Maria di Campello. Una biografia
«Dobbiamo stare dentro il nostro tempo, non in quello passato, con intelligenza e passione. Per farlo, dobbiamo cambiare lo sguardo con cui interpretiamo la realtà. Dobbiamo imparare a leggere il presente con gli occhi di domani»
19 aprile, un classico giorno di primavera, decido di uscire dalla città: direzione Umbria, poi vediamo. A Spoleto l’auto mi suggerisce che è il momento di fermarmi; chiedo agli abitanti del posto.. mi indicano un sentiero che porta a Campello sul Clitunno, fiume di modesta portata. Mi fido del consiglio e inizio a camminare, solo col mio zaino, fatto in fretta e furia, quella da cui sto fuggendo. La natura mi stimola pensieri e domande: sull’altro, sul creato, gli animali e la diversità del genere umano. Dopo quasi cinque ore sbuco davanti ad una vecchia struttura. Incuriosito, provo ad entrare. Noto che c’è una cordicella, la tiro e sento suonare una campana all’interno della.. casa? Qualche secondo e mi vengono ad accogliere alcune donne d’azzurro vestite. Mi chiedo chi siano. Il mio ingresso è scandito dal suono delle campane e da abbracci calorosi e sinceri, quasi mi conoscessero da sempre. Mi viene offerto un bicchier d’acqua con un paio di gocce di Sambuca.. non capisco: «Scusate, chi siete?».
«Siediti» – mi dice una di loro – «Ognuno di noi ha bisogno di sostare, nella vita, e questo eremo francescano, fondato da Maria nel 1926, vorrebbe assolvere a questo compito».
Maria chi?
In realtà si chiamava Valeria Paola Pignetti, era nata a Torino il 24 gennaio 1875, prima di tre figli. Già da piccola offrì la vita per il fratello Ugo, mentre lui stava per morire, l’altro invece, Renzo, preoccupava l’intera famiglia: ebbe diversi problemi con la giustizia. È stata la nonna materna, per lei una vera santa, a darle un’educazione religiosa: le leggeva il Vangelo in francese!
Ma come c’è arrivata qua?
Quanta fretta! Lasciala perdere quella, non ti aiuta. Un passo alla volta. Ti dicevo che.. posso darti del tu?
Certo.
Il suo spirito contemplativo non lo ereditò dalla nonna, ma dal padre, che non le trasmise solo la passione per lo studio (si alzava nel cuore della notte per leggere Dante), ma le insegnò perfino a pregare, lui che era agnostico, roba da matti. Pensa, un giorno a Roma, mi pare intorno al 1915, Valeria stava partecipando ad un ritiro di esercizi spirituali, ma non ne voleva sapere di ascoltare prediche: le concessero di restare all’aperto a meditare il secondo canto del Purgatorio.
Forte.. se non ti dispiace vorrei sapere ancora qualcosa di quando era piccola..
Bravo, hai capito che la fretta non ci aiuta. Quando aveva solo quaranta giorni la famiglia si trasferì nella capitale, dove il padre fu costretto ad andare per lavoro, papà che morì quando Valeria aveva appena dieci anni, dopo di che la famiglia tornò a Torino. A venticinque anni, dopo essersi diplomata come maestra di ginnastica e francese, decise di consacrarsi, e l’anno dopo entrò nelle Francescane Missionarie di Maria, di nuovo a Roma. Il 17 novembre 1901, entrando nel noviziato di Grottaferrata, prese il nome di “Maria Pastorella”.
Quando ha pronunciato i voti perpetui? Si chiamano così, vero?
Sì, si chiamano così. Nel 1908 a Firenze, aveva trentatré anni, poi da lì venne trasferita ad Assisi, poi di nuovo a Roma, dove si occupava degli orfani del terremoto di Messina, quindi ancora a Grottaferrata, per dirigere un istituto che “gestiva” ragazze arrivate lì dopo lo stesso terremoto, quello del 1908. A quarantun anni, altra tappa capitolina, diventò superiora della comunità “Regina Pacis”, e nell’ambulanza militare anglo-americana conobbe un prete, Ernesto Buonaiuti, che stava visitando un suo studente ricoverato, Agostino Biamonti. Don Ernesto, sospeso a divinis, nel senso che la Chiesa gli proibì di esercitare il proprio ministero, sarà una delle figure più decisive della sua vita.
