Capitolo terzo
Una Chiesa per i poveri
35. Tre giorni dopo la sua elezione, il mio Predecessore espresse ai rappresentanti dei media il desiderio che la cura e l’attenzione per i poveri fossero più chiaramente presenti nella Chiesa: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!».
36. Questo desiderio riflette la consapevolezza che la Chiesa «riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo». Infatti, essendo stata chiamata a configurarsi agli ultimi, al suo interno «non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro […]. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri». In merito abbiamo abbondanti testimonianze lungo la storia quasi bimillenaria dei discepoli di Gesù.
La vera ricchezza della Chiesa
37. San Paolo riferisce che tra i fedeli della nascente comunità cristiana non c’erano «molti sapienti, né molti potenti, né molti nobili» (1Cor 1,26). Tuttavia, nonostante la loro povertà, i primi cristiani erano chiaramente consapevoli della necessità di prendersi cura di coloro che erano soggetti a maggiori privazioni. Già agli albori del cristianesimo gli Apostoli imposero le mani su sette uomini scelti dalla comunità e, in un certo grado, li integrarono nel proprio ministero, istituendoli per il servizio – diakonía in greco – dei più poveri (cfr At 6,1-5). È significativo che il primo discepolo a dare testimonianza della sua fede in Cristo fino allo spargimento del proprio sangue sia stato Stefano, che faceva parte di questo gruppo. In lui si uniscono la testimonianza di vita nella cura dei poveri e il martirio.
38. Poco più di due secoli dopo, un altro diacono mostrerà la sua adesione a Gesù Cristo in modo simile, unendo nella sua vita il servizio ai poveri e il martirio: San Lorenzo. Dal resoconto di Sant’Ambrogio apprendiamo che Lorenzo, diacono a Roma durante il Pontificato di Papa Sisto II, costretto dalle autorità romane a consegnare i tesori della Chiesa, «il giorno seguente condusse i poveri. Interrogato dove fossero i tesori promessi, indicò i poveri dicendo: “Questi sono i tesori della Chiesa”». Narrando questo episodio, Ambrogio si chiede: «Quali tesori più preziosi ha Gesù di quelli in cui ama mostrarsi?». E, ricordando che i ministri della Chiesa non devono mai trascurare la cura dei poveri e meno ancora accumulare beni a proprio beneficio, dice: «Bisogna che quest’incarico sia compiuto con fede sincera e saggia previdenza. Certamente, se uno ne ricava vantaggio personale, commette un delitto; ma se distribuisce ai poveri il ricavato, riscatta un prigioniero, compie opera di misericordia».
I Padri della Chiesa e i poveri
39. Fin dai primi secoli, i Padri della Chiesa riconoscevano nei poveri una via privilegiata di accesso a Dio, un modo speciale per incontrarlo. La carità verso i bisognosi non era intesa come una semplice virtù morale, ma come espressione concreta della fede nel Verbo incarnato. La comunità dei fedeli, sostenuta dalla forza dello Spirito Santo, era radicata nella vicinanza ai poveri, che non considerava un’appendice, ma una parte essenziale del suo Corpo vivo. Sant’Ignazio di Antiochia, ad esempio, mentre andava incontro al martirio, esortava i fedeli della comunità di Smirne a non trascurare il dovere della carità verso i più bisognosi, ammonendoli a non comportarsi come coloro che si oppongono a Dio: «Considerate quelli che hanno un’opinione diversa sulla grazia di Gesù Cristo che è venuto a noi, come sono contrari al disegno di Dio. Non si curano della carità, né della vedova, né dell’orfano, né dell’oppresso, né di chi è prigioniero o libero, né di chi ha fame e sete». Il Vescovo di Smirne, Policarpo, raccomandava espressamente ai ministri della Chiesa di prendersi cura dei poveri: «I presbiteri siano indulgenti e misericordiosi verso tutti, richiamino gli sviati e visitino tutti gli infermi senza trascurare la vedova, l’orfano e il povero, ma solleciti del bene davanti a Dio e agli uomini». Da queste due testimonianze vediamo che la Chiesa appare come madre dei poveri, luogo di accoglienza e di giustizia.
40. San Giustino, da parte sua, nella sua prima Apologia, indirizzata all’imperatore Adriano, al Senato e al popolo romano, spiegava che i cristiani portavano tutto ciò che potevano ai bisognosi, perché vedevano in loro dei fratelli e delle sorelle in Cristo. Scrivendo dell’assemblea in preghiera nel primo giorno della settimana, sottolineava che, al centro della liturgia cristiana, non si può separare il culto a Dio dall’attenzione ai poveri. Perciò, a un certo punto della celebrazione, «i facoltosi e volonterosi spontaneamente danno ciò che vogliono; e il raccolto è consegnato al capo, il quale ne sovviene gli orfani, le vedove, i bisognosi per malattie o altro, i detenuti e i forestieri capitati; egli soccorre, in una parola, chiunque si trovi in bisogno». Ciò dimostra che la Chiesa nascente non separava il credere dall’azione sociale: la fede che non era accompagnata dalla testimonianza delle opere, come insegna San Giacomo, era considerata morta (cfr Gc 2,17).
San Giovanni Crisostomo
41. Tra i Padri orientali, il più ardente predicatore della giustizia sociale fu forse San Giovanni Crisostomo, Arcivescovo di Costantinopoli tra il IV e il V secolo. Nelle sue omelie, egli esortava i fedeli a riconoscere Cristo nei bisognosi: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurare la sua nudità; non onorarlo qui con vesti di seta, non trascurarlo fuori mentre è consunto dal freddo e dalla nudità […]. [Il corpo di Cristo che sta sull’altare] non ha bisogno di vesti, ma di un’anima pura; quello invece ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque ad essere sapienti e ad onorare Cristo come lui vuole; per colui che è onorato l’onore più gradito è quello che egli vuole, non quello che pensiamo noi […]. Così anche tu onoralo con questo onore che egli stesso ha prescritto, profondendo la ricchezza ai poveri. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro». Affermando con chiarezza cristallina che, se i fedeli non incontrano Cristo nei poveri che stanno alla porta, non potranno adorarlo nemmeno sull’Altare, continua: «Che vantaggio c’è, se la sua mensa è piena di calici d’oro e lui è sfinito dalla fame? Prima sazia la sua fame e poi, per soprappiù, orna anche la sua mensa». Intendeva l’Eucaristia, quindi, anche come espressione sacramentale della carità e della giustizia che la precedevano, la accompagnavano e dovevano continuarla, nell’amore e nell’attenzione ai poveri.
