Dilexi Te. Capitolo 2



Capitolo secondo
Dio sceglie i poveri

La scelta dei poveri

16. Dio è amore misericordioso e il suo progetto d’amore, che si estende e si realizza nella storia, è anzitutto il suo discendere e venire in mezzo a noi per liberarci dalla schiavitù, dalle paure, dal peccato e dal potere della morte. Con uno sguardo misericordioso e il cuore colmo d’amore, Egli si è rivolto alle sue creature, prendendosi cura della loro condizione umana e, quindi, della loro povertà. Proprio per condividere i limiti e le fragilità della nostra natura umana, Egli stesso si è fatto povero, è nato nella carne come noi e lo abbiamo conosciuto nella piccolezza di un bambino deposto in una mangiatoia e nell’estrema umiliazione della croce, laddove ha condiviso la nostra radicale povertà, che è la morte. Si comprende bene, allora, perché si può anche teologicamente parlare di un’opzione preferenziale da parte di Dio per i poveri, un’espressione nata nel contesto del continente latino-americano e in particolare nell’Assemblea di Puebla, ma che è stata ben integrata nel successivo magistero della Chiesa. Questa “preferenza” non indica mai un esclusivismo o una discriminazione verso altri gruppi, che in Dio sarebbero impossibili; essa intende sottolineare l’agire di Dio che si muove a compassione verso la povertà e la debolezza dell’umanità intera e che, volendo inaugurare un Regno di giustizia, di fraternità e di solidarietà, ha particolarmente a cuore coloro che sono discriminati e oppressi, chiedendo anche a noi, alla sua Chiesa, una decisa e radicale scelta di campo a favore dei più deboli.

17. Si comprendono in questa prospettiva le numerose pagine dell’Antico Testamento in cui Dio viene presentato come amico e liberatore dei poveri, Colui che ascolta il grido del povero e interviene per liberarlo (cfr Sal 34,7). Dio, rifugio del povero, attraverso i profeti – ricordiamo in particolare Amos e Isaia – denuncia le iniquità a danno dei più deboli e rivolge a Israele l’esortazione a rinnovare dal di dentro anche il culto, perché non si può pregare e offrire sacrificio mentre si opprimono i più deboli e i più poveri. Dall’inizio la Scrittura manifesta con così viva intensità l’amore di Dio attraverso la protezione dei deboli e dei meno abbienti, al punto che si potrebbe parlare di una sorta di “debolezza” di Dio nei loro confronti. «Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri […]. Tutto il cammino della nostra redenzione è segnato dai poveri». 

Gesù, Messia povero

18. Tutta la vicenda veterotestamentaria della predilezione di Dio per i poveri e il desiderio divino di ascoltare il loro grido – che ho brevemente richiamato – trova in Gesù di Nazaret la sua piena realizzazione. Nella sua incarnazione, Egli «svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo» ( Fil 2,7) e in quella forma portò la nostra salvezza. Si tratta di una povertà radicale, fondata sulla sua missione di rivelare il vero volto dell’amore divino (cfr Gv 1,18; 1Gv 4,9). Pertanto, con una delle sue mirabili sintesi, San Paolo può affermare: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» ( 2Cor 8,9).

19. In effetti, il Vangelo mostra che questa povertà toccava ogni aspetto della sua vita. Fin dal suo ingresso nel mondo, Gesù ha fatto esperienza delle difficoltà relative al rifiuto. L’evangelista Luca, narrando l’arrivo a Betlemme di Giuseppe e Maria, ormai prossima al parto, osserva con rammarico: «Per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7). Gesù nacque in umili condizioni; appena nato fu adagiato in una mangiatoia; e ben presto, per salvarlo dalla morte, i suoi genitori fuggirono in Egitto (cfr Mt 2,13-15). All’inizio della sua vita pubblica, fu scacciato da Nazaret dopo che nella sinagoga aveva annunciato l’adempiersi in Lui dell’anno di grazia di cui gioiscono i poveri (cfr Lc 4,14-30). Non vi fu luogo accogliente nemmeno per la sua morte: lo condussero fuori da Gerusalemme per la crocifissione (cfr Mc 15,22). È in questa condizione che si può riassumere in maniera chiara la povertà di Gesù. Si tratta della stessa esclusione che caratterizza la definizione dei poveri: essi sono gli esclusi dalla società. Gesù è la rivelazione di questo privilegium pauperum. Egli si presenta al mondo non solo come Messia povero, ma anche come Messia dei poveri e per i poveri.

