Vangelo di Matteo: Introduzione



Testo dell'introduzione
«Matteo ci mostra Gesù come il nuovo Mosè, venuto non per abolire la Legge ma per portarla a compimento, rivelando il volto definitivo di Dio». Con queste parole il 265° papa della storia, Benedetto XVI, ha sintetizzato nel suo Gesù di Nazareth, il Vangelo di Matteo, chiamato, secondo il suo successore Francesco, perché il chiamante «non si fermò alle apparenze negative del personaggio, ma superò i pregiudizi e lo scelse, nonostante fosse un pubblicano e un peccatore – e aggiunge – C’è un insegnamento potente: la misericordia di Dio non si ferma al passato, ma apre a un futuro nuovo e possibile». Lasciamo allora che l’opera di Levi, altro nome col quale è conosciuto, ci conduca da un passato, che si pensa erroneamente non possa aver più sapore, ad un futuro nuovo (termine che indica qualcosa che è stato fatto, si è manifestato o è accaduto da poco) ma anche possibile, perché, appunto, è già in atto nel presente.

In questa scoperta non possiamo che partire dalle fonti, lasciandoci guidare da Gianfranco Ravasi:  «..alle spalle del testo che noi possediamo c’era probabilmente qualche testo già scritto. Gli studiosi sono ormai quasi certi che Matteo ha usato il Vangelo di Marco […] Per cui Matteo non diventa più il primo Vangelo, come si diceva nella tradizione, ma sicuramente il secondo». Il cardinale ci dice quindi che la nostra abitudine a trovarlo per primo nella Bibbia non ci deve trarre in inganno: Marco ha scritto prima di lui. Non solo, c’è anche la cosiddetta fonte “Q”, dal tedesco Quelle, “fonte”, perché esisteva «una fonte che raccoglieva i detti di Gesù e che era stata scritta già prima dei Vangeli canonici a noi giunti». Ma non è tutto, poiché si è partiti ancora prima con la predicazione orale, di cui i testi scritti sono riflesso, predicazione dei quali si sono poi identificati gli schemi, le modalità e i temi. Secondo Papia, vescovo di Gerapoli (l’attuale località turca di Pamukkale, letteralmente “castello di cotone”, per via delle sue meravigliose cascate calcaree patrimonio dell’UNESCO), Matteo «mise insieme in dialetto ebraico (probabilmente intende aramaico) i loghia di Gesù (in greco i “detti”) e ciascuno li tradusse secondo la propria capacità». 

Diciamo che per leggere questo Vangelo occorre dotarsi di un paio di occhiali “ai raggi X”, là dove quella X è simbolo della prima lettera dell’attributo più noto di Gesù, Cristo, che la ventiduesima lettera dell’alfabeto greco, la Chi, è da noi traslitterata appunto con una X. 

Concediamoci a riguardo una piccola parentesi, ne vale la pena: in alcuni suoi libri – su tutti I quattro maestri e Gesù e Cristo – il teologo Vito Mancuso fa una distinzione netta tra Gesù, l’uomo storico, il profeta itinerante, e Cristo, quel simbolo spirituale che incarna l’idea universale di salvezza, resa possibile dal suo sacrificio in quanto Figlio di Dio. In breve, per lui quest’ultimo sarebbe una costruzione teologica e filosofica sviluppata dalla Chiesa.

Accantonata la riflessione di Mancuso, sulla quale occorrerebbe tuttavia approfondire, torniamo ai nostri occhiali a raggi X, quelli cioè che ci permettono di vedere come Matteo veda Gesù, “il Cristo”, occhiali che ci permettono di notare anche, in controluce, alcuni elementi chiave cari all’Evangelista: il monte, una certa lettura dell’Antico Testamento, e la necessaria interazione tra Giudaismo e Cristianesimo..  

Il monte, anzitutto, simbolo potentissimo che Matteo inserisce all’inizio e alla fine, anche se in realtà stiamo parlando di “collinette”: quella delle Beatitudini (5,1) – che si trova in Galilea, ma precisamente dove non ci è dato saperlo – e quella in cui Gesù invia e si congeda dagli Undici (28,16), senza contare quella del Golgota/Calvario, che le stime storico-archeologiche ci dicono poteva originariamente essere alta tra i 6 e i 7 metri. Alture che riprendono il Sinai/Oreb, una prima modalità per dire che Gesù è il nuovo e definitivo Mosè. Leggere Matteo, ecco il secondo punto, è in qualche modo ri-leggere l’Antico Testamento: in questo Vangelo ci sono almeno settanta citazioni della  Prima Alleanza, di cui quarantuno dirette. «Ventuno richiami poi – puntualizza Ravasi – sono preceduti da quella famosa dichiarazione, quel verbo bellissimo e purtroppo malamente tradotto: pleroun, di solito reso con un “perché si adempisse”, o “perché si compisse”. Ma pleroun in greco vuol dire molto di più: è il verbo della pienezza».