42. Di conseguenza, la carità non è un percorso opzionale, ma il criterio del vero culto. Il Crisostomo denunciava con veemenza il lusso eccessivo, che coesisteva con l’indifferenza verso i poveri. L’attenzione dovuta a loro, più che una mera esigenza sociale, è condizione per la salvezza, il che attribuisce alla ricchezza ingiusta un peso di condanna: «C’è un gran freddo e il povero mal vestito sta buttato sul pavimento, mezzo morto per il gelo, battendo i denti, e basta vederlo per sentirsi commuovere. E tu, ben caldo ed ubriaco, gli passi accanto e tiri diritto; e come puoi pretendere che Dio ti liberi quando sarai nella sventura? […] Spesso un cadavere che non sente più niente e che non si accorge dell’onore, tu lo avvolgi in molte vesti preziose; e quel corpo che soffre dolori, tormenti e spasimi e sente crampi per la fame e il freddo, tu lo disprezzi, e ti dai più pensiero della vanagloria che del timore di Dio». Questo profondo senso di giustizia sociale lo porta ad affermare che «non dare ai poveri parte dei propri beni, è privarli della loro stessa vita; e che quanto possediamo non è nostro, ma loro».
Sant’Agostino
43. Agostino ebbe come maestro spirituale Sant’Ambrogio, che insisteva sull’esigenza etica della condivisione dei beni: «Non dai al povero del tuo, ma gli restituisci del suo: perché quello che era stato dato a tutti perché l’usassero insieme, tu lo hai usurpato per te solo». Per il Vescovo di Milano, l’elemosina è giustizia ristabilita, non un gesto di paternalismo. Nella sua predicazione, la misericordia assume un carattere profetico: denuncia le strutture di accumulo e riafferma la comunione come vocazione ecclesiale.
44. Formatosi in questa tradizione, il santo Vescovo di Ippona ha insegnato a sua volta l’amore preferenziale per i poveri. Pastore vigile e teologo di rara chiaroveggenza, egli si rende conto che la vera comunione ecclesiale si esprime anche nella comunione dei beni. Nei suoi Commenti ai Salmi, ricorda che i veri cristiani non trascurano l’amore per i più bisognosi: «Voi, osservando i vostri fratelli, conoscete se abbiano bisogno di qualcosa, ma se in voi abita il Cristo, fate beneficenza anche agli estranei». Questa condivisione dei beni nasce dunque dalla carità teologale e ha come fine ultimo l’amore di Cristo. Per Agostino, il povero non è solo una persona da aiutare, ma la presenza sacramentale del Signore.
45. Il Dottore della Grazia vedeva nel prendersi cura dei poveri una prova concreta della sincerità della fede. Chi dice di amare Dio e non ha compassione per i bisognosi mente (cfr 1Gv 4,20). Commentando l’incontro di Gesù con il giovane ricco e il “tesoro in cielo” che è riservato a coloro che danno i loro beni ai poveri (cfr Mt 19,21), Agostino mette sulla bocca del Signore le seguenti parole: «Ho ricevuto la terra, darò il cielo; ho ricevuto beni temporali, restituirò beni eterni; ho ricevuto il pane, darò la vita. […] Ho avuto ospitalità in casa, ma io darò la casa; sono stato visitato quand’ero malato, ma io darò la salute; sono stato visitato in carcere, ma io darò la libertà. Il pane dato da voi ai miei poveri è stato consumato, mentre il pane che io darò, non solo vi ristorerà, ma non finirà giammai». L’Altissimo non si lascia vincere in generosità nei confronti di coloro che lo servono nei più bisognosi: maggiore è l’amore per i poveri, maggiore è la ricompensa da parte di Dio.
46. Questa prospettiva cristocentrica e profondamente ecclesiale porta a sostenere che le offerte, quando nascono dall’amore, non solo alleviano i bisogni del fratello, ma purificano anche il cuore di chi dona, se disposto a cambiare: «L’elemosina infatti serve a cancellare i peccati della vita passata se uno muta vita». È, per così dire, la via ordinaria alla conversione per chi vuole seguire Cristo con cuore indiviso.
47. In una Chiesa che riconosce nei poveri il volto di Cristo e nei beni lo strumento della carità, il pensiero agostiniano rimane una luce sicura. Oggi la fedeltà agli insegnamenti di Agostino esige non solo lo studio delle sue opere, ma la prontezza a vivere radicalmente il suo invito alla conversione, che include necessariamente il servizio della carità.
48. Molti altri Padri della Chiesa, d’Oriente e d’Occidente, si sono pronunciati sul primato dell’attenzione ai poveri nella vita e nella missione di ogni fedele cristiano. Da questa prospettiva, in sintesi, si può dire che la teologia patristica era pratica, puntando a una Chiesa povera e per i poveri, ricordando che il Vangelo è annunciato correttamente solo quando spinge a toccare la carne degli ultimi e avvertendo che il rigore dottrinale senza misericordia è un discorso vuoto.
Cura dei malati
49. La compassione cristiana si è manifestata in modo peculiare nella cura dei malati e dei sofferenti. Sulla base dei segni presenti nel ministero pubblico di Gesù – la guarigione di ciechi, lebbrosi e paralitici –, la Chiesa comprende che la cura dei malati, nei quali riconosce prontamente il Signore crocifisso, è una parte importante della sua missione. Durante una pestilenza nella città di Cartagine, dove era Vescovo, San Cipriano ricordò ai cristiani l’importanza della cura dei malati: «Questa peste e questa epidemia, all’apparenza orribili e funeste, accertino la giustizia dei singoli ed esaminino i sentimenti umani! Tale peste mostra se i sani assistano i malati, se i parenti amino i loro consanguinei come devono, se i padroni abbiano compassione dei loro schiavi colpiti dal male, se i medici non trascurino i malati che hanno bisogno di aiuto». La tradizione cristiana di visitare i malati, lavare le loro ferite e confortare gli afflitti non si riduce semplicemente a un’opera di filantropia, ma è un’azione ecclesiale attraverso la quale, nei malati, i membri della Chiesa «toccano la carne sofferente di Cristo».
