Galilea - III domenica T.O. (Narrazioni bibliche)



III settimana Anno A
Galilea

Sono assegnata alle tribù di Zabulon e di Neftali e mi trovo nella parte più a nord della terra di Israele. Solo le alture del Golan mi separano dalla Siria e segnano il confine della terra donata da Dio al suo popolo.

Sono la Galilea. Terra di confine, a lungo contesa tra potenze diverse, ho subito il dramma della distruzione, della deportazione e dell’esilio delle tribù di Israele, con l’invasione assira, nell’VIII secolo a.C.. Da quel momento in poi nulla è stato più come prima: sono stata abitata da tante e diverse popolazioni e ho sempre vissuto nell’attesa del ritorno e di una futura restaurazione delle tribù esiliate.

Il profeta Isaia mi ha definito Galilea delle genti, per indicare la mia ospitalità nei confronti dei popoli pagani. Quando ha pronunciato il suo oracolo, secondo cui proprio da me, terra lontana da Gerusalemme, periferica e meticcia, doveva sorgere la luce del messia, io ho tremato di emozione ed orgoglio.

Ma il messia non viene da Betlemme? E come può sorgere un profeta da me, dalla Galilea? Io nutro verso me stessa un profondo senso di indegnità perché sono periferia, lontana dal centro, da Sion, cuore della rivelazione di Israele.

Eppure forse proprio da me, dalla mia periferia, piena di conflitti e contraddizioni, contristata dalla delusione e dalla tenebra dell’esilio, dovrà sorgere una risposta più autentica ai desideri e alle attese del popolo. Non è il luogo dell’istituzione, del Tempio, a garantire la via di Dio, ma il tortuoso percorso della vita, del popolo, in un perenne confronto con le genti che si mescolano dentro di me, a favorirne la rivelazione.

Sì, perché la parola di Dio, che passa attraverso di me, è rivolta a tutti, senza eccezioni. Essa si compie con un uomo, che ne chiama a sé degli altri, promettendo loro di diventare pescatori di uomini, come luce che trasforma i cuori e accende in loro una speranza nuova.

Non è stata la riconquista dei maccabei e l’opera di giudaizzazione forzata, portata avanti dagli asmonei, a rendermi felice. Non era quella la vera restaurazione di Israele, ma un’illusione politica, da cui sono ben presto guarita.

Solo lui, Gesù, mi fa capire il senso vero della mia missione: non riaffermare un’identità storicamente trascorsa, ma restaurare Israele come passaggio verso l’incontro con l’altro, verso un annuncio di pace portato senza ostacoli a tutti i popoli del mondo.

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Don Davide Arcangeli

Musica di sottofondo
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Le narrazioni bibliche di questa praylist sono tratte dalla rivista Servizio della Parola
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