Testo della presentazione
Questa sera vi parlerò di anacoreti, di monaci persi nel deserto: sepolti in grotte che sembrano tombe, chiusi in antri dove gli angeli portano loro il cibo e dove, soprattutto, combattono con il demonio. Di questi combattimenti con il diavolo ci occuperemo questa sera.
Essi vivono insieme al demonio, spesso quasi in sua compagnia: in certo senso ne diventano “familiari” per imparare a combatterlo. Ma chi è questo diavolo che perseguitava gli anacoreti e i monaci? Chi era — e chi è ancora — questo “principe di questo mondo”, come viene chiamato nella Scrittura, colui che “conduce le danze”, come tante volte viene detto?
È intorno all’anno 1000 che questo essere acquista l’aspetto orribile che poi è diventato così famoso: una figura davvero “degna” di sé, lo spiritus immundus, l’angelus malignus, il temptator — comunque lo si voglia chiamare. Il suo ingresso nel mondo è anche, simbolicamente, l’ingresso ufficiale del male nell’universo.
I diavoli, come sappiamo da tutte le storie che ci sono state tramandate, sono stati cacciati dal Paradiso, guidati dall’arcangelo Michele. Caduti e decaduti sulla terra, nella nostra natura e nella nostra coscienza, hanno cominciato ad assumere forme mostruose e terrificanti: serpenti, draghi, gatti, uccelli, giganti. Una folla sterminata che si aggirava soprattutto attorno agli anacoreti e ai monaci che vivevano nel deserto, nell’aria intorno a loro, provocandoli continuamente. Contro di loro, i santi venerabili combattevano senza sosta, sostenuti dagli angeli.
Questo mondo fantastico fa parte della nostra cultura, e noi lo racconteremo a partire da questa sera. Le storie che vi proporremo sono storie di combattimenti degli eremiti contro i demoni.
Ma chi sono questi eremiti, chi sono questi monaci? Erano sia veri e propri frati, sia laici che decidevano di ritirarsi nel deserto per vivere una vita esemplare di solitudine e contemplazione. Vivevano quasi di nulla: mangiavano le poche erbe che trovavano e raccoglievano l’acqua in piccole ciotole.
Se i primi santi del cristianesimo sono i grandi martiri, a questi succedono i nuovi santi: i monaci del deserto. “Monaco”, del resto, significa proprio “solo”: è la fuga dal mondo. Tuttavia, non è vero che vivessero sempre in totale isolamento: molto spesso si riunivano in comunità, formando nel deserto piccole fraternità.
Una delle storie più antiche che ci è stata tramandata riguarda l’incontro tra sant’Antonio e san Paolo l’eremita, narrato nelle Vite dei cinque eremiti, una piccola raccolta di racconti sui primi padri del deserto.
Si racconta che sant’Antonio, ormai novantenne, vivendo in un eremo solitario, pensasse di essere il primo ad aver abitato il deserto. Dio, per correggere questa sua segreta vanagloria, gli rivelò in visione che c’era un altro eremita più addentro nel deserto, migliore di lui, e gli ordinò di andare a trovarlo.
Antonio, al mattino presto, prese il suo bastone per sostenere le membra ormai deboli e si mise in cammino. Faceva un caldo tremendo, ma egli si confortava in Dio, desideroso di trovare questo misterioso eremita.
A un certo punto, alzando gli occhi, vide un essere mezzo uomo e mezzo cavallo — un centauro, come lo chiamerebbero i poeti. Antonio si fece il segno della croce e gli chiese: «In quale direzione abita il servo di Dio che cerco?». Per volontà divina, il centauro lo comprese, indicò la strada con la mano e, in modo confuso, gli mostrò il cammino.
Questa storia ci introduce alla figura di sant’Antonio Abate, uno dei primi — se non il primo — grande eremita cristiano.
Antonio nacque intorno al 270 d.C. nella Valle del Nilo, in Egitto, da una famiglia benestante e molto religiosa. A diciotto anni decise di lasciare il mondo e dedicarsi completamente a Dio. Fino a quel momento, però, non si avevano notizie di veri eremiti nel deserto.
Antonio aveva solo sentito parlare di un uomo che viveva ritirato vicino al suo villaggio. Andò a cercarlo per chiedergli consiglio su che tipo di vita intraprendere. Quest’uomo gli suggerì di costruirsi una piccola capanna vicino al villaggio e di vivere lì in preghiera, lettura e ascesi. Antonio lo fece.
