Le preghiere di Etty Hillesum (Lettura di alcuni scritti con sottofondo musicale di Rachmaninov)

autore: Etty Hillesum

Testo delle preghiere
Mio Dio, prendimi per mano,
ti seguirò,
non farò troppa resistenza.
Non mi sottrarrò a nessuna delle cose
che mi verranno addosso in questa vita,
cercherò di accettare tutto
e nel modo migliore.
Ma concedimi di tanto in tanto
un breve momento di pace.
Non penserò più nella mia ingenuità,
che un simile momento
debba durare in eterno,
saprò anche accettare
l'irrequietezza e la lotta.
Il calore e la sicurezza mi piacciono,
ma non mi ribellerò se mi toccherà
stare al freddo purché
tu mi tenga per mano.
Andrò dappertutto allora,
e cercherò di non aver paura.
E dovunque mi troverò,
io cercherò
d'irraggiare un po' di quell'amore,
di quel vero amore per gli uomini
che mi porto dentro.


Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi.
Stanotte per la prima volta ero sveglia
al buio con gli occhi che mi bruciavano,
davanti a me passavano immagini
su immagini di dolore umano.
Ti prometto una cosa, Dio,
soltanto una piccola cosa:
cercherò di non appesantire l’oggi
con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani –
ma anche questo richiede una certa esperienza.
Ogni giorno ha già la sua parte.
Cercherò di aiutarti
affinché tu non venga distrutto
dentro di me,
ma a priori non posso promettere nulla.
Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me,
e cioè che tu non puoi aiutare noi,
ma che siamo noi a dover aiutare te,
e in questo modo aiutiamo noi stessi.
L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi,
e anche l’unica che veramente conti,
è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio.
Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti
dai cuori devastati di altri uomini.
Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto
per modificare le circostanze attuali
ma anch’esse fanno parte di questa vita.
Io non chiamo in causa la tua responsabilità,
più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi.
E quasi a ogni battito del mio cuore,
cresce la mia certezza: (…)
tocca a noi aiutare te,
difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.
Esistono persone che all’ultimo momento
si preoccupano di mettere in salvo
aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento –
invece di salvare te, mio Dio.
 

La sofferenza non è al di sotto della dignità umana.
Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell’uomo.
Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l’arte del dolore,
e così vive ossessionata da mille paure.
E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita,
fatta com’è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione.
Dio mio, tutto questo si può capire benissimo:
ma se una vita simile viene tolta, viene tolto poi molto?
Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita.
E non viviamo ogni giorno una vita intera,
e ha molta importanza
se viviamo qualche giorno in più, o in meno?
Io sono quotidianamente in Polonia,
su quelli che si possono ben chiamare
dei campi di battaglia,
talvolta mi opprime una visione di questi campi
diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati,
ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno -
ma sono anche vicina al gelsomino
e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra,
in una vita c’è posto per tutto.
Per una fede in Dio e per una misera fine

 
Stamattina all’alba sono saltata giù dal letto
e mi sono inginocchiata alla finestra.
L’albero era immobile nell’alba grigia e silenziosa.
Ho pregato: mio Dio, concedimi la pace grande e potente della tua natura.
Se vuoi farmi soffrire, dammi il dolore grande e pieno,
non le mille, piccole preoccupazioni che consumano completamente.
Dammi pace e fiducia.
Fa’ che ogni mia giornata sia qualcosa di più
che le mille preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana.
E tutte le nostre preoccupazioni
per il cibo, i vestiti, il freddo, la salute,
non sono forse altrettante mozioni di sfiducia nei tuoi confronti, mio Dio?
E non ci castighi forse prontamente -
con l’insonnia, e con una vita che non è più una vita?
Sono disposta a rimanere tranquillamente coricata per qualche giorno,
ma allora voglio essere un’unica, grande preghiera.
Un’unica, grande pace.
Devo nuovamente portare la mia pace con me. 


