Giuda Iscariota
Pomeriggio del 13 febbraio 2026, sono a spasso per la città eterna e, alla faccia della sindrome di Stendhal, decido di entrare nei Musei Vaticani..: «Vorrei un biglietto, grazie».
«Ecco a lei. Buona visita».
Ci sono stato tante volte, ma oggi scelgo di concentrarmi sulla Collezione d’Arte Moderna e Contemporanea. Ad un certo punto il mio sguardo è letteralmente catturato da un dipinto dai colori molto intensi: un uomo in punta di piedi, con le mani protese all’indietro, sta baciando qualcuno.. non capisco chi siano i due. Il volto del baciato non si vede, è totalmente illuminato. Mi avvicino in cerca della targhetta che solitamente accompagna le varie opere: Giuseppe Montanari, Il bacio di Giuda, 1918. Adesso ci siamo. Ne rimango estasiato: forse ho sottovalutato Stendhal. Nella tela la solitudine del traditore si fa eloquente: le sue labbra toccano la guancia destra del Maestro che, quasi impassibile, si lascia fare da colui che aveva scelto, ora sulle punte dei piedi, come a staccarsi da terra, preludio al tipo di morte ch’egli stesso deciderà di infliggersi. Almeno così mi pare di ricordare.
Sono provato, devo uscire. Il quadro mi ha lasciato troppi interrogativi, ma uno mi tamburella la mente: chi è davvero Giuda? Esco, mentre un sacco di gente sta entrando.. allora inizio a chiederlo a loro: «Voi, chi dite che Giuda sia? Cosa pensate di lui?».«A me ha sempre affascinato comunque.. enigmatico, comunque.. sì, però alla fine si è pentito».
«Non mi sembra si sia pentito».
«Sì, però oggi la gente tradisce e non si fa un problema, invece lui ha avuto una conseguenza».
«Perché ha tradito Gesù? perché era avaro? per odio? o per amore?».
«Forse perché ha avuto paura».
«Oppure lo ha messo alla prova, per vedere se avrebbe reagito poi».
«Dì, trenta cucuzze facevano gola!».
«A te, lì a destra, è mai capitato di tradire qualcuno?».
«Eh.. per il momento no».
«A me sì, più volte».
«Beh, dai, tutti tradiamo».
«Ok, ma è peggio tradire o essere traditi?».
«Dov’è la differenza?».
«Dipende cosa s’intende per tradire».
«Tradire però ti ammazza con il senso di colpa».
«Tradire è un po’ tradirsi».
«Vero, ma perché Gesù lo ha scelto se, almeno a un certo punto, sapeva lo avrebbe tradito? Cosa ne dite voi, sì, voi tre, laggiù».
«Ma Gesù non lo sapeva che lo avrebbe tradito».
«O forse perché Gesù porta un messaggio che, alla fine, in qualche modo vuole salvare tutti, a seconda di dove parti o qual è la tua strada. Però la possibilità di salvare tutti, quindi anche Giuda».
«Per me Gesù sapeva già come sarebbe andata a finire e, attraverso Giuda, forse voleva anche dare un esempio del peso del senso di colpa, e quanto questo poi ti condiziona una volta che hai tradito».
«Eh, però anche Pietro ha tradito Gesù, addirittura tre volte, eppure è diventato il primo papa della storia: che differenza c’è tra i due?!».
«Una sostanziale differenza è che Pietro è rimasto nella comunità, invece Giuda si è dissociato dalla comunità: forse si è impiccato più per il fatto di essere uscito dalla comunità, che per il fatto sostanziale di aver tradito. Perché comunque, secondo me lui era, era uno focoso, uno zelante.. se non sbaglio era uno zelota, per cui uno, no, tira fuori la spada, aveva una causa, per cui ci sta il tradimento, però poi..».
«Però anche Pietro è andato via quella sera, non è che è rimasto nella comunità: non è rimasto con Giovanni, Maria, no, è scappato».
«È scappato, ha pianto, però è rimasto».
«L’ha rinnegato».
«L’ha rinnegato.. perché è umano».
«Uno dei quattro Vangeli, non ricordo quale, come avete già detto, afferma che si è impiccato: perché lo ha fatto?».
«Si è sentito senza speranza».
«Ha tolto lo sguardo da Gesù, quindi, ha perso la speranza».
«E se fosse Giuda ad essersi sentito tradito da Gesù?».
«Ah, a questo non avevo mai pensato».
