Dilexi Te. Capitolo 1



Capitolo primo
Alcune parole indispensabili

4. I discepoli di Gesù criticarono la donna che aveva versato sul suo capo un olio profumato molto prezioso: «Perché questo spreco? – dicevano – Si poteva venderlo per molto denaro e darlo ai poveri!». Ma il Signore disse loro: «I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» (Mt 26,8-9.11). Quella donna aveva compreso che Gesù era il Messia umile e sofferente su cui riversare il suo amore: che consolazione quell’unguento sul capo che da lì a qualche giorno sarebbe stato tormentato dalle spine! Era un piccolo gesto, certo, ma chi soffre sa quanto sia grande anche un piccolo gesto di affetto e quanto sollievo possa recare. Gesù lo comprende e ne sancisce la perennità: «Dovunque sarà annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto» (Mt 26,13). La semplicità di quel gesto rivela qualcosa di grande. Nessun gesto di affetto, neanche il più piccolo, sarà dimenticato, specialmente se rivolto a chi è nel dolore, nella solitudine, nel bisogno, com’era il Signore in quell’ora.

5. Ed è proprio in tale prospettiva che l’affetto per il Signore si unisce a quello per i poveri. Quel Gesù che dice: «I poveri li avete sempre con voi» (Mt26,11) esprime il medesimo significato quando promette ai discepoli: «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20). E nello stesso tempo ci tornano alla mente quelle parole del Signore: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci.

San Francesco

6. Papa Francesco, ricordando la scelta del proprio nome, ha raccontato che, dopo la sua elezione, un Cardinale amico lo abbracciò, lo baciò e gli disse: «Non dimenticarti dei poveri!». [4] Si tratta della stessa raccomandazione fatta a San Paolo dalle autorità della Chiesa quando salì a Gerusalemme per verificare la propria missione (cfr Gal 2,1-10). A distanza di anni, l’Apostolo può affermare: «È quello che mi sono preoccupato di fare» ( Gal 2,10). Ed è stata anche la scelta di San Francesco d’Assisi: nel lebbroso fu Cristo stesso ad abbracciarlo, cambiandogli la vita. La figura luminosa del Poverello non cesserà mai di ispirarci.

7. Fu lui, otto secoli fa, a provocare una rinascita evangelica nei cristiani e nella società del suo tempo. Dapprima ricco e baldanzoso, il giovane Francesco rinacque dall’impatto con la realtà di chi è espulso dalla convivenza. La spinta da lui impressa non cessa di muovere gli animi dei credenti e di tanti non credenti e «ha cambiato la storia». [5] Lo stesso Concilio Vaticano II, come afferma  San Paolo VI, si trova su questa via: «L’antica storia del buon samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio». Sono convinto che la scelta prioritaria per i poveri genera un rinnovamento straordinario sia nella Chiesa che nella società, quando siamo capaci di liberarci dall’autoreferenzialità e riusciamo ad ascoltare il loro grido.

Il grido dei poveri

8. A tale riguardo c’è un testo della Sacra Scrittura dal quale occorre sempre ripartire. Si tratta della rivelazione di Dio a Mosè presso il roveto ardente: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo […] Perciò va’! Io ti mando» ( Es 3,7-8.10). Dio si mostra sollecito verso le necessità dei poveri: «Gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un salvatore» ( Gdc 3,15). Perciò, ascoltando il grido del povero, siamo chiamati a immedesimarci col cuore di Dio, che è premuroso verso le necessità dei suoi figli e specialmente dei più bisognosi. Rimanendo invece indifferenti a quel grido, il povero griderebbe al Signore contro di noi e un peccato sarebbe su di noi (cfr Dt 15,9) e ci allontaneremmo dal cuore stesso di Dio.

9. La condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa. Sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo. Allo stesso tempo, dovremmo parlare forse più correttamente dei numerosi volti dei poveri e della povertà, poiché si tratta di un fenomeno variegato; infatti, esistono molte forme di povertà: quella di chi non ha mezzi di sostentamento materiale, la povertà di chi è emarginato socialmente e non ha strumenti per dare voce alla propria dignità e alle proprie capacità, la povertà morale e spirituale, la povertà culturale, quella di chi si trova in una condizione di debolezza o fragilità personale o sociale, la povertà di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà.

