Testo della meditazione
Nel nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo.
Ave Maria, grazia plena.
Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus,
et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Santa Maria, Mater Dei,
ora pro nobis peccatoribus,
nunc et in hora mortis nostre,
Amen.
Preghiamo.
Signore nostro Dio che hai fatto della Vergine Maria il modello di chi accoglie la Tua parola e la mette in pratica. Apri il nostro cuore alla beatitudine dell'ascolto e con la forza del Tuo Spirito fa che noi pure diventiamo luogo santo dove la Tua parola di salvezza oggi si compie. Per Cristo, nostro Signore.
Santo Padre, fratelli e sorelle, tutti il Signore vi dia pace.
In queste meditazioni di Quaresima, nell'anno dedicato agli 800 anni dalla morte di San Francesco, ci siamo fatti accompagnare dalla figura del poverello di Assisi per contemplare un po' il suo cammino di conversione al Vangelo. Ricorderemo che nelle prime meditazioni abbiamo visto la conversione come cambio di gusto e di sensibilità e poi la fraternità, il luogo concreto dove questa conversione si attua. Nella terza meditazione, la volta scorsa, ci siamo invece soffermati sulla missione, il modo in cui Francesco ha annunciato il Vangelo non solo e non tanto con la forza delle parole, ma con la testimonianza della sua vita, povera e umile. Ora in quest'ultima meditazione proviamo a guardare il frutto di tutto questo cammino, la libertà dei figli di Dio che in Francesco si è compiuta alla fine dei suoi giorni. Per farlo guarderemo tre episodi abbastanza noti della sua vita. La perfetta Letizia, questa parabola che lui racconta al suo compagno frate Leone, il momento delle stigmate e infine la morte. San Francesco ha vissuto un'esperienza spirituale molto intensa, però non lontana da quella che anche noi forse stiamo facendo senza a volte rendercene conto. Infatti non è diventato santo per aver fatto cose straordinarie, Quelle sono la conseguenza, ma perché si è lasciato guidare da Dio nella concretezza e nella povertà della sua vita. Per questo la tradizione spirituale lo ha poi definito un alter Christus, cioè un uomo che accogliendo docilmente lo Spirito Santo è diventato simile al figlio di Dio fatto uomo. Le conversioni, le guarigioni, i segni avvenuti nel suo pellegrinaggio in questo mondo sono il riflesso di questa immersione nella grazia di Dio. Il suo grande biografo, Tommaso d'Acelano, dice che verso la fine dei suoi giorni Francesco non era tanto un uomo che pregava, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente. Ora, questo non deve farci immaginare che il santo passasse ogni istante a recitare formule di preghiera, ma che tutto il suo modo di esistere, di vivere, era diventato come fosse una preghiera, cioè esprimeva una relazione stabile, autentica, profonda con Dio. Negli ultimi anni, però, questa fede grande di Francesco è stata messa alla prova dalla sapienza di Dio, Le fonti ci raccontano che Francesco ha vissuto una grandissima tentazione, una crisi, durata almeno due anni, che lo ha coinvolto interiormente ed esteriormente, spirito e corpo, al punto che fuggiva alla compagnia dei fratelli, perché sopraffatto da quella tortura non riusciva a mostrarsi nella sua abituale serenità. Perché? I motivi sono tanti, ma possiamo sicuramente riconoscere che l'ordine dei frati minori era cresciuto, si era trasformato rispetto alle origini. E Francesco faceva fatica a cogliere in questo cambiamento lo spirito che animava gli inizi del suo movimento. Anzi, alla porziuncola, che era la culla dell'ordine, si sentiva persino messo da parte, quasi inutile. Persino considerato un idiota, privo di sapienza.
