Testo dell'inno
Ecco il vessillo della croce,
mistero di morte e di gloria:
l'artefice di tutto il creato
è appeso ad un patibolo.
Un colpo di lancia trafigge
il cuore del Figlio di Dio:
sgorga acqua e sangue, un torrente
che lava i peccati del mondo.
O albero fecondo e glorioso,
ornato d'un manto regale,
talamo, trono ed altare
al corpo di Cristo Signore.
O croce beata che apristi
le braccia a Gesù redentore,
bilancia del grande riscatto
che tolse la preda all'inferno.
Ave, o croce, unica speranza,
in questo tempo di passione
accresci ai fedeli la grazia,
ottieni alle genti la pace. Amen
Ecco il vessillo della Croce è l'inno dei vespri nella Settimana Santa.
Qui musicato e cantato da Rachele Consolini
Questo inno appartiene alla grande tradizione latina della Settimana Santa ed è strettamente legato al celebre Vexilla Regis, composto nel VI secolo da Venanzio Fortunato, uno dei più importanti poeti cristiani dell’antichità.
Il titolo originale latino, Vexilla Regis prodeunt, significa: “Avanzano i vessilli del Re”. Il “vessillo” è proprio la croce. Per i cristiani antichi è un’immagine fortissima: ciò che per il mondo era strumento di vergogna e tortura diventa il segno della vittoria di Cristo. Non un trono d’oro, ma un legno. Non la forza militare, ma l’amore che si consegna.
I versi sono una rielaborazione italiana moderna di quel clima spirituale.
Sono costruiti su un grande paradosso cristiano:
“mistero di morte e di gloria”
La croce non è soltanto dolore. È il luogo dove, secondo la fede cristiana, Dio mostra fino a che punto ama l’uomo. Per questo l’inno unisce continuamente immagini tragiche e luminose: il patibolo e la gloria, il sangue e la salvezza, la ferita e la guarigione.
Molto intensa è anche l’immagine del costato trafitto:
“sgorga acqua e sangue”
Qui il riferimento è al Vangelo di Vangelo secondo Giovanni (Gv 19,34), quando il soldato colpisce il fianco di Gesù con la lancia. I Padri della Chiesa lessero questo episodio in modo simbolico:
l’acqua richiama il Battesimo,
il sangue richiama l’Eucaristia.
Cioè: dalla ferita di Cristo nasce la Chiesa, nasce una vita nuova per il mondo. Per questo il testo parla di “torrente che lava i peccati del mondo”: non è solo un fatto fisico, ma una sorgente spirituale.
Dal punto di vista liturgico, questo tipo di inni veniva cantato soprattutto: durante la Settimana Santa,, nelle celebrazioni della Passione, nell’adorazione della croce del Venerdì Santo, e nell’Ufficio delle Ore.
C’è poi un dettaglio spirituale molto bello:
l’inno non descrive Cristo come uno sconfitto. Anche quando parla della morte, lo presenta come “Re”.
È la spiritualità tipica dei primi secoli cristiani: la croce è già vista alla luce della Risurrezione.
Per questo il tono non è disperato. È solenne, contemplativo, quasi stupito:
Dio regna proprio lì dove sembra perdere tutto.