Testo del racconto
Questa sera, cari amici e cari cristiani, parliamo già della festa di domani: la festa di Sant’Antonio. Sant’Antonio, l’uomo-mito e l’uomo contro il demonio. Sant’Antonio, Sant’Antonio: l’uomo è mito e l’uomo è lotta contro il demonio.
Lo faremo partendo da una canzone degli Gufi, l’indimenticabile gruppo musicale degli anni Sessanta — Lino Patruno, Nanni Svampa e gli altri — che ci introducono, con la loro ironia popolare, all’“altro” Sant’Antonio, molto diverso dal giovane e imberbe omonimo padovano.
Questo è Sant’Antonio Abate: un vecchio dalla barba bianca, con un bastone a forma di tau, il bastone del pellegrino. Tiene un fuoco ardente nel palmo della mano e ai suoi piedi c’è un porcellino.
L’associazione tra un santo e un animale come il maiale — spesso simbolo di impurità — non è affatto scontata. Ma Italo Calvino, nelle Fiabe italiane, ci aiuta a comprenderla attraverso una leggenda popolare.
La fiaba del fuoco (tradizione sarda, Ogudoro)
Una volta al mondo non c’era il fuoco. Gli uomini avevano freddo e andarono da Sant’Antonio, che viveva nel deserto, pregandolo di aiutarli, perché con quel freddo non potevano più vivere.
Sant’Antonio ebbe compassione. Siccome il fuoco era all’inferno, decise di andarlo a prendere. Prima di diventare santo, Antonio era stato porcaro, e un porchetto della sua mandria non l’aveva mai voluto abbandonare: lo seguiva ovunque.
Così Sant’Antonio, con il suo porchetto e il suo bastone di ferula, si presentò alla porta dell’inferno e bussò:
«Apritemi! Ho freddo, voglio scaldarmi!»
I diavoli lo riconobbero subito: «No, no, ti abbiamo visto: sei un santo, non ti apriamo!»
Antonio insistette, e il porco grufolava contro la porta. Alla fine i diavoli dissero: «Il porco te lo facciamo entrare, ma tu no». Aprirono appena uno spiraglio, quanto bastava perché entrasse solo il maiale.
Appena dentro, il porco cominciò a scorrazzare ovunque, mettendo tutto in scompiglio: rovesciava tizioni, sparpagliava carboni, faceva cadere tridenti e strumenti di tortura. I diavoli correvano impazziti, ma non riuscivano né a prenderlo né a cacciarlo.
Disperati, si rivolsero a Sant’Antonio fuori dalla porta:
«Quel tuo porco maledetto ci mette tutto in disordine! Vienitelo a riprendere!»
Antonio entrò nell’inferno, toccò il porco con il bastone, e subito quello si quietò.
«Visto che ci sono — disse Antonio — mi siedo un momento a scaldarmi». E si sedette proprio sul passaggio, su un sacco di sughero, stendendo le mani verso il fuoco.
Ogni tanto passava di corsa un diavolo gridando: «Lucifero! Lucifero! Un’anima sicura!». E Antonio — pum! — gli dava una legnata sulla schiena con il bastone.
«Basta con questi scherzi!» dissero i diavoli. «Tieni giù quel bastone!»
Antonio lo posò accanto a sé, inclinato per terra. Ma il primo diavolo che passò di corsa inciampò e cadde rovinosamente.
«Ora basta davvero — dissero i diavoli — quel bastone te lo bruciamo!»
Lo presero e ne ficcarono la punta nelle fiamme.
Proprio in quel momento il porco ricominciò a sconquassare tutto.
«Se volete che lo faccia stare buono — disse Antonio — ridatemi il bastone».
Glielo ridiedero, e il porco tornò calmo. Ma il bastone era di ferula, un legno con midollo spugnoso: una volta che prende una scintilla, continua a bruciare dentro, senza che fuori si veda nulla. Così i diavoli non si accorsero che Antonio stava portando via il fuoco.
