Il respiro della vita. P. A. Florenskij testimone della verità



Il pensiero russo, il grande pensiero russo, è strettamente intrecciato a quello occidentale. Il rapporto tra filosofia occidentale, scienza e filosofia russa, tra ‘700-‘800 e pensiero, pensatori russi, è strettissimo. C'è una migrazione di pensatori russi che vanno a studiare in Germania in particolare, incontrano Schelling, incontrano i grandi filosofi idealisti, e questi pensatori si dividono tra chi ritiene che il destino del pensiero russo debba occidentalizzarsi, ritiene che ormai la civilizzazione, come dicevano i francesi, la civilisation, sia un destino per tutto il mondo, globale. Non è che la globalizzazione sia una cosa che si è inventata negli ultimi anni. La globalizzazione è il perno del pensiero della civiltà europea. La civiltà europea si immagina fin dagli inizi come globale e, in base a questo, dà l'assalto al mondo, come dice Hegel, no? Non lascia in pace il mondo. Dice Hegel che i russi leggono, studiano appassionatamente, tutti i pensatori russi vengono fuori da lì...
Noi, l'inquietudine del nostro pensiero è tale per cui non possiamo dar pace né a noi né al mondo. E così è, così è stato, no? Non si tratta di denunciare, né di piangere, né di deridere. Si tratta di constatare un fatto. L'Europa, centro del mondo, certamente, fino alla Prima Guerra Mondiale, ha dato l'assalto al mondo. E l'ha globalizzato, ben prima della globalizzazione economico-finanziaria degli ultimi decenni. Ebbene, di fronte a questa Europa... tra l'altro rappresentata da questi grandi ultimi pensatori, forse gli ultimi grandi filosofi sistematici: gli Hegel, gli Schelling, gli Schichter. Di fronte a questo i pensatori russi, i giovani pensatori russi, si trovano di fronte a un dilemma. E questo destino, questo pensiero europeo, — adesso vedremo la quintessenza per loro di questo pensiero europeo — ovvero, se vi sia da salvare una identità russa, una idea russa. Potrà resistere un'idea russa di fronte alla globalizzazione europea, al dilemma? Allora c'è chi dice: no, il destino è quello della civilizzazione, e si dividono al loro interno, certo, perché ci sono quelli che pensano di dover diventare occidentali in una chiave liberale, hegeliano-liberale, conservatrice, e chi invece è rivoluzionario o anarchico. Ci sono gli Herzen, ci sono i Bakunin, ci sono i reazionari e ci sono i conservatori. Quindi non sono uniti i filoni occidentali, sono divisi al loro interno, ma tutti si proiettano sul pensiero europeo. E ci sono quelli che dicono: no, qui c'è un'idea russa da salvare. E anche questi si dividono tra quelli che sono propriamente slavofili... L'idea russa va salvata contro l'Occidente europeo, e quelli che invece cercano, appunto, se è possibile, la mediazione, il compromesso, diciamo, tra virgolette, ecumenici. Un dramma. Un dramma che percorre tutto l'Ottocento russo, tutto l'Ottocento russo; non si capisce niente dell'Ottocento russo, non si può dire tutt'altro. E fa della Russia e di quello che avviene in Russia una cosa fondamentale per capire anche noi stessi, gli europei occidentali, fondamentale. È drammatico quello che stiamo vivendo, badate, è drammatico da un punto di vista di civiltà e di cultura quello che stiamo vivendo. Questo incitamento che viene da tutte le parti a separarci dalla Russia. Drammatico. L'Europa 800-900 vive di questo scambio, drammatico, tragico a volte, ma ci vive. Che cos'è che una personalità come Florensky, che non è certo slavofilo, che è ecumenico come abbiamo detto, che ha letto meglio di chiunque altro, forse solo Soloviev aveva una conoscenza così approfondita, Soloviev che era il maestro, il mentore di Dostoevsky, una conoscenza così approfondita della filosofia europea idealista e positivista. Che cos'è che Florensky critica di questa filosofia? Perché questo va detto, no? La posizione del Florensky è una filosofia che la polizia critica. Alla radice, che cosa? Tiriamo fuori un'immagine che rende chiaro tutto, no? Il Faust... Faust di Goethe, stessa epoca delle grandi opere degli Schelling, dei Fichte