Verdeggiare come foglie (La Bibbia secondo Greenleaf)



Testo della catechesi
Il 3 marzo 2017 uscì il primo, di 60 episodi, di una serie TV molto particolare, ma andati in onda un anno prima negli Stati Uniti: Greenleaf. Ideata dal portoricano Craig (Creg) Wright, lo showrunner (la mente creativa, un tempo avremmo detto il drammaturgo) è salito sulla ribalta mondiale per aver scritto Lost. Prodotta da Lionsgate Television e Oprah Winfrey, l’imprenditrice americana soprannominata “Regina di tutti i media”, parla dello spregiudicato mondo della famiglia Greenleaf e della “sua” chiesa – proprio così, “sua”, ci torneremo tra poco – composta per lo più da afroamericani di Memphis, città resa celebre per i natali concessi ad Elvis Presley e, ancor di più, perché alle 18:01 del 4 aprile 1968, sul balcone di un albergo di quella metropoli fu ucciso il pastore battista Martin Luther King. Celebrità, guarda caso, capaci di sintetizzare le due anime della serie: la musica e la fede evangelico protestante.

La Calvary Fellowship World Ministries è la megachurch afroamericana – così sono chiamate le “grandi chiese” di orientamento protestante o evangelico – , retta dal vescovo nonché leader carismatico James e da sua moglie Mae. I figli sono il secondogenito Jacob, pastore della Triumph Church, che cerca disperatamente di dimostrare a se stesso di essere in grado di cavarsela da solo, Charity e Grace, pastora primogenita fuggita dalla famiglia e tornata a casa vent’anni dopo – sorta di figlio prodigo al femminile – con lo scopo di condannare lo zio Mac, reo a parer suo di aver molestato, insieme a molte altre giovani, la sorella Faith, morta misteriosamente, un po’ come quella “fede” che, sommersa  da segreti e scandali, rischia di fare la stessa fine. Altri personaggi sono Sophia, figlia adolescente di Grace, interessata a seguire le orme ministeriali della madre, e Zora, figlia di Jacob, “la ribelle” del casato: fuma, fa sesso prematrimoniale e non disdegna l’uso di droga.

La serie utilizza a piene mani la nota strategia dei “nomi parlanti”, che ha precedenti illustri ad esempio nella saga di Harry Potter e, ancor prima, nella Bibbia. Nomi parlanti perché già dicono tanto del personaggio che li porta, nomen omen dicevano i latini: “il nome è un presagio”. Se li analizziamo uno ad uno notiamo anzitutto che, quello della megachurch Calvary Fellowship, la “Compagnia del Calvario”, è tutto un programma! Il patriarca e leader carismatico che la regge, è come detto James, rimando probabile a Giacomo (il Minore), primo vescovo di Gerusalemme; il nome della matriarca, Mae (scritto emme, a, e), è invece una variante di May (emme, a, ypsilon), legato alla romana Maia, dea della fecondità, della natura e della primavera, che non a caso dà il nome a Maggio, il mese a cui si lega la devozione a Maria, la Madre con la “M” Maiuscola. I nomi dei figli non sono da meno: Jacob/Giacobbe, pastore della Triumph Church (la “chiesa del trionfo”); Charity/carità, Grace/grazia e Faith/fede. Altri personaggi portano il nome di Sophia/sapienza, Zora (di origine slava che significa “alba” o “aurora”), e lo zio Mac, patronimico di origine scozzese e irlandese, appellativo cioè che rimanda al padre, e che significa “figlio”, o meglio “figlio di”, utilizzato spesso nei cognomi. Mac che ha due rimandi immediati nell’immaginario collettivo: McDonald, la più grande catena di fast food al mondo (Mac è infatti il nomignolo di Maurice, uno dei due fondatori, l’altro è il fratello Richard), e Macintosh, la più famosa linea di computer della Apple, nome derivante proprio da un cognome scozzese che significa “figlio del capo”. In italiano abbiamo derivati come Maccarone o Macari. Mac che indica quindi l’ascendenza paterna o l’appartenenza a un clan, insomma l’equivalente del prefisso italiano di (ad esempio dei cognomi Di Giacomo o Di Pietro), oppure di suffissi come lo slavo ić, ma anche i germano scandinavi son o sen, tutti patronimici significanti anch’essi “figlio di”, diverso però dalla preposizione olandese e belga Van der (“dal/della”), che rimanda invece alla provenienza geografica o alla residenza. Significativo, infine, che Oprah  Winfrey nella serie ricopra il ruolo di zia Mavis, il cui nome è derivato dal francese antico mauvis, che indica il tordo bottaccio, un uccello “canterino”, come a dire che lei, col suo “canto primaverile”, è chiamata a risvegliare quell’imperante inverno simbolico che anima la serie. La zia è infatti la pecora nera della famiglia, colei che ha colto subito quanta spazzatura sia nascosta sotto il tappeto e, insieme alla nipote Grace, provi a portarla alla luce. Un ruolo, il suo, che le permette di criticare aspramente non solo l’operato di molti leader carismatici, ma soprattutto coloro che li seguono ciecamente. 

