La missione (Meditazione di Quaresima)



Testo della meditazione
Nel nome del Padre,
del Figlio
e dello Spirito Santo.

Ave Maria, grazia plena.
Dominus tecum,
benedicta tu in mulieribus,
et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Santa Maria, Mater Dei,
ora pro nobis peccatoribus,
nunc et in hora mortis nostre.

Preghiamo.
Signore nostro Dio che hai fatto della Vergine Maria il modello di chi accoglie la tua parola e la mette in pratica. Apri il nostro cuore alla beatitudine dell'ascolto e con la forza del tuo spirito fa che noi pure diventiamo luogo santo dove la tua parola di salvezza oggi si compie. Per Cristo nostro Signore.

Santo Padre, fratelli e sorelle tutti, il Signore vi dia pace.

Nelle prime due meditazioni in questa Quaresima abbiamo attraversato alcune tappe importanti dell'esperienza spirituale di San Francesco d'Assisi. La prima ci ha richiamato il cuore della sua conversione, la trasformazione della nostra sensibilità. La seconda ci ha mostrato come questa conversione non sia rimasta un fatto isolato. Il Signore ha donato a Francesco dei fratelli, e la fraternità è diventata il luogo concreto in cui il Vangelo ha preso carne nel poverello di Assisi. In questa terza meditazione vogliamo fare un ulteriore passo. Conversione e fraternità non sono ancora il punto d'arrivo, perché il compimento della vita cristiana avviene anche nella missione, nell'andare verso gli altri. Ciò che Francesco aveva ricevuto da Dio, una sensibilità rinnovata, la gioia e il martirio dei fratelli, non poteva essere trattenuto, ma doveva raggiungere e toccare la vita degli altri. Quindi faremo un piccolo cammino sul tema della missione in cinque punti. Innanzitutto il primato della testimonianza di vita sulla parola che diciamo. Poi lo stile della missione, che è quello di farsi accogliere prima ancora che donare qualcosa agli altri. Poi la capacità e l'arte di attendere le domande prima di anticipare le nostre eventuali risposte. Quindi guarderemo anche alla fecondità dell'incontro con l'altro, ripensando al viaggio di Francesco in Egitto, quando incontra il sultano. E infine il paradosso evangelico, che Francesco chiama addirittura, con la parola forte, la sottomissione agli altri, come forma della vita cristiana. Ma partiamo dal primo punto, dal generare Cristo con la nostra vita, più che con le nostre parole. Le fonti ci raccontano che la primitiva fraternità francescana, stando insieme, pregando, ben presto sente nascere il desiderio di coindividere con gli altri la vita del Vangelo. Accade loro quello che è accaduto alla prima comunità cristiana, secondo quelle parole memorabili che sono il prologo della prima lettera di Giovanni. Quello che era fin da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono, ossia il verbo della vita, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. Cioè prima c'è la comunione con il Signore e poi c'è l'annuncio. Non si può parlare davvero di quello che non ha ancora messo radici profonde in noi. Eppure San Francesco conosce la tentazione sottile di dire parole formalmente corrette, senza lasciarsi prima trasformare da esse, cioè trasmettere agli altri qualcosa che non è diventato ancora vita in noi. In un'ammonizione ai frati scrive «È grande vergogna per noi, servi di Dio, che i Santi hanno compiuto le opere E noi vogliamo ricevere gloria e onore con il solo raccontarle. Raccontare le gesta dei santi senza lasciarsi cambiare dal loro modo di vivere rischia di essere un modo per ammirarli da lontano. Parliamo di loro, ma restiamo al riparo. Dalla grazia. Quindi Francesco esorta alla pazienza, bisogna prima custodire quello che abbiamo visto e ascoltato, lasciarlo maturare nella preghiera, fino a che diventa vita, e poi anche parola verso gli altri. In un'altra munizione scrive così, «Beato il servo che accumula nel tesoro del cielo i beni che il Signore gli mostra e non brama di manifestarli agli uomini in vista di una ricompensa, poiché lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chiunque gli piacerà. Beato il servo che custodisce nel suo cuore i segreti del Signore». Con queste parole, Francesco mette in guardia da una tentazione molto sottile. Usare le cose di Dio per cercare approvazione e riconoscimento. Anche quello che è vero, che è autentico, se è manifestato troppo in fretta, rischia di perdere la sua verità. Per questo Francesco invita a custodire quello che si è ricevuto lasciandolo maturare nel cuore. La