50. Nel XVI secolo, San Giovanni di Dio, fondando l’Ordine Ospedaliero che porta il suo nome, creò ospedali-modello che accoglievano tutti, indipendentemente dalla condizione sociale o economica. La sua celebre espressione “Fate del bene, fratelli miei!” divenne un motto per la carità attiva verso i malati. Contemporaneamente, San Camillo de Lellis fondò l’Ordine dei Ministri degli Infermi – i Camilliani – facendo sua la missione di servire i malati con totale dedizione. La sua regola comanda: «Ognuno domandi grazia al Signore che gli dia un affetto materno verso il suo prossimo acciocché possiamo servirlo con ogni carità così dell’anima, come del corpo, perché desideriamo con la grazia di Dio servire a tutti gl’infermi con quell’affetto che suol avere una amorevole madre per il suo unico figliuolo infermo». Negli ospedali, nei campi di battaglia, nelle prigioni e nelle strade, i Camilliani hanno incarnato la misericordia di Cristo Medico.
51. Prendendosi cura dei malati con affetto materno, come una madre si prende cura del suo bambino, molte donne consacrate hanno svolto un ruolo ancora più diffuso nell’assistenza sanitaria ai poveri. Le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, le Suore Ospedaliere, le Piccole Suore della Divina Provvidenza e molte altre congregazioni femminili sono diventate una presenza materna e discreta negli ospedali, nelle case di cura e nelle case di riposo. Hanno portato lenimento, ascolto, presenza e, soprattutto, tenerezza. Hanno costruito, spesso con le proprie mani, strutture sanitarie in zone prive di assistenza medica. Hanno insegnato l’igiene, assistito al parto e somministrato medicine con naturale saggezza e profonda fede. Le loro case sono diventate oasi di dignità dove nessuno era escluso. Il tocco della compassione è stato la prima medicina. Santa Luisa de Marillac scrisse alle sue sorelle, Figlie della Carità, ricordando loro che avevano «ricevuto una speciale benedizione da Dio per servire i poveri malati negli ospedali».
52. Oggi, questa eredità continua negli ospedali cattolici, nei luoghi di cura aperti in regioni remote, nelle missioni sanitarie operanti nelle foreste, nei centri di accoglienza per tossicodipendenti e negli ospedali da campo in zone di guerra. La presenza cristiana vicino ai malati rivela che la salvezza non è un’idea astratta, ma azione concreta. Nell’atto di curare una ferita, la Chiesa annuncia che il Regno di Dio inizia tra i più vulnerabili. E così facendo, rimane fedele a Colui che ha detto: «Ero […] malato e mi avete visitato» (Mt 25,35.36). Quando la Chiesa si inginocchia accanto a un lebbroso, a un bambino denutrito o a un morente anonimo, realizza la sua vocazione più profonda: amare il Signore là dove Egli è più sfigurato.
La cura dei poveri nella vita monastica
53. La vita monastica, nata nel silenzio dei deserti, fu fin dall’inizio una testimonianza di solidarietà. I monaci lasciavano tutto – ricchezza, prestigio, famiglia – non solo perché disprezzavano i beni del mondo – contemptus mundi – ma per incontrare, in questo distacco radicale, il Cristo povero. San Basilio Magno, nella sua Regola, non vedeva alcuna contraddizione tra la vita di preghiera e di raccoglimento dei monaci e il loro lavoro a favore dei poveri. Per lui, l’ospitalità e la cura dei bisognosi erano parte integrante della spiritualità monastica e i monaci, anche dopo aver lasciato tutto per abbracciare la povertà, dovevano aiutare i più poveri con il loro lavoro, perché «per avere di che dare a chi ha bisogno […] è chiaro come si debba lavorare con diligenza […]. Tale regola di vita non ci è utile soltanto per castigare il corpo, ma anche per l’amore verso il prossimo, affinché, per mezzo nostro Iddio provveda anche ai fratelli deboli ciò di cui hanno bisogno».
54. A Cesarea, dove era Vescovo, costruì un luogo noto come Basiliade, che comprendeva alloggi, ospedali e scuole per i poveri e i malati. Il monaco, quindi, non era solo un asceta, ma un servitore. Basilio dimostrò così che, per essere vicini a Dio, bisogna essere vicini ai poveri. L’amore concreto era il criterio della santità. Pregare e curare, contemplare e guarire, scrivere e accogliere: tutto era espressione dello stesso amore per Cristo.
55. In Occidente, San Benedetto da Norcia redasse una Regola che sarebbe divenuta la spina dorsale della spiritualità monastica europea. In essa, l’accoglienza dei poveri e dei pellegrini occupa un posto di primo piano: «Si usi sollecitudine soprattutto nell’accogliere i poveri e i pellegrini, perché è in loro che si accoglie maggiormente Cristo». Non erano solo parole: per secoli i monasteri benedettini sono stati luoghi di rifugio per vedove, bambini abbandonati, pellegrini e mendicanti. Per Benedetto, la vita comunitaria era una scuola di carità. Il lavoro manuale non aveva solo una funzione pratica, ma formava anche il cuore al servizio. La condivisione tra i monaci, l’attenzione ai malati e l’ascolto dei più vulnerabili preparavano ad accogliere Cristo che giunge nella persona del povero e dello straniero. L’ospitalità monastica benedettina rimane ancora oggi segno di una Chiesa che apre le porte, che accoglie senza chiedere, che guarisce senza esigere nulla in cambio.
56. Nel corso del tempo, i monasteri benedettini divennero luoghi che contrastavano la cultura dell’esclusione. I monaci coltivavano la terra, producevano cibo, preparavano medicine e le offrivano, con semplicità, ai più bisognosi. Il loro lavoro silenzioso era il lievito di una nuova civiltà, dove i poveri non erano un problema da risolvere, ma fratelli e sorelle da accogliere. La regola della condivisione, il lavoro comune e l’assistenza ai vulnerabili strutturavano un’economia solidale, in contrasto con la logica dell’accumulo. La testimonianza dei monaci mostrava che la povertà volontaria, lungi dall’essere miseria, è un cammino di libertà e di comunione. Essi non si limitavano ad aiutare i poveri: si facevano loro vicini, fratelli nello stesso Signore. Nelle celle e nei chiostri si è formata una mistica della presenza di Dio nei piccoli.