«In un certo senso potrebbe essere, il fatto che comunque Gesù non si mette contro i Romani, mentre Giuda, che era uno zelota, voleva combattere i Romani, quindi forse, da quel punto di vista lì potremmo dire che..».
«Che?».
«Forse sì, forse non si è fidato fino in fondo, forse una fine così triste non era quello che si aspettava, e allora ha lasciato prima, e nel momento in cui si è reso conto dell’identità di Gesù non c’è più stato dentro».
«Ma perché è così difficile accettare un tradimento?».
«Perché viene sempre da un amico».
«Perché ha a che fare con la fiducia».
«Grazie ragazzi.. grazie».
“Interessanti le loro risposte”, penso tra me e me, ma non mi bastano. Inizio a cercare qualcosa su Internet mentre ritorno in albergo in metro e, su Wikipedia, mi appare di tutto. Bene. Parto dall’arte, dal Beato Angelico, che fa incrociare gli sguardi di Gesù e Giuda, come Giotto nella Cappella degli Scrovegni, col traditore spesso caratterizzato da una veste gialla, che, leggo altrove, in pratica è come se simboleggiasse un oro “di serie B”, sinonimo di falsità e tradimento. Poi mi butto sulle innumerevoli Ultime Cene: in quella di Jacopo da Bassano Giuda è associato al gatto, che scopro essere simbolo di slealtà, non a caso contrapposto al cane, che al contrario dice fedeltà. Quindi, noto che a volte è mostrato di profilo, ad esempio da Cimabue, oppure come l’unico ad occupare “l’altra parte del tavolo”, come lo mostra il Ghirlandaio, mentre in quella di Rubens è il solo a guardare lo spettatore, «rompendo – così leggo – la cosiddetta “quarta parete”, quel muro immaginario rivolto verso chi assiste». In quella del pittore danese Carl Bloch è ritratto addirittura mentre esce dal Cenacolo. Da ultimo noto che, nella cattedrale francese di Autun, dopo essersi impiccato è tormentato, almeno sembra, da due demoni.
Dai miei ricordi delle scuole superiori emerge che Dante, nella Divina Commedia, lo condanna al cerchio più basso dell’Inferno, mi pare nell’ultimo canto, il XXXIV, cerchio che, se non ricordo male è una zona riservata a quelli che hanno tradito i benefattori, e che si chiama Giudecca proprio per questo. L’immagine di Lucifero che mastica quei tre, Bruto e Cassio, i traditori di Giulio Cesare, e Giuda, è ancora viva. L’Iscariota me lo ricordo tra l’altro rivolto al contrario, la mia prof diceva «per aver tradito la maestà celeste, i primi due, invece, quella terrena».
Riprendo a navigare su Wikipedia e l’occhio mi cade sulle Tre versioni di Giuda di Borges, del 1944, perché del traditore dà più interpretazioni, una delle quali sostiene che sia lui il vero salvatore dell’umanità, per aver permesso il compiersi del “destino” di Gesù. Il poeta argentino allora anticipa il musical Jesus Christ Superstar, del 1971, di cui due anni più tardi hanno fatto il film, anch’esso preoccupato, diciamo così, di riscattare la figura di Giuda.
Ne L’ultima tentazione di Nikos Kazantzakis, invece, romanzo diventato pellicola nell’88 con Martin Scorsese, è addirittura Gesù stesso a chiedere a Giuda di tradirlo.
In un altro romanzo intitolato Giuda, del 2014, per lo scrittore israeliano Amos Oz il traditore si toglie la vita per disperazione, perché si rende conto di essersi.. sbagliato.
Decido di passare alla musica: i Metallica – da non credere – nel 2008 hanno composto The Judas Kiss. Non è tutto: Lady Gaga, quella Lady Gaga, nel suo Judas si mette nel ruolo della Maddalena, e preferisce il “maledetto” traditore al virtuoso Maestro. Fra gli italiani ecco Antonello Venditti, che nella sua Giuda lo sente parlare a Gesù mentre si trova all’inferno. Roberto Vecchioni nella sua canzone omonima lo riscatta, ritenendolo anch’esso necessario alla redenzione dell’umanità. Infine Jovanotti, che in Penelope si chiede «se quel bacio fu un tradimento o la più grande fedeltà». L’ultima cosa che leggo, perché gli occhi ormai mi “friggono”, è una curiosità un po’ macabra: nel comune novarese di Romagnano Sesia, ogni due anni si svolge la rappresentazione del Venerdì Santo, che propone, tra le altre scene, proprio l’impiccagione di Giuda. Mah..