prima, di Hegel, è una scena centrale del Faust di Goethe, tutti la ricorderete, penso, in cui Faust è lì che si affanna, a come tradurre, è lì che vuole tradurre, vuole interpretare e tradurre a modo suo l'inizio della teologia. Qual è l'inizio della teologia? È il prologo di Giovanni, quello è l'inizio della teologia. En archè o Logos? E lì Faust dice, ma come si traduce questo Logos? vede Lutero e Lutero traduce das Wort, la parola, il verbo, no? E Faust dice, ma che traduzione è la parola? Debole, debole. Forse è meglio tradurre der Sinn, il senso, ma del senso, del... Del pensiero anche, no? Pensiero e senso, sensazione e pensiero, Sinn. Ma anche lì il pensiero, ma il pensiero di per sé che cosa muove? Già Platone e Plotino dicevano che il pensiero di per sé non muove niente. Il pensiero deve avere energia, deve avere forza, deve avere Kraft. La forza senza pensiero non ha direzione, è una volontà senza direzione. E quindi sai come traduco questo logos? Lo traduco in Tat, l'azione, die Tatigkeit, Fichte, Fichte. Lo traduce, diciamo, fichtianamente. L'azione è l'inizio, l'azione che ha in sé la forza, l'energia, la parola, ma che agisce. Faust. Che agisce, qual è questa parola che agisce? Ma la parola del soggetto, dell'io. Dell'io, di Fichte. Il principio, il fondamento è l'attività, è l'azione, è l'agire. Das Wort. Das Wort, die Tat. L'azione prende la parola. L'azione prende la parola. Chi ha la parola, chi può avere la parola, è soltanto chi può agire effettualmente. Solo lui prende la parola, ha la parola. Chi ha la forza di agire. E qui il pensiero russo. Il russo che critica la prospettiva occidentale. Non i Bakunin, non gli Herzen che accettano perfettamente questa traduzione. La fanno loro totalmente. Gli altri, altre tradizioni che si concluderanno con Solovëv, con Dostoevsky e che vengono riprese da Florensky. L'azione, la forza dell'agire, la forza dell'agire che in sé è la volontà del Sinn. Cioè, diciamo la parola, la volontà di potenza prende la parola. La volontà di potenza prende la parola. Il logos, en archè o logos, no, en archè die Tatigkeit. E il Tatigkeit prende la parola. Cos'è questo Tatigkeit? La volontà di potere sulla cosa. L'attività di Tat ha la potenza di fare della cosa ciò che vuole. Ciò che vuole. Questa è la filosofia occidentale. Questa è la filosofia occidentale. Questa è la filosofia occidentale. Che vedono non soltanto gli slavofili, che vedono anche quelli che vedono criticamente l'accettazione, come dire, acritica di questa posizione all'interno della tradizione russa. Quella è la risposta di Kostov, di Florensky poi. Parrebbe una risposta teologico-religiosa. E sostanzialmente è questo, cioè che cosa avviene quando la volontà di potenza prende il logos, sussume in sé il logos, cosa avviene? Avviene, questa è la conseguenza, che la cosa, l'ente, qualunque ente, diventa ciò che è a disposizione di questa attività e di questa volontà di potenza. Cioè ogni ente diviene niente in sé, diviene nient'altro che ciò che è a disposizione della volontà di potenza. Non ha nessuna sostanza l'ente. Non ha nessuna sostanza. Perché non è nient'altro che ciò che io posso trasformare, manipolare, eccetera, eccetera. Critica? No. Questa posizione fa dell'ente. Che cosa fa dell'ente questa posizione? Che cosa toglie all'ente questa posizione? La critica dal punto di vista teologico, poi lo vedremo dal punto di vista anche scientifico, ma dal punto di vista teologico... Cioè, l'Occidente, questo Occidente, che traduce o logos con die Tatigkeit, rende la cosa niente in sé, cioè, cosa vuol dire? Non la vede più come creatura. Noi non vediamo più la cosa come creatura, ma è così. Ma guardiamoci in faccia, diciamoci le cose come stanno. Non vediamo più la cosa come creatura. Se tu inizi dal logos... che è creatore. Allora, vedendo la cosa come creatura, vedi nella cosa un qualcosa di divino, perché è creata dal Logos. Se io rovescio i rapporti e vedo all'inizio die Tatigkeit, che ha in mano la cosa, la cosa non cessa di essere creatura, diventa un ente a mia disposizione, niente in sé, E appunto