regola non bollata radicalizza questa intuizione. Francesco scrive Tutti i frati predichino con le opere. Lo spirito della carne, infatti, vuole e si preoccupa molto di possedere parole, ma poco di attuarle. C'è un episodio, probabilmente moderno, una rielaborazione di tante parole scritte nelle fonti ufficiali, però coerente con lo spirito di Francesco, che esprime in modo chiaro questa pedagogia di Francesco. Si racconta che un giorno il santo chiese a frate Ginepro d'accompagnarlo in città per predicare. I due percorsero le strade in silenzio, si fermarono accanto ai malati, sorrisero ai bambini, aiutarono qualcuno che era nel bisogno. Neanche una parola. Al ritorno Ginepro domandò al santo, padre mio, e la predica? E Francesco rispose, l'abbiamo fatta fratello mio, l'abbiamo fatta. Ecco, confidare più nella testimonianza che nelle parole non è per Francesco una strategia. È la conseguenza di una convinzione teologica profonda che occorre portare alla luce. Cristo non è un'informazione da trasmettere, ma un mistero che abita l'umanità di ciascuno e chiede di essere riconosciuto. Perché possa emergere nella vita. Cioè il Vangelo non si comunica al pari delle altre notizie, ma si dona come una vita che pian piano prende forma. In una lettera che Francesco scrive a tutti i fedeli, nessuno escluso, il Santo offre una visione sorprendente di tutto questo, perché parla del credente, del battezzato, nei confronti di Cristo, facendo riferimento a una triplice relazione, dicendo che ogni fedele può essere sposo, fratello e madre del Signore Gesù. E la categoria più audace è forse proprio l'ultima, quella della maternità. Scrive così. Siamo sposi quando nello Spirito Santo l'anima fedele si unisce a Gesù Cristo. Siamo Suoi fratelli quando facciamo la volontà del Padre Suo che è nei Cieli. Siamo madri quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo attraverso l'amore e la pura e sincera coscienza e lo generiamo attraverso il santo operare». Che deve risplendere in esempio per gli altri. Generare Cristo, sembra dire Francesco, non significa soltanto parlare bene di Lui o convincere gli altri con parole efficaci. Significa lasciare che la Sua presenza cambi anzitutto il nostro modo di vivere, fino a diventare visibile anche agli altri. È l'esperienza che vive una madre. Che porta il figlio dentro di sé, gli dà il tempo di crescere e poi lo dà la luce. Così anche per la fede. Prima Cristo prende spazio in noi, in silenzio, nella preghiera, nelle scelte e nelle piccole fedeltà quotidiane. Poi può apparire all'esterno, nei gesti e nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Infatti, quando il mistero di Cristo si compie in noi, qualcosa forse può muoversi anche negli altri. Non perché gli abbiamo detto le parole giuste, ma perché in noi si è manifestata una vita nuova, diversa. Il Vangelo porta frutto così, non anzitutto attraverso quello che diciamo, ma attraverso quello che la nostra umanità riesce a esprimere, attraverso l'azione silenziosa dello Spirito Santo. C'è però un'altra esigenza che Francesco dichiara, che è quella di farsi accogliere dagli altri. Un giorno radduna i frati a due a due, un po' come aveva fatto Gesù, e li invia per le strade del mondo dicendo loro «Andate per le varie parti del mondo e annunciate agli uomini la pace, la penitenza, in remissione dei peccati». Siate pazienti, sicuri che il Signore manterrà le sue promesse. Rispondete con umiltà a chi vi interroga, benedite chi vi perseguita, ringraziate chi vi ingiuria e vi calunnia, perché in cambio vi viene dato il Regno di Dio. Francesco sta semplicemente ripetendo le parole del Vangelo, che conosce molto bene, quelle indicazioni che Gesù aveva dato ai discepoli. Raccomandando loro uno stile essenziale nella missione, cioè partire senza sicurezze, senza borsa né sacca, entrare nelle case augurando la pace, fermarsi mangiando e bevendo di quello che gli altri mettono a disposizione. E aggiunge anche un dettaglio Gesù nel Vangelo. I discepoli sono mandati in tutti i luoghi dove Egli stava per recarsi. Questo caratterizza in modo forte la nostra idea di missione. I discepoli non sono chiamati a portare quello che manca, ma a preparare un incontro che Gesù vuole realizzare con gli altri. Quindi non tutto dipende da loro. Quello che non fanno lo farà il Signore. In altre parole, non siamo noi il centro dell'annuncio, ma quel volto di Dio che possiamo nella nostra umanità rendere visibile.