Sono stanco, non vedo l’ora di arrivare in albergo. Mi si chiudono gli occhi..
Vedo salire quattro uomini, tutti vestiti in modo simile, forse sono colleghi di lavoro, uno però ha l’abito di un colore diverso. Si siedono davanti a me.. mi osservano, quasi mi conoscessero. Uno di loro mi fissa: «Allora, me lo chiedi chi è Giuda?». «Prego?». «Me lo chiedi o no?». Non capisco, ma sto al suo gioco: «Me lo dica pure!».
«Diciamo subito che era uno dei Dodici, scelti da Gesù, “Perché stessero con Lui”.. chiaro?».
«Chiarissimo».
«Nella mia lista del gruppo l’ho citato per ultimo, loro tre – e indica i “colleghi” – mi hanno copiato. Per me Giuda è stato solo una pedina, era parte del piano».
«Quale piano?».
«Quello messo su dalle istituzioni giudaiche. Non so nemmeno se fosse consapevole delle loro finalità. Non so, come scritto, perché tradì il Maestro. Quando è arrivato davanti a Lui, insieme alle guardie, ha stabilito con loro un segnale perché lo prendessero: “Quello che bacerò è lui. Voi prendetelo e portatelo via con cautela”. Prima di baciarlo lo ha chiamato “Maestro”. Ho capito subito che quel bacio era importante, infatti ho deciso di scrivere quel verbo in due modi: prima ho usato il greco filéo, poi il più intenso katafiléo. Però rimane un ipocrita: chiama Gesù Rabbì, organizza l’arresto e dà ordini alle guardie.. una bella faccia tosta! Tant’è che da quel momento in poi l’ho fatto uscire di scena, non ne ho più parlato».
«Io.. beh, la ringrazio.. posso chiederle come si chiama?».
«Giovanni Marco, ma tutti, per pigrizia, o forse per non confondermi con lui, quello col vestito più chiaro, mi chiamano solo Marco».
Non credo ai miei occhi e alle mie orecchie: la stanchezza fa brutti scherzi.. O forse sono i sintomi ancora inesplorati della sindrome di Stendhal.
«Adesso tocca a me!».
«Tocca a me a fare cosa?».
«A dirti la verità su Giuda, dato che lui – riferendosi a quello che ha appena parlato – non ti ha detto granché».
«Prego!».
«No, dai, qualcosa ha detto, però vorrei sottolineare tre aspetti, o comunque dei miei personali punti di vista».
«Cioè?».
«La prima è che Giuda consegnò Gesù per soldi, suggerendo lui stesso la cifra, che però è simbolica: le trenta monete si rifanno a Esodo 21,32, sono il prezzo di uno schiavo, ma anche a Zaccaria (11,12-13) in cui, invece, è la somma che il Pastore non apprezzato riceveva come liquidazione. Io poi, durante l’Ultima cena, lo faccio intervenire, tra l’altro chiamando Gesù, non Signore come gli altri, ma Rabbì, sentendosi poi dire: “guai a quell’uomo a causa del quale il Figlio dell’uomo viene consegnato: meglio per lui se quell’uomo non fosse mai nato”. Frase durissima da digerire. Non lo faccio nemmeno uscire anticipatamente dal Cenacolo, lasciando immaginare a voi lettori che lo faccia a cena conclusa, col resto del gruppo. Quanto al bacio nel Getsemani, costò a Giuda un’affermazione, o più probabilmente una domanda, scomodissima: “Amico, per questo sei qui?”. Ma la cosa che tutti ricordate maggiormente è che parlo del suo suicidio. L’ho fatto perché volevo chiudere il cerchio sulla sua vicenda, senza lasciare niente in sospeso».
«Ma.. mi dica, perché si è ucciso?».
«Ho voluto rileggere la vicenda di Achitòfel, anch’esso impiccatosi, che tradì il re Davide per assecondare il tentato colpo di stato da parte di suo figlio Assalonne. Poi ho fatto tornare Giuda dai capi religiosi per restituire i trenta denari, gettare le monete nel tesoro e, coi soldi da lui restituiti, i capi dei sacerdoti hanno acquistato il campo “del vasaio”, destinandolo a cimitero per gli stranieri».
«Mi faccia capire: se si è suicidato, come lei dice, significa che si è pentito del tradimento?».
«Pentito no, il suo fu rimorso, tant’è che ho utilizzato il verbo metameléomai, diversamente da quello messo in bocca a Pietro, metanoéo, il verbo della conversione».
«Adesso però mi faccia indovinare: lei è Matteo?».