perché è spogliata della sua natura, dal suo essere creatura. Questo è l'effetto della diabolica traduzione di Logos in Tatigkeit. Diabolica, Mephistopheles è lì, che osserva. Questa è la posizione, questa è la radice della posizione dei Solovëv e dei Florensky, questa. L'Occidente europeo non vede più nella cosa la creatura e non vedendo più nella cosa la creatura del Logos la desostanzializza radicalmente. L'ente desostanzializzato, l'ente che non ha una realtà in sé, una sostanza in sé, ma che è solo per l'io, è solo per noi. Questa è l'essenza della posizione teologica, sembrerebbe, no, anche filosofica. E qui sono le pagine più straordinarie, l'aspetto anche più attuale da un punto di vista propriamente scientifico, filosofico di Florensky, che sviluppa da questo punto di vista e arricchisce anche le posizioni di Soloviev. Perché dal punto di vista teologico questa è la posizione. La posizione cioè che contesta la prospettiva eterna, essenzialmente nichilistica del pensiero occidentale. Non nichilismo nel senso che ne dite alla carlona, nichilismo per le ragioni che ho detto, cioè che noi consideriamo l'ente senza una sostanza propria, lo consideriamo per noi. Francesco Bacone diceva appunto, l'ente, il nome dell'ente, all'inizio della rivoluzione scientifica del moderno, diceva l'ente, il nome della cosa è utilitas. Il vero nome della cosa è utilitas. Quindi la posizione di questi filosofi russi è una posizione che contesta al pensiero occidentale il suo destino nichilistico. Primo aspetto fondamentale. Dal punto di vista scientifico, che cosa? Beh, dal punto di vista scientifico, prima di tutto, Florensky e prima di lui Solovëv, comprendono benissimo come idealismo e positivismo, che noi continuiamo a vedere come fossero contrapposti, sono identici da questo punto di vista. Entrambi cioè traducono verbum in azione e in volontà di potenza. Perché? Perché mentre l'idealismo, da un lato l'idealismo vede proprio nell'io un soggetto, un principio quasi teogonico. Noi non soltanto abbiamo a nostra disposizione gli enti, ma siamo noi che con il nostro pensiero abbiamo prodotto Dio. Dio è in realtà un prodotto del nostro pensiero. Feuerbach. Un prodotto del nostro pensiero che ci lega, che diventa per noi religione, nel senso del religare. Un prodotto del nostro pensiero che ci aliena, quindi liberiamoci, ma è un prodotto del nostro pensiero. Una nostra immaginazione, una nostra superstizione. Qui c'è la pubblicazione, no? di questi allievi, e non allievi per modo di dire, di Hegel e dell'idealismo. Se da un lato l'idealismo vede dell'io nel soggetto, un io soggetto creatore, nel vero senso della parola, il positivismo non lo vede come creatore, il positivismo ritiene che vi sia un ente esterno fuori di noi, che sta lì, no? Ma sta lì a fare che? Siamo noi che legiferiamo su quell'ente. L'ente è qualcosa di esterno a noi, ma siamo noi che legiferiamo, sia stabilendo le leggi della natura, sia poi stabilendo, in base alla nostra conoscenza delle leggi della natura, come quell'ente può essere trasformato a seconda della nostra utilità. Quindi vi è una concordanza sostanziale tra idealismo e positivismo, come ormai gli storici della filosofia più avvertiti hanno ampiamente riconosciuto. Ma Solovëv da un lato e Florensky dall'altro, sono quelli che afferrano meglio questa sostanziale unità nella storia della filosofia e della scienza europea dell'Ottocento, fino alla crisi, la crisi dei fondamenti, dove non muta sostanzialmente questa configurazione, ma rispetto al determinismo, al meccanicismo del positivismo, subentra una scienza della natura fondata in termini probabilistici, eccetera, eccetera. Cioè tutta la grande rivoluzione scientifica, ma che non muta questo aspetto sostanziale della questione, non muta. Non muta questa impostazione propriamente nichilistica che è propria della tradizione filosofica dell'Occidente europeo. E allora l'appello, appello disperato di questi autori, no? Imbevuti di cultura europea, imbevuti di filosofia occidentale, no? Europa occidentale, bada che questa tua prospettiva non solo