Luigi Epicoco commenta il libro di Giona



Nel cuore della Quaresima, in questi giorni, il Signore ci fa fare un percorso, un cammino. Si chiamano esercizi spirituali perché sono un esercizio a cercare di ascoltare di più la voce dello Spirito in un tempo così speciale per noi che è quello della Quaresima. Tempo che ci allena a godere fino in fondo dei frutti della Pasqua, della luce della Pasqua. E quest'anno la Quaresima si incastona in un tempo speciale, l'abbiamo ascoltato all'inizio di questa liturgia, è il tempo del Giubileo, dove la parola chiave è la parola speranza, diventare pellegrini di speranza. Ma la grande domanda è che cos'è la speranza? Ecco, in queste sere noi cercheremo di rispondere a questa domanda e lo faremo così come ce lo insegna la Bibbia, come ce lo insegna la parola di Dio, il Vangelo. E la parola quando deve spiegarci qualcosa non fa ragionamenti, quando deve spiegarci qualcosa racconta la storia di qualcuno. Perché sa benissimo che quando le cose sono molto grandi da comprendere, le possiamo capire solo e soltanto se le vediamo in azione, nell'esperienza e nella vita di qualcuno. Questo è il motivo per cui durante queste sere ci lasceremo accompagnare da quelle che abbiamo chiamato figure di speranza. Storie di uomini o di donne della Bibbia che dovrebbero aiutarci ad entrare più intensamente dentro questo tema e apprendere qualcosa che possa essere utile per la vita di ciascuno di noi.

Questa sera la persona che ci guiderà la storia della Bibbia, che ci guiderà in questa nostra riflessione, è tratta dall'Antico Testamento ed è uno dei libri più piccoli della Bibbia, ma forse anche uno dei libri più speciali perché riporta la storia di un uomo, di uno stranissimo profeta, il profeta Giona, dove noi normalmente siamo abituati a pensare al profeta come quei servi obbedienti di Dio che fanno la sua volontà, che annunciano la sua parola, e invece la storia di quest'uomo è la storia di un uomo che non vuole ascoltare questa parola, che non ha nessuna voglia di annunciare la volontà di Dio, un uomo ripiegato su se stesso. Ma quest'uomo, vedete, ci insegnerà qualcosa della speranza. Perché la speranza inizia lì dove noi siamo disperati e non sappiamo che siamo disperati. Fu rivolta, scrive così il libro di Giona, fu rivolta Giona, figlio di Amittai, questa parola del Signore. Alzati, va a Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me. Giona però si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis, e pagato il prezzo del trasporto, si imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore. Io mi fermerei già qui all'inizio di questa storia. Vedete, Dio è un Dio che ascolta la disperazione degli uomini, suscita i profeti perché vuole aiutare quelli che noi chiamiamo i peccatori a venire fuori dalla loro infelicità. Se noi dovessimo trovare una definizione moderna di chi è un peccatore, non dovremmo dire i peccatori sono quelli che sbagliano, tutti sbagliamo, siamo tutti umani, ma i peccatori sono quelli che sono disperati ma non sanno di essere disperati. Che sono infelici ma non sanno di essere infelici. E questa è la tragedia più grande, perché quando una persona è disperata e non sa di esserlo, non riesce a venire fuori da quella disperazione. Quando una persona è infelice e non sa di essere infelice, non riesce a venire fuori da quella infelicità e chiama normalità ciò che normalità non è. Si abitua alla disperazione, si abitua all'infelicità. Quando Dio manda uno dei suoi profeti non lo fa perché ha nella sua mente l'idea che la gente da quel momento in poi non sbaglierà più, che la gente non sarà più fragile, non sarà più debole. No, Dio manda i suoi profeti affinché gli infelici aprano gli occhi e desiderino invece la felicità, che vadano controcorrente rispetto a quella che è la loro vita. Dio Dio porta speranza nella vita delle persone perché manda qualcuno ad annunciare loro la verità, ad aprirli la mente, gli occhi, il cuore. Il ruolo di Giona quindi è un ruolo decisivo. La sua parola può cambiare la disperazione di queste persone, portare speranza alla vita di queste persone. Ma vedete... La Bibbia ci dice che Giona nemmeno risponde a questa parola del Signore, ma compie un atto, un gesto tremendo. Dio gli dice di andare a Ninive e lui va in direzione contraria, dall'altra parte del mondo, va a Tarsis, programma un viaggio, trova una nave, paga quella nave, paga il biglietto, sale su quella nave e dice la Bibbia, andò lontano dal Signore. E il contrario... Di quello che gli ha chiesto Dio. Ed è qui la radice di ogni nostra vera grande disperazione nella vita. Vedete, la mancanza di speranza nasce dalla mancanza dell'ascolto. San Paolo dice che la fede viene dall'ascolto, ma io oserei dire che anche la speranza viene dall'ascolto. Se tu ascolti Dio, allora cresce la tua fede. Se tu ascolti Dio, allora cresce la speranza. Ma la domanda è, abbiamo capito che cosa significa ascoltare Dio? Perché quando pensiamo all'ascolto di Dio, immediatamente nella nostra testa scatta un meccanismo spiritualizzante. Pensiamo che l'ascolto di Dio sia qualcosa per pochi eletti, per quelli che riescono ad intuire questa voce misteriosa nella propria vita, nella propria esperienza. E ci dimentichiamo di una cosa semplicissima. La prima maniera che ha Dio di parlarci siamo noi. Quindi una persona che non ascolta Dio significa che non sta ascoltando se stessa. Chi è che ascolta Giona? Giona ascolta solo i suoi ragionamenti, anzi vuole che i suoi ragionamenti si impongano sulla realtà. Ma noi non possiamo mai coincidere con i nostri ragionamenti. Noi molto spesso pensiamo di identificarci con i nostri ragionamenti. Tutto quello che pensiamo, quello che ci balena nella testa. Noi pensiamo di essere tutti questi pensieri. Ma una persona non è solo la sua mente. Ad esempio una persona è anche un corpo. Che cosa significa ascoltare il nostro corpo? Che al di là dei nostri programmi, di quello che abbiamo stabilito dentro la nostra testa, certe volte il nostro corpo ci dice piano, rallenta. Viviamo in un tempo in cui molto spesso il nostro corpo grida. Le nostre ansie, i nostri attacchi di panico, le nostre insonie, i nostri disturbi alimentari. È il nostro corpo che ci dice qualcosa, ma noi non lo ascoltiamo. Perché? Perché noi ascoltiamo solo i nostri ragionamenti che si impongono anche sul nostro corpo, anche quando il nostro corpo è nella disperazione più totale.