«Esattamente. Puoi darmi del tu».
«Ci provo, e siccome il.. tuo Vangelo l’ho letto, approfitto per farti ancora una domanda: mi pare di ricordare che si è impiccato dopo aver tentato di restituire, con esito negativo, le monete ai capi dei giudei.. Pensava forse di liberare Gesù? O di liberarsi dal proprio senso di colpa?».
«Non lo so, ragion per cui non l’ho scritto. Ma ho pensato, nel mio Vangelo, di non citarlo mai come “traditore”. Forse, più che vittima delle autorità che lo hanno strumentalizzato, lo fu di sé stesso».
«Fammi indovinare, se anche a te posso dare del tu: sei Luca?».
«Bingooooooo! E come hai fatto a indovinare?».
«Dall’abito, simile agli altri due: noi vi chiamiamo “sinottici”, perché, se vi mettiamo uno affianco all’altro, siete facilmente riconoscibili. Abito, il tuo, che in questo caso non fa il monaco, ma l’Evangelista sì!».
«Pessima battuta».
«Siccome ho letto anche il tuo, ho notato anzitutto che tra i Dodici citi Simone lo zelota al posto di Taddeo, e che inserisci la figura di Satana, che entra sia in Giuda che in Pietro: in questo modo – permettimi – non sposti lo scontro, sul piano storico, tra Dio e Satana?».
«Proprio così: se il primo opera in Gesù, il secondo lo fa attraverso Giuda».
«Matteo dice che si è suicidato, tu scrivi invece che ad ucciderlo è stato un incidente: mettetevi d’accordo!».
«Guarda, io all’inizio della seconda parte del mio Vangelo, gli Atti degli Apostoli, ho sottolineato che prima di una festa importante, quella di Pentecoste, ne mancava uno, per gli Undici una ferita ancora aperta, dopo duemila anni.. Quindi ho voluto precisare che a questa assenza aveva sopperito l’estrazione a sorte di Mattia. Ho fatto dire a Pietro, infatti, che tale scelta ricalcava una predizione del Primo Testamento: “Giuda – affermò Cefa – era uno di noi, e come noi era stato scelto per questa missione. Con i soldi ricavati dal suo delitto, Giuda comprò un campo e là morì precipitando a capofitto: il suo corpo si è squarciato e le sue viscere si sono sparse. Il fatto è noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme a tal punto che quel campo, nella loro lingua, essi lo chiamano Akeldamà, cioè campo del sangue”. Per poi aggiungere, ricordando il libro dei Salmi, che il suo incarico doveva prenderlo un altro. In pratica ho voluto rileggere la vicenda di Giuda secondo categorie care al pensiero giudaico. Sempre negli Atti, tra l’altro, ho lasciato che fosse Pietro a congedare il Nuovo Testamento da lui: «Giuda ci ha lasciati ed è andato al suo destino» (At 1,25).
«A questo punto mi presento da solo, tanto – almeno dal vestito, o per esclusione – sai già chi sono».
«Giovanni».
«Ma va?! A me piace distinguermi dalla massa, tanto che, forse non lo sapevi, nei nostri quattro scritti, che i posteri hanno canonizzato, Giuda compare in diverse occasioni. Lo definiamo Iscariota, il traditore o uno dei Dodici, ma il suo nome ricorre in tutto 22 volte: 3 in Marco, 5 in Matteo e 6 nell’opera lucana, mentre io lo cito 8 volte, più di tutti. Il motivo è semplice: l’interesse per la sua figura aumentò sempre più, ed essendo stato io l’ultimo a scriverne.. Io poi, lo sanno anche i muri, ho preferito rileggere la vita del Nazareno, quindi anche quella del suo traditore, in modo più originale e simbolico, senza nulla togliere ai miei colleghi qui presenti, beninteso».
«E come lo hai fatto?».
«Mettendolo in contrapposizione con la figura del “discepolo amato”, un personaggio da me tipizzato – se mi concedi il termine tecnico – , di cui infatti non dico mai il nome, pur lasciando intendere che, probabilmente (ma un po’ di suspense voglio lasciartela), sto parlando di me stesso. Diciamo così: se “il discepolo amato” incarna tutti coloro che scelgono di rimanere con Gesù, Giuda, al contrario, lo è di quelli che tradiscono lui e – fatto troppo spesso sottovalutato – la sua comunità».
«Quanto al suo “cognome”, diciamo così, ho capito che non siete concordi tra voi..».