10. In questo senso, si può dire che l’impegno a favore dei poveri e per rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà, pur essendo diventato importante negli ultimi decenni, rimane sempre insufficiente; anche perché le società in cui viviamo spesso privilegiano criteri di orientamento dell’esistenza e della politica segnati da numerose disuguaglianze e, perciò, a vecchie povertà di cui abbiamo preso coscienza e che si tenta di contrastare, se ne aggiungono di nuove, talvolta più sottili e pericolose. Da questo punto di vista, è da salutare con favore il fatto che le Nazioni Unite abbiano posto la sconfitta della povertà come uno degli obiettivi del Millennio.

11. All’impegno concreto per i poveri occorre anche associare una trasformazione di mentalità che possa incidere a livello culturale. Infatti, l’illusione di una felicità che deriva da una vita agiata spinge molte persone verso una visione dell’esistenza imperniata sull’accumulo della ricchezza e sul successo sociale a tutti i costi, da conseguire anche a scapito degli altri e profittando di ideali sociali e sistemi politico-economici ingiusti, che favoriscono i più forti. Così, in un mondo dove sempre più numerosi sono i poveri, paradossalmente vediamo anche crescere alcune élite di ricchi, che vivono nella bolla di condizioni molto confortevoli e lussuose, quasi in un altro mondo rispetto alla gente comune. Ciò significa che ancora persiste – a volte ben mascherata – una cultura che scarta gli altri senza neanche accorgersene e tollera con indifferenza che milioni di persone muoiano di fame o sopravvivano in condizioni indegne dell’essere umano. Qualche anno fa, la foto di un bambino riverso senza vita su una spiaggia del Mediterraneo provocò grande sconcerto; purtroppo, a parte una qualche momentanea emozione, fatti simili stanno diventando sempre più irrilevanti come notizie marginali.

12. Sulla povertà non dobbiamo abbassare la guardia. In particolare ci preoccupano le gravi condizioni in cui versano moltissime persone a causa della mancanza di cibo e di acqua. Ogni giorno muoiono migliaia di persone per cause legate alla malnutrizione. Anche nei Paesi ricchi le cifre relative al numero dei poveri non sono meno preoccupanti. In Europa sono sempre di più le famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese. In generale si nota che sono aumentate le diverse manifestazioni della povertà. Essa non si configura più come un’unica condizione omogenea, bensì si declina in molteplici forme di depauperamento economico e sociale, riflettendo il fenomeno delle crescenti disuguaglianze anche in contesti generalmente benestanti. Ricordiamo che «doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti. Tuttavia, anche tra di loro troviamo continuamente i più ammirevoli gesti di quotidiano eroismo nella difesa e nella cura della fragilità delle loro famiglie». Sebbene in alcuni Paesi si osservino importanti cambiamenti, «l’organizzazione delle società in tutto il mondo è ancora lontana dal rispecchiare con chiarezza che le donne hanno esattamente la stessa dignità e identici diritti degli uomini. A parole si affermano certe cose, ma le decisioni e la realtà gridano un altro messaggio», soprattutto se pensiamo alle donne più povere.

Pregiudizi ideologici

13. Al di là dei dati – che a volte vengono “interpretati” in modo tale da convincere che la situazione dei poveri non sia così grave –, la realtà generale è abbastanza chiara: «Ci sono regole economiche che sono risultate efficaci per la crescita, ma non altrettanto per lo sviluppo umano integrale. È aumentata la ricchezza, ma senza equità, e così ciò che accade è che nascono nuove povertà. Quando si dice che il mondo moderno ha ridotto la povertà, lo si fa misurandola con criteri di altre epoche non paragonabili con la realtà attuale. Infatti, in altri tempi, per esempio, non avere accesso all’energia elettrica non era considerato un segno di povertà e non era motivo di grave disagio. La povertà si analizza e si intende sempre nel contesto delle possibilità reali di un momento storico concreto». Tuttavia, al di là delle situazioni specifiche e contestuali, in un documento della Comunità Europea, nel 1984, si affermava che «per persone povere s’intendono: i singoli individui, le famiglie e i gruppi di persone le cui risorse (materiali, culturali e sociali) sono così scarse da escluderli dal tenore di vita minimo accettabile nello Stato membro in cui vivono». Ma se riconosciamo che tutti gli esseri umani hanno la stessa dignità, indipendentemente dal luogo di nascita, non si devono ignorare le grandi differenze che esistono tra i Paesi e le regioni.