Il sentimento che ho della vita è così intenso e grande,
sereno e riconoscente,
che non voglio neppur provare a esprimerlo in una parola sola.
In me c’è una felicità così perfetta e piena, mio Dio.
Probabilmente la definizione migliore
sarebbe di nuovo la sua: “riposare in se stessi”,
e forse sarebbe anche la definizione più completa
di come io sento la vita: io riposo in me stessa.
E questo “me stessa”,
la parte più profonda e ricca di me in cui riposo,
io la chiamo “Dio”.
Nel diario di Tide ho trovato spesso questa frase:
Padre, prendilo dolcemente fra le tue braccia.
È così che mi sento,
sempre e ininterrottamente:
come se stessi fra le tue braccia, mio Dio,
così protetta e sicura e impregnata d’eternità.
Come se ogni mio respiro fosse eterno,
e la piccola azione o parola avesse
un vasto sfondo e un profondo significato....


Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio.
Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te.
E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio.

 
La mia rosa tea sta appassendo
tra la macchina da scrivere,
un fazzoletto e un rocchetto di filo nero.
È quasi insostenibilmente bella e tenera.
Appassendo gentilmente, e con rassegnazione,
si prepara ad abbandonare questa breve, fredda vita.
È così tenera e amabile,
e ha una tale grazia nella sua lenta morte
che potrebbe facilmente spezzarmi il cuore.
Ma bisogna lasciar morire in pace anche una rosa tea
e non cercare fervidamente e disperatamente di trattenerla.
In passato riuscivo a essere inconsolabile
e inspiegabilmente triste per un fiore che appassiva.
Ma bisogna imparare ad accettare
anche l’appassire della natura,
senza opporvi resistenza. 


La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio,
un unico grande colloquio.
A volte, quando me ne sto in un angolino del campo,
i miei piedi piantati sulla tua terra,
i miei occhi rivolti al cielo,
le lacrime mi scorrono sulla faccia,
lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. […]
Io non combatto contro di te, mio Dio,
tutta la mia vita è un grande colloquio con te.

 

 

Recita
Maruska Guiducci

Musica di sottofondo
S. Rachmaninov. Piano Concerto No.2 in C Minor, Op 18. II Adagio sostenuto. musopen.org

Preghiera contemplativa
Nata nel 1914 in Olanda da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica, Etty (Esther) Hillesum muore ad Auschwitz nel novembre del 1943.
Durante gli ultimi due anni della sua vita, scrive un diario personale: undici quaderni fittamente ricoperti da una scrittura minuta e quasi indecifrabile, che abbracciano tutto il 1941 e il 1942, anni di guerra e di oppressione per l’Olanda, ma per Etty un periodo di crescita e, paradossalmente, di liberazione individuale.

Pur dentro una situazione di sofferenza estrema Etty riesce a cogliere il Bene e a vivere in pienezza la vita: così una pagina di diario si fa preghiera.

Preghiera contemplativa

Recita
Maruska Guiducci

Musica di sottofondo
S. Rachmaninov. Piano Concerto No.2 in C Minor, Op 18. II Adagio sostenuto. musopen.org

Testo delle preghiere
Mio Dio, prendimi per mano,
ti seguirò,
non farò troppa resistenza.
Non mi sottrarrò a nessuna delle cose
che mi verranno addosso in questa vita,
cercherò di accettare tutto
e nel modo migliore.
Ma concedimi di tanto in tanto
un breve momento di pace.
Non penserò più nella mia ingenuità,
che un simile momento
debba durare in eterno,
saprò anche accettare
l'irrequietezza e la lotta.
Il calore e la sicurezza mi piacciono,
ma non mi ribellerò se mi toccherà
stare al freddo purché
tu mi tenga per mano.
Andrò dappertutto allora,
e cercherò di non aver paura.
E dovunque mi troverò,
io cercherò
d'irraggiare un po' di quell'amore,
di quel vero amore per gli uomini
che mi porto dentro.


Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi.
Stanotte per la prima volta ero sveglia
al buio con gli occhi che mi bruciavano,
davanti a me passavano immagini
su immagini di dolore umano.
Ti prometto una cosa, Dio,
soltanto una piccola cosa:
cercherò di non appesantire l’oggi
con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani –
ma anche questo richiede una certa esperienza.
Ogni giorno ha già la sua parte.
Cercherò di aiutarti
affinché tu non venga distrutto
dentro di me,
ma a priori non posso promettere nulla.
Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me,
e cioè che tu non puoi aiutare noi,
ma che siamo noi a dover aiutare te,
e in questo modo aiutiamo noi stessi.
L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi,
e anche l’unica che veramente conti,
è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio.
Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti
dai cuori devastati di altri uomini.
Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto
per modificare le circostanze attuali
ma anch’esse fanno parte di questa vita.
Io non chiamo in causa la tua responsabilità,
più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi.
E quasi a ogni battito del mio cuore,
cresce la mia certezza: (…)
tocca a noi aiutare te,
difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.
Esistono persone che all’ultimo momento
si preoccupano di mettere in salvo
aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento –
invece di salvare te, mio Dio.