Ma una persona è fatta anche di cuore. Che cos'è il cuore? È la nostra coscienza, è quel posto misterioso dentro di noi dove noi facciamo l'esperienza della vita spirituale. È quell'organo della nostra vita spirituale che molto spesso fa da termometro alla nostra felicità. Quante volte con la testa abbiamo programmato la vita, ma il nostro cuore ci dice che siamo infelici. Ma noi non ascoltiamo quel cuore, non ci mettiamo in ascolto della parola del Signore che ci sta parlando attraverso quell'insoddisfazione, che ci sta parlando attraverso quel vuoto, che ci sta parlando attraverso quell'infelicità e sta dicendo a ciascuno di noi quella è la direzione sbagliata, non devi andare di lì.

Giona è un disperato perché Giona ragiona e basta. Giona vuole imporre i suoi ragionamenti su Dio, sulla realtà, sulle circostanze. È incapace di mettersi veramente in ascolto del Signore. E sapete, quando una persona è incapace di ascoltare e ragiona e basta, e programma e basta, e calcola e basta... Allora il destino di questa persona è sempre la tragedia. E così accade nella vita di Giona. Dopo aver stabilito il viaggio, pagato il biglietto, trovata la nave, dopo essersi messo in direzione contraria a quello che gli aveva detto Dio, scoppia una tempesta. E questa tempesta mette nei guai tutti, anche gli altri dell'equipaggio. E lui si rifugia nel sonno, dorme, mentre tutti stanno rischiando la vita, finché non lo svegliano, lo interrogano, tirano a sorte, scoprono che quella tempesta è per colpa sua. Lo interrogano, lui confessa e dice che quella tempesta davvero è per colpa sua e non c'è nessun'altra soluzione per far finire una tempesta. Adesso lo traduco in maniera esistenziale, non c'è nessun altro modo per far finire una crisi se non arrendersi alla crisi, cioè lasciare che quella crisi possa dirci qualcosa, che dica un cambiamento, che ci faccia fare delle scelte. Allora quest'uomo che è partito così con i suoi ragionamenti si ritrova a dire all'equipaggio di essere buttato in mare e Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. E quegli uomini ebbero un grande timore del Signore e offrirono sacrifici al Signore e fecero voti a lui. Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona. E Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti.