Sant’Antonio predicò ai diavoli, poi uscì dall’inferno con il porco e il bastone. Appena fuori, alzò la punta infuocata, la fece girare in cerchio facendo volare scintille, come una benedizione, e cantò:
«Fuoco, fuoco per ogni loco,
per tutto il mondo, fuoco giocondo!»
Da quel momento ci fu il fuoco sulla terra, e Sant’Antonio tornò nel suo deserto a meditare.
Questa fiaba sarda fa di Sant’Antonio una sorta di Prometeo cristiano: un eroe che ruba il fuoco ai diavoli per donarlo agli uomini e poi ritorna alla contemplazione nel deserto.
Una seconda leggenda, molto diffusa in tutta Europa, racconta che Sant’Antonio sarebbe nato “in peccato”: i suoi genitori, pellegrini diretti a Santiago de Compostela, avrebbero infranto il voto di castità durante il cammino. Per espiare questo peccato — pur essendo lui innocente — Antonio sarebbe stato mandato all’inferno come una specie di “garzone di bottega”.
Lì avrebbe fatto dispetti ai diavoli, liberato anime e, ancora una volta, rubato il fuoco con il suo bastone di ferula — lo stesso legno simbolico del mito di Prometeo. È dunque una vera e propria riscrittura cristiana di quel mito antico.
In ogni caso, qualunque sia la versione, la conclusione è sempre la stessa: dopo l’inferno, Sant’Antonio torna a meditare nel deserto.
Il Sant’Antonio storico e teologico
La tradizione ufficiale ci dice che Antonio Abate fu un asceta vissuto tra il III e il IV secolo nel deserto egiziano: un uomo di penitenza che seppe resistere alle tentazioni e “spegnere il fuoco delle passioni”.
Nell’iconografia cristiana, il diavolo gli appare spesso in forma animale o femminile — simboli del desiderio carnale e degli istinti — dando origine al celebre tema delle Tentazioni di Sant’Antonio, che attraversa tutta la cultura occidentale: dalla pittura alla letteratura fino al cinema.
Hieronymus Bosch gli dedicò capolavori memorabili, come il celebre quadro del Prado e soprattutto il vertiginoso trittico del Museo Nazionale di Lisbona.
In tempi più recenti, Federico Fellini ha reinterpretato il tema nel film Boccaccio ’70, con l’episodio Le tentazioni del dottor Antonio: Peppino De Filippo interpreta un moralista ossessionato da un cartellone pubblicitario in cui appare Anita Ekberg, mentre un coro di voci bianche canta ossessivamente:
«Bevete più latte!
Il latte fa bene, il latte conviene…»
L’innocenza dei bambini diventa così veicolo di una tentazione sottile e diabolica.
Fuoco e maiale: due simboli opposti
Il fuoco e il maiale hanno nella religione colta e in quella popolare significati opposti.
Il fuoco può essere quello distruttivo delle passioni,
ma anche il fuoco purificatore, l’ardore spirituale che affina le anime — come nel Purgatorio di Dante, dove le anime passano attraverso il fuoco che le purifica.
Questo è il Sant’Antonio della teologia: un asceta severo, temprato dall’astinenza, il cui volto sembra “disegnato con carbone arsiccio”, per usare un’immagine barocca.
Ma non è il Sant’Antonio del porcellino.
Quest’ultimo è una creazione — o meglio un’inversione — della cultura popolare, che ha ridisegnato il santo secondo i propri bisogni e i propri sogni: facendone un Prometeo cristiano, patrono degli animali e, in fondo, anche della nostra parte “animale”.
Così la dura conoscenza delle tentazioni diventa amicizia con il porco che le rappresenta; la signoria sul fuoco delle passioni diventa signoria sul fuoco reale; e l’eremita severo si trasforma nel gioviale santo del carnevale
Sant’Antonio Abate diventa quindi:
l’amico del porcello,
il santo del fuoco,
il paziente avversario di Satanasso nella tradizione popolare.