20. Vi sono alcuni indizi a proposito della condizione sociale di Gesù. Anzitutto, egli svolge il mestiere di artigiano o carpentiere, téktōn (cfr Mc 6,3). Si tratta di una categoria di persone che vivono con il loro lavoro manuale. Non essendo possessori di terra, venivano considerati inferiori rispetto ai contadini. Quando il piccolo Gesù viene presentato al Tempio da Giuseppe e Maria, i suoi genitori offrirono una coppia di tortore o di colombi (cfr Lc 2,22-24), che secondo le prescrizioni del Libro del Levitico (cfr 12,8) era l’offerta dei poveri. Un episodio evangelico abbastanza significativo è quello che ci racconta di come Gesù, insieme ai suoi discepoli, raccogliessero delle spighe di cui nutrirsi mentre attraversavano i campi (cfr Mc 2,23-28) e questo – lo spigolare nei campi – era consentito soltanto a chi era povero. Gesù stesso, poi, dice di sé: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20; Lc 9,58). Egli, infatti, è un maestro itinerante, la cui povertà e precarietà è segno del legame con il Padre ed è richiesta anche a chi vuole seguirlo sulla via del discepolato, proprio perché la rinuncia ai beni, alle ricchezze e alle sicurezze di questo mondo diventi segno visibile dell’affidarsi a Dio e alla sua provvidenza.

21. All’inizio del suo ministero pubblico, Gesù si presenta nella sinagoga di Nazaret leggendo il rotolo del profeta Isaia e applicando a sé stesso la parola del profeta: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18; cfr Is 61,1). Egli, dunque, si manifesta come Colui che, nell’oggi della storia, viene a realizzare la vicinanza amorevole di Dio, che è anzitutto opera di liberazione per chi è prigioniero del male, per i deboli e i poveri. I segni che accompagnano infatti la predicazione di Gesù sono manifestazione dell’amore e della compassione con cui Dio guarda gli ammalati, i poveri e i peccatori che, in virtù della loro condizione, erano emarginati nella società ma anche dalla religione; Egli apre gli occhi dei ciechi, risana i lebbrosi, risuscita i morti e ai poveri annuncia la buona notizia: Dio si è fatto vicino, Dio vi ama (cfr Lc 7,22). Questo spiega perché Egli proclama: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20). Verso i poveri, infatti, Dio mostra predilezione: prima di tutto a loro è rivolta la parola di speranza e di liberazione del Signore e, perciò, pur nella condizione di povertà o debolezza, nessuno deve sentirsi più abbandonato. E la Chiesa, se vuole essere di Cristo, dev’essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato (cfr Gc 2,2-4).

22. Indigenti e malati, incapaci di procurarsi il necessario per vivere, si trovavano sovente costretti all’accattonaggio. A ciò si aggiungeva il peso della vergogna sociale, alimentato dalla convinzione che la malattia e la povertà fossero legate a qualche peccato personale. Gesù contrastò con fermezza tale modo di pensare, affermando che «Dio fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Anzi ribaltò completamente quella concezione, come ben esemplificato nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro: «Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti» (Lc 16,25).

23. Allora diventa chiaro che «dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società». Tante volte mi domando perché, pur essendoci tale chiarezza nelle Sacre Scritture a proposito dei poveri, molti continuano a pensare di poter escludere i poveri dalle loro attenzioni. Per il momento restiamo ancora nell’ambito biblico e tentiamo di riflettere sul nostro rapporto con gli ultimi della società e sul loro posto fondamentale nel popolo di Dio.

La misericordia verso i poveri nella Bibbia

24. L’apostolo Giovanni scrive: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20). Allo stesso modo, nella sua replica al dottore della legge, Gesù riprende i due antichi comandamenti: «Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,5) e «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18), fondendoli in un unico comandamento. L’evangelista Marco riporta la risposta di Gesù in questi termini: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi» (Mc 12,29-31).

25. Il passo citato del Levitico esorta a onorare il proprio connazionale, mentre in altri testi si trova un insegnamento che invita al rispetto – se non addirittura all’amore – anche del nemico: «Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a sé stesso: mettiti con lui ad aiutarlo» (Es 23,4-5). Da ciò traspare il valore intrinseco del rispetto per la persona: chiunque, perfino il nemico, si trovi in difficoltà, merita sempre il nostro soccorso.