«Tra di noi sì, sono i posteri ad averlo interpretato diversamente: alcuni fanno derivare Iscariota da ‘îš qerîyot, “l’uomo di Keriot”, il suo villaggio d’origine, mentre altri lo ricollegano al latino sicarius, sottolineando la sua appartenenza al gruppo degli Zeloti. Per altri infine deriverebbe dall’aramaico sakar, “fraudolento”, “falso”, ovvero “l’uomo della menzogna”. Per noi però è sempre stato chiaro: venendo da Keriot, Giuda era l’unico non Galileo del gruppo, era questo che volevamo sottolineare».
«Invece, chiamandolo “il traditore” e “uno dei Dodici”?».
«Traditore rimanda al verbo paradídomi, “consegnare”, perché Giuda entrò nel grande giro di “consegne” di cui verrà fatto oggetto Gesù. Però questo verbo è ambivalente, dice sia consegnare che tradire.. ci abbiamo giocato un po’. Usando uno dei Dodici volevamo sottolineare la sua speciale elezione, come quella degli altri undici, insomma l’intimità che lo legava a Gesù e alla prima comunità che il Maestro si era scelta».
«Nel tuo Vangelo Gesù appare pienamente consapevole e padrone di quanto gli accadrà.. sbaglio?».
«Non sbagli, tant’è che sulle labbra del Maestro metto queste parole: “Sono stato io a scegliere voi, i Dodici; eppure, uno di voi è un diavolo”. Ovviamente stava parlando di Giuda, che non ho esitato a definire “ladro”, nonostante fosse un amico. Ladro perché approfittò della fiducia di Gesù, che gli aveva affidato l’incarico – di grande responsabilità e fiducia – della cassa comune».
«Senti un po’, durante l’Ultima cena, che tu caratterizzi con la lavanda dei piedi, dici che, dopo aver condiviso il boccone con Gesù, Satana entrò in Giuda, sentendosi dire dal Maestro: “Quello che devi fare, fallo presto”. Ma gli Undici non capirono il vostro discorso. Poi scrivi che “era notte”: perché questa precisazione?
«Ti ho già detto che il mio scrivere è molto simbolico: quella è un’immagine temporale che avevo già utilizzato nell’incontro tra Gesù e Nicodemo. In Giuda “è notte” perché si è allontanato dalla vera luce, che è Gesù».
«Quindi il traditore fu semplicemente una pedina nelle mani del nemico di Dio?».
«Questo no. Il Nazareno è il vero protagonista e padrone della scena, nel Cenacolo come nel Getsemani, e la sorte di Giuda non fu affatto già determinata: tradire fu una scelta sua!».
«Ok. Questa però me la devi spiegare: perché Gesù, dopo l’arresto, rivolgendosi al Padre celeste dice: “Nessuno di quelli che mi hai dato si è perduto?”. E Giuda?».
«Volevo sottolineare che in quel momento era ormai perso, così ho sfumato il suo personaggio fino a farlo rimanere solo..».
«Perché tradì Gesù?».
«Preferisco non dirtelo. Non che non lo sappia, vorrei solo ci arrivassi tu. Voi “moderni” parlate di “finale aperto”».
Appena Giovanni finisce di parlare, la metro si ferma e i quattro scendono senza dir nulla. Alla stessa fermata, però, sale un altro uomo, uno che non passa inosservato, se non altro per il suo vestito giallo, a dire il vero un po’ sbiadito».
«Piacere, Mattia!», mi dice sedendosi accanto a me.
Non più stupito, gli do subito corda e ne approfitto: «Come ti sei sentito da “subentrato”? Nello sport, chi entra “dalla panchina” – soprattutto se non per scelta tecnica, ma perché un compagno ad esempio si è infortunato – rischia di non sentirsi importante per la squadra e, come se non bastasse, sei stato scelto dalla sorte».
«Prima di tutto, non so se lo sai, ma sorte deriva dal latino sŏrs, sortis, che in origine era la “tessera per il sorteggio”, cioè l’estrazione o il lancio di piccole tavolette, gettoni o legnetti; le sortes, utilizzati per divinazioni o per la spartizione di beni, solo dopo assunse il significato di destino, sorte, appunto. Tornando alla tua domanda, no, sono entrato “carico”, per rimanere nella tua metafora sportiva. Dovresti chiedere a Giuseppe, chiamato Barsabba ma anche Giusto, lui addirittura fu scartato! Dalla sorte, s’intende. Poi, guarda, nella Bibbia c’è davvero posto per tutti, quindi non stupirti se ci trovi anche “storie maledette” come quelle di Caino, Saul o Assalonne. “Fecero ciò che è male agli occhi del Signore” è infatti una frase ricorrente nell’intera storia d’Israele e di Giuda, senza contare quelli che potremmo chiamare “eroi fragili”: da Davide a suo figlio Salomone, da Pietro a Paolo. Certo, te lo concedo, Giuda si pone tra queste due categorie».