Ma il diavolo — astuto e infastidito dalla sua santità — cominciò subito a tormentarlo. Le tentazioni erano quelle tipiche degli eremiti: soprattutto la castità. Di notte, il demonio gli faceva apparire donne bellissime, creando attorno a lui un mondo seducente di piaceri. Antonio però resisteva.
Allora il diavolo, furioso, si mostrò nella sua forma più primitiva e mostruosa: una sorta di bestia preistorica che digrignava i denti e gli si avventava contro. Ma Antonio non solo resistette: decise di spingersi ancora più dentro nel deserto, abbandonando definitivamente il villaggio.
Durante il cammino, il demonio continuò a ostacolarlo: gli fece apparire oro e argento, poi un palazzo magnifico pieno di ricchezze e donne, ma Antonio non cedette.
Alla fine giunse davanti a una specie di fortezza abbandonata — forse romana — in rovina, piena di serpenti e dall’aspetto terribile. Antonio capì che quello era il luogo giusto. Si calò dal tetto all’interno e vi rimase per vent’anni.
Per tutto quel tempo, nessuno riuscì a vederlo. Di tanto in tanto, qualcuno gli calava pane e acqua dall’alto, ma lui viveva completamente isolato.
Le persone che passavano lì vicino sentivano rumori, grida, voci tumultuose provenire dall’interno della fortezza. All’inizio pensavano che fossero uomini che litigavano con lui; ma affacciandosi, non vedevano nessuno. Capirono allora che dovevano essere demoni e, spaventati, chiamavano Antonio.
Egli li rassicurava: diceva che i demoni assumono queste sembianze solo contro chi ha paura. «Fatevi il segno della croce e andate via con coraggio», diceva. «Lasciate che si prendano gioco di se stessi».
Queste memorie ci sono state tramandate da sant’Atanasio di Alessandria nella Vita di Antonio Abate.
Dopo vent’anni di combattimenti spirituali, Antonio decise di lasciare la fortezza e tornare tra la gente. Fuori lo attendeva una folla enorme: tutti si aspettavano di vedere un uomo provato, distrutto dalla fame e dalla solitudine. Invece uscì in perfetta salute e con una forza impressionante.
Da quel momento iniziò a guidare spiritualmente molti: altri frati e anche laici, ispirati dal suo esempio, decisero di ritirarsi nel deserto. Il deserto cominciò così a popolarsi di eremiti.
Antonio raccontava le sue esperienze con i demoni e dava consigli pratici su come combatterli e tenerli lontani. Diceva che i demoni fanno rumore, gridano, ridono, fischiano, applaudono per confondere gli uomini. Ma se uno non li ascolta, finiscono per lamentarsi e piangere come sconfitti.
La loro apparizione è sempre accompagnata da caos, fracasso, grida — come scorribande di giovani maleducati o briganti. Da qui nascono paura, disordine dei pensieri, scoraggiamento, tristezza, nostalgia della vita precedente, timore della morte e desiderio del male.
«Essi hanno scosso una volta il mio eremo — racconta Antonio — ma io continuavo a pregare. Tornarono di nuovo, applaudendo, fischiando e danzando; ma poiché io pregavo e salmodiavo senza dar loro retta, cominciarono a lamentarsi e a piangere come sfiancati».
Questo contenuto è tratto da
Le vite di Antonio Abate e Santa Maria Egizia raccontate da Beatrice Monroy.
Uomini e profeti: Santi e venerabili, tra stupore e meraviglia.
Trasmissione di Rai Radio3
Chi erano gli anacoreti...
- Gli anacoreti vivevano nel deserto, in solitudine e contemplazione, combattendo il demonio.
- Si raccontano storie di come interagivano con il male e ricevevano aiuti dagli angeli.
Chi erano Sant'Antonio e Santa Maria Egizia. Brevi note biografiche
- Sant'Antonio Abate:
- Decise a 18 anni di abbandonare il mondo per vivere come eremita.
- Combatté contro le tentazioni del diavolo e visse 20 anni in una fortezza abbandonata.
- Santa Maria Egizia:
- Una meretrice che si convertì in eremita dopo aver tentato di entrare nel Santo Sepolcro.
- Visse 40 anni nel deserto prima di incontrare Frate Zosimo e morire.
Il combattimento spirituale
- I demoni cercavano di turbare la vita degli eremiti, portando loro tentazioni e distrazioni.
- Le storie evidenziano la resilienza e la fede degli eremiti nel resistere a queste prove.