57. Oltre a fornire assistenza materiale, i monasteri svolgevano un ruolo fondamentale nella formazione culturale e spirituale dei più umili. In tempi di peste, guerra e carestia, erano luoghi in cui i bisognosi trovavano pane e medicine, ma anche dignità e parola. È lì che gli orfani venivano educati, gli apprendisti ricevevano una formazione e i contadini venivano istruiti nelle tecniche agricole e nella lettura. La conoscenza era condivisa come un dono e una responsabilità. L’abate era sia maestro che padre e la scuola monastica era un luogo di liberazione attraverso la verità. Infatti, come scrive Giovanni Cassiano, il monaco deve essere caratterizzato da «umiltà di cuore […], la quale conduce, non alla scienza che gonfia, ma alla scienza che illumina per mezzo della completezza della carità». Formando le coscienze e trasmettendo sapienza, i monaci contribuirono a una pedagogia cristiana dell’inclusione. La cultura, segnata dalla fede, veniva condivisa con semplicità. La conoscenza, illuminata dalla carità, diventava servizio. Così, la vita monastica si rivelava uno stile di santità e una via concreta per trasformare la società.
58. La tradizione monastica insegna in questo modo che preghiera e carità, silenzio e servizio, celle e ospedali, formano un unico tessuto spirituale. Il monastero è un luogo di ascolto e di azione, di culto e di condivisione. San Bernardo di Chiaravalle, il grande riformatore cistercense, «richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri». Per lui la compassione non era una scelta accessoria, ma il vero cammino della sequela di Cristo. La vita monastica, quindi, se fedele alla sua vocazione originaria, mostra che la Chiesa è pienamente sposa del Signore solo quando è anche sorella dei poveri. Il chiostro non è solo un rifugio dal mondo, ma una scuola dove si impara a servirlo meglio. Là dove i monaci hanno aperto le loro porte ai poveri, la Chiesa ha rivelato con umiltà e fermezza che la contemplazione non esclude la misericordia, ma la esige come suo frutto più puro.
Liberare i prigionieri
59. Fin dai tempi apostolici, la Chiesa ha visto nella liberazione degli oppressi un segno del Regno di Dio. Gesù stesso, all’inizio della sua missione pubblica, ha proclamato: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione» (Lc 4,18). I primi cristiani, anche in condizioni precarie, pregavano e assistevano i loro fratelli e sorelle prigionieri, come testimoniano gli Atti degli Apostoli (cfr 12,5; 24,23) e vari scritti dei Padri. Questa missione di liberazione è continuata nei secoli attraverso azioni concrete, soprattutto quando il dramma della schiavitù e della prigionia ha segnato intere società.
60. Tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, quando molti cristiani erano catturati nel Mediterraneo o ridotti in schiavitù nelle guerre, sorsero due Ordini religiosi: l’Ordine della Santissima Trinità per la Redenzione degli Schiavi (Trinitari), fondato da San Giovanni de Matha e San Felice di Valois, e l’Ordine della Beata Vergine Maria della Mercede (Mercedari), fondato da San Pietro Nolasco con l’appoggio di San Raimondo di Peñafort, domenicano. Queste comunità di consacrati sono nate con il carisma specifico di liberare i cristiani fatti schiavi, mettendo a loro disposizione i propri beni e, spesso, offrendo in cambio la propria vita. I Trinitari, con il loro motto Gloria Tibi Trinitas et captivis libertas (Gloria a te, Trinità, e ai prigionieri, libertà), e i Mercedari, che aggiunsero un quarto voto ai voti religiosi di povertà, obbedienza e castità, testimoniarono che la carità può essere eroica. La liberazione dei prigionieri è un’espressione dell’amore trinitario: un Dio che libera non solo dalla schiavitù spirituale, ma anche dall’oppressione concreta. Il gesto di riscattare dalla schiavitù e dalla prigionia è visto come un’estensione del sacrificio redentivo di Cristo, il cui sangue è prezzo del nostro riscatto (cfr 1Cor 6,20).
61. La spiritualità originale di questi Ordini era profondamente radicata nella contemplazione della Croce. Cristo è per eccellenza il Redentore dei prigionieri e la Chiesa, suo Corpo, prolunga questo mistero nel tempo. I religiosi non vedevano il riscatto come un’azione politica o economica, ma come un atto quasi liturgico, l’offerta sacramentale di sé stessi. Molti davano i loro propri corpi per sostituire i prigionieri, adempiendo letteralmente al comandamento: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» ( Gv 15,13). La tradizione di questi Ordini non si è conclusa. Al contrario, ha ispirato nuove forme di azione di fronte alle schiavitù moderne: il traffico di esseri umani, il lavoro forzato, lo sfruttamento sessuale, le diverse forme di dipendenza. La carità cristiana, quando si incarna, diventa liberatrice. E la missione della Chiesa, quando è fedele al suo Signore, è sempre quella di annunciare la liberazione. Ancora oggi, quando «milioni di persone – bambini, uomini e donne di ogni età – vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù», tale eredità viene portata avanti da questi Ordini e da altre istituzioni e congregazioni che lavorano nelle periferie urbane, nelle zone di conflitto e nei corridoi migratori. Quando la Chiesa si inchina per spezzare le nuove catene che legano i poveri, diventa un segno pasquale.
62. Non si può concludere questa riflessione sulle persone private di libertà senza menzionare i carcerati che si trovano in diversi penitenziari e centri di detenzione. A questo proposito, ricordiamo le parole che Papa Francesco ha rivolto a un gruppo di loro: «Per me entrare in un carcere è sempre un momento importante, perché il carcere è un luogo di grande umanità […]. Di umanità provata, talvolta affaticata da difficoltà, sensi di colpa, giudizi, incomprensioni, sofferenze, ma nello stesso tempo carica di forza, di desiderio di perdono, di voglia di riscatto». Questa volontà, tra l’altro, è stata assunta anche dagli Ordini dediti al riscatto dei prigionieri come servizio preferenziale alla Chiesa. Come proclamava San Paolo: «Cristo ci ha liberati per la libertà!» ( Gal 5,1). E questa libertà non è solo interiore: si manifesta nella storia come amore che si prende cura e libera da ogni legame di schiavitù.
Testimoni della povertà evangelica
63. Nel XIII secolo, di fronte alla crescita delle città, alla concentrazione delle ricchezze e all’emergere di nuove forme di povertà, lo Spirito Santo diede origine a un nuovo tipo di consacrazione nella Chiesa: gli Ordini mendicanti. A differenza del modello monastico stabile, i mendicanti adottarono una vita itinerante, senza proprietà personale o comunitaria, interamente affidati alla Provvidenza. Non si limitavano a servire i poveri: si facevano poveri con loro. Vedevano la città come un nuovo deserto e gli emarginati come nuovi maestri spirituali. Questi Ordini, come i Francescani, i Domenicani, gli Agostiniani e i Carmelitani, rappresentarono una rivoluzione evangelica, in cui lo stile di vita semplice e povero divenne un segno profetico per la missione, facendo rivivere l’esperienza della prima comunità cristiana (cfr At 4,32). La testimonianza dei mendicanti sfidava sia l’opulenza clericale che la freddezza della società urbana.