Serie TV in cui la Bibbia non è solo un testo sacro chiamato in causa durante i sermoni, ma uno specchio, spesso deformato, di quelle dinamiche di potere e corruzione che si intrecciano alla fede dei protagonisti. Il creatore Craig Wright ha spiegato che il titolo è estrapolato dalla frase “se segui il denaro soffrirai, ma se segui Dio prospererai come una foglia verde (greenleaf)”, attinta dal capitolo undicesimo del libro dei Proverbi, che contrappone la condotta retta a quella malvagia. Nello specifico, si tratta di Proverbi 11,28, che la versione della Bibbia CEI rende con «Chi confida nella propria ricchezza cadrà; i giusti invece verdeggeranno come foglie». Sacra Scrittura che viene utilizzata inoltre come strumento di controllo: i sermoni del vescovo e di sua moglie spesso manipolano i testi biblici, con lo scopo di giustificare le loro malefatte, evidentemente per mantenere il controllo della congregazione. In passato accadeva.. oggi?

L’interpretazione che del testo sacro dà invece Grace, tornata dopo anni alla ricerca di una fede più autentica, è quasi sempre in contrasto con quella familiare, il suo approccio con la Bibbia è infatti meno rigido, più umano. 

Tra le tematiche portanti della serie c’è senza dubbio il conflitto interiore, che i personaggi vivono nella ricerca di redenzione, dopo aver commesso svariati e gravi errori. Non mancano tuttavia temi tabù: dallo stupro al suicidio, passando per l’utilizzo di droghe, evidenziando quanto la fede possa essere una via di fuga, piuttosto che strumento per affrontare la realtà. I cardini sui quali ruota l’intera narrazione sono infatti la critica all’ipocrisia religiosa, unita alla difficoltà di tenere insieme famiglia e potere, in un mondo in cui la religione è talvolta solo un pretesto. Aspetto che dovrebbe interrogare ognuno di noi..

Emblematica la sigla di apertura, il brano gospel The root (“la radice”) che inizia col serpente che, insieme ad Eva, porge il frutto ad Adamo, cui si sovrappongono diverse immagini: Gesù, che verosimilmente invia ad annunciare il suo vangelo in tutto il mondo; annuncio che, nell’immagine successiva, ha preso le sembianze del colonialismo, si vede infatti un missionario che legge un testo (forse la Sacra Scrittura) in mezzo ad alcuni schiavi africani che camminano legati fra loro, per essere imbarcati e “stivati” su una nave; quindi lo stesso missionario davanti ad una chiesa edificio; alcuni bambini; poi delle donne mentre cantano; due mani che contano una bella somma di denaro; un coro; e altre due mani che, questa volta, reggono una Bibbia; infine un albero alla cui base, “radice”, appunto, c’è la scritta Greenleaf. Insomma un percorso dalla caduta alla possibile redenzione, il passaggio da un albero all’altro, da quello genesiaco “della conoscenza del bene e del male” alla concreta e quotidiana possibilità di poter scegliere l’uno o l’altro: se rimanere schiavi o diventare liberi.