Terzo ed ultimo punto – vedremo in realtà che tantissime altre sfumature caratterizzano Matteo – è ciò che lega Cristianesimo e Giudaismo, termine quest’ultimo che, pur essendo utilizzato spesso come sinonimo di Ebraismo, non lo è. Sotto il profilo storico, ad essere puntigliosi, è possibile infatti dividere cronologicamente il Giudaismo in quattro momenti: quello biblico (dal XX secolo a.C. al IV a.C.), quello ellenistico (IV secolo a.C.-II secolo d.C.), il Giudaismo rabbinico (dal II al XVIII dell’era cristiana) e la sua ultima fase moderna (dal 1750 ad oggi). Quando però si parla di Giudaismo in senso elastico, si intende quella “forma” che l’Ebraismo ha assunto con l’esilio Babilonese, terminato nel 538 a.C. per merito del re persiano Ciro II. In estrema sintesi, quando Matteo parla di Giudaismo, si riferisce a chi quel “mondo” lo conosce bene, mondo in cui sono centrali il tempio, la figura del sommo sacerdote, la sinagoga, ecc.. Se non ne siamo convinti, pensiamo a quando l’evangelista parla dell’offerta sull’altare, delle frange rituali, dei filattéri (le teche con i rotolini per la preghiera, i tefillîn), quando cita le prassi dei giuramenti e delle abluzioni prima dei pasti (che pure Marco cita, ma spiegandola, dato che per i suoi destinatari romani sarebbe stata incomprensibile), quando menziona la triade spirituale farisaica preghiera-digiuno-elemosina, o il lavoro permesso ai sacerdoti in giorno di sabato al tempio, la decima per quest’ultimo (da lui solo citata), l’uso di imbiancare i sepolcri e via dicendo.. Riferimenti che solo un destinatario giudeo poteva comprendere.

Detto ciò, questo Vangelo non è tanto per i giudei, quanto per i giudeo-cristiani, «non è – prosegue il biblista milanese – un Vangelo kerigmatico, come si usa dire, per un annuncio missionario al mondo giudaico, come Marco lo è per i pagani. È un Vangelo invece certamente catechetico, cioè di approfondimento per cristiani che sono venuti dal giudaismo». 

Matteo non distingue tra Antico e Nuovo Israele, tra il popolo eletto e la Chiesa (tra l’altro solo in questo Vangelo compare la parola ekklêsìa, citata due volte, in 16,8 e 18,7), dato che per lui quest’ultima esisteva già nel Primo Testamento, per cui non c’è superamento ma continuità. Vero Israele che Matteo chiama in due modi: il primo è matheteis, “discepolo”, che utilizza solo lui (eccetto gli Atti degli Apostoli, in cui fa una sola comparsa) e per ben settantatre volte, quanti sono i libri della Bibbia! Ma questa, forse, è una casualità..; il secondo è la categoria del regno, già presente nell’Antico Testamento, che Matteo utilizza cinquantaquattro volte. Di cosa si tratta concretamente? Da una parte si riferisce all’azione di Dio che interviene nella storia, dall’altra ad un terreno chiaro e circoscritto, di cui la Chiesa è una porzione, poiché il regno la eccede. È in quest’ultima accezione che si parla di malkut dishmajja, “regno dei cieli”, semitismo per il quale non si pronuncia il nome di Dio ma, al suo posto, il “luogo” (tra virgolette) in cui risiede. Lo utilizziamo ancora oggi quando parliamo di cielo come ciò che sta in alto, che ci è superiore, al di sopra di noi.