può giungere a un conflitto tra questa tua volontà di potenza e proprio la madre Terra, questa tua idea che la cosa sia per te può essere a fondamento di ogni pratica sciagurata. Perché? Perché guarda che quando io dico che l'ente è per me, mica intendo solo petrolio, terre rare, eccetera, eccetera, intendo anche l'altro, intendo anche il mio prossimo. Anche il mio prossimo è per me. È un ente che sta lì e che io vorrei fosse a mia disposizione e cercherò di farlo, di collocarlo al mio servizio. È un processo inesorabile. Ci sono gli enti naturali e tra gli enti naturali c'è l'ente che è l'uomo. Io lo posso vedere come mio prossimo quando? Eh, lo posso vedere come mio prossimo se vedo in lui una sostanza, come credo di vederla in me, no? Vedo in lui una sostanza, una sostanza inalienabile, una sostanza che non può essere messa al servizio di niente. Non è così. Soltanto in questo senso, in questo modo, in questo caso, posso avere con lui un rapporto di prossimità, di affinità, di amicizia, di amore. Di amore, ma non è questo, non è questo a partire dalla traduzione famosa che ho citato; non è così che avviene. E quindi l'appello di questi filosofi, di questi pensatori: Europa bada che forse anche a te serve riflettere su questo cristianesimo orientale. In qualcuno di questi autori vi è una polemica dura nei confronti della Chiesa Cattolica, in quanto per loro la Chiesa Cattolica si sarebbe arresa a questo nichilismo, diventando in fondo nient'altro che un organismo di carattere culturale e etico, dimenticando le ragioni teologiche profonde che fanno sì che occorra opporsi a questa deriva nichilistica, ragioni essenziali, perché questa deriva o questa prospettiva o questo destino si fonda appunto su quella traduzione. All'inizio non è il logos, rovescia tutto. Ti rendi conto che questa cultura dell'Occidente europeo ha rovesciato il prologo di Giovanni? Denunci questo? Combatti questa tendenza e questo destino? Oppure tenti continui compromessi? Ma non erano più tenere con la Chiesa Ortodossa, perché la Chiesa Ortodossa nei suoi elementi slavofili rompeva questa, questa che per loro era la necessaria unità tra le due Europe. Bisognava trovarla di nuovo, ma si poteva trovarla su base, Florensky, Solovëv, su base cristiana? Si poteva trovarla su base cristiana? E qui ci sono le parole durissime di Dostoevsky nel Diario dello Scrittore. L'Europa non è più cristiana, punto. Questo dice Dostoevsky. È detto. Questi autori qua sembrano... Questi vivono tragedie, no? E finiscono tragicamente. L'Europa non è più cristiana. Non è più cristiana. La speranza per lui alla fine della vita, per Dostoevsky, è la speranza, che è più dura di Solovëv, più drastico, più disperato. La speranza può venire soltanto dal popolo russo. Dal popolo russo. Guardate che, sotto certi aspetti, alcuni di questi motivi vengono anche ripresi dai bolscevichi. La speranza viene dal popolo russo. Ma c'è un messianismo. Tanto è vero che molti, influenzatissimi da Solovëv — poeti, scrittori, letterati — aderiscono con passione alla rivoluzione, venendo da questi discorsi di Solovëv e Dostoevsky. Che crogiolo la storia, che tragedia, che tragedia la storia. Dal punto di vista teologico è chiarissima la linea polemica nei confronti del Friuli. Dal punto di vista scientifico è anche dal punto di vista scientifico. Perché dal punto di vista scientifico, da un lato l'idealismo appunto in qualche modo scientificamente viene superato dallo stesso positivismo, perché appunto non puoi eliminare ogni sostanzialità del mondo esterno, riducendolo alla tua rappresentazione, per così dire. E dall'altro... La scienza contemporanea, di cui Florensky non è uno spettatore o un lettore, ci agisce dentro profondamente, la conosce dall'interno, opera da scienziato, soprattutto dal punto di vista della logica, della matematica. Vede che cosa? Vede che le nuove correnti della scienza hanno un'importanza fondamentale anche dal punto di vista, diciamo pure, teologico. Perché? Perché lungi dall'essere idealiste non lo sono più, perché devono riconoscere una realtà esterna. Ma