Detto ciò, forse offeso, si alza anche lui e.. se ne va! Ma come? L’ATAC di Roma, però, sembra che oggi abbia deciso di non farmi annoiare; sceso Mattia, sale un tizio davvero stravagante: faccia stralunata, occhiali da “secchione”, outfit trasandato. Vediamo se viene a presentarsi anche lui..
Detto e fatto: «Giuda, piacere». Non credo alle mie orecchie: «Quel Giuda?».
«Non proprio».
«Cosa vuol dire “non proprio”?».
«Vuol dire il secondo Giuda, nel senso di “quello che ha scritto l’apocrifo”, come lo chiamate voi “moderni”, Il vangelo di Giuda, quello che inizia con “Questo è il messaggio segreto del giudizio che Gesù pronunciò con Giuda Iscariota nel corso di otto giorni, tre giorni prima di celebrare la Pasqua”».
«Se non ricordo male è un prodotto della gnosi, in greco “conoscenza”. Di cosa si tratta esattamente e, perché lo scrivesti?».
«Decisi di metterci mano, spronato dalla setta gnostica dei cosiddetti “caininiti”, gente che rivedeva sotto una luce diversa il ruolo di Caino e, di conseguenza, quello di Giuda, ritenendo quest’ultimo unico depositario dell’insegnamento di Gesù, tant’è che al Maestro ho fatto dire, rivolto a Giuda: “Diventerai il tredicesimo e sarai maledetto dalle altre generazioni e governerai su di loro”».
«Dato che sei una voce fuori dal coro, ne approfitto e ti chiedo cosa pensi della fine che ha fatto Giuda, quello vero intendo, insomma il finale che ci riportano i Vangeli canonici».
«Guarda, partiamo dal presupposto che ognuno di loro l’ha affrontata in modo diverso: Marco tace, non credo perché non sapesse nulla ma, da una parte perché voleva focalizzarsi su Gesù, dall’altra – di questo ne sono convinto – per pudore. Giuda rimaneva sempre uno dei Dodici. Matteo dice si sia ucciso, in un terreno diventato poi cimitero degli stranieri. Luca (negli Atti) parla di un tragico incidente, in un luogo così chiamato proprio per via di quell’incidente. Capisco che questa diversità sconcerti i lettori della tua epoca, ma per la mentalità biblica il “finale aperto” e plurale – il silenzio di Marco, la lettura scritturistica di Matteo e quella simbolica di Giovanni – rappresenta un’opportunità, diciamo così, narrativa. Su questo non ho dubbi».
«Tornando alla gnosi, è quell’eresia dei primi secoli che negava la fisicità in generale, su tutte quella di Gesù, giusto?».
«Esatto, tant’è che faccio dire a Gesù: “Domani tortureranno colui che mi porta”, alludendo al suo finto corpo. Per gli gnostici, infatti, quella di Gesù era solo una farsa, un vestire e spogliare a piacimento l’entità divina che lo possedeva. Pertanto Gesù gli disse: “Ma tu [...] sacrificherai l’essere umano che mi porta”».
Madddaiiii! Mi sveglio: è stato solo un sogno.. non ho parlato davvero con gli Evangelisti, Mattia e, tanto meno, colui che ha scritto Il Vangelo secondo Giuda. Vabbè..
Noto che accanto a me, questa volta in carne ed ossa, c’è un anziano che, fissando il finestrino continua a ripetere: “Dai guai a Cristo, Dai guai a Cristo..”. Nella capitale di gente come questa se ne incontra diversa, ma non ho neppure il tempo di farmi una risata che, di nuovo – questa volta me ne accorgo! – mi riaddormento. Come già successo, riprendo l’ultimo sogno là dove l’avevo lasciato: a salire sulla metro è un altro uomo vestito di giallo, questa volta un bel giallo banana e, indovinate un po’ di chi si tratta? ..braaaavi, proprio lui: Giuda Iscariota, quello vero (si fa per dire), non più l’apocrifo.
Non gli do’ neanche il tempo di presentarsi: «Saltiamo direttamente i convenevoli, ti faccio la domanda che incuriosisce il globo terraqueo da duemila anni a questa parte: perché l’hai fatto?».