Ora, in questo momento estremamente difficile, Francesco apre il cuore al suo amico Leone. Si trovano insieme a Santa Maria degli Angeli e Francesco prova a elaborare a voce il suo dolore, raccontando una parabola. Chiede a frate Leone di scrivere tutta una serie di cose dove noi saremmo portati a credere che c'è una grande gioia. Tante conversioni, tante vocazioni, grande successo nella predicazione, guarigioni, miracoli, la stima degli altri. E poi Francesco dice a frate Leone, ecco qui non è vera Letizia. Il compagno a questo punto domanda quasi allibito «Ma, frate Francesco, qual è allora la vera Letizia?» E Francesco risponde con questo racconto «Ecco, io torno da Perugia a Nottefonda, arrivo qui ed è tempo d'inverno fangoso e fa così freddo che all'estremità della tonaca si formano dei dondoli d'acqua fredda congelata che mi percuotono continuamente le gambe». E da quelle ferite esce il sangue. E io, tutto nel fango e nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta. E dopo che ho picchiato e ho chiamato a lungo, viene un frate e chiede, chi è? Io rispondo, frate Francesco. E quegli dice, vattene, non è ora decente questa di andare in giro, non entrerai. E poiché io insisto ancora, l'altro risponde, vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire ormai. Noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te. E io resto ancora davanti alla porta e dico, per amore di Dio, accoglietemi per questa notte. E quegli risponde, non lo farò, vattene al luogo dei crociferi e chiedi là. Io ti dico che se avrò avuto pazienza e non mi sarò inquietato, in questa è vera Letizia, è vera virtù e la salvezza dell'anima. Non servono tante spiegazioni per comprendere questa parabola. Dopo aver elencato tutto ciò che non coincide con la vera Letizia, Francesco arriva al punto chiave. Essa avviene quando si manifesta il rifiuto. L'umiliazione e l'incomprensione ma noi riusciamo a custodire la pace Francesco arriva a scoprire che la vera gioia non coincide con quel sentimento che proviamo quando le cose vanno bene e quando la nostra vita riceve riconoscimento, consolazione ma nel modo in cui noi reagiamo quando le circostanze sono avverse quando siamo rifiutati e persino esclusi Ora non si tratta di giungere all'insensibilità nei confronti del dolore. Francesco non cercava un cuore anestetizzato, ma scopre di poter avere un cuore libero anche nelle più grandi sofferenze. Ecco, forse il segreto della vera Letizia è questo. Non si tratta di proteggersi dalla realtà, ma imparare ad accoglierla anche quando ci ferisce. È lì che la vita cristiana diventa concreta. E noi impariamo a custodire una gioia che non dipende da come vanno le cose, ma come noi scegliamo di viverle. Del resto lo diceva già l'Apostolo Giacomo, considerate perfetta Letizia, fratelli miei, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. La risposta che Francesco individua è quella di non fuggire il male, né di negarlo, ma soprattutto di non restituirlo. Assorbirlo senza lasciarlo ripartire da noi verso gli altri. È una via esigente, ma molto liberante. Perché il male, quando lo riceviamo, tocca sempre qualcosa di vivo dentro di noi, che ci porterebbe a reagire. E invece è proprio lì, in quel punto vulnerabile, che può nascere una gioia vera, perfetta. Non come assenza di ferite, ma come libertà di non lasciarsi definire da esse. È una libertà che non cancella il dolore ma gli impedisce di avere l'ultima parola. Ora, questa capacità di scoprirsi lieti anche nelle tribolazioni non è un traguardo riservato a qualcuno, ma dovrebbe essere il dono del nostro battesimo. Infatti nel Vangelo Gesù, in tempi non sospetti, cioè nella sua prima predica pubblica, nella pagina delle Beatitudini, aveva già dichiarato tutto questo. Beati i poveri in spirito, beati quelli che sono nel pianto, beati i miti, beati quelli che hanno fame e sete, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati gli operatori di pace, beati i perseguitati, beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Noi conosciamo a memoria queste parole, però quando capitano nella nostra vita le dimentichiamo subito, non le ricordiamo più. Eppure questa è la ricetta della felicità cristiana, perché smontano definitivamente l'illusione che essere felici dipenda dai traguardi, dai successi che nella vita possiamo raggiungere, talvolta anche rincorrere. Gesù indica le situazioni più scomode e difficili e afferma che lì si nasconde una pienezza di vita. Le beatitudini non invitano a fuggire dalla realtà e non rinviano la felicità a un domani che poi non arriva mai. Chiedono di abitare più a fondo quello che già stiamo vivendo, anche quando si mostra ambiguo, doloroso, fragile. E ci indicano una strada verso la felicità che sta proprio dentro le cose che già stiamo vivendo. Quindi la felicità non va costruita o conquistata, va riconosciuta, anche quando non sembra evidente. Quindi le beatitudini sono davvero la parola che dovremmo sempre ricordare se vogliamo trovare nella vita la letizia. Perché ci dicono che questa vita così com'è è un luogo in cui possiamo gustare la promessa di Dio, sempre. Persino nelle circostanze più spiacevoli. E questo è possibile perché Gesù in quel momento stava guardando la nostra umanità. Non stava guardando delle persone perfette, dei supereroi. Stava dicendo, beati voi. Perché in quello che state già provando a vivere c'è il seme della felicità.