E proprio con questa chiave lo riascoltiamo nella celebre canzone abruzzese interpretata dai Gufi — e poi, in una rarissima versione, dalla grande Amália Rodrigues, che la canta persino in dialetto abruzzese:
«Buonasera, cari amici,
tutti quanti li cristiani,
che stasera vai a dire
della festa del dimane…»
*«Domani è Sant’Antonio, il nemico del demonio.
Sant’Antonio, Sant’Antonio, il nemico del demonio.
Vorrebbero dargli una moglie,
ma lui non ne vuole sapere:
nel deserto si fa mandare.
Sant’Antonio, Sant’Antonio,
il nemico del demonio.
Sant’Antonio nel deserto si accendeva una sigaretta…
Sant’Antonio, Sant’Antonio,
il nemico dell’uomo».*
Insomma — diremmo oggi — Sant’Antonio è una specie di santo eco-friendly.
Si credeva infatti che nella notte della sua festa, il 17 gennaio, passasse per case, stalle e cortili a chiedere alle bestie se fossero state trattate bene. Per i padroni violenti erano dolori; quelli invece che si erano mostrati compassionevoli verso gli animali venivano ricompensati con raccolti abbondanti, legna per scaldarsi e salumi in quantità: una sorta di contrappasso gastronomico che oggi potremmo leggere in chiave etica, dietetica ed ecologica.
Sant’Antonio Abate, in questa prospettiva, diventa una specie di regolatore ecologico e veterinario soprannaturale allo stesso tempo. E, non a caso, è anche vero — lo dice la scienza — che gli animali allevati con umanità e non in condizioni di cattività estrema danno carni più sane e più saporite.
Alla signoria del santo sul maiale è poi connessa una credenza terapeutica molto diffusa: il lardo suino era ritenuto capace di guarire l’herpes zoster, chiamato nel linguaggio popolare “fuoco sacro” o “fuoco di Sant’Antonio”.
Con il nome di “Porci di Sant’Antonio” venivano chiamati gli animali votati al santo taumaturgo: giravano liberamente per le strade delle città europee, nutriti dalla popolazione come animali sacri e intoccabili. In particolare quelli che portavano sul corpo macchie rosse — simili alle vescicole dell’herpes — erano considerati segnati miracolosamente dal santo.
Questo uso è attestato persino dalle indignate parole di Francesco Petrarca, scandalizzato dallo spettacolo dei maiali che infestavano le strade di Padova.
Alla fine del ciclo, però, questi stessi maiali venivano macellati dai monaci antoniani nei mattatoi annessi alle loro chiese-ospedale: dal loro lardo si ricavava l’unguento curativo contro il fuoco di Sant’Antonio. Un vero e proprio circolo virtuoso tra medicina e taumaturgia.
Non è un caso che il culto del santo fosse — ed è — fortissimo proprio nelle città in cui la macellazione del maiale ha sempre avuto un ruolo centrale nell’economia locale. Basti pensare a San Daniele del Friuli, celebre in tutto il mondo per il prosciutto e dominata dalla splendida chiesa di Sant’Antonio Abate, chiamata anche la Cappella Sistina del Friuli.
Gli affreschi di quella chiesa raccontano la vita del santo e mostrano bene questo duplice legame: da un lato le sue virtù spirituali, dall’altro il rapporto con il porco — un animale di cui, nel mondo contadino, non si buttava via nulla.
Il maiale era una riserva di cibo per tutto l’anno, ma anche una riserva di gioia: in una società che aveva bisogno di grasso e di energia, i grassi animali erano riservati ai giorni di festa. Oggi fatichiamo a capirlo, perché abbiamo “spalmato la festa su tutto il calendario” e possiamo mangiare prosciutti e salumi ogni giorno. Ma per il mondo contadino Sant’Antonio Abate era il simbolo di un’abbondanza lecita, permessa, non peccaminosa.
Per questo diventa, in età moderna, uno dei santi più popolari in assoluto.