«Perché ho tradito Gesù? È questa la domanda?».
«Sì».
«Volevo essere un uomo libero, per questo l’ho seguito e per questo l’ho consegnato. Ma, si badi bene, se ho avuto una parte importante nella sua morte, è perché ho avuto una parte importante nella sua vita! A lui ho dato tutto, come gli Undici del resto, rinunciando a una casa, a una famiglia, al lavoro, insomma ad una vita normale, che è fatta anche di relazioni con una donna: per tre anni non ne ho toccata una! Mi è costato tanto..».
«Continua, continua..».
«Non amavo i sacerdoti, è vero, ma credevo nella Legge e nei profeti: è per questo che l’ho dato in mano alle autorità giudaiche. Però, so che faticherai a crederlo, io Gesù volevo salvarlo, anche se ad un certo punto ho iniziato a non fidarmi più di lui, anzi, la rabbia che nutrivo per quei tre anni buttati.. beh, ebbe la meglio».
«Perché lo baciasti, in quel giardino?».
«Perché desideravo dargli un ultimo bacio, davvero! Volevo sapesse che avrei continuato a volergli bene: gliene volevo tanto, ma non era il Messia, e nemmeno un profeta. Quando venne crocifisso, gli altri si nascosero impauriti e fuggirono. Fecero tutti come me, solamente un po’ più tardi».
«Dicevi che volevi essere libero: lo sei diventato?».
«Pochi sanno davvero cos’è la libertà, io invece lo so: da un giorno all’altro – te l’ho già detto – mi ritrovai senza più niente.. cosa potevo fare? Tornare a pescare come se nulla fosse? Mi vien da ridere solo a pensarci. Non avevo più né un Dio, né un popolo, né una famiglia e nemmeno un luogo “dove posare il capo”! In questo sì, mi ero fatto come Lui. Questa era la mia libertà: non dipendere più da niente e da nessuno. Andai al Tempio a restituire i soldi.. non mi servivano più nemmeno quelli».
«Cos’hai provato mentre il Maestro ti lavava i piedi?».
«Tante cose, in un istante, mentre le sue mani bagnate mi toccavano i piedi, rividi ogni attimo vissuto con lui in quei tre anni. Non so come, ma riuscii a trattenere le lacrime».
«Perdonami se insisto, ma.. cosa cercavi davvero in quell’uomo, che poi non hai trovato?».
«Cercavo un Dio, perché all’inizio pensavo che lo fosse, che mi facesse vivere al riparo dal caos, lui invece il caos se lo andava a cercare col lanternino. E questa scelta lo portò a morire soffocato. Cosa che – ha scritto Matteo – accadde anche a me, non sulla croce, ma su un albero».
«In che senso “ha scritto Matteo”?».
«Questo è il finale che ha scelto di darmi l’Evangelista, ma l’ultima pagina del racconto spetta a ognuno di voi scriverla: il mio finale, vi piaccia o no, rimane aperto. Deluso?».
Orìgene, centocinquant’anni dopo di me, ipotizzò che scelse di togliersi la vita per potersi ricongiungere immediatamente con Gesù, nel mondo dei morti, e lì implorargli perdono. Ti sei mai chiesto perché la Chiesa non ha mai condannato Giuda? Né lo poteva fare, del resto, dato che la sua missione consiste nel salvare e dichiarare i già salvati, cioè i santi, mai i condannati. Non solo, nemmeno le parole di Gesù che, di lui ha detto “Bene per quell’uomo se non fosse mai nato” (Mc 14,1), sanno di condanna eterna».
Avrei voluto rispondergli, ma.. mi sono svegliato nuovamente. Noto che l’anziano accanto a me non c’è più, anche lui è sceso, come tutti gli altri personaggi, immaginari e non.. Ripenso alla sua filastrocca: “Dai guai a Cristo, dai guai a Cristo, dai guai… a Cristo..”. “Dai guai a Cristo”? Ma, aspetta un po’.. noooo, noooo, non è vero!? È un anagramma: l’anagramma di “Giuda Iscariota”!!! Non ci posso creeedereee..