Connotazione biblica della serie, che si evince tra l’altro da alcuni dei 60 titoli degli episodi: Tempo di guarire; Il battesimo; Vedremo Lui così come è; A porte chiuse; Il libro intero; Uomini che camminano come alberi; Risveglio; La volontà del padre; A due a due; Un patto col diavolo; Non avrai altro dio all’infuori di me; Un posto in paradiso; Il peccato originale; Il pane della vita; Calvary; Il regno dei cieli e La verità vi farà liberi, senza contare l’ultima stagione, scandita da otto episodi che, come nella creazione genesiaca, vengono chiamati Il primo giorno, Il secondo giorno, e così via, ad eccezione dell’ottavo, che nella Sacra Scrittura rimanda all’eternità: The Lord’s Day, “Il giorno del Signore”.

Un’interessante chiave di lettura della serie può offrircela il sociologo e politologo tedesco Hartmut Rosa (noto per la “teoria della risonanza”), che nel suo libro Accelerazione e alienazione espone una critica del tempo nella tarda modernità. Nel secondo capitolo sfata un luogo comune abbastanza diffuso, sottolinea infatti come la tecnologia non sia la causa dell’accelerazione sociale (del fatto cioè che siamo costretti a vivere sempre più velocemente), bensì una risposta, al desiderio di tempo che caratterizza la nostra società. Per Rosa infatti, se in passato la posizione che ognuno aveva nel mondo, nella maggior parte dei casi l’aveva ereditata, ricevuta cioè dalla nascita, oggi è frutto di una negoziazione continua. Se questo vale per il singolo, a maggior ragione per l’intera società, dove «l’accelerazione sociale in genere e quella tecnologica in particolare sono la logica conseguenza di un sistema di mercato capitalistico che voglia essere competitivo», ma tale competitività si è estesa dalla sfera economica al modo stesso di gestire tutti gli ambiti della vita: sport, politica, scienza, arte e addirittura la religione, dove «confessioni e chiese - dice il sociologo tedesco - fanno a gara per conquistare nuovi fedeli». È esattamente quel che accade in Greenleaf. Rosa che, ancora, afferma che oggi «non basta più raggiungere la posizione che ci si è prefissati nella competizione: lavori e famiglia non durano per tutta la vita, e neppure le appartenenze politiche o religiose». Quest’ultima sottolineatura, è posta sapientemente a tema, proprio dalla serie, dato che per il politologo «è significativamente in crescita il cambio di appartenenza religiosa in base alla “performance” delle istituzioni religiose; a meno che, naturalmente, i credenti […] non si trasformino di botto in “fondamentalisti”». E questo rischio, lo sappiamo bene, è sempre dietro l’angolo..