non sono neanche positiviste, perché la scienza contemporanea è una scienza che procede nell'invisibile. E questa è la scienza contemporanea che affascina Florensky. Procede nell'invisibile. Sono costruzioni raffinatissime che lui conosce dall'interno. Forse è l'unico filosofo, filosofo e teologo del Novecento che abbia una conoscenza tecnica specifica di logica, di matematica, di fisica, che conosca il formalismo di quei linguaggi. Forse è l'unico. Forse neanche Husserl. Forse per la matematica sì, ma per la fisica no. Neanche Wittgenstein. Sarebbe bello fare un confronto con Wittgenstein. Io sto cercando di farlo, ma vediamo. Qual è il punto? Appunto, la scienza contemporanea è una scienza che procede nell'invisibile. Ma che cos'è il fascino di questo procedere nell'invisibile per uno come Florensky? Procedere nell'invisibile vuol dire che la verità a cui si vuole attingere è una verità che tu puoi approssimare soltanto... Non c'è più l'atomo, il punto indivisibile che sorregge la costruzione del tutto. Gli scienziati vanno in cerca di questo atomo. Ci vanno in cerca. È la loro tendenza. Da un lato la ricerca dell'atomo e dall'altra parte la teoria del tutto. Ma la teoria del tutto la potrai costruire soltanto quando hai il fondamento, no? Quindi la scienza contemporanea procede al fondamento per costruire una teoria del tutto, ma sa, ormai sa, che questo fondamento non c'è, non è una cosa, non sarà mai un atomo materiale come quello che ancora pensavano all'epoca di Florensky. Florensky... che conosce le prime esperienze di una fisica post-Einstein, che poi sarà la grande fisica quantistica che è quella che domina le nostre vite, perché tutti gli apparecchietti che abbiamo in mano si fondano su principi della fisica quantistica e della matematica che la sorregge, tutti quanti. Florensky conosce queste tendenze e ne vede la stretta relazione con la sua teologia. La verità è. La verità significa due punti. Il vero che cos'è? Il vero, due punti, è. È e non può non essere. È e non diviene. È. Ma questo è guida la ricerca. Guida il movimento della ricerca, ma è inattingibile in quanto è. E ciò vuol dire che cos'è? Che è un fantasma. Ma non è per sogno, è l'energia che muove la ricerca. La ricerca è mossa da questa energia. Senza questa energia la ricerca non si muoverebbe. Movimento tipico agostiniano. Quando io mi metto a cercare qualcosa sono costretto a presupporre l'esistenza di ciò che cerco, se no cosa mi metto a cercare? Cosa fa la fisica contemporanea? La grande matematica che sta alla base della fisica contemporanea? Modella. Tira fuori un modello. Modello di tipo matematico e va e cerca di vederlo. Cerca di giungere a un punto in cui il modello si vede. È. Ma questo è la verità. Muove la ricerca. Non è qualcosa che sta lì. Perché so che è inattingibile. Chi segue questa strada è nella verità. Chi segue questa strada è nella verità. Ma la verità nessuno l'ha mai vista né la vedrà mai. Chi segue questa via, io sono la via. Chi segue questa via è nella verità, ma il volto del padre nessuno l'ha visto mai. Teologia, ma è teologia soltanto, è ragionamento, è ragione. È ragione che vive oggi anche nella stessa scienza, matematica, scienza, nella fisica, matematicamente fondata. Però bisogna saperne i linguaggi, e Florensky ne sapeva i linguaggi. Sapeva la matematica, sapeva la fisica, sapeva questi linguaggi. E quindi questa prospettiva fondamentale, io ritengo, per la filosofia contemporanea; una filosofia che non abbia a che fare con questi problemi, che non sappia niente di scienza, di fisica, di matematica, ma che filosofia è? Si potrebbe dire, da questo punto di vista, ma che fisico sei se non sai niente di filosofia? Ed è così. Infatti i grandi fisici contemporanei sapevano di filosofia. Ebbene, Florensky è questa straordinaria figura che si muove a suo agio in tutte queste dimensioni, come Natalino diceva prima, si muove a casa in tutte queste dimensioni. Ma attenzione, non è un dilettante, perché si muove in tutte queste dimensioni per una ragione specifica: per fare una critica filosofico-scientifica