Vedete, quando abbiamo fatto l'esperienza della vita di renderci conto che i nostri ragionamenti molto spesso ci portano lontani, lontani dalla gioia, lontani dalla speranza. Quando ci siamo cacciati in una crisi e quella crisi ci ha ridotti all'osso, ci ha fatto toccare il fondo, quando non abbiamo più ragionamenti, non abbiamo più forze, abbiamo la sensazione che tutto ormai sia finito. Ci sentiamo un po' come se fossimo morti, siamo un po' Giona inghiottiti da un grosso pesce. E quando tutto sembra perduto è lì che invece la vita può ripartire. Giona, in quel momento, impara una cosa che si chiama preghiera. È paradossale, ma certe volte nella vita dobbiamo arrivare a disperarci per imparare a pregare. Perché la preghiera non è semplicemente il formalismo di dire delle parole a Dio per tenerselo buono. La preghiera è quando nasce dalla verità di quello che stiamo vivendo. La preghiera vera è quando è il grido di quello che ci portiamo nel cuore. La crisi, la nostra disperazione a volte, è il luogo dove noi scopriamo la vera fede. È lì che forse, quando abbiamo toccato veramente il fondo di tutto, ci rendiamo conto che abbiamo vissuto una vita solo materiale, materialista. Ci rendiamo conto che tutto su quello che abbiamo investito non ci ha dato nulla. Allora ci rivolgiamo a una dimensione spirituale più profonda. Impariamo una via interiore. Impariamo la via della preghiera. E Dio ascolta la preghiera di questo disperato. Perché Dio fa sempre così. Non è indifferente alla nostra infelicità. Dio non sta a guardare quando una persona si sta rovinando la vita. Dio non rimane semplicemente a giudicarci. O a puntare il dito contro di noi quando ci siamo perduti. E Gesù ce l'aveva insegnato. Ci viene sempre a cercare, perché questo è l'amore di Dio. Quando tutto sembra perduto, tutto in realtà inizia di nuovo. E dice così il testo. E il Signore comandò al pesce, e il pesce rigettò Giona sull'asciutto. Ecco che Giona, dal suo andarsene lontano, da sentirsi il padrone del mondo, da pensare che con i suoi ragionamenti sarebbe stato felice, invece si ritrova in una tragedia, una vita infelice. E quando ha toccato il fondo della sua infelicità, Dio lo raccoglie e lo rimette di nuovo sulla riva, cioè lo riconsegna alla sua storia, a se stesso. Perché vedete fratelli, noi siamo felici soltanto quando prendiamo sul serio ciò che siamo. La nostra vera vocazione è diventare veramente noi stessi. E Giona deve imparare questo.