Quindi Francesco arriva a intuire questo, che le beatitudini non tracciano un profilo eroico, ma ci aiutano a dare quel consenso umile, quotidiano, a quello che ci è dato vivere, anche quando costa fatica, solitudine e persecuzione. Perché ci dicono che la realtà, così com'è, può essere sempre un'occasione di felicità. Sempre. Naturalmente, quando si arriva a intuire, a gustare, ad accogliere tutta questa prospettiva, può anche accadere che ciò diventi visibile all'esterno. Infatti Francesco vive questa esperienza straordinaria delle stigmate. È come se quello che nel suo cuore riesce a comprendere e a vivere a un certo punto diventa anche visibile nella sua carne.
Ora, i fenomeni mistici come questo, nei quali il mistero della sofferenza di Cristo si riflette nel nostro corpo, possono essere molto fraintesi, talvolta temuti, altre volte ridotti a prodigi da contemplare da lontano. Ma il rischio più sottile è quello di lasciarsi condurre verso un'immagine distorta di Dio, Come se Dio avesse bisogno del nostro dolore per essere soddisfatto o glorificato. Come se al sacrificio di Cristo mancasse ancora qualcosa. Come se vivessimo ancora dentro una logica antica di debito e di espiazione. Ora sappiamo che le cose non stanno proprio in questi termini. Dio non ha bisogno di una nostra ulteriore sofferenza. Dio ha bisogno soltanto che accogliamo il dono del sacrificio di Cristo e assimilandone la grazia impariamo a vivere la nostra umanità nella sua pienezza, amando e servendo.
Quindi quando Dio tocca un uomo nella carne con un prodigio simile a quello ricevuto da Francesco, non sta aggiungendo del dolore, ma sta trasformando, trasfigurando il dolore già presente in noi, facendolo diventare un segno dell'amore di Cristo.
Ora, con questa consapevolezza possiamo avvicinarci all'evento delle stigmate di Francesco che sappiamo essere avvenuto sul Monte della Verna tra l'estate e l'autunno del 1224, due anni prima di morire. Le fonti ci raccontano che al termine di una quaresima, vissuta in onore dell'Arcangelo Michele, Francesco ebbe la visione di un serafino crocifisso e che da quell'incontro il suo corpo fu segnato dai chiodi alle mani e ai piedi e dalla ferita al fianco.
