Capitolo quinto
Una sfida permanente
103. Ho scelto di ricordare questa bimillenaria storia di attenzione ecclesiale verso i poveri e con i poveri per mostrare che essa è parte essenziale dell’ininterrotto cammino della Chiesa. La cura dei poveri fa parte della grande Tradizione della Chiesa, come un faro di luce che, dal Vangelo in poi, ha illuminato i cuori e i passi dei cristiani di ogni tempo. Pertanto, dobbiamo sentire l’urgenza di invitare tutti a immettersi in questo fiume di luce e di vita che proviene dal riconoscimento di Cristo nel volto dei bisognosi e dei sofferenti. L’amore per i poveri è un elemento essenziale della storia di Dio con noi e, dal cuore stesso della Chiesa, prorompe come un continuo appello ai cuori dei credenti, sia delle comunità che dei singoli fedeli. In quanto è Corpo di Cristo, la Chiesa sente come propria “carne” la vita dei poveri, i quali sono parte privilegiata del popolo in cammino. Per questo l’amore a coloro che sono poveri – in qualunque forma si manifesti tale povertà – è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio. Infatti, ogni rinnovamento ecclesiale ha sempre avuto fra le sue priorità questa attenzione preferenziale ai poveri, che si differenzia, sia nelle motivazioni sia nello stile, dall’attività di qualunque altra organizzazione umanitaria.
104. Il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una “questione familiare”. Sono “dei nostri”. Il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o a un ufficio della Chiesa. Come insegna la Conferenza di Aparecida, «ci viene chiesto di dedicare tempo ai poveri, di dare loro un’attenzione amorevole, di ascoltarli con interesse, di accompagnarli nei momenti difficili, scegliendoli per condividere ore, settimane o anni della nostra vita, e cercando, a partire da loro, la trasformazione della loro situazione. Non possiamo dimenticare che Gesù stesso lo ha proposto con il suo modo di agire e con le sue parole». Di nuovo il buon samaritano
105. La cultura dominante dell’inizio di questo millennio spinge ad abbandonare i poveri al loro destino, a non considerarli degni di attenzione e tanto meno di apprezzamento. Nell’Enciclica Fratelli tutti Papa Francesco ci ha invitato a riflettere sulla parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37), proprio per approfondire questo punto. Nella parabola, infatti, vediamo che, di fronte a quell’uomo ferito e abbandonato lungo la strada, quelli che passano hanno atteggiamenti diversi. Soltanto il buon samaritano se ne prende cura. Allora torna la domanda che interpella ciascuno in prima persona: «Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli? Dobbiamo riconoscere la tentazione che ci circonda di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli. Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente».
106. E ci fa tanto bene scoprire che quella scena del buon samaritano si ripete anche oggi. Ricordiamo una situazione dei nostri giorni: «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani! O si può forse intendere la santità prescindendo da questo riconoscimento vivo della dignità di ogni essere umano?». Cosa fece il buon samaritano?
107. La domanda diventa urgente perché ci aiuta a renderci conto di una grave mancanza nelle nostre società e anche nelle nostre comunità cristiane. Il fatto è che tante forme d’indifferenza che troviamo oggi «sono segni di uno stile di vita generalizzato, che si manifesta in vari modi, forse più sottili. Inoltre, poiché tutti siamo molto concentrati sulle nostre necessità, vedere qualcuno che soffre ci dà fastidio, ci disturba, perché non vogliamo perdere tempo per colpa dei problemi altrui. Questi sono sintomi di una società malata, perché mira a costruirsi voltando le spalle al dolore. Meglio non cadere in questa miseria. Guardiamo il modello del buon samaritano». Le parole finali della parabola evangelica – «Va’ e anche tu fa’ così» ( Lc 10,37) – sono un comando che un cristiano deve sentire risuonare ogni giorno nel suo cuore.