Se in ambito cattolico la competizione religiosa, tra parrocchie, movimenti, o tra parrocchie e movimenti, è considerata negativamente, non così all’interno del protestantesimo, essendo anzi dello stesso una caratteristica strutturale, e questo fin dai tempi di Lutero. Il fenomeno è conosciuto come “denominazionalismo”, ovvero la coesistenza e, soprattutto, la concorrenza di numerose denominazioni indipendenti, ispirate da differenze dottrinali, culturali e interpretative. Se la Riforma ha creato movimenti diversi fin dall’inizio (Luterani in Germania, Calvinisti in Svizzera e Anglicani in Inghilterra), e tale frammentazione iniziale ha gettato le basi per una continua competizione interpretativa della Bibbia, la concorrenza tra Denominazioni (Battisti, Metodisti, Presbiteriani, Pentecostali, ecc.), in primis negli Stati Uniti, vede ognuna operare come entità distinta, che compete per accaparrarsi fedeli e risorse. Stati Uniti in cui, forse sorprendentemente, a guadagnare fedeli non sono le chiese più progressiste (episcopaliane e presbiteriane), ma quelle maggiormente conservatrici (evangeliche e pentecostali). Ma torniamo al sociologo, che sottolinea come tale logica competitiva, da mezzo qual era, sia diventata il fine. Ridiamogli la parola: «la ruota motrice dell’accelerazione è messa in moto da una promessa culturale molto forte: nella società moderna e secolarizzata l’accelerazione funge da equivalente funzionale della promessa (religiosa) della vita eterna». La cultura secolarizzata, in sostanza, non pone più l’attenzione sull’aldilà, ma sull’aldiqua, sulla vita prima della morte. Se la ruota motrice principale è la competizione, il motore culturale più potente è però “quella” promessa, e questo per un motivo molto semplice: se la secolarizzazione pone tanta enfasi sulla vita terrena, è perché non contempla alcun post mortem, ragion per cui tutto va giocato nell’hic et nunc, nel “qui ed ora”, che quindi va sfruttato al massimo, il più velocemente possibile! Per dirla col Faust o il Wilhelm Meister di Goethe, «Gustare la vita in tutte le sue altezze e i suoi abissi è diventata l’aspirazione principale dell’uomo moderno». Ma tale aspirazione si scontra inevitabilmente col “muro” della morte: «Questa è, oserei dire – è sempre Rosa a parlare – , una delle tragedie dell’individuo moderno: sentirsi imprigionato in una ruota da criceto, mentre la sua fame di vita e di mondo non è mai soddisfatta, ma anzi gradatamente sempre più frustrata». 

Per contro abbiamo anche processi che rallentano la vita sociale. Se una prima categoria è costituita da rallentamenti naturali e antropologici (ad esempio il rinnovarsi delle risorse naturali o la percezione delle sensazioni corporee), una seconda vede vere e proprie oasi, quei luoghi in cui, come si dice, il tempo sembra «non essere mai passato» (da un’isola sperduta nell’Oceano alla comunità Amish), e questo nella misura in cui tali oasi vengono protette. Ci sono poi fenomeni di rallentamento conseguenti all’accelerazione, si pensi ad esempio all’ingorgo stradale, situazione che nel 1972 ha fatto nascere il prototipo dei futuri Robot animati, Mazinga Z, il manga ideato dal più famoso fumettista giapponese, Gō Nagai, che, imbottigliato nel traffico di Tokyo immaginò una macchina capace di scavalcare tutte le altre: geniale! Altro esempio, questa volta triste, è rappresentato dalle varie forme di depressione psicopatologica e burn-out, interpretabili come reazione, appunto, ad una vita troppo velocizzata. Infine forme di decelerazione intenzionali: movimenti oppositivi che, qua e là nella storia, ne hanno sempre accompagnato le varie tappe, ma che tuttavia hanno sempre fallito. Il sociologo tedesco precisa che quest’ultima categoria si presenta in due forme distinte: da un lato abbiamo coloro che, in preda allo stress, si prendono una pausa (in un monastero o facendo corsi yoga), dall’altra ecco movimenti fondamentalisti reazionari, dagli ultraconservatori religiosi ai fanatici dell’ecologia, e chi più ne ha più ne metta.