Queste indicazioni di Gesù conservano una logica che rovescia alcune nostre abitudini. I discepoli sono inviati senza protezioni, come agnelli in mezzo ai lupi, con il solo compito di portare la pace e di accettare quello che viene a loro offerto. Solo dopo, e potremmo dire dentro questa logica di accoglienza ricevuta, possono dire «È vicino a voi il Regno di Dio». Il cammino è chiaro. Prima lasciarsi accogliere, poi annunciare. Quindi non si tratta di portare qualcosa dall'esterno come per colmare una mancanza, ma di riconoscere il bene che è già presente e dargli un nome. Chi si lascia ospitare compie un gesto debole in apparenza, che sembra rinunciare all'iniziativa. In realtà rivela un tratto profondo della verità del Vangelo. Farsi accogliere e ricevere dagli altri vuol dire riconoscere che l'altro non è soltanto un destinatario dei nostri messaggi, ma è anche qualcuno da cui noi possiamo ricevere qualcosa. Quindi significa prendere sul serio la sua umanità, la sua capacità di bene, la sua disponibilità. E in questo modo si crea uno spazio nuovo, in cui il Vangelo non è più qualcosa che viene imposto dall'esterno, ma è il riconoscimento di una grazia che è già presente ed è all'opera. Naturalmente perché questo accada è necessaria una povertà reale. Per questo le indicazioni di Gesù nel Vangelo ci sembrano sempre sconcertanti. Bisogna presentarsi davanti agli altri senza avere tutta la verità in tasca e senza poter controllare tutto, ma accettare di dipendere anche dalla bontà e dalla sensibilità degli altri. Riconoscendo che il Regno di Dio può essere presente anche in modo nascosto nella vita di chi non lo conosce ancora. Credo che questo stile povero e disarmato possa interrogare il nostro modo di intendere l'evangelizzazione. Nel corso dei secoli abbiamo rischiato talvolta di viverla come un movimento a senso unico, andare verso gli altri con un atteggiamento didattico, talvolta anche giudicante, pronti a integrare ciò che manca e a ricondurre gli altri dentro le nostre categorie. La parola del Vangelo e la testimonianza di Francesco sembrano indicare una via più semplice, ma anche più esigente. Lasciarsi accogliere, riconoscere ciò che nell'altro è già vicino a Dio e offrirgli la possibilità di emergere. Evangelizzare in questa prospettiva significa dire agli altri, anche senza dire nulla, che è bello che esistano, che la loro vita ha valore ai nostri occhi. Non per confermarli semplicemente in quello che sono, ma per accompagnarli in modo molto umile a riconoscere poco alla volta la verità e la bellezza che portano dentro, senza avere fretta di ricondurli alle nostre idee. Il Regno di Dio non cresce attraverso proselitismo, a volte troppo forzato, ma quando il nostro modo di relazionarci consente a chi incontriamo di venire alla luce e di esprimere il meglio di sé, e così aprirsi alla rivelazione di Dio. Papa Francesco, nella Evangelii Gaudium, lo aveva detto con queste parole. Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo, senza escludere nessuno. Non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione. Ecco, crescere per attrazione. È ciò che accade quando la nostra presenza, anche la nostra gioia di annunciare il Vangelo, non soffoca l'altro, ma risveglia la sua libertà.