14. I poveri non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Eppure, c’è ancora qualcuno che osa affermarlo, mostrando cecità e crudeltà. Ovviamente, tra i poveri c’è pure chi non vuole lavorare, magari perché i suoi antenati, che hanno lavorato tutta la vita, sono morti poveri. Ma ce ne sono tanti – uomini e donne – che comunque lavorano dalla mattina alla sera, forse raccogliendo cartoni o facendo altre attività del genere, pur sapendo che questo sforzo servirà solo a sopravvivere e mai a migliorare veramente la loro vita. Non possiamo dire che la maggior parte dei poveri lo sono perché non hanno acquistato dei “meriti”, secondo quella falsa visione della meritocrazia dove sembra che abbiano meriti solo quelli che hanno avuto successo nella vita.

15. Anche i cristiani, in tante occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti. Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico.

Recita
Ambra Arduini

Musica di sottofondo
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Un teologo africano legge l’esortazione apostolica di Leone XIV  attraverso il “totus tuus Christus” di sant’Agostino 
di Stan Chu Ilo

Le parole «Ti ho amato» (Apostoli, 3, 9) costituiscono sia il titolo sia il centro della prima esortazione apostolica di Papa Leone XIV, Dilexi te (2025). La frase è la dichiarazione fatta da Cristo stesso a una comunità fragile con poco potere o influenza, alla quale viene tuttavia ricordato l’«inesauribile mistero» dell’amore di Dio che eleva gli umili e i poveri. Letto insieme all’ultima enciclica di Papa Francesco, Dilexit nos (Ci ha amati), i due titoli diventano un unico dittico teologico. Dilexit nos contempla l’amore rivelato nel Cuore di Gesù, Dilexi te estende quell’amore verso l’esterno: ai poveri, ai sofferenti, nelle periferie, le ferite viventi dell’umanità. Nel passaggio da Ci ha amati a Ti ho amato tracciamo una linea ininterrotta tra Francesco e Leone: discepolato radicato nell’amore divino, svolto come responsabilità sociale ed ecclesiale concreta.

Papa Leone rende esplicita questa continuità: «sono felice di farlo mio [questo progetto] — aggiungendo alcune riflessioni — e di proporlo ancora all’inizio del mio pontificato, condividendo il desiderio dell’amato Predecessore che tutti i cristiani possano percepire il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri» (Dilexi te, n. 3). Scegliere l’amore dei poveri all’inizio di un pontificato non è un contrassegno strategico di compassione; è un orientamento spirituale. Ci dice da che parte sta il Papa e dove spera di guidare la Chiesa: verso le periferie, dove Cristo sta già aspettando.

La lente di Agostino: Cristo tutto intero
La presente riflessione teologica legge i cinque capitoli di Dilexi te attraverso la teologia agostiniana del Totus Christus, Cristo tutto intero, Capo e Corpo. «Stupite, gioite: siamo diventati Cristo! Se Cristo è il capo e noi le membra, l’uomo totale è lui e noi» (In Io. Ev. tr. 21, 8). Partendo da questa unità Agostino sviluppa la sua distinzione tra frui (fruizione) e uti (utilizzo): solo Dio può essere fruito per se stesso; tutte le cose create devono essere utilizzate come mezzo per giungere alla comunione con Dio (cfr. De Doctr. Chr. I, 3–4). Il peccato mette in dis-ordine questo amore — fruendo di ciò che dovrebbe essere usato e usando ciò che dovrebbe essere fruito — costruendo così la “città terrena”, che ama se stessa fino al disprezzo di Dio, in contrasto con la “città di Dio”, che ama Dio fino al disprezzo di sé (cfr. De Civ. Dei XIV, 28).

Papa Leone ritrova esplicitamente questa grammatica agostiniana dell’amore. Citando Agostino (Discorso 86, 5, 12), insegna che i beni temporali non sono di per se stessi male, ma devono essere giustamente ordinati (ordinatio bonorum temporalium) all’amore di Dio e del prossimo (Dilexi te, n. 45). Ricchezza, proprietà e lavoro servono la comunione, non la dominazione. Scissi dall’amore, questi beni diventano strumenti di ingiustizia; ordinati alla carità diventano mezzi di grazia e di partecipazione alla provvidenza. «Il pane dato ai poveri diventa il pane di vita; l’ospitalità offerta allo straniero diventa una dimora nella casa del Padre; l’attenzione dimostrata ai malati e ai carcerati diventa la guarigione e la libertà del Regno» (cfr. n. 45). Qui la gestione cristiana diventa eucaristica: il mondo stesso — il lavoro, la proprietà, la politica, la scienza — può essere orientato verso l’altare dell’amore.