Altra caratteristica dello scritto matteano è data dai numeri, è infatti costruito in cinque libretti, perché cinque sono i discorsi fondamentali: della montagna (cc. 5-7); missionario (c. 10); relativo alle parabole (c. 13); quello ecclesiale o comunitario (c. 18); e il discorso escatologico (cc. 24-25). Ma a cosa allude questo numero? Anzitutto ai libri della Torah, la tradizione giudaica aveva inoltre diviso il Salterio (risposta alla Legge, in quanto preghiera umana) in cinque libri; non solo, la liturgia sinagogale privilegiava le cinque meghillôt (“i rotoli”): il Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni, Qoèlet ed Ester. Ravasi fa inoltre notare che, sparso qua e là, questo numero ritorna: al capitolo 5 troviamo altrettante volte «Io vi dico»; per cinque volte Gesù entra in conflitto col giudaismo ufficiale (cc. 21-22); è l’unico evangelista a ricordare che i pani moltiplicati sono cinque (14,17); senza contare la sua ricorrenza nelle parabole.. cinque come le vergini stolte e quelle prudenti (25,1-13), o i talenti (25,14-30). Matteo, in breve, ama questo numero e ne fa la cifra simbolica per “costruire” la sua personale visione di Gesù, numero che tuttavia «lentamente si apre ad un altro numero biblico fondamentale, il sette, il numero della pienezza». Se infatti cinque sono i libretti centrali che compongono il suo Vangelo, è anche vero che sono preceduti dal cosiddetto Vangelo dell’infanzia e seguiti dalla Passione e Risurrezione. E in tal caso, tanto per fare i “saputelli”, siamo forse in presenza di due protovangeli; se il primo parla di nascita (l’inizio), il secondo tratta la morte (la fine). Dentro questi due protovangeli c’è già tutto, secondo le tecniche semitiche del polarismo (prendere i due “poli” indicando con essi tutto ciò che sta tra di essi) e del merismo (dal greco meros, “parte”, ma una parte importante, capace di spiegare la totalità di quanto narra). Tecniche splendidamente sintetizzate nella celebre icona natalizia della scuola di Novgorod, opera del XV-XVI secolo in cui Gesù bambino si trova all’interno di una culla che ha già la forma di un sepolcro: dall’incarnazione alla risurrezione! 

Altra doverosa precisazione, per chi coi Vangeli non ha troppa dimestichezza: dell’infanzia di Gesù parlano solo Matteo e Luca ma, mentre quest’ultimo ha come protagonista Maria, il primo vede in qualità di personaggio principale il tanto bistrattato Giuseppe. In entrambi i casi, diamo nuovamente la parola a Ravasi, «non si tratta di un testo per bambini, bensì per adulti nella fede. Quindi dobbiamo un po’ spazzar via o dissolvere tutta quella nebbia propria di una certa atmosfera “natalizia”, fatta di luci al neon, di stelline, di elementi accompagnati dalle solite scontate note del pur piacevole caro “Tu scendi dalle stelle” o cose del genere, che segnano ormai irrimediabilmente tutte queste pagine». Diciamo che qui il cardinale non la “tocca piano”..

Tornando alla simbologia numerica, ecco il sette: come le domande del “Padre nostro” da lui proposto (6,9-13), dato che in Luca sono quattro; sette come le Beatitudini (5,1-12), l’ottava è infatti un’aggiunta redazionale; come le parabole del capitolo 13 e i “guai” contro la religiosità ipocrita (c. 23). E, come se non bastasse, tale scritto esordisce proprio con quella genealogia di Gesù (1,1-17) scandita da un triplice quattordici, il doppio di sette. 

Quanto al Padre nostro – preghiera secondo sant’Agostino capace di racchiudere già tutto – la Bibbia ce lo presenta nelle due versioni di Luca (più breve) e di Matteo, entrambe attinte dal Qaddish, preghiera giudaica che, scritta prevalentemente in aramaico, potremmo tradurre così: «Sia magnificato e santificato il Suo grande Nome. Nel mondo che Egli ha creato secondo la Sua volontà; possa Egli stabilire il Suo regno, far germogliare la Sua salvezza e avvicinare l’arrivo del Suo Messia. Durante la vostra vita e nei vostri giorni, e durante la vita di tutta la casa d’Israele, assai presto e in un tempo vicino, e dite: Amen. Sia il Suo grande Nome benedetto per l’eternità e per l’eternità delle eternità. Sia benedetto, lodato, glorificato, esaltato, elevato, celebrato, innalzato e acclamato il Nome del Santo, Benedetto Egli sia. Al di sopra di ogni benedizione, canto, lode e consolazione che si pronunciano nel mondo, e dite: Amen. Possa una grande pace dal cielo e una vita felice discendere su di noi e su tutto Israele, e dite: Amen. Colui che fa la pace nei Suoi cieli, conceda pace a noi e a tutto Israele, e dite: Amen». 