Un'altra capacità che Francesco con la sua testimonianza segnala è quella di saper attendere le domande e non anticipare troppo le risposte. Il rispetto e la stima con cui Francesco si avvicina agli altri rendono possibile un vero dialogo, perché Francesco sembra convinto che bisogna saper anzitutto ascoltare prima che parlare. Quindi evangelizzare per lui non significa dare subito le risposte, ma attendere che nel cuore dell'altro emerga il desiderio di Dio. Le fonti francescane conservano un episodio che con grande semplicità racconta questa modalità di annuncio. Si dice che c'era un eremo presso Borgo Sansepolcro, dove vivevano alcuni frati. Nei boschi vicino c'erano dei briganti che ogni giorno uscivano nelle strade e rapinavano le persone, facendogli anche delle percosse. Talvolta venivano all'eremo dai frati a chiedere il pane, ma i frati avevano smesso di darglielo perché erano troppo aggressivi. Un giorno Francesco passa in questo eremo, ascolta questa storia e dice ai frati di fare qualcosa di profondamente insolito. «Andate, procuratevi del buon pane e del buon vino». Portateli ai briganti nei boschi, dove sapete che si trovano, e chiamateli gridando. Fratelli briganti, venite da noi, siamo i frati, e vi portiamo buon pane e buon vino. Essi verranno subito da voi. Allora voi stenderete per terra una tovaglia, vi disporrete sopra il pane e il vino, e li servirete con umiltà e allegria, finché abbiano mangiato. Dopo il pasto, annunciate loro le parole del Signore e alla fine fate loro questa prima richiesta per amor di Dio, che vi promettano di non percuotere nessuno e di non fare del male ad alcuno nella persona. Poiché se domandate tutte le cose in una volta sola, non vi daranno ascolto. Invece, vinti dall'umiltà e carità che dimostrerete loro, ve lo prometteranno. I frati obbedirono a Francesco, i briganti vennero, mangiarono, ascoltarono, e alla fine alcuni di loro entrarono persino nell'ordine. Cambiando vita, altri decisero almeno di non fare più violenza a nessuno.

Ora, questo episodio un po' folcloristico, Racconta però qualcosa di molto vero e di molto concreto. Non si può chiedere a qualcuno di cambiare vita prima di avergli fatto sperimentare accoglienza, rispetto, fiducia. Se si anticipano troppo le richieste, anche quelle moralmente corrette, i nostri inviti non arrivano al cuore dell'altro. Prima bisogna creare lo spazio perché possa nascere il desiderio e la domanda di un cambiamento di vita. Solo allora quello che diciamo potrà, forse, venire realmente ascoltato. Del resto, non è questo lo stile che aveva Gesù? Quando incontra Zaccheo, non gli chiede nulla. Gli dice, oggi devo fermarmi a casa tua. È a partire da questo incontro e da questa accoglienza che Zaccheo poi decide di cambiare la sua vita. Gli Atti degli Apostoli raccontano una scena che illumina ulteriormente questa modalità. Ricorderemo forse tutti l'episodio di Filippo, nel capitolo ottavo, che incontra l'Eunuco. È in una strada deserta e c'è questo funzionario etiope che sta leggendo su un carro il profeta Isaia senza capirlo. Filippo si accosta, ma non spiega subito il testo. Gli fa una domanda. Capisci quello che stai leggendo? A quel punto è l'altro che si espone. E come potrei capire se nessuno mi guida? Qui la tentazione di dire subito Gesù sarebbe stata molto grande. E invece Filippo fa un'altra domanda. Ancora più profonda, a partire dal testo. Di chi parla il profeta? Questa è la domanda che Filippo riesce a suscitare. Ecco, solo che dopo che le domande sono emerse, Filippo prende la decisione di dire all'Eunuco Gesù e il mistero della sua Pasqua. A questo punto, vedete, è l'Eunuco stesso a chiedere ma che cosa mi impedisce di essere battezzato? Tutta una serie di domande. Che si sono ascoltate con rispetto e con attenzione. In questo racconto quello che colpisce è che l'annuncio, l'evangelizzazione, occupa pochissimo spazio alla fine del racconto. Tutto il resto, il cammino insieme, l'ascolto, le domande, è ciò che prepara l'azione di evangelizzazione. Il modo in cui si arriva a parlare di Cristo è tanto decisivo quanto le parole che poi diciamo. Evangelizzare non significa riempire il silenzio di risposte, ma accompagnare le persone fino a quando possono esprimere il loro bisogno di salvezza. C'è però una condizione che il testo racconta. Filippo scende nelle acque battesimali insieme all'Eunuco. Questo vuol dire che non si può accompagnare nella fede qualcuno senza coinvolgersi in prima persona. Anche chi è già battezzato ha bisogno di tornare continuamente alla sorgente della propria vita in Cristo, per lasciarsi rinnovare e per restare dentro un cammino di conversione. Solo se siamo in contatto con le nostre debolezze e il nostro battesimo, possiamo toccare anche la vita degli altri. I testimoni del Signore risorto non sono persone che hanno tutte le risposte pronte. Sono uomini e donne che hanno imparato ad ascoltare le domande, anche quelle più difficili, e sanno convivere con le proprie luci e le proprie ombre. Lasciandosi ogni giorno a maestrare da Cristo e diventando Suoi discepoli. In questo modo, con umiltà, ricominciano a camminare insieme a tutti e ad annunciare il Vangelo.

