E' davvero il Paradiso?



Testo della catechesi
Nelle sere estive di Riccione, mentre passeggiano lungo via Gramsci non lontano dalla mitica Viale Ceccarini, molti turisti passano davanti alla chiesa Mater Admirabilis. Le porte sono aperte e, dall'esterno, si intravede, illuminato sul fondo della navata, un grande affresco che occupa interamente l'abside. Anche da lontano i suoi colori e la moltitudine di figure riescono a catturare l'attenzione.
Qualcuno rallenta il passo. Qualcuno entra per curiosità. C'è chi scatta una fotografia, chi si siede qualche minuto sulle panche per godersi un po' di silenzio e chi, dopo un rapido sguardo, torna fuori per riprendere la passeggiata verso il centro.
Cos’hanno visto questi turisti?
La risposta, in fondo, sembra già scritta davanti ai loro occhi: ci sono i santi, e i santi stanno in paradiso. Dunque quello deve essere il paradiso. 

Quindi chi entra nella chiesa Mater Admirabilis ha la convinzione di aver visto un bell’affresco del paradiso con una miriade di santi.
Eppure basterebbe fermarsi qualche minuto in più per cogliere alcune perplessità. Infatti osservando attentamente le figure, ci si accorge che alcune portano l'aureola e altre no. E che ci fanno quest'ultime in un affresco del paradiso? Quella che sembrava una certezza, diventa una domanda interessante.
Il pittore, tal Giovanni Lerario, frate francescano, voleva davvero dipingere il paradiso?

E se questo non è il paradiso, allora che cosa stiamo guardando? Quale storia vuole raccontare questo immenso collage di santi, papi, artisti e uomini di cultura che da quasi sessant'anni accoglie i visitatori della Mater Admirabilis?
Andiamo a svelare l’arcano mistero.
Abbiamo accennato alla dissonanza delle aureole. 

Tra le figure dipinte da Giovanni Lerario troviamo infatti molti santi canonizzati. Ma accanto a loro compaiono personaggi che santi non lo sono mai stati e forse non lo saranno mai. Vediamo dipinti Alessandro Manzoni, a Leone XIII, a Clemente XIV, a Matteo Ricci. Uomini che hanno lasciato un segno profondo nella storia della Chiesa e della cultura, ma che non sono stati proclamati santi.

E la sorpresa non finisce qui.

Quando Lerario completò l'opera, nel 1967, inserì anche persone che la Chiesa non aveva ancora riconosciuto ufficialmente come sante. Alcune lo sarebbero diventate molti anni dopo. Caterina Tekakwitha, ad esempio, verrà canonizzata soltanto nel 2012. Charles de Foucauld nel 2022. Guido Conforti nel 2011. Massimiliano Kolbe, che oggi veneriamo come santo martire, nel 1967 non era ancora neppure beato. Quindi al momento dell’inaugurazione del dipinto, un gran numero delle figure si presentava senza aureola, cioè senza il segno ufficiale della loro canonizzazione

Ma c'è di più.

Nell'affresco compaiono Giovanni XXIII, che all'epoca era morto da pochi anni e non era ancora stato elevato agli onori degli altari, e addirittura Paolo VI, che nel 1967 era ancora vivo e sedeva sulla cattedra di Pietro.

A questo punto la domanda diventa inevitabile.

Se Lerario avesse voluto dipingere il paradiso, come avrebbe potuto sapere quali di queste persone sarebbero state proclamate sante decenni più tardi? E perché inserire figure che ancora oggi non sono state canonizzate?

No, qui c'è qualcosa che non torna.

Più osserviamo l'affresco e più una certezza si fa strada: Giovanni Lerario non sta cercando di mostrarci il paradiso.

Sta raccontando qualcos'altro.

E per capirlo dobbiamo seguire tre indizi che il pittore ha disseminato davanti ai nostri occhi.

 

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Don Franco Mastrolonardo

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