La sofferenza non è al di sotto della dignità umana.
Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell’uomo.
Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l’arte del dolore,
e così vive ossessionata da mille paure.
E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita,
fatta com’è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione.
Dio mio, tutto questo si può capire benissimo:
ma se una vita simile viene tolta, viene tolto poi molto?
Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita.
E non viviamo ogni giorno una vita intera,
e ha molta importanza
se viviamo qualche giorno in più, o in meno?
Io sono quotidianamente in Polonia,
su quelli che si possono ben chiamare
dei campi di battaglia,
talvolta mi opprime una visione di questi campi
diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati,
ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno -
ma sono anche vicina al gelsomino
e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra,
in una vita c’è posto per tutto.
Per una fede in Dio e per una misera fine


Stamattina all’alba sono saltata giù dal letto
e mi sono inginocchiata alla finestra.
L’albero era immobile nell’alba grigia e silenziosa.
Ho pregato: mio Dio, concedimi la pace grande e potente della tua natura.
Se vuoi farmi soffrire, dammi il dolore grande e pieno,
non le mille, piccole preoccupazioni che consumano completamente.
Dammi pace e fiducia.
Fa’ che ogni mia giornata sia qualcosa di più
che le mille preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana.
E tutte le nostre preoccupazioni
per il cibo, i vestiti, il freddo, la salute,
non sono forse altrettante mozioni di sfiducia nei tuoi confronti, mio Dio?
E non ci castighi forse prontamente -
con l’insonnia, e con una vita che non è più una vita?
Sono disposta a rimanere tranquillamente coricata per qualche giorno,
ma allora voglio essere un’unica, grande preghiera.
Un’unica, grande pace.
Devo nuovamente portare la mia pace con me.


Il sentimento che ho della vita è così intenso e grande,
sereno e riconoscente,
che non voglio neppur provare a esprimerlo in una parola sola.
In me c’è una felicità così perfetta e piena, mio Dio.
Probabilmente la definizione migliore
sarebbe di nuovo la sua: “riposare in se stessi”,
e forse sarebbe anche la definizione più completa
di come io sento la vita: io riposo in me stessa.
E questo “me stessa”,
la parte più profonda e ricca di me in cui riposo,
io la chiamo “Dio”.
Nel diario di Tide ho trovato spesso questa frase:
Padre, prendilo dolcemente fra le tue braccia.
È così che mi sento,
sempre e ininterrottamente:
come se stessi fra le tue braccia, mio Dio,
così protetta e sicura e impregnata d’eternità.
Come se ogni mio respiro fosse eterno,
e la piccola azione o parola avesse
un vasto sfondo e un profondo significato....


Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio.
Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te.
E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio.


La mia rosa tea sta appassendo
tra la macchina da scrivere,
un fazzoletto e un rocchetto di filo nero.
È quasi insostenibilmente bella e tenera.
Appassendo gentilmente, e con rassegnazione,
si prepara ad abbandonare questa breve, fredda vita.
È così tenera e amabile,
e ha una tale grazia nella sua lenta morte
che potrebbe facilmente spezzarmi il cuore.
Ma bisogna lasciar morire in pace anche una rosa tea
e non cercare fervidamente e disperatamente di trattenerla.
In passato riuscivo a essere inconsolabile
e inspiegabilmente triste per un fiore che appassiva.
Ma bisogna imparare ad accettare
anche l’appassire della natura,
senza opporvi resistenza.


La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio,
un unico grande colloquio.
A volte, quando me ne sto in un angolino del campo,
i miei piedi piantati sulla tua terra,
i miei occhi rivolti al cielo,
le lacrime mi scorrono sulla faccia,
lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. […]
Io non combatto contro di te, mio Dio,
tutta la mia vita è un grande colloquio con te.

 

 

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