Cos’ha mai combinato di così grave?
È stato accusato di modernismo, quel movimento di riforma interna al cattolicesimo che cercava di conciliare la dottrina cristiana con la cultura moderna, la scienza e l’esegesi biblica. Ritenuto eresia da un’enciclica di Pio X, in realtà voleva solo rinnovare il cattolicesimo, incapace di rispondere alle esigenze intellettuali di quell’epoca.
Non mi pare una situazione troppo diversa dall’attuale, nel senso che ci sarebbe bisogno di un rinnovamento anche oggi, non pensi?
Sono d’accordo, sì. Ma torniamo alla “Pastorella”, che a quarantadue anni sente di dover seguire una nuova via. Quel momento sarà così importante che gli darà un nome: “la violetta”. L’anno dopo lo confiderà a don Ernesto, una chiacchierata che chiamerà invece “l’Alba”, nel senso della prima ora della sua vita vera. Ernesto che, nel frattempo, era diventato terziario francescano col nome di Ginepro.
Ma.. ai “piani alti” come hanno accolto questo cambiamento? ..lo hanno accolto?
Sì, papa Benedetto XV ha sposato la sua intuizione, le è stata concessa la dispensa dai voti, permettendole di conservare l’anello della consacrazione. Così ha iniziato il suo pellegrinaggio, insieme a Caterina Cuzzupoli (futura Immacolatella), alla ricerca di un luogo in cui dar vita al suo progetto, sulle orme del Poverello d’Assisi. Questo cammino fisico, diciamo così, è anche e soprattutto un cammino di relazioni: in quegli anni incontra tantissime persone altrettanto decisive per lei.
Ad esempio?
Ad esempio la maestra e femminista lombarda Adelaide Coari, alla quale scrisse un giorno: «Isolate quassù, prive di radio e di giornali, non siamo prese da quell’onda di sentimenti che danno le notizie quotidiane.. La nostra è una partecipazione alla essenza dell’immane travaglio». E con la quale condivide la devozione mariana del Rosario: (P) «Io ho tanta fede in quest’ultima preghiera: il Rosario riposa il cuore – (F) le scrive nel 1934 – , rinnova le forze, aiuta la nostra comunione con i vivi e i defunti».
A Giovanni Vannucci, di cui ti parlerò dopo, scriverà: «Tu sai come ho fede nel rosarietto, e come ogni giorno, se non ho compiuto le quindici poste non mi sento tranquilla [...] Questo piccolo volo di Avemarie verso il cielo è la mia grande consolazione quotidiana».
La predilezione per questa preghiera è stata tale che «All’eremo le decisioni più delicate spesso verranno prese in giorni dedicati a feste mariane». Tornando alle persone decisive della sua vita, furono davvero tante..
Qualche nome?
Il pastore valdese Giovanni Luzzi, l’anglicana Amy Turton, entrata il 25 marzo 1933, giorno in cui Maria celebra i suoi venticinque anni di consacrazione a Dio, Turton che sarà accolta all’eremo col nome di Nonna Amata. Poi don Primo Mazzolari, da lei chiamato Ignazio, il “frumento di Cristo” di Antiochia. Prete che ha incontrato una volta sola, a Firenze, e, nonostante ciò, considera parroco dell’eremo, sebbene non vi sia mai salito! Con lui intratterrà una corrispondenza epistolare lunga vent’anni. Mazzolari a cui non temette in seguito di confessare: «Ignazio, io sono pancristiana. Voi lo sapete, o più esattamente sono panica […] Considero che le diverse Chiese Cristiane o i membri coscienti di queste chiese, sono chiamati a dare un loro contributo allo spirito ecumenico, gettando sale nelle acque malsane o insipide della nostra Cattolicità romana», alla quale comunque desiderava rimanere fedele.
Un’apertura, la sua, gigantesca, che immagino abbia destato un po’ di scalpore..
La fretta, ricorda..
Vaaaa bene.