26. È innegabile che il primato di Dio nell’insegnamento di Gesù si accompagna all’altro punto fermo che non si può amare Dio senza estendere il proprio amore ai poveri. L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,12.16). Sono due amori distinti, ma non separabili. Anche nei casi in cui il rapporto con Dio non è esplicito, il Signore stesso ci insegna che ogni atto di amore verso il prossimo è in qualche modo un riflesso della carità divina: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

27. Per questa ragione sono raccomandate le opere di misericordia, come segno dell’autenticità del culto che, mentre rende lode a Dio, ha il compito di renderci aperti alla trasformazione che lo Spirito può compiere in noi, affinché diventiamo tutti immagine del Cristo e della sua misericordia verso i più deboli. In tal senso, la relazione con il Signore, che si esprime nel culto, intende anche liberarci dal rischio di vivere le nostre relazioni nella logica del calcolo e del tornaconto, per aprirci alla gratuità che circola tra coloro che si amano e che, perciò, mettono tutto in comune. A questo proposito, Gesù consiglia: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti» (Lc 14,12-14).

28. La chiamata del Signore alla misericordia verso i poveri ha trovato un’espressione piena nella grande parabola del giudizio finale (cfr Mt 25,31-46), che è anche un’illustrazione plastica della beatitudine dei misericordiosi. Lì il Signore ci ha offerto la chiave per raggiungere la nostra pienezza, perché «se cerchiamo quella santità che è gradita agli occhi di Dio, in questo testo troviamo proprio una regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati». Le parole forti e chiare del Vangelo dovrebbero essere vissute «senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza. Il Signore ci ha lasciato ben chiaro che la santità non si può capire né vivere prescindendo da queste sue esigenze». 

29. Nella prima comunità cristiana il programma di carità non derivava da analisi o da progetti, ma direttamente dall’esempio di Gesù, dalle parole stesse del Vangelo. La Lettera di Giacomo dedica molto spazio al problema del rapporto tra ricchi e poveri, lanciando ai credenti due appelli fortissimi che mettono in questione la loro fede: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta» (Gc 2,14-17).

30. «Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente. Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage» (Gc 5,3-5). Che forza hanno queste parole, anche se preferiamo fare i sordi! Nella Prima Lettera di Giovanni troviamo un appello simile: «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?» (1Gv 3,17).

31. Quello della Parola rivelata «è un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo. La riflessione della Chiesa su questi testi non dovrebbe oscurare o indebolire il loro significato esortativo, ma piuttosto aiutare a farli propri con coraggio e fervore. Perché complicare ciò che è così semplice? Gli apparati concettuali esistono per favorire il contatto con la realtà che si vuole spiegare e non per allontanarci da essa». 

32. D’altra parte, un chiaro esempio ecclesiale di condivisione dei beni e di attenzione alla povertà, lo troviamo nella vita quotidiana e nello stile della prima comunità cristiana. Possiamo ricordare in particolare il modo in cui fu risolta la questione della distribuzione quotidiana di sussidi alle vedove (cfr At 6,1-6). Si trattava di un problema non facile, anche perché alcune di queste vedove, provenienti da altri Paesi, venivano a volte trascurate in quanto straniere. Di fatto, l’episodio raccontato dagli Atti degli Apostoli mette in luce un certo malcontento da parte degli ellenisti, ebrei di cultura greca. Gli Apostoli rispondono non con qualche discorso astratto, ma, rimettendo al centro la carità verso tutti, riorganizzano l’assistenza alle vedove chiedendo alla comunità di cercare persone sagge e stimate a cui affidare la gestione delle mense, mentre essi si occupano della predicazione della Parola.

33. Quando Paolo andò a Gerusalemme a consultare gli Apostoli «per non correre o aver corso invano» (Gal 2,2), gli fu chiesto di non dimenticare i poveri (cfr Gal 2,10). Egli pertanto organizzò diverse collette per aiutare le comunità povere. Tra le motivazioni che offre per tale gesto va sottolineata la seguente: «Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7). A quanti di noi sono poco inclini ai gesti gratuiti, senza alcun interesse, la Parola di Dio indica che la generosità verso i poveri è un vero bene per chi la esercita: infatti, comportandoci così, veniamo amati da Dio in modo speciale. In effetti, le promesse bibliche rivolte a chi dà con generosità sono molte: «Chi ha pietà del povero fa un prestito al Signore, che gli darà la sua ricompensa» (Pr 19,17). «Date e vi sarà dato: […] con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,38). «Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58,8). I primi cristiani ne erano convinti.

34. La vita delle prime comunità ecclesiali, narrata nel canone biblico e giunta a noi come Parola rivelata, ci viene offerta come esempio da imitare e come testimonianza della fede che opera per mezzo della carità, e rimane quale monito permanente per le generazioni a venire. Nel corso dei secoli, queste pagine hanno sollecitato il cuore dei cristiani ad amare e a generare opere di carità, come semi fecondi che non smettono di produrre frutti.

 

Recita
Ambra Arduini

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