L'indole di Francesco era fin da giovane quella di voler dare la vita per un grande ideale. A lui sembrano perfette quelle parole che il romanziere Salinger scrive nel Giovane Holden, un testo che molti di noi conoscono, credo, dove dice «Ciò che distingue l'uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole vivere umilmente per essa». Francesco voleva morire per il Vangelo, per il Signore Gesù. E cerca il martirio. Infatti nel 1219 decide di partecipare alla Quinta Crociata perché aveva il desiderio di coronare la sua esperienza evangelica con il martirio. Quindi raggiunge l'accampamento cristiano che si trovava a Damietta, presso il delta del Nilo in Egitto. Proprio nel momento dell'assedio della città, in cui c'era lo scontro tra l'esercito crociato e quello del sultano. Durante una tregua, Francesco attraversa il fronte insieme a un compagno e si presenta davanti al sultano, al Malik, al Kamil. Le sentinelle lo catturano, lo maltrattano, lo incatenano. E per Francesco è fatta, dice. Ecco, il martirio è quasi realizzato. E invece accade qualcosa di sorprendente. Viene portato davanti al sultano E quello che sembrava essere un destino di martirio si trasforma in un incontro memorabile di rispetto e di accoglienza. Raccontano i biografi che il sultano lo riconosce come uomo di Dio, lo ascolta con attenzione e al momento del congedo lo fa riaccompagnare sano e salvo nel suo accampamento, chiedendogli persino di pregare per lui. Perché il Signore gli mostrasse la via migliore da seguire.

Ora, come leggere questo episodio? A prima vista sembrerebbe accadere poco. Il sultano non si converte al Vangelo e Francesco non trova il martirio che stava cercando. Eppure in questo incontro accade qualcosa di importante. Che forse ci fa comprendere anche il senso e la possibilità della presenza francescana attuale in quelle terre. Francesco non si presenta con un discorso, ma mostra un modo di porsi, semplice, povero, disarmato. E questo atteggiamento fa tutta la differenza. Il sultano non viene colpito da parole particolari, ma da quello che vede. Un uomo che sembra credere in ciò che vive e in ciò che dice. È come se il sultano vedesse, senza poterla riconoscere formalmente, in Francesco, L'umiltà di Cristo. Quindi il sultano, non sentendosi attaccato o messo in discussione, fa una cosa meravigliosa. Tira fuori il meglio della sua umanità. Lo accoglie, lo ospita, gli chiede di pregare per lui. Quindi in quel momento non avviene una conversione nel senso che noi sempre ci aspettiamo, cioè che l'altro cambi e diventi uguale a noi. Ma nasce un incontro reale tra due uomini. Diversi per fede, per storia, che nel bel mezzo di una guerra riescono a stare davanti l'uno all'altro in pace. Francesco non rinuncia alla propria fede, ma si avvicina all'altro con rispetto, senza voler prevalere sull'altro. Quindi il vero miracolo non è la conversione del sultano, ma è che due uomini si sono incontrati nella pace, Sono restati nella propria fede ma hanno vissuto uno scambio che non si può catalogare con le misure del successo e dell'insuccesso. Francesco torna a casa con una consapevolezza più profonda. Il Vangelo non si annuncia per vincere, neanche per convincere l'altro, ma per incontrarlo. L'altro non è un bersaglio da raggiungere, ma è una soglia davanti alla quale ci si ferma attendendo di essere accolti. Ecco, evangelizzare, sembra dirci questo episodio, non significa accorciare a ogni costo la distanza tra noi e gli altri, ma attraversarla con umiltà, senza cancellarla, custodendo la differenza come uno spazio dove Dio agisce nel cuore di ciascuno.