Ora, per capire questo evento, credo che sia importante ricordarci che Francesco arriva sul Monte della Verna con le ferite della sua storia, quelle di cui ci parlava proprio la perfetta Letizia. Quindi le ferite erano già presenti in lui, nel suo corpo e soprattutto nel suo cuore. Gli occhi erano segnati da una forte malattia che lo stava conducendo alla cecità e l'anima, dicevamo, era attraversata da questa grande tentazione di tristezza. L'ordine cresceva, si allontanava dal radicalismo evangelico che Francesco aveva voluto vivere. Lui si sentiva messo da parte, percepito come un peso. Quindi Francesco sale sul monte della Verna non come un eroe, ma come un uomo ferito, pieno di dolori e pieno di dubbi. Ed è proprio qui che l'esperienza mistica rivela il suo significato più vero. Dio non interviene aggiungendo... Una consolazione e basta a Francesco, ma trasforma tutto il dolore e la sofferenza che lui sta vivendo in un segno dell'amore, dell'amore di Cristo. Quindi le sofferenze di Francesco smettono di essere un peso custodito nel segreto del suo cuore e ricominciano a essere un'occasione di relazione francesco sale sulla verna tormentato e scende confortato dalla sensazione profonda intima data da quei segni di essere ancora unito a dio e quindi di potersi ancora relazionare con i fratelli che in quel momento avverte come nemici Credo che Francesco Sulaverna abbia sperimentato quelle parole meravigliose di Paolo alla fine del capitolo 8. Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore. Ora, questa storia che Francesco ha vissuto nella sua carne, è proprio il caso di dirlo, è una buona notizia anche per noi. I dolori che accumuliamo lungo la vita lasciano in noi dei segni che non sempre riusciamo ad accettare e a riconoscere. Sono ferite che tutti abbiamo e che restano sempre aperte a due possibilità. Possono chiuderci nel risentimento o nella fuga, oppure possono diventare spazi di crescita e di libertà. Nella misura in cui riusciamo ad accogliere le nostre ferite, possiamo scoprire che esse sono trasfigurate dallo Spirito di Cristo e possono assumere un nuovo valore simbolico. Restano ferite, ma diventano il segno di un'appartenenza più profonda, certificando il nostro essere diventati membra di Cristo. Allora diventano forse comprensibili per tutti le parole di Paolo nella lettera ai Galati. D'ora innanzi nessuno mi procuri fastidi, io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo. Ecco quello che Francesco vive sul monte della Verna. Riconosce che le sue ferite non sono soltanto sue, sono anche quelle di Cristo. E quando il gioco è portato insieme a Cristo, lo aveva promesso lui stesso, diventa dolce e leggero.
Veniamo all'ultima tappa del cammino di Francesco che è la morte. C'è un antico detto della tradizione indiana che paragona la vita umana a quattro stagioni. La primavera per imparare, l'estate per insegnare, l'autunno per ritirarsi e meditare, l'inverno per imparare a mendicare. Francesco ha attraversato un po' tutte queste stagioni. Ha imparato nella sua giovinezza inquieta, ha insegnato negli anni della predicazione e del sviluppo dell'ordine. Si è ritirato nella solitudine della verna, ma è nell'inverno della vita, cioè nei mesi che hanno preceduto la morte, che forse Francesco ha imparato la lezione più importante, ha imparato a mendicare. Non il pane, quello era già capace di mendicarlo, ha imparato a chiedere consolazione, vicinanza, tenerezza. Secondo alcune fonti, negli ultimi mesi Francesco si è fatto accogliere nel palazzo del Vescovo. È un dettaglio che colpisce. Quell'uomo che aveva fatto della povertà il sogno di tutta una vita, che si era spogliato nudo davanti al padre, accetta ora di essere accolto e curato in un luogo protetto. Forse non è una contraddizione. È la coerenza di chi ha imparato che anche ricevere è un atto di umiltà. La povertà eroica degli inizi lascia il posto a qualcosa di più autentico, quella di chi sa di avere bisogno degli altri, sia per vivere, sia per morire.