Ma a livello religioso, che “risonanza” ha, per usare un termine a lui caro, la tesi di Rosa? Che, come effetto, si ha quello di «produrre soggetti colpevoli: alla fine della giornata ci sentiamo tutti in colpa, perché non abbiamo soddisfatto le aspettative». «Le chiese – prosegue l’autore tedesco – sono state (per molti aspetti anche giustamente) accusate per secoli di aver riempito la testa dei fedeli di sensi di colpa e vergogna (mea culpa, mea maxima culpa). Ci hanno però fornito elementi per sperare e trovare sollievo: ci hanno insegnato, prima di tutto, che siamo colpevoli per natura e che quindi non è per una nostra mancanza individuale se siamo deboli e, in secondo luogo, che Gesù Cristo è morto per i nostri peccati: per quanto siamo colpevoli, c’è comunque speranza». Non solo, «come ci ricorda (il sociologo Max, ndr) Weber, con l’istituto della confessione e dell’assoluzione la Chiesa cattolica ha almeno fornito al gregge un mezzo per risollevarsi dal senso di colpa». E chi non ha fede? Ad attenderlo c’è lo psicologo, ovviamente con tutte le differenze del caso. Ma anche chi ha fede, deve purtroppo constatare che il sacramento della riconciliazione è oggi in forte crisi. Solo per rimanere in Italia, quasi un terzo della popolazione adulta si confessa almeno una volta l’anno, ma può bastare? Si tratta in ogni caso di un rito in difficoltà, sia nella pratica che nella sua percezione collettiva: “perché raccontare ad un’altra persona i miei peccati – direbbe un qualsiasi adolescente – quando posso farlo direttamente con Dio?”. In ogni caso le chiese protestanti che “si sfidano” all’interno di Greenleaf, con logiche tutte commerciali e competitive, non riconoscono tale sacramento..

Nell’ultimo capitolo del libro, Rosa mette in fila gli ambiti in cui l’accelerazione sociale ci aliena, ricordandoci che con alienazione intende «il sentimento di “non volere realmente ciò che stiamo facendo”». Anzitutto ci alieniamo dallo spazio, dato che «nell’età della “globalizzazione digitalizzata” la vicinanza fisica e quella sociale progressivamente si separano»; ci alieniamo dalle cose, poiché, almeno con alcuni oggetti (ad esempio quelli che produciamo noi stessi, o quelli di cui abbiamo fatto esperienza per tanto tempo) abbiamo un rapporto identitario, diventano cioè parte di noi, al punto che ad essi diamo un nome. E già dalla Bibbia sappiamo che, dare un nome a qualcosa (vivente o meno), è un modo per appropriarcene, per farlo nostro, per stabilire un rapporto speciale con quella “cosa”; quindi alienazione dal nostro stesso agire: se infatti «il contrario di “sentirsi alienati” è “sentirsi a casa” (in un certo luogo, con certe persone o certe azioni), allora possiamo dire che molto spesso non ci sentiamo a casa nel fare le cose che facciamo». E ciò vale in tutti gli ambiti e mestieri: «i medici hanno poco tempo per i loro pazienti, gli insegnanti per istruire ed educare, gli scienziati per fare ricerca, ecc..». Chissà se un prete cattolico, o un pastore protestante, trovano ancora tempo per il gregge loro affidato? Con ogni probabilità nemmeno loro sfuggono alla morsa alienante. Questo perché ci alieniamo anche e soprattutto dal tempo.. solo per fare un esempio: «diventiamo sempre più ricchi di episodi di esperienza, ma sempre più poveri di esperienze vissute». Si pensi solamente alla mole di foto che scattiamo continuamente con i nostri smartphone, senza gustare il paesaggio in cui siamo immersi e, soprattutto, senza aver più tempo per riguardarle (!?). Infine ci alieniamo da noi stessi e dagli altri: ogni giorno entriamo a contatto con moltissime persone, ma con quante di queste instauriamo un rapporto vero, di qualità? “Andiamo a bere qualcosa” è infatti il mantra che ci ripetiamo, ma senza andare in profondità della storia altrui, perché «Queste cose - a parlare è nuovamente Rosa - richiedono tempo per essere costruite e sono dolorose da sciogliere, entrambi fattori problematici in un mondo di incontri di breve durata». Un prete - forse val la pena di insistere su questo - lo trova ancora il tempo per fare direzione spirituale?