e teologica alla prospettiva nichilistica dominante nell'Occidente europeo. Si muove in tutte queste dimensioni per recuperare i pezzi di questa critica. E noi siamo a questo punto. Questa critica del nichilismo può avere vari aspetti. Può essere quella di Florensky. Florensky deve essere letto e non lo è. State attenti. Non crediate che il lavoro fatto da Natalino sia così universalmente riconosciuto, manco per niente. Di filosofi europei che abbiano letto come si deve Florensky saremmo 3-4, così. Non ci sono i corsi universitari su Florensky nelle università italiane, eccetera, eccetera. Comincia, comincia, comincia faticosamente Silvano Tagliagambe, qualcuno, libri, tanti libri sono usciti in italiano in modo confuso purtroppo, no? Un po' qua, un po' là, un po' sopra, un po' sotto, grazie a Natalino. Sostanzialmente, adesso anche grazie a Silvano Tagliagambe, ma una diffusione di quest'opera nella sua complessità e soprattutto una lettura di quest'opera secondo una prospettiva unitaria, non dispersiva, no? Un po' qua, un po' là, un po' una disciplina, un po' un'altra. Secondo il Presidente dell'Italia è ancora da costruire. Un'ultima cosa che riguarda l'icona. L'icona che forse è il testo più noto in Italia, no? Il libro sull'icona pubblicato tanti anni fa da Adelphi. E il libretto sull'icona, preziosissimo, bellissimo, ma poi tutte le opere di Florensky che riprendono questo tema dell'icona, hanno a che fare con il discorso che ho detto e lo esemplificano, lo fanno vedere in qualche modo, no? Che cos'è l'icona? L'icona è reale, vero? Fa parte del contesto liturgico, è centro della liturgia, eccetera, eccetera, come ogni opera. Le grandi opere sono sempre opere che stanno in un contesto, che lo illustrano, che lo criticano magari, che sono in contraddizione con lui, ma tutte le grandi opere mostrano il contesto in cui vivono, non sono delle idee, delle parole singole. Ebbene, da un lato è questa realtà e dall'altro mostra che cosa? Ma mostra l'invisibile, ma mostra l'indicibile. Questa è l'icona, no? Questa è l'icona. Florensky critica anche qui la prospettiva fondamentale dell'atto occidentale, di cui vede benissimo il valore. Non è che dica che è brutto, non è che dica che Raffaello è brutto. Sono scelte... Sono visioni del mondo che si confrontano, sono grandi culture, sono civiltà che si confrontano. E Florensky di nuovo avvisa, tra virgolette, noi naviganti dell'Occidente, avvisa, vedete qui, sì, grandi opere. Anche gli slavofili dicevano di fronte alle grandi opere dell'Occidente europeo: ma guardate che queste grandi opere hanno questo significato, ed hanno ragione, no? E grandi le opere di Tiziano e Tintoretto, ma vedi? Ma vedi che sono fatte su tele? Svolazzano le tele. Colore, ma colore è tempo, colore è tempo, colore è tempo, è tempo che vuol dire divenire, divenire. E dov'è la verità che è? E lì, queste grandi opere dell'Occidente, non vedi che... Vedi, vedi, quella è la realtà. Divenire, tempo, colore, quella è la realtà. E l'invisibile, lo vedi? Lo vedi, l'invisibile? No, non lo vedo, l'invisibile. Non lo posso vedere, l'invisibile. Non lo vedo. Dici: questa grande opera, ma anche indica... Dici: questa grande opera, ma anche fa segno a qualcosa oltre sé? No, non fa segno a niente oltre sé. È bellissima, calata in sé, è in forma, ma oltre. L'icona, vedi, è oltre. L'icona ti fa vedere l'oltre. L'icona orientale ti fa vedere l'oltre. La tua icona occidentale... Lo nasconde l'oltre. Ecco la realtà, ti dice l'oltre. Civiltà, civiltà, ma sono sistole e diastole, guai a noi se perdiamo queste sistole e diastole. Allora il nostro nichilismo è compiuto. Se ci manca quell'altro polmone, io sono convinto di questo, se ci mancherà, e ci sta mancando, ormai forse è inesorabile che ciò avvenga, bene, ci mancherà l'altro polmone definitivamente? Bene, e sarà nichilismo compiuto. C'era la profezia di Nietzsche, no? Finora viviamo nel nichilismo incompiuto, incompiuto. C'è chi lo critica, c'è chi lo contesta, c'è chi ne vede le debolezze, c'è chi ne vede le aporie, no? E tutto ciò è avvenuto anche grazie