Ti stavo dicendo della ricerca del luogo adatto: il 21 novembre 1922, giorno della Presentazione della Beata Vergine Maria, le eremite – chiamate Allodole di san Francesco – si stabiliscono vicino a Spoleto, mentre l’anno dopo, il 2 febbraio, questa volta festa della Purificazione di Maria (oggi la chiamiamo Presentazione di Gesù al Tempio o, popolarmente, Candelora), Valeria è a Campello Alto, quando intravede l’antico eremo di Sant’Antonio Abate, proprietà di una famiglia che lo utilizza per seppellire i propri cari. Sarà però il 22 luglio, dedicato all’Apostola apostolorum, la Maddalena, che sente che quello è il luogo giusto. Nella stessa data, ma del 1926, vi si stabiliranno concretamente. Entrate nell’eremo – da questo momento Valeria diventerà Maria di Campello – , arriveranno però anche le prime fatiche: il vescovo di Spoleto proibirà loro di celebrarvi l’Eucaristia..
Motivo?!
Temeva che Maria stesse fondando una nuova religione.
Preoccupazione giustificata?
La fondatrice aveva rapporti strettissimi, anche se in forma epistolare, con diverse figure illustri, per lei la corrispondenza era infatti uno strumento per coltivare quello che chiamava “sacramento della presenza”: «Abbiate il cuore desto quando si leggono lettere, pensate che ogni lettera esprime una vicenda di vita.. Ci incoraggiano a pregare».. «Bisogna dare attenzione, questa attenzione è fraterna. Vorrei che ogni lettera sia ascoltata con riverenza, con riconoscenza per chi ci dà un po’ del suo tempo. Se io potessi pensare che una sola ascolta con indifferenza, mi farebbe male».
Se penso a come noi leggiamo oggi le e-mail..
Come ti stavo dicendo, scriveva a tantissime persone: l’iniziatore della moderna storiografia francescana Paul Sabatier, san Luigi Orione, ma anche al Servo di Maria Giovanni Vannucci, docente di esegesi biblica, la cui visione ecclesiale era però troppo “avanti” per essere compresa, tant’è che, tacciato di eresia, nel 1950 gli fu proibito di insegnare. Così ricordò la sua prima salita all’eremo, nel 1947: «Sorella Maria mi diede il benvenuto con la sua chiara voce; nel suo sguardo c’era la gioia, l’amore, la premura di una madre che riceve il figlio [...] Da allora l’eremo è stato uno dei doni più grandi che il Signore mi ha concesso, la terra dove il sogno e la missione del monachesimo trovano un compimento che aiuta a sperare e a vivere».
Lo stesso anno, Maria gli chiese: «Come si trova Lei nell’atmosfera conventuale? Ha potuto crearsi la Sua vita interiore di solitudine contemplante, nonostante l’ambiente formale attorno? Esiste una fraternità fra i Religiosi? Vi è una sacralità nel culto? [...] In che trova riposo? È amico della divina poesia, della musica, e soprattutto delle stelle?».
Insomma, la sua apertura mentale e spirituale poteva insinuare pensieri di un certo tipo: non era ben visto il suo fitto dialogo col medico, filantropo, teologo e pastore luterano franco-tedesco Albert Schweitzer, suo coetaneo, che tuttavia non incontrerà mai di persona. A lui esprime subito la sua predilezione per un musicista tedesco: «Anche gli altri compositori sono nostri amici, ma per me Bach rappresenta già l’atmosfera celeste», nonché il comune amore per la natura, gli animali e l’umano in tutte le sue forme, che si concretizza nel pellegrino come nel lebbroso. Per non parlare della sua corrispondenza col Mahatma, la “Grande Anima” Gandhi, da lei affettuosamente chiamato Bapu, “padre” in lingua indiana, conosciuto quel 13 dicembre 1931 che Maria commemorerà ogni anno. Corrispondenza speciale perché con lui poteva condividere l’anelito universale, davvero “cattolico”: «dobbiamo aderire alla fede di tutti. Non siamo noi soli in possesso della verità, traverso i libri sacri dei vari popoli può venircene un raggio»; «vera Chiesa non c’è sulla terra, ma la causa del Signore»; «Raccolgo da tutte le Chiese e questo mi sembra cattolicità».
Parole forti, durissime per le nostre orecchie abbastanza “tappate”..