Il viaggio in Egitto lascia in Francesco una traccia profonda. Lui non ne parlerà, come non parlerà delle stigmate, Eppure quell'incontro ha segnato alcuni scritti degli ultimi anni di vita di Francesco. Una prima traccia la troviamo nella lettera che Francesco ha il coraggio di scrivere a tutti i governatori del mondo, in un tempo in cui non c'era neanche internet, figuriamoci come poteva arrivare, chiedendo a loro che ogni sera si doveva annunciare in modo pubblico la lode di Dio. Molti pensano che Francesco abbia avuto questa ispirazione sentendo la voce che nel mondo islamico faceva proprio questo, richiamava alla preghiera. E lo stesso accade per un'altra preghiera molto bella, le Lodi di Dio all'Altissimo, dove Francesco passa in rassegna tutti i titoli di Dio per lui rilevanti, proprio come avviene anche in alcune preghiere care alla tradizione islamica. Da questo emerge qualcosa di significativo. Nell'evangelizzazione e nell'incontro con l'altro, Noi non abbiamo soltanto qualcosa da dare, ma anche qualcosa da ricevere. Nella Regola non bollata, Francesco scrive le indicazioni ai frati su come bisogna fare quando si vive accanto a persone di fede diversa. E dice, Francesco, che i frati devono essere soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio. Nel Testamento dirà addirittura sottomessi a tutti. Cioè prima di ogni parola, prima di ogni annuncio, c'è un modo di stare in relazione all'altro. Non mettendosi sopra, ma restando sotto. Sembra la posizione più debole, ma in realtà è la posizione più forte. È quella che tra poco contempleremo nelle parole e nei riti della Settimana Santa. L'agnello di Dio come ha vinto il peccato e la morte. Non con una posizione di dominio e di forza, ma con la posizione del servo, umile, che non alza la voce. La parola sottomissione potrebbe però essere fraintesa. Secondo il Vangelo e nella sensibilità di Francesco, non vuol dire perdere la propria identità, né rassegnarsi di fronte all'altro per debolezza. È una scelta libera di rispetto e di dialogo, Vuol dire riconoscere che l'altro non è un terreno da conquistare, ma è una vita da incontrare, da conoscere, da accogliere. Chi accetta di porsi in questo modo permette all'altro di aprirsi, di emergere, di mostrarsi per quello che è, anche quando diventasse un nemico. In fondo questo è il movimento, lo sappiamo benissimo, con cui il Figlio di Dio si è presentato al mondo. Lo dice la lettera ai filippesi, quando afferma che Cristo svuotò se stesso, diventando simile agli uomini. Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Cioè Dio non si è imposto all'uomo, ma gli ha fatto spazio. Non ha custodito gelosamente la sua grandezza, l'ha dischiusa. Questa è la forma dell'amore. Ecco perché annunciare Cristo da una posizione di superiorità o di controllo rischia di tradire proprio quel Vangelo che vorremmo comunicare. La nostra autorevolezza non nasce da un ruolo, ma da un modo di vivere che accetta di entrare in questo dinamismo di amore. È ciò che Francesco ha intuito quando ha voluto chiamare i suoi frati minori. Assegnando loro non un titolo, non un ruolo, ma un modo concreto di stare al mondo e di porsi accanto agli altri. E credo che forse proprio questa piccolezza, questa umiltà vissuta, sia ciò che rende fecondo ogni annuncio del Vangelo. Quando abbiamo in noi la forza di non imporci di concedere spazio, qualcosa di grande può sempre accadere, negli altri, ma anche dentro di noi. Perché ogni creatura, quando viene accolta e non forzata, può lasciare emergere in modo libero tutto il bene che porta dentro di sé. Quel bene in cui noi crediamo è già presente il mistero di Cristo. Preghiamo. Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso è Dio. Concedi a noi, miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio Diletto, il Signore nostro Gesù Cristo. E con l'aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nella unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio Onnipotente per tutti i secoli dei secoli.

Terza Predica di Quaresima tenuta dal Predicatore della Casa Pontificia P. Roberto Pasolini, ofmcap: La missione.

Aula Paolo VI, Roma. 20 marzo 2026

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