Dall’astrazione all’incarnazione

Dilexi te è un tentativo continuo di riparare la frattura tra principi teologici e realtà storiche. Papa Leone propone un’ermeneutica strutturale e teologica della povertà, un’ermeneutica che discerne con gli occhi della fede come l’amore divino opera nelle fratture della storia (nn. 10-15; 27; 81; 90-97). Pone domande indagatrici: Che cosa significa la povertà nel nostro tempo? Perché le persone sono povere? Le istituzioni come producono povertà (nn. 92, 94, 106, 108, 114)? I nostri programmi dove oggettificano senza volerlo i poveri (n. 14)? Il Papa sposta l’insegnamento sociale dall’astrazione all’incarnazione, basandolo su scrittura e tradizione, testimonianza di santi e intuizioni delle scienze sociali. Agostino lo definirebbe imparare a «utilizzare il mondo senza essere usato dal mondo» (uti mundo, non frui mundo), di modo che tutte le cose diventino cammini verso l’amore.

Ciò che emerge è un movimento dal discernimento critico di questa ora storica — con le sue ostinate strutture sociali che perpetuano l’ingiustizia e con strutture ecclesiali che ostacolano il rinnovamento — verso un risveglio profetico della missione della Chiesa per i poveri come centro stesso del discepolato. Leone chiama tutta la Chiesa a riscoprire il Totus Christus in azione: il Capo che ama e il Corpo che impara ad amare come lui ama, specialmente nei poveri che sono a sua immagine (nn. 23-26). Così Dilexi te non è solo un documento sociale; è anche una mappa mistica-morale.

«Alcune parole indispensabili»: amore che vede
Papa Leone parte da una donna che unge Gesù con un olio costoso. Fraintesa dai discepoli, diventa un’icona dell’amore giustamente ordinato. Lei si rallegra nel Signore, non nel profumo, non nel costo. È un gesto per dimostrare amore puro ordinato a Dio. Papa Leone ne trae la conseguenza: «chi soffre sa quanto sia grande anche un piccolo gesto di affetto» (n. 4). Per il Papa, l’amore del Signore e l’amore dei poveri sono una cosa sola (n. 5). Nei poveri, Cristo continua a dire, «io sono con voi sempre». Agostino chiamava questo Totus Christus: il Capo che agisce attraverso il Suo Corpo; Cristo che ama Cristo nelle Sue membra.

«Una Chiesa per i poveri»: il Corpo che serve
La frase “Chiesa dei poveri” è stata forgiata nella testimonianza, non nella teoria. Durante il Vaticano II, nelle catacombe di Roma, con il Patto delle Catacombe, i vescovi promisero semplicità e vicinanza pastorale ai poveri. Questa identità deve assumere una forma istituzionale e pastorale. «In una Chiesa che riconosce nei poveri il volto di Cristo e nei beni lo strumento della carità, il pensiero agostiniano rimane una luce sicura» (n. 47). L’amore giustamente ordinato esige forme concrete: bilanci, ministeri, formazione, guida e strutture ecclesiali che mettano al centro i poveri. Sono nostri «fratelli e sorelle le cui ferite chiedono a gran voce di essere guarite e i cui doni sono indispensabili per il rinnovamento delle nostre comunità» (cfr. n. 76). Quando Papa Leone ricorda san Lorenzo che indica i poveri come «i tesori della Chiesa», il realismo di Agostino non è lontano: «Date pane ai poveri, ma date loro anche amore; perché se date pane e non date amore, non avrete dato nulla» (cfr. Discorso 389). La carità qui non è filantropia; è giustizia ripristinata. Ogni atto di cura è comunione sacramentale, Cristo che tocca Cristo.

Un amore che ri-ordina il mondo
Papa Leone situa questa teologia negli ultimi 150 anni di dottrina sociale cattolica: un’unica tradizione di amore reso sociale. Affronta strutture di peccato, debito ecologico e “cultura dello scarto” (nn. 91-97). Agostino ci aiuta a dare un nome a ciò che è in gioco: le due città si distinguono per i loro amori. La disuguaglianza moderna non è solo un fallimento delle politiche; è anche un dis-ordine dell’amore. Quando a organizzare la società è l’amore di sé — quando il consumo, la sicurezza o il profitto vengono considerati beni supremi — le istituzioni inevitabilmente saccheggiano nel nome della pace. La critica mossa da Papa Leone alle economie che scartano i deboli (nn. 94, 96) e alle democrazie che mettono a tacere i poveri (n. 81) è un giudizio agostiniano su un ordo amoris fuorviato.