Una sfida ineludibile per la Chiesa di oggi
108. In un tempo particolarmente difficile per la Chiesa di Roma, quando le istituzioni imperiali stavano crollando sotto la pressione dei barbari, il Papa San Gregorio Magno ammoniva così i suoi fedeli: «Ogni giorno possiamo trovare Lazzaro, se lo cerchiamo, e ogni giorno ci imbattiamo in lui, anche senza metterci a cercarlo. I poveri si presentano a noi anche in modo importuno e ci rivolgono delle richieste, essi che un giorno potranno intercedere per noi. [...] Non sciupate dunque le occasioni di agire con misericordia e non trascurate di ricorrere ai rimedi di cui potete disporre». Coraggiosamente egli sfidava i diffusi pregiudizi nei confronti dei poveri, come quello che li vedeva come responsabili della propria stessa miseria: «Quando vedete dei poveri compiere qualche azione da biasimare, non abbiate disprezzo o sfiducia nei loro confronti, perché il fuoco della povertà sta forse purificando ciò che essi compiono contraendo delle colpe anche se lievissime». Non di rado il benessere rende ciechi, al punto che pensiamo che la nostra felicità possa realizzarsi soltanto se riusciamo a fare a meno degli altri. In questo, i poveri possono essere per noi come dei maestri silenziosi, riportando a una giusta umiltà il nostro orgoglio e la nostra arroganza.
109. Se è vero che i poveri vengono sostenuti da chi ha mezzi economici, si può affermare con certezza anche l’inverso. È questa una sorprendente esperienza attestata dalla tradizione cristiana e che diventa una vera e propria svolta nella nostra vita personale, quando ci accorgiamo che sono proprio i poveri a evangelizzarci. In che modo? Nel silenzio della loro condizione, essi ci pongono di fronte alla nostra debolezza. L’anziano, ad esempio, con la fragilità del suo corpo, ci ricorda la nostra vulnerabilità, anche se cerchiamo di nasconderla dietro il benessere o l’apparenza. Inoltre, i poveri ci fanno riflettere sull’inconsistenza di quell’orgoglio aggressivo con cui spesso affrontiamo le difficoltà della vita. In sostanza, essi rivelano la nostra precarietà e la vacuità di una vita apparentemente protetta e sicura. A questo proposito, ascoltiamo di nuovo San Gregorio Magno: «Nessuno dunque si senta sicuro dicendo: io non derubo gli altri, perché mi limito a far uso dei beni a me concessi secondo giustizia. Il ricco epulone infatti non fu punito perché volle per sé i beni altrui, ma per aver trascurato sé stesso dopo aver ricevuto tante ricchezze. La sua condanna all’inferno fu determinata dal fatto che nella felicità egli non conservò il sentimento del timore, divenne arrogante per i doni ricevuti, non ebbe alcun sentimento di compassione».
110. Per noi cristiani, la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede. L’opzione preferenziale per i poveri, ossia l’amore della Chiesa verso di loro, come insegnava San Giovanni Paolo II, «è determinante e appartiene alla sua costante tradizione, la spinge a rivolgersi al mondo nel quale, nonostante il progresso tecnico-economico, la povertà minaccia di assumere forme gigantesche». La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo. Infatti, non è sufficiente limitarsi a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata. «Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà del Signore. E questo non è facile».
111. Il cuore della Chiesa, per sua stessa natura, è solidale con coloro che sono poveri, esclusi ed emarginati, con quanti sono considerati uno “scarto” della società. I poveri sono nel centro stesso della Chiesa, perché è dalla «fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, [che] deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati delle società». Si trova nel cuore di ognuno dei fedeli «l’esigenza di ascoltare quel grido [che] deriva dalla stessa opera liberatrice della grazia in ciascuno di noi, per cui non si tratta di una missione riservata solo ad alcuni».
112. Talvolta si riscontra in alcuni movimenti o gruppi cristiani la carenza o addirittura l’assenza dell’impegno per il bene comune della società e, in particolare, per la difesa e la promozione dei più deboli e svantaggiati. A tale proposito, occorre ricordare che la religione, specialmente quella cristiana, non può essere limitata all’ambito privato, come se i fedeli non dovessero aver a cuore anche problemi che riguardano la società civile e gli avvenimenti che interessano i cittadini.
113. In realtà, «qualsiasi comunità della Chiesa, nella misura in cui pretenda di stare tranquilla senza occuparsi creativamente e cooperare con efficacia affinché i poveri vivano con dignità e per l’inclusione di tutti, correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi. Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti».