Non è tutto, in un appunto del 1955 Maria mette in parallelo gli undici voti, professati negli Ashram gandhiani (dalla radice sanscrita śram, “sforzarsi” o “disciplina”), e lo stile di vita dell’eremo di Campello, in particolare il primo (“verità”), il quinto (“non possesso, povertà volontaria”), l’ottavo (“eliminazione della paura”) e il nono (“rispetto per tutte le religioni e uguaglianza di fedi”).
Maaaa la Chiesa gerarchica, come si comportava con lei?
Solo a settantasette anni ha ricevuto la benedizione papale di Pio XII. Ad un certo punto l’arcivescovo di Spoleto, riconoscendone l’ortodossia, ha concesso di celebrare l’eucaristia all’eremo, per Maria «un tutto […] un atto cosmico della vita perenne insostituibile». Ma dovettero passare otto anni dalla sua morte per ottenere il permesso di custodire l’eucaristia, a cui, diceva sempre «non vorrei mai ci abituassimo». Maria è rimasta fedele alla Chiesa nonostante tutto.
Ha mai avuto un rapporto diretto col papa?
A Pio XII scrisse nel giugno del ’42: «Sono una vecchia eremita. Vivo con alcune compagne in un antico eremo francescano nel cuore dell’Umbria […] Siamo di diverse regioni d’Italia; più un’inglese, molto avanti negli anni ed inferma, ed un’americana degli Stati Uniti (ora assente). Quindici in tutto. Alcune con studi, altre semplici; e ognuna con la fraternità e la sincerità della sua fede accresce vita alle altre […] Siamo quasi tutte terziarie francescane. Una è terziaria carmelitana, un’altra terziaria domenicana. L’inglese, donna santa e di nobile famiglia, anglicana di nascita, ha lo spirito più cattolico ch’io conosca […] L’altra sorella, l’americana, appartiene alla Chiesa episcopale, cui è riverente e affezionata. Ma lei pure è cattolica nello spirito […] Per me la fraternità riverente verso le Chiese cristiane, verso i fratelli separati, verso ogni esperienza religiosa sincera, se pur diversa dalla nostra, è mandato inflessibile ed è anche luce sul cammino..».
Che bello..
Guarda, in un periodo di dure censure, non ha mai rinnegato le sue frequentazioni, né la sua fede nella Chiesa, intesa però come “comunione di chiunque crede, spera, ama”, assecondando sempre la sua libertà di coscienza. «Io sono riconoscente e in venerazione per la Chiesa della mia nascita e della mia famiglia, ma la Chiesa del mio cuore è l’invisibile Chiesa che sale alle stelle, che non è divisa da diversità di razze o di culti, ma è formata da tutti i cercatori sinceri nella verità».. «Io sono creatura selvatica e libera in Cristo, e voglio con Lui, con te, con voi, con ogni fratello cercatore di Dio, camminare per i sentieri della verità e portare la mia testimonianza alla verità fino all’estremo». «Io non ho scelto una religione. La mia religione è la comunione con chi amo e con chi soffre [...] La mia fede è nel potere unico dell’affetto».
Insomma, per lei niente era profano, perché Gesù ha sacralizzato tutto. La stessa parola, il silenzio, l’amicizia, ogni nuovo giorno della vita, «Curare un albero, un filo d’erba» o le sofferenze degli altri le erano sempre «presenti e sacre», perché «un qualsiasi atto di fraternità è Sacrum facere», anzi, diceva addirittura che occorre «penetrare la sacralità dell’inferno», per «vivere i nostri morti!».
Da quello che dici, mi sembra però che nonostante, o forse proprio grazie alla sua apertura spirituale, Gesù fosse al centro della sua vita..
È proprio così, il suo cristocentrismo, per dirla con un parolone teologico, fu davvero incredibile: «Il mio dialogo con il Maestro è ininterrotto […] Le altre hanno una Madre, un direttore, che le istruisce sulla volontà di Dio. Io ho Gesù; e Gesù lo sa che io non ho altro che Lui.. E come mi rimprovera Gesù quando non sono pronta! Un uomo, un direttore spirituale, potrebbe ammettere certe attenuanti; Gesù no».