Quanto invece alle Beatitudini, presenti anche in Luca con differenze rilevanti, quelle matteane procedono dall’importanza simbolica del monte: «Il Discorso della Montagna – scriveva Dietrich Bonhoeffer ne Il costo del discepolato – è la grazia a buon mercato resa dura e difficile. È l’annuncio radicale del regno dei cieli che capovolge i valori del mondo». Discorso che tecnicamente parlando utilizza uno schema ben noto, chiamato macarismo, dal greco macarios, “beato”, genere diffuso nell’Antico Testamento, che per 45 volte presenta questa parola, ma con una costruzione ebraica un po’ strana: ashrè, letteralmente “felicità, beatitudini di coloro”, espressione relativa soprattutto all’uomo sapiente. Il Salmo 1, che loda l’essere umano perfetto, si apre proprio così: «Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi», ma l’ebraico dice letteralmente «Felicità dell’uomo che non cammina in consiglio di empi». C’è tuttavia un’altra situazione che proietta le beatitudini al futuro, indicando una «specie di carta d’identità del cittadino del regno di Dio – sottolinea sempre Ravasi – , così come lo sogna Cristo». Ma Gesù non si estraniava dal presente rifugiandosi nel futuro, dato che annuncia il regno del Padre come già in atto. Insomma, nelle beatitudine si fondono passato, presente e futuro. 

Quanto alla genealogia, infine, per il semita è un elemento fondamentale, che mira non tanto a rispondere alla domanda “Costui di chi è figlio?”, quanto piuttosto “Quest’uomo, quale dignità ha? Che mistero porta in sé?”. Per tale ragione le genealogie erano spesso artificiose, non seguivano cioè un percorso storico lineare. Nel nostro caso, la preoccupazione di Matteo è mostrare che Gesù è Figlio (cioè proviene dalla discendenza) di Davide – ecco la sua dignità – , e lo collega a Giuseppe, diversamente da Luca che lo fa con Maria. Se per Matteo “Figlio di Davide” equivale a “terminale della promessa di salvezza”, Luca fa risalire Gesù ad Adamo, per dire che è il figlio dell’uomo per eccellenza e fratello dell’intera umanità. Tale genealogia procede come detto attraverso il numero 14, sacro sia perché equivale al doppio di 7, sia perché, stando alla gematria, quella pratica mistica che assegna un valore numerico ad ogni lettera, quello della parola Davide dà come somma proprio 14. Siccome le vocali nella lingua ebraica sono state inserite solo dopo, ecco che le consonanti DWD hanno il seguente valore: D 4, W 6 e D ancora 4. Altro aspetto decisivo che caratterizza la genealogia matteana è la presenza di personaggi anonimi: Salatiel, Abiûd, Elìakim, Azor, Sadoc, Achim, ecc.. per dimostrare che Gesù è davvero fratello di tutti, ma proprio tutti! 

Fedele alla simbologia numerica, cara all’Antico Testamento, Matteo non può che giocare anche con l’ultimo numero decisivo, il tre, anch’esso indice di perfezione: le tentazioni, le preghiere nel Getsemani, i rinnegamenti di Pietro, talvolta gli esempi riportati, ecc..     

«Il Vangelo di Matteo – chiosa Ravasi – pone il Cristo come perno, centro, coordinatore di una Parola di Dio che si distende anche nel passato, non solo nel presente. Per cui senza l’Antico Testamento Cristo è incomprensibile». Ma queste parole, a noi “uomini e donne di Chiesa”, spesso sfuggono.. 

Se è vero che a Matteo piace da matti “giocare” coi numeri, è altrettanto vero che non è il solo: in relazione alla famosa “strage degli innocenti”, diverse traduzioni hanno simbolicamente tradotto il numero di quei bambini che Erode – capace di condannare a morte perfino uno dei suoi stessi figli! – sacrificò sull’altare della violenza: 14.000 per la liturgia bizantina, 64.000 per quella siriaca, mentre il cristianesimo posteriore li associa ai 144.000 dell’Apocalisse.     