114. Non parliamo solo dell’assistenza e del necessario impegno per la giustizia. I credenti debbono rendere conto di un’altra forma di incoerenza nei confronti dei poveri. In verità, «la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale […]. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria». Tuttavia, tale attenzione spirituale ai poveri viene messa in discussione da certi pregiudizi, anche da parte di cristiani, perché ci sentiamo più a nostro agio senza i poveri. C’è chi continua a dire: “Il nostro compito è di pregare e di insegnare la vera dottrina”. Ma, svincolando questo aspetto religioso dalla promozione integrale, aggiungono che solo il governo dovrebbe prendersi cura di loro, oppure che sarebbe meglio lasciarli nella miseria, insegnando loro piuttosto a lavorare. A volte, invece, si assumono criteri pseudoscientifici per dire che la libertà del mercato porterà spontaneamente alla soluzione del problema della povertà. Oppure, persino, si opta per una pastorale delle cosiddette élite, sostenendo che, al posto di perdere tempo con i poveri, è meglio prendersi cura dei ricchi, dei potenti e dei professionisti, cosicché, attraverso di loro, si potranno raggiungere soluzioni più efficaci. È facile cogliere la mondanità che si cela dietro queste opinioni: esse ci portano a guardare la realtà con criteri superficiali e privi di qualsiasi luce soprannaturale, privilegiando frequentazioni che ci rassicurano e ricercando privilegi che ci accomodano.
Ancora oggi, dare
115. È bene spendere un’ultima parola sull’elemosina, che oggi non gode di buona fama, spesso neppure tra i credenti. Non solo essa viene raramente praticata, ma a volte addirittura disprezzata. Da una parte, ribadisco che l’aiuto più importante per una persona povera è aiutarla ad avere un buon lavoro, perché possa guadagnarsi una vita più consona alla sua dignità sviluppando le sue capacità e offrendo il suo sforzo personale. Il fatto è che «la mancanza di lavoro è molto più del venire meno di una sorgente di reddito per poter vivere. Il lavoro è anche questo, ma è molto, molto di più. Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti soltanto lavorando. La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre visto il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori». Dall’altra parte, se non c’è ancora questa possibilità concreta, non dobbiamo correre il rischio di lasciare una persona abbandonata alla sua sorte, senza quello che è indispensabile per vivere degnamente. E quindi l’elemosina rimane un momento necessario di contatto, di incontro e di immedesimazione nella condizione altrui.
116. È evidente, per chi ama davvero, che l’elemosina non scarica dalle proprie responsabilità le autorità competenti, né elimina l’impegno organizzativo delle istituzioni, e nemmeno sostituisce la legittima lotta per la giustizia. Essa però invita almeno a fermarsi e a guardare in faccia la persona povera, a toccarla e a condividere con lei qualcosa del proprio. In ogni caso, l’elemosina, anche se piccola, infonde pietas in una vita sociale in cui tutti si preoccupano del proprio interesse personale. Dice il Libro dei Proverbi: «Chi è generoso sarà benedetto, perché egli dona del suo pane al povero» (Pr 22,9).
117. Sia l’Antico che il Nuovo Testamento contengono veri e propri inni all’elemosina: «Tuttavia sii paziente con il misero, e non fargli attendere troppo a lungo l’elemosina. […] Riponi l’elemosina nei tuoi scrigni ed essa ti libererà da ogni male» (Sir 29,8.12). E Gesù riprende questo insegnamento: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli» (Lc 12,33).
118. Si attribuiva a San Giovanni Crisostomo questa esortazione: «L’elemosina è l’ala della preghiera. Se non aggiungi un’ala alla tua preghiera, a malapena potrà volare». E San Gregorio di Nazianzo concludeva una sua celebre orazione con queste parole: «Se dunque mi date retta, o servi di Cristo, fratelli e coeredi, finché è il momento visitiamo Cristo, curiamo Cristo, sfamiamo Cristo, vestiamo Cristo, accogliamo Cristo, onoriamo Cristo: non solo con una mensa, come certuni, non solo con degli unguenti, come Maria; non solo con un sepolcro, come Giuseppe d’Arimatea; non solo con quei riti che riguardano la sepoltura, come Nicodemo, che amava Cristo solo a metà; non solo con oro, incenso e mirra, come i Magi; ma poiché il Signore misericordia vuole e non sacrificio […] questa offriamogli nei poveri, affinché quando ce ne andremo di quaggiù, ci accolgano nei templi eterni».