Concedimi ancora qualche curiosità: quali erano le sue letture preferite?
Diverse: la vita di Charles de Foucauld, le opere di Newman, ma anche e soprattutto i grandi classici: Dante, Leopardi, Dostoevskij, Manzoni, Shakespeare, Bernanos, Melville, Péguy.. insieme a testi più “spirituali”: la Legenda aurea, l’Imitazione di Cristo, la Didaché e la Lettera a Diogneto, senza dimenticare, ovviamente, i testi sacri delle altre religioni, ad esempio la Baghavad Gita (si pronuncia Bagavaghita!) o i Dialoghi di Confucio. Ma in generale, come ti ho già detto, aveva una spiccata propensione al bello, un’attenzione estetica fuori dal comune, all’arte, alla liturgia e alla natura, contatto con la quale era da lei considerato “sacramento”.
Mentre parlavi, pensavo tra me e me che Maria ha davvero precorso i tempi.
Sì, pensa ad esempio alla sua semplificazione della liturgia, celebrata tra l’altro in lingua italiana ed essenzializzando i riti, o alla sua visione ecclesiologica ed ecumenica (diffusasi in quegli anni ad esempio a Taizé o a Bose), aspetti poi messi in atto dal Vaticano II e, più recentemente, ribaditi da papa Francesco con la sua idea di “Chiesa in uscita”, di fatto una rilettura del Concilio, a partire proprio dall’ordine di promulgazione delle dichiarazioni conciliari: Sacrosanctum Concilium, perché occorre partire dalla celebrazione.. Lumen Gentium.. per capire cos’è la Chiesa.. Dei Verbum.. partendo da una Parola.. infine Gaudium et Spes.. per uscire verso il mondo!
Wow! Lettura interessantissima del pontificato di Francesco: non ci avevo mai pensato..
Ad uno dei suoi tanti destinatari dirà: «Io, ricordatelo, intercedo quando respiro perché questa è la missione della donna che deve essere madre se no non sarà salva». Valeria, Pastorella, Maria o, come preferiva definirsi lei stessa, “la Minore”, “Cenere”, “la poverella eremita” e “pellegrina, cara e amante”, è morta a ottantasei anni, il 5 settembre del 1961. Il suo posto, come guida dell’eremo, lo ha preso Sorella Jacopa, ma Maria non ha certo abbandonato la sua vocazione universale all’intercessione.
Sei stata illuminante, grazie. Adesso però ti chiedo come va adesso, da quando lei non c’è più.
La sua esperienza è stata raccolta da noi, che siamo rimaste le “Allodole di San Francesco”, ormai alla terza generazione, lontane dalla ricerca della visibilità come dall’ansia del numero, che oggi affligge tanti Istituti religiosi, e il nostro obiettivo rimane quello di affrettare l’avvento del regno di Dio, aiutati dalla “sconfinante compagnia”, come la chiama Maria, aderendo agli ideali dell’eremo anche a distanza, “debito di comunione” che rende l’eremo un cenobio universale. Sempre rimanendo fedeli all’Intesa.
E cosa sarebbe l’Intesa?
Un’intuizione avuta dalla Turton già nel 1887, pensa, con l’aggiunta di una promessa: «Procurerò, incontrandomi con ogni cristiano, di considerarlo come vero fratello. Mi sforzerò, schiudendo l’anima al calore della grazia, di trovare Dio nell’anima sua, e di considerare con rispetto il suo culto». Il nostro programma rispecchia a grandi linee quello fissato da Maria nel maggio del 1921: vita comune senza obblighi speciali, attraverso il nostro lavoro, soprattutto manuale, e l’ospitalità. La nostra rimane una scelta, ma senza ostentazione: abbiamo anche rinunciato a rimanere senza luce, per non risultare fanatiche, non è questo che ci interessa! Continuiamo a pregare per gli ospiti di ogni giorno e per quelli di ogni anno, tutti i 31 dicembre. Chiunque passi di qui è un dono di cui rendere grazie e fare memoria.
Grazie sorella, grazie davvero. Dopo questa meravigliosa chiacchierata decido di rimanere un po’ con loro, ma passano tre ore senza che me ne accorga neppure. È ora di andare e, mentre esco, le Allodole si mettono in fila, in ordine di anzianità anagrafica (perché – mi spiegheranno poi – la fede è qualcosa che va trasmesso, dal più grande al più piccolo), e mi salutano cantando!