Nelle sue conclusioni il sociologo sottolinea che «Fino ad oggi, nella storia dell’uomo occidentale, sembrano esistere due grandi forme culturali, o sistemi, in grado di rendere il mondo “responsivo” (capace cioè di rispondere, ndr): la religione […] e l’arte – la poesia e, innanzitutto, la musica». E il legame esistente tra religione e musica è ben noto, essendo quest’ultima nata con la prima. Non è un caso, pertanto, se alla musica, in ambito religioso, venga dato grande spazio, in primis nel mondo protestante e, nello specifico della nostra trattazione, nella serie TV Greenleaf.     

Non è un caso, forse, tornando nel Belpaese, che i primi tre posti del festival di Sanremo 2026 abbiano visto altrettante canzoni dai testi molto significativi a tal proposito, tant’è che la progressione del podio, dal terzo al primo gradino, sembra scandire – ci sia permessa la forzatura – la tesi di Rosa: si va infatti da Che fastidio! della cantautrice romana Margherita Carducci (in arte Ditonellapiaga) a Tu mi piaci tanto del rapper genovese Adam Sayf Viacava, fino alla discussa vincitrice Per sempre sì dell’italo americano Salvatore Michael Sorrentino, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Sal Da Vinci. Se infatti la medaglia di bronzo esordisce affermando che “non sa più cos’è normale”, quella d’argento è un’aperta critica all’accelerazione sociale: «E allora corri contro il tempo, che il denaro non ti aspetta. E cosa vuoi che sia la fretta, su una macchina che scheggia, e non mi vedrai alla finestra a farti una serenata, perché il mondo non si ferma. Ma non ho fiato più, rallenta..». L’oro, significativamente, se lo aggiudica un testo che non teme di promettere quell’eternità di cui l’accelerazione sociale, come abbiamo visto, è un maldestro surrogato: «So bene che è una grande incognita il futuro, ma insieme a te non mi spaventerà perché, costruiremo tutto ma non alzeremo un muro», per concludere che «Un semplice sì, l’eternità è dentro una parola».

Il potere della musica, e della musica sacra - certo, con un’accezione un po’ “larga” - è certificato dal gruppo australiano Hillsong Worship (letteralmente “adorazione del canto delle colline”) che, nato nel 1983 all’interno della Hillsong Church di Sydney, dunque come forma di ministero musicale, ha conosciuto addirittura un successo planetario, con brani come What a Beautiful Name. Hillsong che si distinguono tuttavia da altri gruppi della stessa chiesa: dagli Hillsong United, più orientato ai giovani adulti, e dagli Hillsong Young & Free, rivolto agli adolescenti. La chiesa in cui hanno iniziato la loro “carriera”, diciamo così, rientra, proprio come quella di Greenleaf, nelle chiese pentecostali (in Italia abbiamo ad esempio le Assemblee Di Dio), un movimento evangelico che vede congregazioni locali autonome o associazioni, privilegiano infatti una struttura ministeriale piuttosto che gerarchica. Congregazioni che pongono al centro: la Bibbia, unica ed infallibile regola di fede, la salvezza per grazia (Grace) tramite la fede (Faith) in Gesù, e il “battesimo nello Spirito Santo”, esperienza che spesso si manifesta col “parlare in lingue”, la cosiddetta glossolalia. 

Concludendo: se i nostri progenitori, simboleggiati dal vescovo James e da sua moglie Mae, ci hanno lasciato “in eredità” quel peccato che ha “ucciso” la fede, ecco che a salvarci saranno i figli, quei giovani rappresentati dal “soppiantatore” Giacobbe, dalla Carità e dalla Grazia, senza dimenticare sua figlia, quella Sapienza che intende camminare sulle stesse orme. E, se durante il cammino ci capiterà di ribellarci, beh, il Signore capirà.. 

Recita
Cristian Messina

Musica di sottofondo
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