Allora Dio rivolge di nuovo la parola a Giona e gli dice di andare a Ninive, di nuovo questa vocazione, questa chiamata, di andare a Ninive ad annunciare la sua parola a questi disperati. Ma lui questa volta ci va a Ninive. Ma è veramente cambiato? Quest'uomo si è davvero convertito? Basta una crisi nella vita per dire che noi da quella crisi siamo usciti uomini e donne migliori? Basta aver sbattuto una volta il muso per dire che abbiamo imparato qualcosa? I nostri fallimenti relazionali, familiari, vocazionali, lavorativi, bastano a dire che da quel momento in poi siamo diventate persone migliori? Apparentemente Giona sembra essere una persona migliore, va a Ninive e comincia ad annunciare questa parola ed ecco il miracolo, a differenza sua la gente ascolta subito quella parola e subito la gente sentendo la predicazione di Giona cambia vita, si pente. Ecco la speranza che rinasce nella vita di queste persone, grazie alla parola di un disperato salvato come Giona. Eppure è a questo punto che questo libro ci stupisce. Giona dovrebbe essere felice perché grazie alla sua predicazione molti disperati non sono più disperati, molti perduti sono stati ritrovati, molti infelici sono tornati ad essere felici. Invece sentite che cosa accade a Giona. Giona ne provò grande dispiacere e ne fu indispettito. Pregò il Signore. Signore, Non era forse questo che dicevo quando ero nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggire a Tarsis, perché so che tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che ti lasci impietosire riguardo al male minacciato. Ordunque, Signore, toglimi la vita, perché per me è meglio morire che vivere. Vi dico un segreto, Giona quando entra in crisi ha solo una via di uscita, voglio morire. Anche davanti alle piccole cose, lui risolve sempre i problemi in questo modo, voglio morire. La morte per lui è sempre la soluzione, non è mai affrontare i problemi, è sempre fuggire dai problemi. Anche a noi capita così, eh? Certe volte la vita ci fa provare così tanta fatica che l'unica idea che ci viene in mente è «Ah, se morissi! Ah, se mi togliessi la vita!» Tutti abbiamo queste vie di fuga, come Giona. Per lo meno nella nostra testa a volte macchiniamo questo tipo di pensiero. Ma è questa una cosa che ci interroga e ci fa fare una domanda. Perché Giona prova questo dispiacere nei confronti della gente che prima è infelice e poi torna ad essere felice? Prima era disperata e ritrova speranza. È come se la parola di Dio ci stesse facendo una domanda questa sera. Tu come guardi la disperazione degli altri? Dio dice a Giona, ma ti sembra normale di reagire in questo modo? Perché fai così? Sapete, il nostro più grande problema è che molto spesso noi pensiamo che se la gente è disperata un po' se lo merita, perché ha fatto cose sbagliate ed è giusto che paghi per quelle cose sbagliate che ha fatto. Abbiamo un senso di giustizia disumano. Noi giudichiamo la vita degli altri. Ma che ne sappiamo del perché le persone si comportano in quel modo? Che ne sappiamo dell'infelicità della gente? Chi siamo noi per stabilire che gli altri si meritano o no di essere felici o infelici? Perché ci ergiamo a giudici degli altri? Perché ci infastidisce quando una persona è felice? Perché diventiamo invidiosi, gelosi? perché in fondo siamo un po' tutti come Giona. Non abbiamo una di quelle caratteristiche che invece Dio ha. E sapete qual è? La compassione. Vedete, fratelli, non si può essere nella speranza se non si impara ad ascoltare, ma non si può vivere nessuna speranza nella vita se non si impara a compatire. A vivere la compassione nei confronti degli altri, dell'infelicità altrui. Finché noi rosicheremo davanti all'infelicità degli altri, alla felicità degli altri, noi saremo sempre disperati e ci sentiremo sempre vittime di un'ingiustizia. Ma vedi quello, vedi, cade sempre in piedi. Vedi quella persona e alla fine gli va sempre tutto bene. Sono i ragionamenti di Giona. Perché noi vorremmo invece dare una lezione a quelle persone, far soffrire quelle persone, perché se lo meritano diventiamo cattivi, ci incattiviamo. E allora a che cosa sono servite le nostre crisi? Perché abbiamo cominciato un percorso di fede, abbiamo ritrovato una spiritualità, se poi nel cuore continuiamo a covare questa rabbia, questo rancore, questa gelosia, se non siamo capaci di misericordia e di compassione? la risposta di Giona è molto semplice come un bambino piccolo che non ha ottenuto il suo giocattolo nemmeno risponde al Signore dice così allora Giona uscì dalla città e sostò a oriente di essa e si fece lì un riparo di frasche e vi si mise all'ombra in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto nella città allora il Signore Dio fece crescere una pianta di ricino al di sopra di Giona per fare ombra sulla sua testa e liberarlo dal suo male. E Giona provò una grande gioia per quell'albero di ricino. Ma il giorno dopo, allo spuntare dell'alba, Dio mandò un verme a rodere il ricino e questo si seccò. Quando il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un vento d'oriente a foso. Il sole colpì la testa di Giona che si sentì venir meno e chiese di morire dicendo «meglio per me morire che vivere». Com'è possibile che gli altri che sono infelici e che hanno ritrovato la loro felicità ci fanno innervosire? E noi arriviamo a maledire la vita per piccoli problemi che abbiamo. Certe volte noi malediciamo la vita per inezie. Noi roviniamo rapporti di bene, di amicizia, familiari, per stupidaggini. Molto spesso noi sprechiamo energie davanti a delle cose che non hanno nessun tipo di importanza. Se una persona pensasse veramente alla propria morte... Troverebbe una nuova dimensione in tutte le cose. Si ridarebbe una ridimensionata rispetto a tutto. Invece sembra che le cose più banali e stupide diventano importanti. Cos'è più importante? Un uomo, una donna felice o un albero che secca? Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianta di ricino? Disse Dio a Giona. Ed egli rispose. Sì, è giusto. Ne sono sdegnato al punto di invocare la morte. Ma il Signore gli rispose. Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica. Che tu non hai fatto spuntare. Che in una notte è cresciuta e in una notte è perita. E io... Non dovrei avere pietà per Ninive, quella grande città nella quale sono più di 120.000 persone che non sanno distinguere la mano destra dalla mano sinistra. È una grande quantità di animali. Sapete qual è la verità? È che noi siamo disperati come Giona perché siamo un popolo di narcisisti. Che pensano che il mondo gira attorno a loro. La mia sofferenza è importante, non quella degli altri. I miei problemi sono importanti, non quelli degli altri. Mi sono rotto un'unghia, non importa se l'altro sta morendo di fame. Non riesco a comprarmi l'ultimo cellulare alla moda. Poco importa se una persona invece sta morendo di una malattia incurabile. Perché? Perché tutto gira intorno a noi. Il mio dolore è il più importante, la mia fatica è la più importante, la mia storia è la più importante, anche se la mia storia è infinitamente più semplice rispetto alla storia di tanti altri. Siamo dei narcisisti... E pensiamo che il mondo gira intorno a noi... Ecco perché siamo disperati... Vedete come ci è stato di aiuto Giona questa sera... Si è disperati quando non si ascolta il Signore... Cioè non ascoltiamo più la totalità di noi stessi... Imponiamo i nostri ragionamenti sulla realtà... Quando siamo incapaci di ascoltare Dio che ci parla attraverso gli eventi. Siamo dei disperati se non impariamo nulla dalle nostre crisi. Cominciamo a sperimentare la speranza quando, toccando il fondo, ritroviamo una spiritualità, ritroviamo la preghiera. Ma siamo dei disperati se non diventiamo compassionevoli, se rimaniamo indifferenti davanti all'infelicità altrui, Se quando ci capita di vedere una persona felice ne proviamo gelosia, rancore, rabbia, ingiustizia.