Sant’Antonio di Padova guariva soprattutto le malattie; Sant’Antonio Abate, invece, era anche un donatore di gioia: il dono del fuoco, lo sberleffo all’inferno, la beffa ai diavoli, l’amicizia con gli uomini — fino quasi alla complicità con i loro eccessi carnevaleschi.
Sono tutte queste ragioni simboliche che spiegano l’associazione tra:
Sant’Antonio,
il fuoco,
il porco,
il carnevale.
Il carnevale, del resto, è da sempre legato al maiale: nelle salsicce, nei sanguinacci, ma anche — metaforicamente — nelle “porcherie” consentite dal clima festivo. Era il tempo dei piaceri della carne, degli appetiti, della trasgressione: temuta, ma anche necessaria e rigenerativa.
Non è un caso che il carnevale inizi proprio il 17 gennaio, con la festa di Sant’Antonio Abate. E si apriva con i celebri fuochi di Sant’Antonio — falò, focare — soprattutto nel Sud Italia e in modo spettacolare a Novoli (Lecce), dove viene accesa una gigantesca Fòcara, alta circa 25 metri, che illumina tutta la zona circostante.
Quel fuoco non è solo luce: è la forza vitale e rigenerativa del carnevale, la festa per eccellenza della licenza e dell’eccesso — il famoso “a carnevale ogni scherzo vale”, che traduce il latino semel in anno licet insanire (“una volta all’anno è lecito impazzire”).
Nel corso dell’età moderna, molte feste trasgressive — le feste dei folli, degli asini, delle inversioni sociali — furono progressivamente abolite. I loro contenuti più eversivi confluirono nel carnevale, che diventò una sorta di valvola di sfogo collettiva.
Ma non sempre bastava: a volte la tensione sociale esplodeva fuori dal contenitore festivo e alcuni carnevali finivano nel sangue, trasformandosi in vere rivolte politiche — come ha mostrato il grande storico Emmanuel Le Roy Ladurie nel suo celebre studio sul carnevale di Romans.
Per questo l’eccesso non poteva durare troppo: subito dopo i fuochi del carnevale arrivava il Mercoledì delle Ceneri e la Quaresima, rappresentata spesso come una vecchia magra, vestita di nero — l’immagine stessa della privazione e dell’astinenza.
Quaranta giorni di penitenza che seguivano i giorni dell’abbondanza e, simbolicamente, il “sacrificio del maiale” — animale talmente legato a Sant’Antonio che in alcune zone d’Italia veniva chiamato affettuosamente “Nino”, diminutivo del santo.
Così l’anno contadino traeva da questo ciclo — fuoco, carnevale, sacrificio, quaresima — la sua linfa vitale per rigenerarsi e ricominciare, anno dopo anno: morto un maiale, se ne faceva un altro.
E con questo si conclude il nostro cammino di oggi sulle vie dei santi:
fra il profumo del giglio di Sant’Antonio di Padova e l’odore penetrante della porchetta sacra a Sant’Antonio Abate.
Grazie alla redazione di Uomini e Profeti, a Benedetta Caldarulo per la regia.
Appuntamento a domenica prossima con Maria Francesca delle Cinque Piaghe, una santa che ci introduce al clima della nascita e dell’infanzia.
Arrivederci — Marino Niola.
Questo contenuto è tratto da
Uomini e profeti. Trasmissione di Rai Radio3
Sulle vite dei santi.
Un viaggio tra le devozioni popolari del nostro paese insieme a Marino Niola, antropologo, giornalista e divulgatore scientifico. Storie di Santi e Sante per tracciare una piccola mappa delle tradizioni religiose e folkloristiche dell'Italia lontano dai dogmi della teologia. I Santi di cui si parla sono San Gennaro, cuore dei vicoli di Napoli, Santa Rita da Cascia, archetipo dell'irriducibile speranza, Sant'Antonio Abate e Sant'Antonio da Padova, il prometeo dei cristiani e il taumaturgo, Santa Maria Francesca delle cinque piaghe, simbolo di fertilità, e infine "le Santuzze" siciliane Rosalia, Agata e Lucia.