Il filosofo torinese Matteo Bergamaschi nel 2022 ha scritto Le vie della Parola, un’agevole introduzione ai libri biblici e, trattando quella del Vangelo di Matteo, suo omonimo, dopo aver sottolineato la centralità che in tale opera ricopre il regno, si domanda di cosa si tratti concretamente. Risposta: «Sono due le immagini che si imprimono nella mia mente per la loro capacità di dilatare il cuore. La prima è quella della rete gettata in mare: il figlio dell’uomo “pesca a strascico”, ci verrebbe da dire; il regno di Dio è una cosa che o ti capita di trovare […] o in cui ci finisci dentro. Questo Dio pescatore […] “tira su” tutto quello che riesce […]. Il regno di Dio è una rete che tira dentro di tutto, in cui ci finisci per forza, e di fronte a tale intuizione passa come in secondo piano la divisione tra pesci buoni e pesci cattivi […] (che) sono comunque finiti impigliati, impegolati nel regno di Dio: devono proprio mettercela tutta per liberarsene. La seconda immagine continua questa intuizione: è la parabola del banchetto nuziale. Piantato in asso sul più bello dagli invitati» il re invia i servi a chiamare chiunque!? E conclude: «Finalmente un posto senza numero chiuso, senza test d’ingresso […] La smisuratezza (vorremmo dire: la “sconsideratezza”) di questo annuncio si prolunga nella missione dei suoi discepoli». 

Da qualche anno l’edizione Blackie ha iniziato a pubblicare una collana dal nome intrigante: Classici liberati. Di cosa si tratta? L’obiettivo dichiarato è quello ripubblicare grandi opere della letteratura mondiale, spogliate però da tutto ciò che le ha in qualche modo “appesantite”. Tradotti o curati da esperti e scrittori contemporanei, questi volumi – dall’Odissea all’Iliade, dalla Genesi al Vangelo di Matteo, passando per l’Inferno dantesco – sono arricchiti da illustrazioni alquanto originali, opere d’arte più o meno note e inserti che facilitano l’approccio dell’opera in questione. Tra questi, come detto, la collana ha proposto proprio Matteo, affidandolo ad una voce femminile contemporanea, la traduttrice Andrea Marcolongo, classe 1987, che in nota alla sua traduzione così esordisce: «Il Vangelo […] non è soltanto un testo che possiamo leggere, ma una presenza che da secoli attraversa il nostro modo di parlare, di pensare, di figurare il mondo. Anche quando crediamo di averlo lasciato alle spalle, continuiamo a muoverci dentro il suo lessico, come dentro una casa abitata a lungo […] Le parole di Matteo sono da sempre le nostre parole; le sue immagini hanno modellato il nostro sguardo prima ancora delle nostre convinzioni».. bellissimo!

Marcolongo che tuttavia precisa: «Per secoli, questo testo è stato letto, commentato e tradotto quasi esclusivamente da uomini […] Tradurre Matteo come donna significa dunque entrare in un territorio che non è neutro, ma già profondamente segnato..». 

È per tali ragioni che, ad esempio, laddove solitamente si è tradotto ánthrōpos con “uomo”, lei ha preferito “esseri umani”, “persone” o, a seconda del contesto, “umanità”, perché «Non si tratta di un adattamento moderno, ma di un atto di fedeltà: il greco non assume il maschile come misura dell’universale, ma nomina una condizione condivisa».

Non solo, ha scelto anche di allontanarsi da un linguaggio liturgico e confessionale, da stratificazioni teologiche e simboliche che a parer suo (e non solo), hanno reso meno familiare e leggibile il testo, ragion per cui al posto di makários ha preferito “felici” o “benedetti”; invece di “peccatori” ha tradotto hamartōloí con chi “manca il bersaglio”; utilizzando “l’unto” e non “Cristo” (che rischia di esser percepito come un nome proprio); “portavoce” e non “angelo”. 

Certo, una traduzione che ha rinunciato talvolta alla bellezza estetica per favorirne la fedeltà, perché, «Secondo la più antica lezione del greco, questa parola non si limita a descrivere il mondo: lo mette in movimento. Non chiude il senso, ma lo apre; non offre risposte, ma traccia cammini». Interessante, come le traduzioni interconfessionali o la Bibbia Einaudi, che, curata dal fondatore della comunità di Bose Enzo Bianchi, è stata realizzata da filologi ed esegeti internazionali, che si sono posti l’obiettivo di dar vita ad un’opera laica, integrale e non confessionale: laica nel senso di rivolta anche ai non credenti; integrale perché mantiene intatte le asperità linguistiche, teologiche e culturali; non confessionale perché, tradotto direttamente dagli originali ebraico, aramaico e greco, il testo si sgancia da impostazioni dogmatiche e accordi con la Conferenza Episcopale Italiana. Una bella sfida, non c’è che dire.. 