Inversamente, la Città di Dio è costruita sull’amore giustamente ordinato, in cui i beni temporali sono usati per servire la comunione e ci si rallegra solo in Dio. Pertanto, l’invito di Papa Leone a «cambiare le strutture» (nn. 98-104) non è un’intrusione della politica nella religione; è la Chiesa che partecipa all’opera di Dio di ordinare la creazione all’amore. Anche l’elemosina deve essere purificata: non è transazione ma trasformazione (nn. 115-121). «Se date pane ai poveri ma non li amate, non avrete dato nulla», dice Agostino; Papa Leone concorda, insistendo sul fatto che l’elemosina autentica «deve toccare tanto chi dà quanto chi riceve» (cfr. n. 116). Senza comunione la carità collassa.

Contro il materialismo moralizzato: un’inversione ermeneutica
C’è una frase in Dilexi te che dovrebbe essere incisa nella coscienza della Chiesa. Papa Leone mette in guardia contro la «tentazione di moralizzare la povertà e vedere i poveri come artefici della propria sfortuna invece che come portatori di una sofferenza che esige la nostra solidarietà e conversione» (cfr. n. 114). Inveisce contro la società attuale, che talvolta oggettivizza i poveri come “meritevoli” della loro sorte (nn. 11 e 14), e quindi è a suo agio con l’idea di “eliminare” i poveri per “ripulire” la società, come constatiamo nel modo in cui vengono trattati gli immigrati e i senzatetto in molti Paesi, compresi gli Stati Uniti. Questa diagnosi concisa indica una delle ferite più profonde della civiltà moderna e uno dei peccati più persistenti delle società contemporanee: il confondere la condizione economica con il valore morale. Quando la gente giudica i poveri invece di amarli, ribalta il Vangelo.

Agostino ha denunciato questa distorsione quindici secoli fa. «Dio non ricompensa la povertà stessa, né condanna la ricchezza di per se, bensì la pietà nell’una e l’empietà nell’altra” (cfr. Ep. 179, 24). «Guarda a ciò di cui è pieno il tuo cuore, non a ciò di cui è vuoto il tuo salvadanaio» (cfr. Discorso 60, 8). Per Agostino, come per Papa Leone, dare la colpa ai poveri significa fraintendere la grazia. Papa Leone sta chiedendo un’inversione ermeneutica, una conversione della percezione. Quel che il mondo disprezza, il Vangelo benedice; quel che il mondo teme, Dio abbraccia. Dobbiamo passare dall’incolpare i poveri all’imparare da loro, dalla fredda efficienza dell’aiuto alla calorosa reciprocità della comunione; dalla carità come condiscendenza alla giustizia come partecipazione; dalla pietà alla collaborazione; dal sollievo allo smantellamento di strutture che producono miseria; e dal considerare i poveri un peso per la società all’eliminare le cause strutturali della povertà e le barriere alla loro mobilità sociale, di modo che possano essere agenti nella propria storia. Ritorna la luminosa frase di Agostino: «I poveri ti tendono la mano, ma in verità è Cristo che riceve affinché possa donarti in cambio» (cfr. Discorso 389). Incontrare i poveri è incontrare Cristo; amarli è entrare nell’economia eucaristica.

L’Africa, luogo di speranza
Per l’Africa questa continuità tra Francesco e Leone è particolarmente ricca di speranza. Tuttavia, parlando da teologo africano, noto la scarsità di riferimenti all’Africa (al di là della commovente storia del quartiere di Ezbet El Nakhl al Cairo al n. 79). Tuttavia, in questa esortazione appare chiaro che il continente africano, troppo spesso trattato come periferico, ora è vicino al centro del pensiero della Chiesa se prendiamo a cuore l’analisi fatta da Leone delle basi sociali e strutturali della povertà e la pratica della solidarietà. Nei volti di donne e giovani africani che uniscono le loro forze nelle capitali sociali per riscrivere la loro storia, nei canti e nelle preghiere che alimentano il lavoro collaborativo per il risanamento sociale delle resilienti comunità africane basate sulla fede, il cuore del cattolicesimo batte forte. Ascoltando e imparando dalla saggezza delle comunità africane nella loro lotta contro la povertà e l’ingiustizia nel mondo e responsabilizzandole e accompagnandole come partner e non come padroni, la Chiesa universale vedrà il futuro del cattolicesimo: non una fortezza di potere, ma una famiglia di amore; non un bastione di privilegi, ma un ospedale da campo di misericordia; non un rifugio nostalgico, ma un popolo pellegrino che cammina verso il domani; non attraverso un paternalismo basato sui bisogni, ma uno scambio reciproco di doni basato sulle risorse. Tra Ci ha amati e Ti ho amato c’è una Chiesa chiamata alla solidarietà profetica e pragmatica in un tempo kairotico.

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