64. San Francesco d’Assisi divenne l’icona di questa primavera spirituale. Prendendo in sposa la povertà, volle imitare Cristo povero, nudo e crocifisso. Nella sua Regola, chiede che «i frati non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcun’altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in povertà e umiltà, vadano per l’elemosina con fiducia, e non si devono vergognare, perché il Signore per noi si è fatto povero in questo mondo». La sua vita fu una continua spogliazione: dal palazzo al lebbroso, dall’eloquenza al silenzio, dal possesso al dono totale. Francesco non ha fondato una realtà di servizio sociale, ma una fraternità evangelica. Nei poveri ha visto fratelli e vive immagini del Signore. La sua missione era di stare con loro, per una solidarietà che superava le distanze, per un amore compassionevole. La sua povertà era relazionale: lo portava a farsi prossimo, uguale, anzi, minore. La sua santità germogliava dalla convinzione che si può ricevere veramente Cristo solo donandosi generosamente ai fratelli.
65. Santa Chiara d’Assisi, ispirata da Francesco, fondò l’Ordine delle Povere Dame, poi chiamate Clarisse. La sua lotta spirituale consistette nel mantenere fedelmente l’ideale della povertà radicale. Rifiutò i privilegi pontifici che potevano garantire sicurezza materiale al suo monastero e, con fermezza, ottenne da Papa Gregorio IX il cosiddetto Privilegium Paupertatis, che garantiva il diritto di vivere senza il possesso di alcun bene materiale. Questa scelta esprimeva la sua totale fiducia in Dio e la sua consapevolezza che la povertà volontaria era una forma di libertà e di profezia. Chiara insegnò alle sue sorelle che Cristo era la loro unica eredità e che nulla doveva oscurare la comunione con Lui. La sua vita orante e nascosta fu un grido contro la mondanità e una difesa silenziosa dei poveri e dei dimenticati.
66. San Domenico di Guzmán, contemporaneo di Francesco, fondò l’Ordine dei Predicatori, con un altro carisma, ma con la stessa radicalità. Voleva proclamare il Vangelo con l’autorevolezza che deriva da una vita povera, convinto che la Verità abbia bisogno di testimoni coerenti. L’esempio della povertà di vita accompagnava la Parola predicata. Liberi dal peso dei beni terreni, i frati domenicani potevano dedicarsi meglio all’opera principale, cioè la predicazione. Si recavano nelle città, soprattutto quelle universitarie, per insegnare la verità di Dio.Nella dipendenza dagli altri, dimostravano che la fede non si impone, ma si offre. E, vivendo tra i poveri, imparavano la verità del Vangelo “dal basso”, come discepoli del Cristo umiliato.
67. Gli Ordini mendicanti furono quindi una risposta viva all’esclusione e all’indifferenza. Non proposero espressamente riforme sociali, ma una conversione personale e comunitaria alla logica del Regno. Per loro la povertà non era una conseguenza della scarsità di beni, ma una libera scelta: farsi piccoli per accogliere i piccoli. Come disse di Francesco Tommaso da Celano: «Dimostrava di amare intensamente i poveri […]. Spesso si spogliava per rivestire i poveri, ai quali cercava di rendersi simile». I mendicanti sono diventati il simbolo di una Chiesa pellegrina, umile e fraterna, che vive tra i poveri non per proselitismo, ma per identità. Insegnano che la Chiesa è luce solo quando si spoglia di tutto, e che la santità passa attraverso un cuore umile e dedito ai più piccoli.
La Chiesa e l’educazione dei poveri
68. Rivolgendosi ad alcuni educatori, Papa Francesco ricordava che l’educazione è sempre stata una delle espressioni più alte della carità cristiana: «La vostra è una missione piena di ostacoli ma anche di gioie. […] Una missione di amore, perché non si può insegnare senza amare». In questo senso, fin dai tempi più antichi, i cristiani hanno capito che la conoscenza libera, dà dignità e avvicina alla verità. Per la Chiesa, insegnare ai poveri era un atto di giustizia e di fede. Ispirata dall’esempio del Maestro che insegnava alla gente le verità divine e umane, essa ha assunto la missione di formare i bambini e i ragazzi, soprattutto i più poveri, nella verità e nell’amore. Questa missione ha preso forma con la fondazione di Congregazioni dedicate all’educazione popolare.
69. Nel XVI secolo, San Giuseppe Calasanzio, colpito dalla mancanza di istruzione e formazione dei giovani poveri della città di Roma, in alcune stanze attigue alla chiesa di Santa Dorotea in Trastevere, diede vita alla prima scuola pubblica popolare gratuita d’Europa. Era il seme da cui poi sarebbe nato e si sarebbe sviluppato, non senza difficoltà, l’Ordine dei Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie, detto degli Scolopi, con lo scopo di trasmettere ai giovani «oltre alla scienza profana anche la sapienza del Vangelo, insegnando loro a cogliere, nelle vicende personali e nella storia, l’azione amorevole di Dio Creatore e Redentore». [Di fatto possiamo considerare questo coraggioso sacerdote come il «vero fondatore della moderna scuola cattolica, tesa alla formazione integrale dell’uomo e aperta a tutti». Animato dalla medesima sensibilità, nel XVII secolo, San Giovanni Battista de La Salle, rendendosi conto dell’ingiustizia causata dall’esclusione dei figli degli operai e dei contadini dal sistema educativo della Francia del suo tempo, fondò i Fratelli delle Scuole Cristiane, con l’ideale di offrire loro istruzione gratuita, formazione solida e un ambiente fraterno. La Salle vedeva nell’aula uno spazio di promozione umana, ma anche di conversione. Nei suoi collegi si univano preghiera, metodo, disciplina e condivisione. Ogni bambino era considerato un dono unico di Dio e l’atto dell’insegnamento un servizio al Regno di Dio.