Ora, in quella dimora del Vescovo dove egli è ospitato, Francesco chiede ai frati di cantare le lodi di Dio per lenire il suo dolore. Le faceva cantare persino di notte. E quando frate Elia gli fece notare che quella Letizia avrebbe potuto un po' sorprendere chi sapeva che stava per morire, Francesco risponde così. Fratello, lascia che io goda nel Signore e nelle sue laudi in mezzo ai miei dolori, poiché con la grazia dello Spirito Santo sono così unito al mio Signore che per sua misericordia posso ben gioire dell'Altissimo. Quando poi il medico gli disse che la morte era vicina, Francesco volle sapere con certezza, dimmi la verità, cosa prevedi, non avere paura, poiché con la grazia di Dio non sono un codardo che teme la morte. Alla notizia che la morte era vicina, rispose con queste parole, benvenga mia sorella morte. E proprio così aveva iniziato a chiamare la morte nel cantico di Frate Sole, aggiungendo quest'ultima strofa. «Laudato sì, mi Signore, per sora nostra morte corporale, dalla quale null'uomo vivente può scampare». Ora, questa parola «sorella», riferita alla morte, non è una metafora consolatoria. Credo che sia il frutto di un lungo cammino di riconciliazione. Come dice la lettera agli ebrei, il diavolo ci tiene schiavi per tutta la vita per paura della morte. Ed è per questo che tutti proviamo a scamparla o a scapparla, a fuggirla, in ogni modo, finché possiamo. Ma quando l'amore di Cristo riesce a plasmare in noi una vita nuova, quella paura a poco a poco si scioglie e la morte cambia volto. Trasformandosi nell'ultima e definitiva occasione di conversione, il momento in cui si lascia andare tutto ciò che ancora si trattiene e ci si consegna allo sguardo e all'abbraccio del Padre. Consapevole che la morte era vicina, Francesco volle lasciare il palazzo del Vescovo e andare alla Porziuncola, il posto per lui più caro al mondo. E le fonti raccontano che tra i suoi ultimi desideri ci fu anche quello di ricevere la visita di Donna Jacopa dei Sette Sogli, una sua amica romana che gli faceva sempre dei dolcetti che lui amava molto. E per questo le scrisse un biglietto, pregandolo di venire, perché il tempo ormai era breve. Donna Jacopa arrivò ancora prima che la lettera partisse, intuendo, forse da un'ispirazione di Dio, che doveva venire a incontrare il suo amico. Ora, in questa scena, un uomo malato, un'amica in lacrime, i frati attorno, il canto delle lodi anche di notte, si compie l'ultimo atto della povertà evangelica di Francesco. Non quella degli inizi, ma forse quella più difficile, quella di chi accetta di essere visto nella propria fragilità, di chi non ha più nulla da dimostrare e nulla da difendere, di chi sa di aver bisogno degli altri per affrontare quell'ultimo passaggio. Le biografie ufficiali quelle di Tommaso d'Acelano e di San Bonaventura, trascurano tutti questi dettagli di tenerezza che Francesco vive negli ultimi giorni della sua vita. Bonaventura presenta Francesco come colui che voleva pagare il suo debito alla morte, quindi con la consapevolezza di un cavaliere che va incontro al proprio avversario. Tuttavia, proprio dentro queste narrazioni ufficiali, Le fonti conservano un dettaglio che non è possibile cancellare. Era troppo vero troppo bello sfinito da quella malattia così grave che mise termine a ogni sua sofferenza si fece deporre nudo sulla terra nuda per essere preparato in quell'ora estrema in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira a lottare nudo con un avversario nudo Nudo sulla terra nuda. Non è un'immagine ascetica né una sfida simbolica alla morte, ma è il compimento della vita di Francesco. La spoliazione era stato il filo rosso di tutto il suo cammino. Anni prima, nella piazza di Assisi, davanti al padre Pietro di Bernardone e al vescovo Guido Francesco, Restituendo tutto e scegliendo di non fondare la propria identità su un possesso, su un ruolo, su un nome. E quel giorno aveva indossato un saio come forma di libertà. Ora, al termine del suo pellegrinaggio in questo mondo, anche quell'ultimo abito non serve più. Non è più necessario. Francesco ha concluso il suo viaggio e si è riconciliato con la propria storia. Con ciò che ha vissuto... E anche con ciò che non è riuscito a compiere. Non ha più nulla da temere e niente di cui vergognarsi. Ha combattuto la buona battaglia, ha conservato la fede, è diventato un figlio di Dio. Nella scrittura la nudità non è un dettaglio marginale, ma rivela il rapporto segreto tra l'uomo e Dio, forse lo ricorderemo. Nella Genesi si dice che i due erano nudi e non provavano la vergogna. Cioè all'inizio, in principio, la nudità è trasparenza, anzi è la condizione per essere in relazione con Dio. È il serpente a introdurre il sospetto, insinuando che la vita invece debba essere posseduta, protetta, coperta. Da quel momento la nudità diventa vergogna, la morte terrore, È il corpo un luogo di ambiguità e di tensione. Ma Dio non abbandona l'uomo in questa paura. Tutta la storia biblica racconta un Dio che continua a cercare l'uomo che ormai ha vergogna della sua nudità. E come lo salva? Facendo salire il suo figlio nudo sulla croce. Per togliere ogni veleno.