Stupito e ancora incredulo, noto che sul sedile che occupava l’anziano c’è un libricino, lo avrà dimenticato. Lo prendo in mano: Ciò che rende la fede difficile. Vademecum per pellegrini che si stancano spesso. È del gesuita Jean-Paul Hernández. Inizio a leggerlo. Soffermandosi sulla figura degli apostoli, sottolinea che, piuttosto che essere il “nuovo Israele” essi siano stati “di nuovo Israele”. Quanto a Giuda, «Egli non fa altro che rispecchiare le dinamiche che attraversano ciascuno dei dodici. Non a caso in molte descrizioni evangeliche egli fa quasi il pari con Simon Pietro […]». E prosegue: «il tradimento di Gesù, cioè la sua consegna alla morte si articola in tre fasi: gli apostoli (Giuda), gli ebrei (sinedrio), i pagani (Pilato). Questi tre scalini coincidono esattamente con i tre cerchi concentrici della missione della prima generazione cristiana. Cristo è stato “tramandato” (“consegnato”, nel senso di “annunciato”) prima dagli apostoli, poi presso gli ebrei, poi presso i pagani […] nei due casi si usa lo stesso verbo paradidomi. Il messaggio teologico di questa ambivalenza è forte: è nel tradimento che Cristo viene tramandato. In altre parole: è impossibile tramandarlo senza tradirlo, ma al tempo stesso ogni nostro tradimento è il luogo dove Lui si consegna». E conclude: «la struttura stessa della Chiesa è l’essere “traditrice”. Perciò i Padri la chiamano la “santa prostituta”. “Prostituta” perché scandalosamente si concede a chi offre di più; “santa” perché ancora più “scandalosamente” è scelta senza merito alcuno per consegnare Cristo. Consegnarlo alla morte e dunque a tutti».
Giornata assurda.. però quel quadro, quello che pensa la gente comune e quei sogni strani – giuro che i peperoni non li mangio più! – mi hanno aiutato a capire un po’ di più Giuda, che avevo sempre giudicato – oh no! ..creo giochi di parole senza nemmeno più accorgermene.. Ho capito che nei Vangeli non c’è nessuna damnatio memoriae, direbbero quelli bravi, ma una cruda e dolorosa constatazione: che quel tradimento è tipo di ogni altro possibile tradimento, sorta di vero “peccato originale” che riguarda anche me, soprattutto me. Ho capito anche che quel vuoto lasciato da Giuda non lo può prendere nessuno, non me ne voglia Mattia, perché ognuno di noi è unico. È vero, dopo i loro sbagli Pietro e Tommaso sono tornati, Giuda no, lui rimane un “fratello perso”: che neanche la resurrezione di Gesù abbia potuto far nulla per la sua scelta? Forse è questo il prezzo della libertà, la somma che nemmeno Dio può pagare. Una somma di cui disporrebbe, eppure non lo fa..
Però, lo dice la parabola del pastore che va in cerca della pecora smarrita, lascia lì le altre 99 per andarsela a riprendere! E tutto questo sbattimento, perché di sbattimento trattasi, perché la comunità non è completa se ne manca anche uno solo.
Lo scrittore Joseph Conrad, in un romanzo del 1911 (Con gli occhi dell’Occidente) diceva che «In realtà l’unica cosa che l’uomo può tradire è la sua coscienza». Il filosofo Umberto Galimberti sottolinea invece che «Non si dà amore senza possibilità di tradimento, così come non si dà tradimento se non all’interno di un rapporto d’amore. A tradire infatti non sono i nemici […] ma i padri, le madri, i figli, i fratelli, gli amanti, le mogli, i mariti, gli amici. Solo loro possono tradire, perché su di loro un giorno abbiamo investito il nostro amore», aggiungendo che l’«Amore è un gioco di forze dove si decide a quale dio offrire la propria vita: al dio della felicità che sempre accompagna la realizzazione di sé, o al dio della sicurezza che molto spesso si affianca alla negazione di sé». (Le cose dell’amore). E mi domando: a quale dei due, Giuda ha offerto la sua di vita?
Insomma, ho capito che Giuda sono io: sono io ogni volta che tradisco me stesso, ciò per cui sono nato e il piano, chiamiamolo così, che solo a me spetta compiere su questa Terra. Ma soprattutto, Giuda sono io quando non mi sento “il discepolo amato” e scelgo di rimanere nei miei “guai”..
Recita
Cristian Messina, Andrea Parato, Daniele Briglia, Riccardo Cenci, Massimo Montanari, Stefano Gazzoni, Marco Neri, Simone Fagioli
Nel dialogo iniziale: Francesca Tentoni, Rachele Nicoletti, don Franco Mastrolonardo, Maruska Guiducci, Danilo Concordia, Stefano Rocchetta, Julia Andruccioli, Alessia Fantini, Nicole Macrelli, Francesca Cevoli, Davide Rocchetta
Musica di sottofondo
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