Che posto incredibile Campello, sono contentissimo di esserci “capitato”, non credo per caso, anzi. Ho mille domande che mi frullano in testa: il presente è sempre più caratterizzato da uomini e donne di diverse etnie, culture, religioni, lingue, a stretto contatto fra loro.. utopia, pensare ad una convivenza davvero umana e universale? Utopia, se l’è inventata Tommaso Moro, se non ricordo male. Forse, come dice il monaco di Bose Luciano Manicardi, «Occorre [...] dare un luogo al futuro. Occorre integrare le dimensioni di spazio e tempo in quelle che possiamo chiamare “eutopie”, cioè dei luoghi, delle esperienze storiche, collettive, associative, che si caratterizzino per ciò che è significato e implicato dal prefisso eu-, “bene”. Spazi di condivisione e convivialità, partecipazione e solidarietà, di scambio delle storie e delle narrazioni, che danno senso all’oggi e aprono al futuro [...] indicano la direzione di cammino, la meta verso cui orientarsi. Le eutopie, umile ma realistica redenzione delle utopie, sono luoghi di salvezza dell’umano, dove l’umano, o meglio, la singola persona umana, è considerata nella sua piena dignità per il suo semplice essere un umano, prima di qualsiasi specificazione e attributo».
Già, ma dove e come realizzare tutto questo?
«Fraternità e sororità universali», sganciate da vincoli di qualsiasi tipo, «fondate sull’appartenenza alla comune umanità, fondate cioè sulla comune origine, sulla comune appartenenza e sulla comune destinazione», tre dimensioni al cuore delle quali c’è quella relazionale, perché «Nelle sue infinite diversità linguistiche, etniche, culturali, religiose, l’altro è un mio simile».
Forse ha ragione Manicardi, lo dice anche papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, dove indica un nuovo paradigma per stare al mondo: da dominus (che si crede “signore” della natura e, di conseguenza, anche degli altri) a frater, appunto. Ma la fraternità-sororità non può essere imposta da nessuna legge, il monaco direbbe che «va esteso ad animali e piante nella coscienza che il primo prossimo da amare e dunque da custodire e proteggere è il creato, l’ambiente naturale».
Realtà con questa visione, diceva l’Allodola, sono Taizé e Bose, di cui tra l’altro Manicardi fa parte, ma ce ne sono, devono essercene altre. Penso alle “Sorelle della Rupe”, monache agostiniane che, nel loro piccolo risplendono, come la lampada della parabola del Vangelo, sulla cima Penna, che assieme a quella di Billi, sono simbolo ormai da qualche secolo del paese di Pennabilli. Quattordici donne, giovani e anziane insieme, che celebrano la loro vita comune, un po’ come le Allodole, anche loro nel monastero di Sant’Antonio (ma di Padova), e anche loro attraverso il lavoro, lo studio e, soprattutto, l’ospitalità. Luoghi come questo, in tempi come questi, dicono che l’eutopia.. è possibile!
«Da te (Maria) abbiamo imparato ad amare la verità di tutte le creature e a sentirci una sola realtà in essa. Abbiamo appreso da te l’amore per ciò che è umile e silenzioso, per ciò che è bello e nascosto, per tutto ciò che soffre e attende, l’amore per gli amici e gli avversari, i vicini e i lontani, gli esclusi e i reclusi […] Grazie, per aver ridato la vita alle parole essenziali del cristianesimo che, per l’usura del tempo, erano sbiadite: Agape.. Koinonia.. Sacrum Facere.. Pace.. Fratello.. Madre Terra […] Nessuno di noi pensa che tu sia morta [...], siamo certi che tu sei nella dimora della Luce e della Comunione senza fine» (lettera di Giovanni Vannucci, 6 settembre 1961).
Recita
Cristian Messina, Federica Lualdi, Patrizia Sensoli, Stefano Gazzoni, Stefano Rochhetta, Paolo Vicini
Il brano iniziale è tratto dal Discorso di fine anno tenuto il 31 Dicembre 2022, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Musica di sottofondo
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