Insomma, Matteo, il cui scritto risale a dopo il 70 (il capitolo 24 mostra infatti sullo sfondo la distruzione di Gerusalemme, avvenuta in quell’anno), probabilmente in ambito siro-palestinese, è proprio un bel trip, per dirla in gergo giovanile. Un Vangelo da accogliere davvero come un dono: non per nulla il nome stesso del suo redattore, in aramaico significa “dono di Dio”. Un regalo composto da 18.278 parole, secondo solo a Luca, che ne conta 19.404.

Se l’arte, in tutte le sue forme, ha attinto a piene mani da questo scritto – basti pensare ai capolavori di Pasolini, Caravaggio o Bach, solo per citare i più noti – il Gesù che Matteo vuole trasmetterci è sintetizzabile nella figura del Pantokrator, che la lingua spagnola traduce con Dios Todopoderoso, l’inglese con Almighty God, il tedesco con der allmächtige Gott o Allmächtiger Gott, e il francese con Dieu (o Père) tout-puissant, è insomma quello che “tutto può”. 

Sulla condanna di Gesù si è discusso per secoli, per cui va evidenziata la costante tensione, in questo scritto, tra la Sinagoga e la Chiesa nascente: non si tratta però, come spesso si è detto, di antisemitismo, quanto piuttosto del voler sottolineare la novità cristiana: «È fuor di dubbio che il cristianesimo ha una sua radice ebraica – commenta Ravasi – , non solo per l’Antico Testamento ma anche per la figura di Gesù l’ebreo: ma esiste anche uno iato, un taglio netto, profondo, per cui non possiamo dire che il cristianesimo sia semplicemente la gemmazione più spirituale o più nobile di un certo giudaismo».

Condanna che ha avuto il suo culmine nella crocifissione, sintetizzabile in un interessante particolare: la tradizione popolare rappresenta un teschio ai piedi della croce. Ma di chi è? Quest’immagine ha generato, all’interno della basilica del Santo Sepolcro, proprio ai piedi della collinetta del Golgota, la Cappella di sant’Adamo, s’immaginava infatti che il nostro progenitore fosse sepolto esattamente lì, quindi il suo teschio, bagnato dal sangue del Redentore, il nuovo Adamo, sta a dirci che l’intera genealogia umana è salvata! «L’atto della risurrezione – lasciamo la parola per l’ultima volta al porporato lombardo – non è narrato dagli evangelisti, ma solo dagli apocrifi. La risurrezione è sperimentata nel poi, perché è un mistero la cui verificabilità storica ci sfugge. È per questo motivo che la Sindone, ai fini della fede in Cristo risorto, è assolutamente irrilevante […] Su questo bisogna essere decisi, altrimenti si dimentica la risurrezione nel suo significato ultimo che non è quello della rianimazione di un cadavere».

Altro aspetto cruciale sono le “apparizioni” pasquali, o meglio gli “incontri”, tanto da poter cambiare la vita di chi, ad esempio Paolo, ne ha fatto esperienza diretta. Per incontrarlo non basta allora aver vissuto fisicamente con lui – desiderio che ogni cristiano culla in cuor suo – , tant’è che gli apostoli non lo riconoscono! «Con la Pasqua di Cristo […] si apre il rischio della fede, si crede che ormai la nostra storia è stata attraversata dall’infinito, dall’eterno, da Dio». 

Il Vangelo di Matteo si chiude con quella tecnica che gli esperti definiscono inclusione, ovvero raccogliere il tutto tra due estremi: se con l’annunciazione a Giuseppe si parla dell’Emmanuele, il “Dio con noi” (1,23), ecco che col mandato finale, Gesù rassicura i suoi di essere sempre “con loro”, ogni giorno, fino alla fine del mondo (28,20); è insomma la presenza piena di YHWH in mezzo al suo popolo, ieri come oggi. 

Mettiamoci allora in ascolto del didáskalos, il “Maestro” con la M maiuscola, grazie anche a Matteo, per lasciarci da lui trasformare e poter dire, col Salmo 40 (40,7): «Tu, o Signore, mi hai scavato l’orecchio».

Recita
Cristian Messina

Musica di sottofondo
Gabriele Fabbri

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