70. Nel XIX secolo, sempre in Francia, San Marcellino Champagnat fondò l’Istituto dei Fratelli Maristi delle Scuole, «sensibile ai bisogni spirituali ed educativi del suo tempo, soprattutto all’ignoranza religiosa e alle situazioni di abbandono vissute in particolare dai giovani», dedicandosi con tutto il cuore, in un’epoca in cui l’accesso all’istruzione continuava ad essere privilegio di pochi, alla missione di educare ed evangelizzare i bambini e i giovani, soprattutto quelli più bisognosi. Con lo stesso spirito, in Italia, San Giovanni Bosco iniziò la grande opera Salesiana, basata sui tre principi del “metodo preventivo” – ragione, religione e amorevolezza – e il Beato Antonio Rosmini fondò l’Istituto della Carità, in cui la “carità intellettuale” – assieme a quella “materiale” e con all’apice quella “spirituale-pastorale” – veniva presentata come dimensione indispensabile di qualsiasi azione caritativa che mirasse al bene e allo sviluppo integrale della persona. [61]
71. Molte Congregazioni femminili furono protagoniste di questa rivoluzione pedagogica. Le Orsoline, le monache della Compagnia di Maria Nostra Signora, le Maestre Pie e tante altre, fondate specialmente nei secoli XVIII e XIX, occuparono spazi dove lo Stato era assente. Crearono scuole in piccoli villaggi, nelle periferie e nei quartieri popolari. L’istruzione delle ragazze, in particolare, divenne una priorità. Le suore alfabetizzavano, evangelizzavano, si occupavano delle questioni pratiche della vita quotidiana, elevavano lo spirito attraverso la coltivazione delle arti e, soprattutto, formavano le coscienze. La loro pedagogia era semplice: vicinanza, pazienza, dolcezza. Insegnavano con la vita, prima che con le parole. In tempi di analfabetismo diffuso e di esclusione strutturale, queste donne consacrate erano fari di speranza. La loro missione era formare il cuore, insegnare a pensare, promuovere la dignità. Coniugando vita di pietà e dedizione al prossimo, hanno combattuto l’abbandono con la tenerezza di chi educa in nome di Cristo.
72. L’educazione dei poveri, per la fede cristiana, non è un favore, ma un dovere. I piccoli hanno diritto alla conoscenza, come requisito fondamentale per il riconoscimento della dignità umana. Insegnare ad essi è affermarne il valore, dotandoli degli strumenti per trasformare la loro realtà. La tradizione cristiana considera il sapere come un dono di Dio e una responsabilità comunitaria. L’educazione cristiana non forma solo professionisti, ma persone aperte al bene, al bello e alla verità. La scuola cattolica, di conseguenza, quando è fedele al suo nome, si configura come uno spazio di inclusione, formazione integrale e promozione umana; coniugando fede e cultura, semina futuro, onora l’immagine di Dio e costruisce una società migliore.
Accompagnare i migranti
73. L’esperienza della migrazione accompagna la storia del Popolo di Dio. Abramo parte senza sapere dove andrà; Mosè guida il popolo pellegrino attraverso il deserto; Maria e Giuseppe fuggono con il Bambino in Egitto. Lo stesso Cristo, che «venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11), ha vissuto in mezzo a noi come uno straniero. Per questo motivo, la Chiesa ha sempre riconosciuto nei migranti una presenza viva del Signore che, nel giorno del giudizio, dirà a quelli che sono alla sua destra: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).
74. Nel XIX secolo, quando milioni di Europei emigravano in cerca di migliori condizioni di vita, due grandi santi si distinsero nella cura pastorale dei migranti: San Giovanni Battista Scalabrini e Santa Francesca Saverio Cabrini. Scalabrini, Vescovo di Piacenza, fondò i Missionari di San Carlo per accompagnare i migranti nelle comunità di destinazione, offrendo loro assistenza spirituale, legale e materiale. Vedeva nei migranti i destinatari di una nuova evangelizzazione, mettendo in guardia dai rischi di sfruttamento e di perdita della fede in terra straniera. Rispondendo generosamente al carisma che il Signore gli aveva donato, «Scalabrini guardava oltre, guardava avanti, a un mondo e a una Chiesa senza barriere, senza stranieri». Santa Francesca Cabrini, nata in Italia e naturalizzata americana, è stata la prima cittadina statunitense ad essere canonizzata. Per adempiere alla sua missione di assistere i migranti, attraversò più volte l’Atlantico e, «armata di singolare audacia, dal nulla iniziò scuole, ospedali, orfanotrofi per masse di diseredati avventuratisi nel nuovo mondo in cerca di lavoro, privi della conoscenza della lingua e di mezzi capaci di permettere loro un decoroso inserimento nella società americana e spesso vittime di persone senza scrupoli. Il suo cuore materno, che non si dava pace, li raggiungeva dappertutto: nei tuguri, nelle carceri, nelle miniere». Nell’Anno Santo del 1950, Papa Pio XII la proclamò Patrona di tutti i migranti.
75. La tradizione dell’attività della Chiesa per e con i migranti continua e oggi questo servizio si esprime in iniziative come i centri di accoglienza per i rifugiati, le missioni di frontiera, gli sforzi di Caritas Internationalis e di altre istituzioni. Il Magistero contemporaneo ribadisce chiaramente questo impegno. Papa Francesco ha ricordato che la missione della Chiesa verso i migranti e i rifugiati è ancora più ampia, insistendo sul fatto che «la risposta alla sfida posta dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ma questi verbi non valgono solo per i migranti e i rifugiati. Essi esprimono la missione della Chiesa verso tutti gli abitanti delle periferie esistenziali, che devono essere accolti, protetti, promossi e integrati». E diceva anche: «Ogni essere umano è figlio di Dio! In lui è impressa l’immagine di Cristo! Si tratta, allora, di vedere noi per primi e di aiutare gli altri a vedere nel migrante e nel rifugiato non solo un problema da affrontare, ma un fratello e una sorella da accogliere, rispettare e amare, un’occasione che la Provvidenza ci offre per contribuire alla costruzione di una società più giusta, una democrazia più compiuta, un Paese più solidale, un mondo più fraterno e una comunità cristiana più aperta, secondo il Vangelo». La Chiesa, come una madre, cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede minacce, lei vede figli; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti. Sa che il suo annuncio del Vangelo è credibile solo quando si traduce in gesti di vicinanza e accoglienza. E sa che in ogni migrante respinto è Cristo stesso che bussa alle porte della comunità.
Accanto agli ultimi
76. La santità cristiana spesso fiorisce nei luoghi più dimenticati e feriti dell’umanità. I più poveri tra i poveri – coloro che non solo mancano di beni, ma anche di voce e di riconoscimento della loro dignità – occupano un posto speciale nel cuore di Dio. Sono i prediletti del Vangelo, gli eredi del Regno (cfr Lc 6,20). È in loro che Cristo continua a soffrire e a risorgere. È in loro che la Chiesa ritrova la chiamata a mostrare la sua realtà più autentica.