Siamo dei disperati se pensiamo che il mondo giri intorno a noi. Se ci immaginiamo davvero come dei narcisisti che vogliono avere sempre ragione. Vogliono avere sempre tutto sotto controllo e vogliono considerarsi sempre l'ombelico del mondo.

Se imparassimo un po' di umiltà.

Se tornassimo di nuovo a mettere i piedi per terra, allora sì, la speranza sarebbe qualcosa di vero anche per ciascuno di noi.

Allora, fratelli, io mi domando, siamo capaci di ascolto? Siamo capaci di crisi? Siamo capaci di preghiera vera, di una spiritualità incarnata, non disincarnata?

Siamo capaci di compassione, siamo capaci di decentrarci, perché qui è il segreto della speranza.

E sapete da che cosa vi accorgete che non siete dei disperati e che vivete nella speranza?

Non dall'ottimismo, non confondete mai la speranza con l'ottimismo, ma dalla gioia.

Le persone non disperate sono misteriosamente sempre nella gioia, anche quando si trovano nel cuore di una tempesta.

Chiediamo al Signore di aiutarci a mettere il primo passo in questo cammino di speranza e a imparare come Giona che per far spazio a ciò che ci dà gioia dobbiamo imparare a riprenderci il nostro posto, a lasciare che Dio sia Dio e che noi siamo semplicemente delle creature in cerca di speranza.

“Figure di Speranza/1: GIONA” di Don Luigi Maria Epicoco, prima catechesi degli Esercizi Spirituali per la comunità tenuta nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, 18 marzo 2025. https://youtu.be/urK3c6HFb-U?si=AcwFIEOHEiH2DwGJ

“Figure di Speranza/1: GIONA” di Don Luigi Maria Epicoco, prima catechesi degli Esercizi Spirituali per la comunità tenuta nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, 18 marzo 2025. https://youtu.be/urK3c6HFb-U?si=AcwFIEOHEiH2DwGJ

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