119. L’amore e le convinzioni più profonde vanno alimentate, e lo si fa con gesti. Rimanere nel mondo delle idee e delle discussioni, senza gesti personali, frequenti e sentiti, sarà la rovina dei nostri sogni più preziosi. Per questa semplice ragione come cristiani non rinunciamo all’elemosina. Un gesto che si può fare in diverse maniere, e che possiamo tentare di fare nel modo più efficace, ma dobbiamo farlo. E sempre sarà meglio fare qualcosa che non fare niente. In ogni caso ci toccherà il cuore. Non sarà la soluzione alla povertà nel mondo, che va cercata con intelligenza, tenacia, impegno sociale. Ma noi abbiamo bisogno di esercitarci nell’elemosina per toccare la carne sofferente dei poveri.
120. L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno.
121. Sia attraverso il vostro lavoro, sia attraverso il vostro impegno per cambiare le strutture sociali ingiuste, sia attraverso quel gesto di aiuto semplice, molto personale e ravvicinato, sarà possibile per quel povero sentire che le parole di Gesù sono per lui: «Io ti ho amato» (Ap 3,9).
Dato a Roma, presso San Pietro, il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, dell’anno 2025, primo del mio Pontificato.
LEONE PP. XIV
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Ambra Arduini
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La Dilexi Te: combattere la povertà per vivere da veri cristiani. Aiutare il bisognoso è un'esperienza spirituale prima ancora che umana
Andrea Riccardi
Gli anni pastorali sono iniziati e si approntano i programmi nelle diocesi. Non sono nessuno per dare un parere, ma sento la stanchezza delle solite parole.
Per vivere quest'anno, partirei dal documento fresco ed evangelico regalatoci da papa Leone, Dilexi te, nella direzione de "l'amore verso i poveri": «Il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci».
Così il Papa indirizza i cristiani, le comunità, le parrocchie, le Chiese locali, nella storia e non nell'autoreferenzialità dei propri circuiti. È qualcosa di cui non pochi cristiani sono stanchi: la stanchezza non porta alla protesta, ma a farsi da parte in silenzio. Bisogna riaccendere i fari dei grandi ideali evangelici, annebbiati o spenti per il tempo duro che stiamo vivendo, come papa Francesco aveva detto nella Fratelli tutti. Di questo hanno bisogno quanti sono nelle nostre comunità, ma soprattutto quelli che cercano (e sono tanti, e che cosa gli si offre?).
Tanti, prosegue Leone, sono dominati «dall'illusione della felicità che deriva da una vita agiata». Per questo siamo poco felici, perché c'è più gioia nel dare che nel ricevere, insegna Gesù. Dilexi te chiama ad ascoltare i poveri, perché Dio ha scelto i poveri. In loro s'incontra Gesù. Pure in chi appare strano. San Giovanni Crisostomo insegnava che Gesù vive nei poveri e parla attraverso loro. Parlava della presenza di Gesù in loro come nell'Eucarestia.
Per questo amare i poveri (e aiutarli) è un'esperienza umana, ma anche spirituale. Olivier Clèment, grande e umile teologo francese, parlava del Sacramento dell'altare e di quello dei poveri.
Leone XIV scrive: «Non è possibile dimenticare i poveri se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa». Questo richiede di rivedere le istituzioni ecclesiali al servizio dei poveri, perché non siano manageriali o delle Ong, ma abbiano al centro il rapporto con il povero.
C'è una revisione personale da operare: possiamo vivere da cristiani lontano dai poveri? «Non si può amare Dio senza estendere il proprio amore ai poveri», dice il Papa. Ci portano a incontrare Dio. Il contatto con loro aiuta a ridimensionare il vittimismo così diffuso.
Se si amano i poveri, si vuol cambiare la loro situazione e quell'economia "che uccide", anche se «la cultura dominante spinge ad abbandonare i poveri al loro destino». Leone invita al rapporto con i poveri in questo modo: «Sono una questione familiare. Sono dei "nostri"». Divengono amici personali, come parenti.
Stare con i poveri non è un'attività, ma essere loro compagni, cercando di cambiare la loro situazione. Questa è l`umile e grande proposta di Leone, fresca come il Vangelo. Dilexi te non può essere riposta nella libreria, per continuare a fare le cose di sempre. Nel 2013, venne Francesco e, con l'Evangelii gaudium, propose la conversione pastorale della Chiesa. Fu apprezzato. Molti dissero però che era complicata. Si rinviò ad attuarla e il tempo è passato. Ora è venuto Leone, con la Dilexi te, proposta diretta ed evangelica, semplice ma decisiva. È una grande occasione da non perdere.