'attuale mentalità. E con l'attuale situazione in cui nella nostra società si vorrebbe proprio instaurare esattamente queste vie, che sono pur necessarie, attenzione, nelle leggi dell'economia e nelle leggi del lavoro, ma che bisogna poi siano sempre ottemperate da pensare a quelli che non ce la fanno. A quelli che restano indietro perché sono dei poverini, che mancano le forze, vittime della storia, vittime di situazioni, e non per colpa loro sono semplicemente o poveri o senza lavoro o sono portatori di malattie. Questo è quello che richiede, vedete, una giustizia non bendata, ma una giustizia che sa guardare soggettivamente le persone. Certo, questa giustizia scandalizza. Scandalizzava i contemporanei di Gesù, scandalizza i cristiani, tanto più sono cristiani ben messi e militanti. Ma fa felici i poveri, i semplici, quelli che sono anonimi, quelli che sembrano scarti, e ce ne sono tanti per i quali nessuno ha uno sguardo e nessuno che dica i loro diritti.

Allora è molto importante che noi capiamo questo, e per capirlo in maniera piena mi permetto di riassumere brevemente una pagina più scandalosa di tutti i Vangeli, che la conoscete, ma anche ripeterla fa bene.

Voi forse non sapete, ma ve lo dico io, nei Vangeli sono aggiunti dei manoscritti, dei rotoli o dei libri, dall'antichità. E sono i quattro Vangeli che tutti conoscete. E poi però c'è un foglietto che è sempre stato in mezzo a loro e che imbarazzava talmente la Chiesa che la Chiesa non sapeva dove metterlo nei Vangeli. Anche alla Chiesa dava fastidio questa pagina di Vangelo. Da un lato doveva riconoscere che era un Vangelo autentico, che veniva da Gesù. Però era molto difficile accettarla. Questa paginetta ha vagato, notate, fino al VI secolo! Sei secoli! Poi nel VI secolo hanno deciso di metterla nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 8. L'hanno inserita lì, tutti notano leggendo che c'entra nulla con ciò che Giovanni dice prima, con ciò che Giovanni dice dopo, ma meno male, l'hanno salvata e sta nel Vangelo. Ed è la pagina... Conosciuta come pagina dell'adultera, dove la giustizia e la misericordia hanno la loro epifania. Gesù è nell'atrio del Tempio e a un certo punto c'è una donna che viene colta in adulterio con un uomo, dunque una donna sposata, Secondo la legge, l'adulterio è uno dei peccati più gravi. In quel caso doveva essere presa la donna e l'uomo, attenzione tutte e due, donna e uomo, e se erano colti in flagrante dovevano essere lapidati. Era uno di quei pochi peccati che meritava la morte. Notate, in questa scena l'uomo non c'è. Chissà perché, eh? Chissà perché è la donna che trascinano e non l'uomo. Già fin da allora vedete che la legge poi viene applicata sempre in maniera interessata. Portano questa donna da Gesù, gliela mettono davanti e gli dicono ma noi l'abbiamo colta in flagrante adulterio. Allora adesso dobbiamo semplicemente... Scagliare pietre contro di lei e ucciderla lapidandola, come prescrive la legge. E gli dicono a Gesù «E tu cosa dici? Prendi parte a questo!». Gesù tace, si china, scrive per terra. Un gesto che è inutile, non stiamo lì a chiedersi cosa significa perché perderemmo il tempo a dare interpretazioni. Si mette con il dito a scrivere per terra, ma nessuno ha visto ciò che ha scritto. Era sabbia ed è stato portato via tutto. A un certo punto si alza, visto che gli dicevano «Su, decidi!». Lui dice semplicemente «Chi di voi?». Non ha fatto un peccato, scagli la prima pietra. E il Vangelo dice che in quel momento si sono chiesti, e tutti, a cominciare dai più vecchi, hanno detto un peccato l'abbiamo fatto, e hanno lasciato cadere la pietra dalle mani e se ne sono andati. Restano Gesù e questa donna soli. Io mi immagino cosa sarebbe successo adesso in ambiente cristiano. Gesù avrebbe detto, donna, ma lo sai che cosa hai fatto? Lo sai che hai fatto una cosa grave? Ma lo sai che proprio grave merita la morte? Ma adesso sei disposta a pentirti? Ma ti penti davvero sì o no? Ma lo farai mai più, me lo prometti che lo farai mai più. E adesso come penitenza ti do da fare, tac, tac, tac. Gesù la guarda e gli dice, donna, dove sono i tuoi accusatori? La donna dice, no, non c'è più nessuno.

E Gesù gli dice, vai in pace.
E non peccare più.

Perdono assoluto, gratuito, senza condizioni, senza pena, neanche strappargli la promessa che non l'avrebbe mai più fatto.

Questa è la misericordia e il perdono cristiano.

Quella pagina che imbarazzava tanto, per cui quel povero foglietto, meno male che si è conservato dopo tanta migrazione all'interno dei foglietti dei Vangeli, scandalizzava. E nella Chiesa d'Oriente, ancora nel Mille, non l'accettavano come Vangelo. Perché? Perché la misericordia scandalizza. Noi vorremmo la giustizia, ma una giustizia umana. Sulle nostre labbra siamo pronti a dire «Ah, ma ciò che è giusto è giusto, è giusto, ha fatto il male e deve pagarla». Ma se noi ci mettiamo su questa linea, noi ci mettiamo sulla linea ancora degli uomini antichi come testimonia Genesi, la linea di Lamech. Il taglione, occhio per occhio, dente per dente, se uno mi fa il male, gli faccio altrettanto. Ma come diceva un rabbino, se questa legge valesse, la maggior parte dell'umanità sarebbe o senza un occhio o senza una gamba e non ci sarebbe più nessuno di sano.

La misericordia è qualcosa che deve sgorgare dal nostro cuore, a cui devono ispirarsi le istituzioni sempre di più. E noi in questo, mi sembra opportuno soprattutto partire dalla cronaca, nient'altro dalla cronaca dell'ultimo anno,

Tutti questi suicidi in carcere dovrebbero smuoverci un po' e chiedere che cambi qualcosa nel carcere.

Provate ad andare a visitare qualcuno in carcere. Se avete dei parenti o dei conoscenti, provate ad andare a vedere come vivono. Non disertate il carcere dicendo «C'ho nessuno dei miei in carcere, dunque non ci vado». Visitare i carceri è come visitare i malati, è come fare qualcosa per i poveri. Anche lì c'è un'umanità che chiede misericordia, chiede perdono e dobbiamo noi rispondere perché la giustizia non è sufficiente.
Grazie dell'ascolto.

Meditazione
Enzo Bianchi
Misericordia. Pratiche di giustizia e di perdono. 
Domenica 18 settembre 2022
Sassuolo

L'intervento è tratto da Il Festivalfilosofia 2022 che si è svolto dal 16 al 18 settembre 2022 nelle città di Modena, Carpi e Sassuolo, dedicando l'edizione al tema della "Giustizia".
www.festivalfilosofia.it

 

La misericordia, intesa come cura e amore del prossimo, è sovraordinata alla stessa legge? Quale nesso lega le pratiche di giustizia e la disposizione al perdono?
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