La nudità è il luogo dove noi possiamo amare, donare noi stessi e dove possiamo ricevere tutto. L'incantesimo è sciolto. Francesco ha assimilato questo segreto, che forse è la salvezza della nostra vita. Tornare a non avere più né paura né vergogna di quello che siamo. Francesco è tornato alla sua nudità creaturale. Ogni spoliazione che ha fatto è stato un atto di fiducia, ogni rinuncia un passo verso una libertà più profonda.
Nel corso della sua vita Francesco aveva attraversato molte identità, il figlio del mercante, il giovane ambizioso, il cavaliere mancato, il convertito, il fondatore, il predicatore, persino l'uomo stigmatizzato. Ora Tutti questi ruoli crollano, rimane soltanto l'essenziale, una creatura in mezzo ad altre creature, in pace davanti al suo creatore, bisognosa di tutto e proprio per questo pronta a ricevere tutto con gratitudine. Io credo che è per questo che la Chiesa lo riconosce santo, non anzitutto per ciò che ha fatto, ma per ciò che è diventato. Francesco ha custodito la sua umanità fino in fondo, senza nasconderla, senza irrigidirla. Ha imparato ad accettare la propria fragilità e a vivere come figlio e come fratello, senza vergognarsi della sua piccolezza. Anzi, proprio in quella piccolezza accolta ha scoperto la libertà più grande, quella di potersi mettere a servizio della Chiesa, del mondo, di ogni creatura. Senza misura, senza calcolo, senza difese.
Al termine di questo percorso, fratelli e sorelle, possiamo dire che questo cammino vissuto da San Francesco è semplicemente la forma più riuscita, più piena che il Vangelo promette a ogni battezzato. Una vita libera, capace di amare fino alla fine e di attraversare il dolore senza esserne vinta. È una grazia reale, concreta, accessibile, che ci consente di riconoscere in ogni circostanza, persino nella morte, il volto di un Padre che non ci abbandona mai.
Di fronte a questa bella testimonianza il compito, soprattutto di noi pastori, è tanto importante quanto delicato. Non possiamo adattare il Vangelo alle nostre paure, ridurlo a una proposta rassicurante o a un insieme di pratiche religiose che conservano solo l'apparenza della vita nello spirito, ma ne svuotano la vera forza. Offrire un cristianesimo facile a buon mercato, ma meno esigente, significa privare gli uomini e le donne del nostro tempo di ciò di cui hanno davvero bisogno. Un cammino in grado di condurre i nostri passi umani dentro lo spazio della vita eterna. Il Vangelo non ci invita a vivere di meno, né a fuggire il peso e la fatica della realtà. Ci autorizza piuttosto a desiderare la vita nella maggiore intensità possibile, accogliendo con umiltà la croce e il pane di ogni giorno. Il Vangelo non propone scorciatoie, ma ci abilita a un cammino di purificazione e di conversione che conduce alla libertà dei figli di Dio. Ed è nostra responsabilità custodire questa verità senza attenuarla, indicando percorsi che dischiudano le porte verso la piena maturità di Cristo.
In questo anno in cui abbiamo così la fortuna, l'occasione di contemplare San Francesco, ma di farci un po' inquietare da quel grande desiderio che ha accompagnato ogni passo della sua vita. Conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Preghiamo.
Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso è Dio. Concedi a noi miseri di fare per tuo amore ciò che sappiamo che tu vuoi e di volere sempre ciò che a te piace, affinché interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio di Letto, il Signore nostro Gesù Cristo, e con l'aiuto della Tua sola grazia giungere a Te, O Altissimo, che nella Trinità perfetta e nella unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio Onnipotente per tutti i secoli degli secoli.
Quarta Predica di Quaresima tenuta dal Predicatore della Casa Pontificia P. Roberto Pasolini, ofmcap: La libertà dei Figli di Dio.
Aula Paolo VI, Roma. 27 marzo 2026