77. Santa Teresa di Calcutta, canonizzata nel 2016, è diventata un’icona universale della carità vissuta fino all’estremo in favore dei più indigenti, degli scartati dalla società. Fondatrice delle Missionarie della Carità, dedicò la sua vita ai moribondi abbandonati per le strade dell’India. Raccoglieva i rifiutati, lavava le loro ferite e li accompagnava fino al momento della morte con una tenerezza che era preghiera. Il suo amore per i più poveri tra i poveri ha fatto sì che non si occupasse solo dei loro bisogni materiali, ma che annunciasse loro la buona notizia del Vangelo: «Vogliamo annunciare ai poveri la buona notizia che Dio li ama, che noi li amiamo, che sono qualcuno per noi, che sono stati creati dalla stessa mano amorevole di Dio, per amare ed essere amati. I nostri poveri sono persone fantastiche, molto gentili, non hanno bisogno della nostra pietà o compassione, ma del nostro amore comprensivo. Hanno bisogno del nostro rispetto, hanno bisogno che li trattiamo con dignità». Tutto questo nasceva da una profonda spiritualità che vedeva il servizio ai più poveri come frutto della preghiera e dell’amore, generatore di vera pace, come ricordava Papa Giovanni Paolo II ai pellegrini giunti a Roma per la sua beatificazione: «Dove ha trovato, Madre Teresa, la forza per porsi completamente al servizio degli altri? L’ha trovata nella preghiera e nella contemplazione silenziosa di Gesù Cristo, del suo Santo Volto, del suo Sacro Cuore. Lo ha detto lei stessa: “Il frutto del silenzio è la preghiera; il frutto della preghiera è la fede; il frutto della fede è l’amore; il frutto dell’amore è il servizio, il frutto del servizio è la pace” […]. Era una preghiera che riempiva il suo cuore della pace di Cristo e le consentiva di irradiare tale pace agli altri». Teresa non si considerava una filantropa o un’attivista, ma una sposa di Cristo crocifisso, che serviva con amore totale nei fratelli sofferenti.
78. In Brasile, Santa Dulce dei Poveri – conosciuta come “l’angelo buono di Bahia” – ha incarnato lo stesso spirito evangelico con caratteristiche brasiliane. Riferendosi a lei e ad altre due religiose, canonizzate nel corso della stessa celebrazione, Papa Francesco ha ricordato il loro amore per i più emarginati della società e ha detto che le nuove Sante «ci mostrano che la vita religiosa è un cammino di amore nelle periferie esistenziali del mondo». Suor Dulce ha affrontato la precarietà con creatività, gli ostacoli con tenerezza, il bisogno con fede incrollabile. Ha iniziato ospitando i malati in un pollaio e da lì ha fondato una delle più grandi opere sociali del Paese. Assisteva migliaia di persone al giorno, senza mai perdere la sua delicatezza. Si è fatta povera con i poveri per amore del sommamente Povero. Viveva con poco, pregava con fervore e serviva con gioia. La sua fede non l’allontanava dal mondo, ma la spingeva ancora più profondamente dentro il dolore degli ultimi.
79. Si potrebbero ricordare anche San Benedetto Menni e le Suore Ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù, accanto alle persone con disabilità; San Charles de Foucauld tra le comunità del Sahara; Santa Katharine Drexel accanto ai gruppi più svantaggiati nel Nord America; Suor Emmanuelle, con i raccoglitori di rifiuti nel quartiere di Ezbet El Nakhl, al Cairo; e moltissimi altri. Ognuno, a modo suo, ha scoperto che i più poveri non sono solo oggetto della nostra compassione, ma maestri del Vangelo. Non si tratta di “portar loro” Dio, ma di incontrarlo presso di loro. Tutti questi esempi ci insegnano che servire i poveri non è un gesto da fare “dall’alto verso il basso”, ma un incontro tra pari, dove Cristo viene rivelato e adorato. San Giovanni Paolo II ci ricordava che «c’è una presenza speciale di Cristo nella persona dei poveri, che obbliga la Chiesa a fare un’opzione preferenziale per loro». La Chiesa, quindi, quando si china a prendersi cura dei poveri, assume la sua postura più elevata.
Movimenti popolari
80. Dobbiamo riconoscere pure che, lungo i secoli di storia cristiana, l’aiuto ai poveri e la lotta per i loro diritti non hanno riguardato soltanto i singoli, alcune famiglie, le istituzioni o le comunità religiose. Ci sono stati, e ci sono, diversi movimenti popolari, costituiti da laici e guidati da leader popolari, tante volte sospettati e addirittura perseguitati. Mi riferisco a un «insieme di persone che non camminano come individui ma come il tessuto di una comunità di tutti e per tutti, che non può permettere che i più poveri e i più deboli rimangano indietro. [...] I leader popolari, quindi, sono coloro che hanno la capacità di coinvolgere tutti. [...] Non provano disagio né sono spaventati dai giovani piagati e crocifissi».
81. Questi leader popolari sanno che la solidarietà «è anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’impero del denaro [...]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari». Per tale ragione, quando le diverse istituzioni pensano ai bisogni dei poveri è necessario «che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune». I movimenti popolari, infatti, invitano a superare «quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli». Se i politici e i professionisti non li ascoltano, «la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino». Lo stesso si deve dire delle istituzioni della Chiesa.
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Ambra Arduini
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Dilexi te. Un invito alla lettura
di Sebastiano Serafini Docente di Teologia Morale presso l'Istituto Teologico Marchigiano e la Pontificia Università Gregoriana
Dilexi te (“Ti ho amato”) è la prima Esortazione apostolica di Papa Leone XIV, firmata il 4 ottobre 2025 e pubblicata il 9 ottobre successivo. Per il suo primo documento ufficiale, papa Prevost fa proprio un progetto che era stato cominciato da Papa Francesco. Dilexi te segue infatti la quarta e ultima Enciclica del pontefice argentino intitolata Dilexit nos, pubblicata il 24 ottobre 2024, il cui secondo titolo è «sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo». Questo collegamento evidenzia la continuità tematica riguardo all’amore di Cristo per l’umanità.