alla presenza dei Florensky, alla presenza dei Dostoevsky, alla presenza dei Solovëv, Dostoevsky in particolare. Dostoevsky vive tutti questi problemi che ho detto, eh? E almeno quello l'abbiamo letto tutti, no? Non avremo letto Solovëv, non avremo letto Bulgakov, ma almeno Dostoevsky l'avremo letto. Ebbene, vive dentro tutte le questioni che sto dicendo. Ci manca questo polmone, ci manca questa voce, ci manca questo appello, ci manca questa critica, ci manca... Ebbene, sarà il nichilismo compiuto. Sarà il nichilismo compiuto. Che significa non soltanto qualcosa di religiosamente pericoloso, non c'entra niente. Per Dostoevsky poi noi europei cristiani non siamo già più, quindi il discorso lì era già chiuso. Ma sarà qualcosa di pernicioso dal punto di vista filosofico e scientifico, per le ragioni filosofiche e scientifiche che Solovëv e Florensky ricordano. Non sarà soltanto una sciagura religioso-teologica, sarà una sciagura filosofico-scientifica, perché per le ragioni di Florensky, perché il nichilismo è intrinsecamente infondato e infondabile. Il nichilismo non è una filosofia, una visione del mondo adeguata allo sforzo, alla ricerca filosofico-scientifica contemporanea. Quindi la resa, arrendersi a quella prospettiva significa anche... un indebolimento, una catastrofe, a mio avviso, anche filosofico-scientifica per l'Occidente. Sottolineo questo e concludo, perché appunto l'opera di Florensky e il tentativo, la ricerca di farla conoscere sempre meglio, il discuterla, il farla conoscere, non solo, io ritengo, è essenziale per lo studio e lo sviluppo degli studi teologici in questo paese e in Europa, ma è un motivo ormai politico essenziale, una ragione politica essenziale. Florensky ci indica le ragioni, le ragioni, non... così, vari sentimenti, le ragioni per cui non vi può essere una cultura europea oggi, filosofica, scientifica, non vi può essere una cultura europea, e quindi cultura europea vuol dire anche società, politica, eccetera, eccetera, se viene meno, se crolla qualsiasi relazione tra le due Europe. Non vi può essere. Non vi può essere né potenza economica europea, né potenza culturale, filosofica, scientifica. Questo era chiarissimo in Florensky. Anche in Solovëv il primo, chiarissimo in Florensky. Bisognava fare di tutto perché le due Europe non si dividessero. Se si dividono è la fine di entrambe. Nella loro diversità, nelle loro differenze, esse devono agire da sistole e diastole, due polmoni. Devono agire insieme, per la loro forza economica, per la loro forza politica, ma anche per la loro forza culturale, teologica, filosofica, scientifica. Questo è il senso oggi della lezione di Florensky, il senso da dare oggi alla sua lettura.

L’evento si è tenuto mercoledì 21 gennaio 2026 alle 21, presso la Chiesa di Sant’Agostino a Rimini.

Il pensiero europeo è strutturalmente inquieto e si pensa fin dall’inizio come globale.
La globalizzazione non è moderna: è inscritta nel DNA della civiltà europea.
Nell’Ottocento il pensiero russo si confronta radicalmente con l’Europa e si trova davanti a un dilemma decisivo.
Prima via: occidentalizzazione e accettazione della civilisation (liberali, conservatori, rivoluzionari, anarchici).
Seconda via: salvare un’idea russa, tra slavofilismo e posizioni ecumeniche (Solov’ëv, Florenskij).
Questo conflitto attraversa tutto l’Ottocento russo ed è essenziale per capire anche l’Europa.
Florenskij critica la radice del pensiero occidentale: la traduzione del Logos in azione (Faust, Fichte).
Quando l’azione prende il Logos, l’ente perde sostanza e diventa puro oggetto di uso.
Idealismo e positivismo convergono in questo esito: il nichilismo dell’ente senza valore in sé.
Se l’ente è solo “per me”, anche l’altro uomo diventa disponibile: si spezza la possibilità del prossimo.
La scienza contemporanea procede nell’invisibile: la verità guida la ricerca ma non si possiede.
Senza il dialogo tra le due Europe (Oriente e Occidente) il nichilismo diventa compiuto, con conseguenze culturali, filosofiche e scientifiche.
 

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