Gli schemi preparatori della Dilexi te furono predisposti da papa Francesco nei mesi precidenti la sua morte, mentre Leone XVI decise di completarla con i propri contributi. Si legge infatti al n. 3 dell’Introduzione:
«In continuità con l’Enciclica “Dilexit nos”, Papa Francesco stava preparando, negli ultimi mesi della sua vita, un’Esortazione apostolica sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri, intitolata “Dilexi te”. Avendo ricevuto come in eredità questo progetto, sono felice di farlo mio – aggiungendo alcune riflessioni – e di proporlo ancora all’inizio del mio pontificato, condividendo il desiderio dell’amato Predecessore che tutti i cristiani possano percepire il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri. Anch’io infatti ritengo necessario insistere su questo cammino di santificazione, perché nel richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi» (n. 3).
Nella Dilexi te, papa Prevost pone la povertà al centro della sua riflessione, presentandola come un problema strutturale e universale che riguarda tutte le società, e che si rende visibile in molteplici forme: dalla povertà economica a quella educativa, dai malati ai carcerati e a tutte le categorie più fragili della società. Papa Leone si dice «convinto che la scelta prioritaria per i poveri genera un rinnovamento straordinario sia nella Chiesa che nella società, quando siamo capaci di liberarci dall’autoreferenzialità e riusciamo ad ascoltare il loro grido» (n. 6), aggiungendo, poi, che
«la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa. Sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo» (n. 9).
Il Pontefice sottolinea anche come le povertà sono diverse, materiali, morali, culturali, e «talvolta più sottili e pericolose» (n. 10), e che l’impegno a favore dei poveri rimane «insufficiente» (n. 10) in un mondo in cui emergono nuove forme di disuguaglianza, di esclusione, di discriminazione. Di fronte a tale situazione, l’Esortazione sottolinea la necessità di intrecciare l’impegno concreto nei confronti dei poveri con una radicale conversione socio-culturale che sia in grado di produrre un reale cambiamento di mentalità capace di incidere nei processi economici e politici.
La Dilexi te è suddivisa in una breve introduzione e in cinque capitoli.
Cap. I: Alcune parole indispensabili
Il primo capitolo descrive la povertà come una realtà strutturale caratterizzata da esclusione, disuguaglianza e perdita di diritti. Sottolinea il valore dei piccoli gesti di solidarietà e ricorda san Francesco d’Assisi come modello di rinnovamento. Il testo invita ad affrontare le cause più profonde della povertà, unitamente ad un cambio dell’atteggiamento sociale nei confronti della ricchezza.
Cap. II: Dio sceglie i poveri
Il secondo capitolo afferma che l’amore di Dio si rivela in una speciale attenzione verso i poveri, realizzata nella vita di povertà e carità di Gesù nei confronti degli emarginati. Sottolinea inoltre che un’esperienza autentica di fede è inscindibile dalla misericordia e dalla giustizia, e ciò conduce ogni fedele all’amore verso i poveri e all’impegno contro lo sfruttamento e la ricchezza ingiusta.
Cap. III: Una Chiesa per i poveri
Il terzo capitolo presenta l’identità della Chiesa come indissolubilmente legata ai poveri, ripercorrendo una tradizione sociale che va dai primi cristiani alle voci. Il testo esamina le risposte istituzionali (la cura dei malati, l’ospitalità e l’assistenza monastica, la rieducazione e riabilitazione dei carcerati, la povertà mendicante come testimonianza pubblica e l’ascesa delle iniziative di educazione popolare) insieme ai ministeri contemporanei a favore dei migranti e degli emarginati della società. Attraverso esempi storici e pratiche attuali, il documento inquadra il servizio ai poveri non come una forma facoltativa di carità, ma come criterio di credibilità e rinnovamento pubblico.
Cap. IV: Una storia che continua
Il quarto capitolo colloca l’attuale attenzione sulla povertà nel contesto di 150 anni di Dottrina sociale della Chiesa cattolica, dalla Rerum novarum di Leone XIII alla Caritas in veritate di Benedetto XVI. Ricorda la visione del Concilio Vaticano II a favore di una “Chiesa dei poveri” e le conferenze latinoamericane di Medellín, Puebla, Santo Domingo e Aparecida. La povertà e la disuguaglianza sono descritte come «strutture di peccato», rafforzate da sistemi economici che escludono i più deboli.
Cap. V: Una sfida permanente
Il capitolo conclusivo afferma che la cura dei poveri è un segno permanente della Chiesa e dell’identità cristiana. Il testo invita sia a impegnarsi contro le «strutture di ingiustizia» sia a compiere gesti concreti, tra cui l’offerta di opportunità di lavoro e l’elemosina, come modi per incontrare Cristo negli emarginati.
L’Esortazione di Papa Leone XIV si pone dunque nel solco del magistero precedente sul tema della povertà, dell’attenzione e dell’amore ai poveri, dell’ascolto del loro ‘grido’, dell’opzione preferenziale per i poveri, e riconduce tutti i cristiani all’essenziale della propria fede, enunciando con forza e chiarezza che i poveri non sono una categoria sociologica ma la stessa “carne di Cristo”. Il fedele cristiano non può dunque considerare la povertà solo come un problema sociale, ma dovrebbe percepire il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la Sua chiamata ad essere vicini ai poveri, e cioè a riconoscere Gesù Cristo proprio nei poveri e nei sofferenti. Questa riflessione non è solo una questione di dottrina sociale ma è inquadrata profondamente in una prospettiva teologica e missionaria perché non siamo nell’orizzonte della beneficenza ma della Rivelazione.
In tal modo, il documento diviene un potente strumento di riaffermazione etica, poiché ricorda che il povero è innanzitutto soggetto di amore, non solo di aiuto: il cuore del messaggio “Ti ho amato” sposta dunque la prospettiva dall’assistenza all’amore incondizionato. Questo incoraggia a vedere nella persona fragile non solo un «caso» da gestire o un «utente» con un bisogno specifico, ma una persona di dignità inestimabile che merita affetto, rispetto e una relazione di prossimità e di amicizia.
Infine, Dilexi Te non si ferma alla carità individuale, ma spinge la Chiesa tutta a denunciare le strutture di ingiustizia che generano povertà, come l’indifferenza e la «dittatura di un’economia che uccide» (n. 92). Questo si traduce nell’impegno per il cambiamento culturale e politico, nel portare la voce dei «senza voce», nel lavorare affinché le politiche pubbliche siano più eque ed efficaci, soprattutto in un periodo in cui gli Stati rischiano con le loro scelte politiche egemoniche e con il crescente sostegno ad un’economia di guerra di aggravare la situazione precaria di centinaia di milioni di persone nel mondo e della salute del nostro pianeta.